Energheia Europa, I racconti del Premio Energheia Europa

Vita Breve, Inês Francisco Jacob

Racconto vincitore Premio Energheia Portogallo 2023

Traduzione a cura di Maddalena Pierini

Antonio aveva pescato per tutta la vita. La mamma, quando ancora lo aveva in pancia, si circondava, in mare aperto, di onde cariche di pesce vivo. Il papà preparava il pesce, con mani ferme, e lo vendeva al banco di famiglia da più anni di quanto le dita di due mani potessero contare. Le pietanze, a casa, vivevano circondati da spine sottili e appuntite che finivano per essere leccate dal gatto. Nulla andava sprecato.

Non aveva immaginato altro destino per sé stesso. Lo soddisfaceva, gli dava lavoro, da mangiare e gli consentiva di vivere tutti i giorni una nuova avventura. Il mare appartiene a chi non ha paura di cadere e Antonio aveva paura soltanto di non trovare il pesce. Nient’altro.

*

Mandò giù il caffè amaro, tutto di un sorso, e addentò il pane con pasta di sardine. Si vestì come se il mare lo coprisse con lenzuola da fine del mondo e mise gli stivali neri, pronto per la sorpresa del giorno.

Saltò a bordo di Vita Breve, la barca che era appartenuta alla nonna e dopo a sua madre, e salpò all’alba.

Sardine, sgombri, cernie, sugarelli, corvine, orate, dentici, spigole. Aveva catturato di tutto. Pelle di una lucentezza strana, disseminata di sale, occhi tirati a lucido e una voglia di vivere di cui solo i pesci possono godere. Antonio lisciava i baffi pieni di squame. Con la pesca di un giorno così fortunato avrebbe riposato la schiena per una settimana.

A volte pensava di arrendersi, soprattutto quando l’impatto del mare quasi lo faceva cadere, quasi lo sputava dalla barca per ingoiarlo come se fosse fatto di spuma e nessuno facesse caso alla sua presenza: solo un altro flusso della corrente.

Pensava ai pesci, fiduciosi del branco, seguendo la corrente a zig zag. Il pericolo che la barca potesse rompersi con l’impatto, di poter annegare là nella costa, nel suo mare, nella sua ricerca, davanti all’orizzonte.

Sua madre il mare l’aveva portata via proprio così. L’aveva ingoiata. Lui non aveva dimenticato, ma aveva imparato a perdonare le onde e il dondolio tanto dolce e crudele. Rimedi non ce n’era.

Ormeggiò Vita Breve e portò con sé l’intero raccolto. Le ossa scricchiolavano mentre camminava, le giunture delle mani, le rotule, persino le dita dei piedi, che gli sostenevano l’equilibrio. In mare non c’era modo di saperlo, non si sentiva nulla, solo le code dei pesci che colpivano, a decine, il legno e il fragore dell’acqua sulla prua, la tempesta, il vento, il fragore della pesca.

Si dimenticava di essere una persona. Pensava a sé stesso come un braccio fatto di rete, un cacciatore che aveva ereditato la barca come arma incontestabile. Si avvolgeva nel vecchio giaccone e aspettava, nel mezzo del blu, una sigaretta asciutta.

*

Nella gara all’acquisto, banconote alla mano, arrivavano i primi clienti. Voglio due orate, per favore. Mettimi da parte mezzo chilo di sugarelli. Che bello questo dentice! Mi serve una corvina per stasera.

Antonio era tutto fiero del risultato. I suoi baffi sembravano quelli di un gatto scaltrito. I pesci non erano stati una sua creazione, ma era lui che li esponeva ai clienti. Era lui che li catturava e li preparava, come gli avevano insegnato il padre e la madre. Come un gatto. Era lui che accettava le monete, che involtava i piccoli corpi freddi nella carta paglia. Era lui che consigliava il pesce più adatto per una determinata ricetta. Che si svegliava col buio e andava a dormire con il sole che si alzava. Proprio come un gatto. Sapeva di non poter fare altro. Ormai era troppo tardi. Il mare non gli avrebbe dato una seconda opportunità e sulla terraferma aveva poco da fare. La terraferma serviva per mangiare i pesci, che si moltiplicavano, e questa era l’unica legge della vita.

*

Un grande boato svegliò Antonio all’improvviso. Per prima cosa, iniziarono a distruggere le case dei pescatori. Giunse una scavatrice, simile ad un albero assetato e snodato, e distrusse tutto. Non rimase nemmeno un tetto, una pietra. Polvere e silenzio.

Nel villaggio piansero per un mese e batterono i piedi con forza, gridarono, tormentandosi le mani. Niente da fare. Si arrabbiarono. Si unirono facendo muro gli uni con gli altri, sperando nel meglio, ma il meglio non arrivò. Tutto distrutto, le case, la scuola, la piazza, l’osteria, i negozi, i vicoli, tutto per costruire una fabbrica di automobili. Il piazzale della fiera già non esisteva più. Il villaggio si stagliava come un fantasma del passato e i cani uggiolavano dalla fame, senza avanzi da addentare.

Che sciocchezza, le macchine. Antonio quasi piagnucolava dalla rabbia mentre metteva piede in barca. Era diventato difficile vendere il pesce, ma pescarlo seguitava a essere la sua missione, il suo luogo di sopravvivenza, squama dopo squama.

La sua casa non esisteva più. Uno specchio per guardarsi i baffi, i capelli, già non l’aveva più. La gente sempre più taciturna col passare dei giorni, e fuggiva verso altri villaggi, verso altre terre, addirittura fino all’altro lato del mare. Libri rovinati in mezzo alle macerie, vestiti vecchi, fazzoletti di stoffa. La caffettiera. Il portafoglio. Cinque fotografie sul comò.

Vita Breve non cessava di portare pesce, ma ora avanzava, cosa che non era mai successa prima. Antonio non aveva abbastanza mani per tutto quel pesce e una bocca sola poteva fare ben poco.

*

Una mattina, già a casa dopo la pesca, decise che era arrivato il momento di portare i pesci in un altro posto. Pescava per sé e per i vicini, ma gli unici che rimanevano erano i gatti e i gabbiani. I pesci e il suo vecchio corpo, così consumato e triste, scricchiolando come una vecchia barca di legno, marcivano in questo villaggio fantasma. Era tempo di cominciare a esplorare la terraferma, così come aveva scoperto il mare.

Prese una mezza dozzina di pesci, li conservò tra i cubetti di ghiaccio dentro un secchio profondo. Si mise il giaccone. Prese il pacchetto di sigarette, il pane, il formaggio, la pasta di pesce e il berretto della nonna. Disse addio alle rovine della sua casa e voltò le spalle al mare. Tutto era blu, grigio, pieno, muovendosi in avanti e indietro davanti a lui, perdendosi gioco della sua schiena curva.

*

Si era disabituato a camminare, le gambe gli tremavano, i piedi sembravano sassi che ricadevano in terra. I muscoli mordevano le gambe e il corpo si trascinava, con lentezza. Antonio non faceva più caso al fetore del pesce che, passo dopo passo, fuoriusciva dal secchio. La scia che lasciava per strada attraeva, però, i gatti randagi che sbirciavano nell’ombra. Inizialmente li scacciò, imprecò, sputò in aria. Quasi pianse nel pensare agli anni di agitazione, notando il suo fragile scheletro anfibio, tanti anni in attesa del pesce, di venderlo, di prepararlo, di cucinarlo, di mangiarlo. Un uomo quasi pesce. Un pesce quasi uomo.

Uno dei gatti, pelle e ossa, miagolava senza fermarsi. Si avvicinava, con finta timidezza e il miagolio aumentava di volume. Si strusciò sulle gambe di Antonio, strofinandosi sui suoi pantaloni, leccandosi i baffi in preda alla sete e alla fame.

Fosse stato un altro giorno, per quel gatto non ci sarebbe stato niente. Forse una lisca, alla fine. Ma non era un giorno come quelli precedenti e Antonio si accovacciò, prese la testa di un sugarello, congelato per via del freddo dell’acqua mezzo ghiacciata, e la offrì alla bocca del gatto. Che assaporandolo con gusto, si mise in un angolo e iniziò a masticare, senza lasciare una briciola. Gli altri gatti lo seguirono, affilando gli artigli. Antonio sospirò e sorrise.

*

Aveva sete e portò un po’ d’acqua dal secchio alle labbra. Sapeva proprio di mare. Se avesse chiuso gli occhi, gli sarebbe sembrato di oscillare tra le onde, sopravvivendo al mare un’altra volta. Li richiuse con forza, accostandosi a una fermata dell’autobus, come un pezzo di vecchio muschio.

Finì per addormentarsi. Quando si svegliò, notò una donna che cullava la figlia tra le braccia, cantando a voce bassa. La donna lo fissava, apertamente. Devo essere un disastro, pensò. Poi, guardando meglio, a un esame più attento percepì che la donna fissava i pesci che aveva in grembo, non il resto. Né i vestiti, né i baffi arruffati, né i vecchi stivali, né le mani rugose. Solo i pesci.

Lui diede uno sguardo alla creatura in braccio alla donna, una bambina. Non doveva avere più di quattro anni. La donna si agitava, aspettando un segnale, una notizia.

I pesci saltavano dentro al secchio, con il respiro affannoso, e Antonio voleva piangere, ma non ci riusciva. Voleva parlare, ma si sentiva troppo stanco. Voleva parlare, ma si sentiva troppo stanco per farlo e poi le parole le preferiva sempre dette da altri, nelle lingue degli altri. La sua era la lingua dei pesci: il silenzio.

Osservò i suoi compagni e tirò fuori una corvina. La avvolse nella carta e la porse alla donna. Per me? Veramente? La donna strabuzzava gli occhi e il suo viso pallido assumeva un nuovo splendore, di inquietudine e di stupore, come solo le madri sanno fare. Sì, per entrambe. Basta arrostirla sulla brace. Si cuoce in men che non si dica.

Antonio si stirò la schiena il più possibile e riprese la sua strada. Non scambiò più una parola con la donna. Quando si voltò, la bambina lo stava salutando, agitando il suo buffo braccino, felice senza sapere perché. Antonio ricambiò il sorriso, diede un calcio a un vecchio ramo e cominciò a piangere. Piccole gocce gli idratarono il viso. Passarono alcune ore e il giorno più non si prolungava. Era ora di dormire, di trovare una nuova attesa. Antonio arrivò a una vecchia casa disabitata ai piedi della collina e vi si rannicchiò dentro. Non faceva né freddo né caldo, non sapeva come reagire alle fusa del suo ventre, che gemeva per la fame, e chiuse gli occhi nel buio. Cominciò a chiedersi se non si stesse stancando del sapore del pesce. Dell’odore stesso del pesce, del mare antico e lontano. I corvi gracchiavano, annunciando l’alba, e i flutti blu non erano più udibili. Sono lontano da casa, così lontano, pensava.

Senza caffè la testa gli girava. Gli occhi si chiudevano contro la sua volontà. Antonio sapeva che il caffè lo aiutava a svegliarsi. Ne beveva una tazza quotidianamente da quando aveva otto anni. Lo aveva imparato da suo padre. Senza zucchero, forte, caldo. I pesci, con gli occhi aperti, cominciavano a galleggiare nel secchio. Che spreco sarebbe stato lasciarli morire lì, una seconda volta, per mancanza di fuoco. Si ricordò di sua madre, di sua nonna. Immaginò i loro volti nascosti dalla tenerezza tutte le volte che lo tenevano tra le braccia.

Un uomo stava tagliando tronchi di legno fuori dalla capanna. Aveva una maglietta sudata, mezzo strappata e la sua barba era scura. Antonio si raddrizzò, si tolse il segno di sonno dagli occhi e uscì.

Mi chiedevo quando si sarebbe svegliato, amico. Venga. Si serva pure.

Antonio voleva sbadigliare ma rimase stupefatto. Gli doleva tutto il corpo, da cima a piedi. Aveva nostalgia di Vida Breve come mai ne aveva sentita per nessuno e nient’altro. L’uomo, un lustrascarpe, stava andando a trovare la sorella. Sapeva ciò che era accaduto nella terra di Antonio e gli offrì una sigaretta mentre gli raccontava la sua storia preferita. L’uomo parlava senza fermarsi e Antonio aveva ingoiato tutte le uova e già le aveva digerite e l’uomo tirava fuori nuovi argomenti dal nulla. Avrebbe fatto di tutto pur di avere un caffè. Fumava e la sigaretta si sgretolava tra le sue dita. Non allontanava i suoi occhi dal secchio per vedere se il cane del lustrascarpe si avvicinasse ai pesci. Annusò tutto, leccandosi i baffi senza vergogna.

Quando l’uomo si mise in piedi, pronto a proseguire il suo cammino nella direzione opposta, abbracciò Antonio e mise il resto del pacchetto nella tasca della sua camicia.

È per il viaggio, d’accordo? Ad ogni modo devo smettere di fumare, già mi sta rubando anni di vita. Ma risparmi, non è tutto da usare in una volta sola.

Antonio tirò fuori dal secchio un dentice che sembrava dipinto da pietre preziose. Lo incartò e lo porse timidamente all’uomo. Un pesce? Per me? La ringrazio molto, amico. Lo abbracciò nuovamente, con più forza e cominciò a cercare il lucido da scarpe nella sua cassetta. Con gli stivali che brillavano di un nero raro, Antonio fece un respiro profondo, sentì il cuore gonfiarsi nel petto, accese una sigaretta e si avviò per la sua strada.

*

Nel secchio gli restavano due pesci. Ma un uomo dalle scarpe lucide è un uomo nuovo. Le ore scivolavano via e i pesci praticamente non perdevano la freschezza. Fino a poco tempo prima navigavano per mare, scappavano dai pesci più grossi, afferravano il proprio destino grazie alla bussola del banco. Antonio, per la stanchezza, delirava. Sognava di essere lui stesso un pesce, o uno squalo. Forse una pinna fluttuante. Una onda che divorava tutte le specie. Una rete che si immergeva e afferrasse i più carnosi con sé.

Si ricordò della prima volta che era stato sballottato nel Vita Breve. Di come sua madre gli aveva steso le braccia e i suoi capelli, così stretti sulla nuca, erano sembrati una corona di fiori. La nonna gli aveva preparato un brodo bollente. Lo aveva tenuto in braccio per ore. Gli aveva sussurrato il segreto degli oceani più grandi. Antonio perse la paura del mare quella notte.

Un uomo piange in quelle ore morte, quando gli manca la madre, quando ha nostalgia di quando non aveva i baffi, senza dolori nelle ossa, né denti che stridono per la fame. Quando gli manca il suo silenzio, la geometria della pietra e del legno. Quando gli manca la casa. Il materasso. Le cornici mancanti nelle pareti. Il suo boccale preferito. Lo stuoino all’ingresso, sfilacciato ai bordi. I vicini e i clienti più fedeli, in attesa del suo pescato, il suo tesoro. Lo scampanio della cappella. I tamburi della processione.

Si era lasciato alle spalle le ombre e i fantasmi. Doveva arruolarsi per una nuova avventura. Un’avventura sulla terraferma. Senza barche, reti o spine.

Finalmente, come chi non si aspetta nulla, arrivò in un nuovo villaggio. Non era mai stato così lontano da casa prima d’ora, è vero, per questo tutto era inaspettato e strano. Il villaggio era piccolo, discreto al mattino. Uno sciame di persone. C’erano due bambini che facevano girare la corda e saltavano a tempo, molti cani, una venditrice di dolci. Dai camini usciva fumo grigio e l’aria odorava di legna verde. Si giocava a carte sui gradini assolati.

Al centro del sagrato, lontano dal trambusto infantile, una donna cantava. Davanti a lei c’era un cappello con dentro delle monete con una patina di verderame. Antonio rimase stupito e posò il secchio a terra. Bagnò con le dita i baffi nell’acqua del pesce e si sedette a terra, piegato come uno scoglio. La donna cantava a occhi chiusi, ma era impossibile non notare la sua presenza. La piazza era vuota. Solo un cane abbaiava in lontananza. Portava con sé il profumo del mare.

La donna aprì gli occhi quando terminò la canzone. Antonio non aveva spiccioli, solo banconote, e non voleva darli a una sconosciuta. Non sapeva cosa lo aspettasse ed era prudente con le sue azioni. Si teneva le mani, staccando squame sperse, battendo le suole degli stivali sul pavimento, pensando di accendere un’altra sigaretta, di ingannare la paura. La donna si avvicinò. Il suo viso era leggermente arrossato dal sole. Gli zigomi erano vibranti, senza età.

A quanto pare ho uno spettatore. Tu vieni da fuori, vero? Antonio, che non parlava mai, volle raccontarle tutta la sua vita. Raccontarle dei pesci, delle cicatrici, di come il limone si sposa con il sugarello e le patate, con la buccia, cadono sugli spicchi di aglio. Volle raccontarle delle donne che scapparono da lui per paura del suo destino, dei gatti che gli erano morti, di come sua nonna gli avesse insegnato a immergersi e sua madre a pescare. Voleva confessarle che aveva bisogno di un caffè appena macinato, caldo, scuro, sobrio. Che la sua astinenza dal mare era la sua morte. Gli occhi di due colori come suo padre. I suoi quaderni di scuola, con le poesie di aritmetica e le piccole scuole di pesci disegnati sopra. Volle dormire, proprio lì, al centro della piazza. Senza vergogna, come un bambino. Senza paura, come un bambino. Sì, vengo da fuori.

Cenarono insieme e Antonio si leccò le dita. Pollo fatto in casa e vino rosso. Pane nero. Olive, lupini, fichi, datteri. Altro vino. Il giorno dopo, arrostì i due pesci mancanti, le spigole. Lavorò molto sul fuoco e l’acqua nelle squame si asciugò, i pesci si seccarono e furono inghiottiti con un piacere che sembrava impossibile, disumano. Si leccarono entrambi le dita.

La donna era stata a sentirlo. Lo aveva ascoltato a lungo e con pazienza, senza interromperlo. Antonio aveva svuotato il suo secchio e aveva disposto il suo corpo, lentamente, su una sedia. Le sue mani profumavano di rose e di miele. I cani volevano leccarlo e lui li lasciava fare. Sorrise a lungo, senza rendersene conto. La donna sostenne il suo sguardo. Mentre lei si voltava di spalle e canticchiava, Antonio seguiva l’incantesimo, mordendosi la mascella a ogni tono della voce. Infine, beveva il suo caffè caldo. Lo teneva davanti alle fiamme. Ricordò la casa distrutta, rimpianse di non aver portato con sé le ferite sulla schiena, i cappotti, le cinture, le scatole vuote e la polvere, sempre la polvere. Fumò una sigaretta nuova, di una marca sconosciuta, e si addormentò per ore e ore.

*

Passarono i giorni. Poi, passarono le settimane. Antonio si fermò e riposò le gambe lì. Si lasciò andare, come si dice, come un uccello che viaggia attraverso le primavere del mondo. Giocava con i bambini, i gatti e i cani. Tagliava la legna. Si grattava i baffi, scoteva i tappeti, spazzava le scale, vendeva giornali, lustrava cinture e affilava coltelli. Fece di tutto. Non pescò mai più. Il suo corpo si rigenerò. Non mangiò più pesce, non ne percepì più l’odore acre e salato. Si addormentava al tramonto, come la lancetta di un orologio, e aveva perso la paura della terraferma, del verde, del marrone e del giallo oro. Le sue gambe gli si ringiovanivano.

Non hai paura di non tornare al mare? La donna lo fissava. Gli occhi non battevano ciglio, non perdevano una virgola. Il fuoco crepitava e interrompeva i suoi pensieri. Mi basta avere una bocca, delle mani, dei piedi e che il resto tenga duro. Il mare restò laggiù, indietro. Puntava con decisione il braccio verso la nuca. Sarà sempre al di là, indietro. E ora devo continuare ad andare avanti. La vita è breve e non è affare di nessuno.

Il richiamo del fornaio, fuori dalla finestra, annunciava che era ora di iniziare a preparare il pranzo.

Antonio si alzò e cominciò a mettere due piatti sul tavolo. I suoi baffi erano puliti e il suo colletto odorava di cenere. Due forchette. Due bicchieri. Il doppio ritmo dell’eco degli oggetti. Sorrise e la brezza calda gli sibilò accanto e lui non lo notò nemmeno.

Note:

Maddalena Pierini, 25 anni, nata ad Assisi, ha sempre coltivato le lingue tra i suoi vari interessi. All’Università degli studi di Perugia ha conseguito un titolo triennale in Lingue e Culture Straniere a pieni voti in russo e portoghese. Durante un soggiorno di studio a Lisbona nell’àmbito del programma Erasmus, ha approfondito le sue  competenze della lingua portoghese. Al momento è alla fine di una Laurea magistrale presso l’Università degli Studi della Tuscia, corso di Lingue e Culture per la Comunicazione Internazionale. Ha partecipato alla traduzione dal portoghese all’italiano di Lucidez “Lucidità” di Ricardo Marques, pubblicata per la collana Pedro Hispano, Edizioni Sette città.