Tra la mia bocca e il tuo ascolto, Danielle Duque Baracho
Racconto vincitore Premio Energheia Portogallo 2025
Traduzione di Luca Fazzini
E se la lingua potesse dire che ama,
E se la lingua potesse mostrare che fa l’amore,
E se potessimo vedere il suo corpo di zingara,
Che cosa direbbe lei all’ottusità umana
di chi rettifica?
La sessualità della mia lingua è straniera. Tra il cosmo del sostantivo e le muraglie del verbo, essa irrompe e fa l’amore come i Neandertal. Ostinata e post-storica, ora si fa donna dal grembo colmo, ora si fa grave e testosteronica. E se nella lingua portoghese la “a” indossa una gonna attillata, talvolta, i suoi baffi restano incolti. Istintivamente, infrange tutte le frontiere morfologiche del genere, come una povera creatura che lotta per la sopravvivenza. Non so se la dannata sia bestia, prostituta, uomo o lupo mannaro, ma la mia lingua, nella sordità di questo limbo, non smette di far rumore. E poco importa ciò che sia. Vediamo, allora, che cosa dice.
È stato dopo essermene andata di casa che ho iniziato a fare attenzione alla mia lingua. Ho deciso di partire per una ragione infima che non viene il caso di dire, perché semplicemente non posso. Non posso dirlo così. Appena atterrata sull’altra sponda dell’Atlantico, mi sono imbattuta nella strana sensazione di avere corpo e mente separati da un oceano. Abbandonare Bahia faceva affiorare il sentimento di perdere anche me stessa. Come avrei potuto, io… spezzarmi? Da allora, ciò che ne seguì fu una sorta di magnetismo — se non nella lingua, nella terra — che mi faceva sempre tornare, fosse per le mie nostalgie, fosse per i miei sogni nelle notti inquiete. È stato dopo essermene andata che mi sono accorta di ciò che portavo qui dentro.
Mi è sempre piaciuto arrampicarmi sull’anacardio del cortile di mia nonna. Eppure ho sempre detestato il suo frutto. Quel sapore costrittivo e asciutto in bocca, che intorpidisce e blocca la lingua. Ero sicura che niente dovrebbe mai inchiodare la lingua di nessuno. Punto. Ma c’era un mistero — se non nel frutto, nel ventre stesso di quell’anacardio — che mi spingeva sempre a salire più in alto.
— Scendi da lì, bambina, e vai a sistemarti, che il cibo è in tavola.
Lei mi guardava con quegli occhi a mandorla, i capelli inariditi dal sole, il tono di voce falsamente aspro, dietro cui si dissimulava tutta la sua tenerezza. Aveva l’abitudine di strappare un fiore e di infilarlarselo dietro un orecchio. Avvolgeva i capelli attorno al fiore, come se fingesse di coltivare steli sul cuoio capelluto. Le allamande erano le sue preferite.
Come un’ancora che pende verso la terra, la sua voce interrompeva le mie reminiscenze. Scendevo controvoglia, quasi borbottando che avevo fame d’altro, ma non lasciavo sfuggire alcuna parola dalla bocca. Le custodivo tutte in un luogo di cui ignoravo l’esistenza, um luogo interiore, nel caso in cui avessi avuto bisogno riprenderle. Eppure, la verità è che, fin dagli otto anni, intuivo che il silenzio possiede una forza che parla. Tacevo con la stessa pretesa e la stessa ribellione di chi grida ai quattro venti.
La nostra casa era vicino al mare. O meglio: se mio padre dice che il mare è la nostra casa, allora quella struttura di cemento che con tanta benevolenza ci accoglieva sorgeva accanto alla nostra dimora. Tutte le estati passavamo l’intera mattina in spiaggia. Tornavamo per pranzare e poi ancora in spiaggia. Rientravamo infine solo per dormire. E poi era di nuovo mattino, e poi di nuovo notte: tempo di tornare.
Io, lei, mio padre e altri bambini sconosciuti scavavamo buche per nascondere i nostri corpi sotto la sabbia. Strano gioco infantile. Che direbbe un adulto di una simile aspirazione giovanile, se lo si chiamasse a nascondersi sotto terra?
Una volta sepolti, chiedevamo aiuto. Quando eravamo liberi, correvamo disperatamente verso il mare, con l’ansia di lavare il corpo e togliere i microscopici granelli di sabbia rimasti attaccati, ma che non avrebbero dovuto esserci. Il fastidio di fronte all’ostinazione di ciò che insiste a restare. C’era, nascosta nell’incoerenza di quegli istanti, una sublime visione di volo: la sensazione di perdita del limite. Nulla esisteva oltre il presente, sul punto di simulare l’immobilità. Soccombeva il desiderio infantile della trasgressione.
Cadevamo nel mare, abituando i nostri corpi a nuovi sensi. Non avevamo nulla, e pensavamo di avere il mondo come una biglia nei palmi piccoli delle nostre mani. Non sospettavamo nemmeno quanto ancora avremmo dovuto perdere per poter guadagnare qualcosa di duraturo in questa vita. L’onda arrivava e interrompeva tutti i tentativi spensierati di dialogo. 1 2 3 e blululsuuai. Il mare imponeva la forza del silenzio, come un insegnante che guarda negli occhi, scuote la testa e ammonisce sui codici di una buona comunicazione. Noi, che volevamo liberare i nostri corpi dalla prigione di sabbia, cadevamo nella trappola di lasciarli di nuovo, all’improvviso, immersi.
Lei mi diceva sempre di non aprire gli occhi sott’acqua. Ti bruceranno gli occhi. Automaticamente, le mie orecchie di bambina traducevano quelle parole in un consiglio seducente: apri gli occhi, o domani potrebbe essere troppo tardi. Gli occhi bruciavano. Ma io vedevo il silenzio che abitava sotto il mare.
Tornavo in superficie in cerca di aria pura. Accanto a me, sconosciute gridavano centinaia di onomatopee incomprensibili. Possibile che non avessero mai sentito il silenzio? Le onde si infrangevano sul mare. La schiuma inghiottiva la sabbia. È possibile che queste bambine…? L’onda. Il sole sulle nostre teste riversava calore. Sentivo l’aria andare e venire dai miei polmoni, uno dei sapori migliori del mondo. La paura, la vulnerabilità e il disordine di quelle grida mi davano, così, il solletico. No, in realtà, era il desiderio di scomparire. Aggrottavo le sopracciglia e scendevo rannicchiata come una creatura che vuole immergersi nel proprio bozzolo.
Ricordo che Laura, la più irrequieta tra di noi, si immergeva per venirmi a dire qualche frase leggera, astuta e urgente, che non poteva attendere la fine dei miei trenta secondi di apnea e solitudine. Cercava di parlare sott’acqua, ma il mare imponeva, non più il silenzio, bensì il rumore nella comunicazione. Così Laura si ritrovava a fare gesti liquidi, guidata dalle correnti del mare. Come un polpo maldestro che tenta di vincere la robustezza delle acque e del tempo.
Ma da quando scesi dall’anacardio verso il mare, nessuna parola uscì più dalla mia bocca. Quel giorno, nessun gesto, nessun suono, nessun mormorio, nessuna vibrazione delle corde vocali, nessun nodo alla gola fu capace di interrompere l’insistenza della mia muta.
Fu in quel giorno, tra l’anacardio, lei e il mare, che, silenziosamente, scoprii il potere della parola.
Dieci anni dopo avrei sorvolato l’Atlantico. «Attraccare a Lisbona comporterà molti disordini d’alta marea», fantasticavo sottovoce. Per andare avanti, avrei avuto finalmente bisogno di fare due passi indietro, proprio come un’onda nasce prima di infrangersi. Durante la traversata, ripetevo disperatamente il mantra che si svuotava di senso ogni volta che mi ritrovavo a invocarlo ancora: nulla al mondo vale la mia disperazione. Era ciò che lei mi diceva sempre. Portai con me quelle parole, mettendo in valigia soltanto l’essenziale.
La prima volta che misi piede in una terra che non era mia – assumendo la ridicola fallacia di poter possedere un suolo – capii che il mio pellegrinaggio sarebbe cominciato dalla bocca. Si comincia dicendo good morning, presupponendo che certe orecchie siano forestiere. Ed eccomi lì, a cercare di attorcigliare la lingua per espellere una consonante liquida che la loquacità nordestina non mi aveva mai insegnato. Magari le parole si potessero bere così: in modo insipido e ordinario. Magari. Ma nella língua c’è una corrente che non concede calma alla comprensione.
A un certo punto si accorgono che condivido la loro stessa lingua. La mia patria è la lingua portoghese, fu ciò che una volta sentii dire da un uomo alle lezioni di letteratura, o forse di filosofia. Lo ripetei, pur senza sapere esattamente cosa fosse una patria. Ma il fatto è che, quando se ne accorgono, come in flagrante, o mi spunta un accento forzato, oppure le sopracciglia compiono quel gesto furtivo, intraducibile nel linguaggio verbale. Si arcuano e ritornano — in fretta — al loro posto, fingendo inerzia. Quegli occhi afoni mi fissano, giudicando la melodia della mia voce. Avrò stonato?
Eppure io amo nella stessa lingua. Io prego lo stesso Dio.
Il problema è che la lingua, per quanto simile possa sembrare, è sempre un’altra. Ogni palato porta con sé i propri disorientamenti che conducono allo scarto dalla norma. Da bambina, lei diceva sempre che era filiz. All’inizio immaginai che potesse trattarsi di uno stadio della felicità, e io, ancora piccola, non avevo sorriso abbastanza per poterlo sperimentare. Finché non sentii la mia insegnante di grammatica dire che era sbagliato. La forma corretta era feliz. Il bello è che lei, condannata dall’errore, sorrideva sempre di più, chiacchierava di più, diceva di più. Credo che la sua bocca, socchiusa, fosse troppo piena per preoccuparsi di pedanterie grammaticali. E così, inventò un sentimento genuino, che per me resterà sempre estraneo. La maestra mi disimparò la potenza della lingua. Un disaccordo ortografico.
Andavo a comprare il bolo de caco e mi insultavano chiamandomi rapariga (1). In ogni interazione, dialoghi tratteggiati di forestierismi. Ho imparato a diffidare delle parole, a prevedermi i travestimenti, ad ascoltare il suono cavo tra le lettere. Ogni frase, un ventre da cui discende una nuova lingua. È per questo che la lingua fa l’amore ovunque passi, in cerca di un silenzio fertile in cui possa attecchire un nuovo figlio. Danza come una zingara. Si regge in piedi a forza di neologismi — alcuni più costosi di altri. Ma con lo stesso filo con cui la lingua procrea, si attorcigli anche come un’allamanda tra i capelli, si affila, ferisce, sanguina e fa sanguinare. Seno di madre il cui latte si rapprende.
L’atto di parlare diventa uno iato.
Un uomo mi urla per strada dicendomi che parlo troppo e, come se non bastasse, parlo anche male. ‘Sta brasiliana, protesta. Io mi soffermo sulla persistenza della sua colonizzazione. La sua lingua-pugnale lacera la mia carne, la freccia del suo sguardo invade la mia terra fertile. Al di fuori dei miei confini geografici, pensai a come tentino di occuparci attraverso il corpo, attraverso la lingua, attraverso il corpo della lingua e tramite tutte le fessure che esistono tra la materia e l’invisibile. Pensai alla forza di quell’aggettivo dimostrativo. Io, ‘sta brasiliana. Un atto, parlo. Un atto mancato nel tentativo di abbattermi. Mi sento tradita dalla lingua. Ospitalità e ostilità hanno la stessa radice etimológica.
Quante crasi mancano nelle mie a affinché riconoscano che il genere è storto?
Il mare. La mer.
Il sale. La sal.
Non sa che io ho sempre ascoltato il silenzio del mare?
Ho dovuto rallentare… per tradurre ciò gli occhi dicono.
Ho dovuto attraversare un oceano per accordarmi alle curve della mia lingua. Io non sono di qui. Da lontano, ho potuto sentire meglio i vizi linguistici del Nordest brasiliano. All’improvviso, mi torna in mente quella malemolenza nel pronunciare le occlusive. Parole che, come sabbia attaccata al corpo, insistono a restare. A volte, quando il sole tramonta e la strada tace, sento il canto lento dell’oxente. Sono forse ore per sentire voci? Scendi da lì, bambina. Il silenzio. Il berimbau. La preghiera. I suoni che riecheggiano dall’incomunicabilità. Da vicino, appoggio la testa sulla spalla come chi si china per ascoltare il mare nascosto dentro una conchiglia. Sento sapore di anacardio, odore di allamanda. Cosa direbbe lei, se potessi sentirla?
Attraverso la pelle di questa parola: saudade.
Io rispetto il silenzio.
Io, traditrice, porto un ammasso di verbi affilati sulla punta della lingua, colti in cima all’anacardio, affinché ogni volta che mi ordinano di tacere io possa scagliare un amalgama di frasi incomprensibili, che si lascino a malapena udire e subito dopo si dissolvano nell’aria.
Da lassù, in cima all’anacardio, sussurravo, quasi in silenzio, al ritmo del mare: nulla al mondo vale la mia disperazione.
Tra la mia bocca e le loro orecchie, le intemperie.
Dal mio grido rimbombante, l’incapacità di comprendere.
Nota
1 Nel portoghese parlato in Brasile, rapariga può significare prostituta, mentre nel portoghese europeo traduce semplicemente ragazza.




























