Prova della dimora finale, Joana Filipa Sá Figueiredo Ascensão
Menzione Premio Energheia Portogallo 2025
Traduzione a cura di Maddalena Pierini
La leggerezza della prima notte trascorsa nella nuova casa non poteva che essere un buon segno. L’incubo ricorrente, che lo tormentava da decenni, questa volta non si era intromesso, permettendo al sonno la stravaganza di fluire in un’unica seduta. Quasi si ricordò la sensazione di dormire quando si era giovani, quando la notte era solo un blackout di otto ore ininterrotte, invece dell’angoscia di un cervello in lotta con se stesso.
Forse perché l’ansia aveva consumato le poche energie che gli restavano, non gli sembrò strano il silenzio dell’alba né il rumore delle persone al mattino. Solo il materasso di sempre gli sembrò esageratamente gonfio per le dimensioni della stanza, soprattutto quando si alzò, con l’insicurezza di chi ancora non conosce le coordinate dei propri passi.
Era consapevole che ci sarebbe voluto del tempo prima di entrare nella casa e riconoscerla come sua, dopo più di mezzo secolo trascorso a scrivere lo stesso indirizzo. A suo favore c’era il fatto di aver portato con sé parte dell’arredamento della vecchia casa. Almeno quello che era riuscito a portare perché, nonostante le chiacchiere dell’agente immobiliare, sarebbe stato esagerato definirla grande. Era raccolta. Dotata di poche stanze, anche se ampie e con soffitti alti, tipici degli edifici antichi. Chi la vedeva dall’esterno non avrebbe immaginato tanta modernità. Pareti bianchissime, pavimento flottante grigio, finestre esposte a sud, verso il cimitero, che diffondevano luce tutto il giorno, e riscaldamento centralizzato, utile per zittire le lamentele delle ossa in inverno.
Il primo giorno si concesse di uscire di casa più tardi per prendere il caffè e comprare il pane. Avvolto in un impermeabile beige, scese per strada senza che nessuno potesse immaginare che fosse nuovo nel quartiere ed entrò nella pasticceria della piazza come un cliente abituale. Chiese tre panini di mistura da portare via e un caffè da bere lì, perché il caffè è buono solo se bollente. Sfogliò il giornale sul tavolo, ma abbandonò presto la cronaca nazionale. Aveva fame, e nessuno dei migliaia di panini della pasticceria che aveva assaggiato nei 77 anni che aveva vissuto fin allora aveva superato la colazione che, con cura, preparava ogni giorno a casa: una fetta sottilissima di requeijão bagnata dal più puro miele di lavanda selvatica.
Salì lungo la strada ancora bagnata dalla rugiada mattutina, notando le toppe sul marciapiede e la vecchiaia delle facciate. E quando arrivò a casa, mentre osservava la sagoma dei mobili di sempre che si inserivano nelle nuove pareti, con i libri nello stesso ordine, il giradischi e la collezione di posacenere dei tempi in cui fumava, sentì suonare il campanello. Era una donna sorridente, che sembrava esperta nell’arte dei fornelli, con un mazzetto di coriandolo avvolto in carta stagnola. «Manuela, piacere. Abito al 1° piano a destra. Sono venuta a darle il benvenuto e a dirle di non spaventarsi per il cimitero». Lui non la invitò a entrare. Rimase in silenzio e poi la ringraziò, colto di sorpresa. «Non mi spaventa. Mi sono trasferito qui per vedere se riesco ad abituarmi alla morte». La donna gli restituì un sorriso forzato. Avrebbe trovato la battuta di cattivo gusto e salutò il vicino di fronte senza dire molto, tradita, nello sguardo, da un pizzico di giudizio di fronte alla sfacciataggine di Jeremias.
Si pentì subito della sincerità delle sue parole. Non sapeva perché, ma ultimamente era diventata sempre più evidente la sua mancanza di abilità nel conversare. Forse era mancanza di pratica. Forse la vecchiaia gli consumava la pazienza per i giri di parole e gli eufemismi.
Quando era giovane e attraversava il Paese in lungo e in largo alla guida dei treni della CP1, trascorreva anche lunghi periodi, ore e ore, senza parlare con nessuno. Di tanto in tanto arrivava il controllore per commentare l’eleganza di una passeggera o per chiedergli consigli su dove spizzicare qualcosa alla fermata successiva. Non gli mancava mai qualcosa da dire. Anche senza distogliere lo sguardo dai binari, sosteneva la conversazione senza che ciò richiedesse uno sforzo consapevole. Solo nelle terre d’oltremare, in Angola, ricorda di non aver trovato le parole. Solo spari, invece di parole. Doveva sparare, non c’era altro da fare. Ma l’immagine di uccidere i turras 2 nel buio totale, senza nemmeno riuscire a vedere i loro volti, ancora invade i suoi sogni, una notte sì e una no. A differenza di quelli che ha ucciso con il treno, a cui pensa solo da sveglio, perché li ha uccisi senza volerlo.
Jeremias posò il mazzetto sul bancone. Tolse la carta stagnola e lo mise in un bicchiere d’acqua. Anche se il coriandolo gli aveva sempre lasciato in bocca un sapore di sapone, gli sembrava rispettoso lasciarlo morire di cause naturali. E verso la fine della mattina, scese di nuovo in strada per far visita al cimitero.
Proprio all’ingresso, su una parete macchiata dall’umidità, una targa di marmo mostrava un’iscrizione consumata dal tempo: Rispetto per i morti. Sembrava scritta per chi arrivava da fuori, ma, pensò lui, valeva tanto per i vivi quanto per coloro che entrano e non escono più. Per essere quella la targa di benvenuto, si poteva pensare che quello fosse un luogo austero, più di quanto sembrasse dalla finestra del salotto.
Ma non era così. Aveva un’area ampia e geometrica, con le tombe in fila come gli angoli di un quadrato, alle estremità, e le lapidi allineate per tutto il recinto interno. Tutto lì era un tripudio di silenzio dove il tempo aveva imparato a calmarsi.
Mentre camminava, Jeremias osservava le lapidi: alcune erano consumate, con nomi semicancellati; altre erano pulite e lucide, segno di un recente arrivo nella nuova dimora. Si soffermava sui nomi e lasciava sfuggire sorrisi sbilenchi immaginando le vite che si celavano dietro di essi. Ad esempio, Joaquim Ferreira Corrêa, morto nel 1972, aveva il nome di un ricco brasiliano proprietario di un bordello che sarebbe rimasto deluso dalla Rivoluzione dei Garofani e, per questo, fortunatamente, non era vissuto abbastanza da assistervi. Due lapidi più avanti, su una pietra di marmo nero con lettere dorate, Adelaide Paiva de Carvalho sembrava essere stata governante di una casa con cinque figli e nove domestiche, morta di dolore per aver mancato il funerale del padre per continuare a servire i padroni, una domenica di Pasqua. Pochi metri più avanti, Isaura Pura poteva solo essere morta vergine. Júlio Branco aveva vinto alla lotteria e si era lasciato ingannare da un agente assicurativo.
Fu arrivando in fondo al cimitero, più di un’ora dopo, che si imbatté nella parete dei loculi, allineati con precisione millimetrica, uno sopra l’altro e uno accanto all’altro, come cassette delle lettere. Erano i morti in sospeso. Anche su di essi si vedevano nomi, alcune date, di tanto in tanto una fotografia color seppia sbiadita. Su alcuni dei marmi appariva la scritta Perpetuo. Manuela Pereira Bento era una di queste. Nata nel 1920, morta nel 1999, proprio alle porte del secolo, spiccava per la sua modestia, al numero 22. Senza ornamenti – ma meglio così che avere fiori finti – e, tuttavia, chi l’ha seppellita ha voluto che restasse lì per sempre.
Fu in quell’ordine che Jeremias notò un loculo che stonava: il 59, l’ultimo contando dal basso, della colonna più a destra di quella parete. Non aveva nome, né date. Solo una lapide liscia e opaca e un nastro adesivo che teneva fermo un foglio su cui era scritto Abbandonato. Non era affatto divertente, ma Jeremias trovò quasi poetico che non fosse solo in vita che si sente la mancanza di compagnia. E cominciò a immaginare che non sarebbe stato poi così male essere vicino di casa di Artur Augusto Neto, il numero 58, sul lato sinistro, che, dall’epigrafe ormai sbiadita dove si riusciva ancora a leggere dottore, doveva essere stato un medico in vita; e anche vicino di una francese messa lì in basso nel 1990, Marie Antoinette Morange, al numero 41, con la quale, se non altro, avrebbe avuto argomenti di conversazione su formaggi e champagne e che, chissà, avrebbe potuto chiarirgli un dubbio.
«A voi francesi, il maggio del ’68 è servito a qualcosa? O avete finito tutti per pagare affitti alti come noi?». Il fatto è che, nei giorni seguenti, l’uomo non ha potuto fare a meno di andare al cimitero. Quel luogo dove non si sentiva altro che l’essenziale era diventato parte della routine mattutina. Visita obbligatoria dopo aver bevuto il caffè bollente e comprato il pane di mistura che poi farciva a casa. Ogni giorno, fantasticava sul passato di altre persone e aggiungeva nuovi strati a quelli vecchi. Diede persino un nome a un gatto nero dagli occhi gialli che vagava da quelle parti – Zacarias – e cominciò a notare le abitudini del becchino, un uomo magro, dalla pelle scura, vestito con jeans sempre tinti, al quale aveva preso l’abitudine di rispondere, alla domanda «Ha dormito bene, signor Jeremias?», che mai così bene come quegli abitanti di cui si prendeva cura.
Finché un giorno, deciso a portare con discrezione un panno umido e il detergente per pulire il marmo del numero 59 – poteva essere abbandonato, ma non doveva perdere la dignità – notò che il loculo aveva ricevuto fiori freschi. Un piccolo mazzo di camelie bianche, senza alcun biglietto, era ora appoggiato accanto al foglio su cui era scritto Abbandonato. Jeremias lo guardò con la diffidenza di chi vede un errore in un modulo. E, in un attimo, un’ostinazione si impadronì di lui. Qualcosa lì non quadrava. E non sapeva cosa lo intrigasse di più: se la contraddizione del gesto o se il mistero di chi avesse messo lì i fiori.
La domanda gli rimase impressa nella mente, al punto che non riuscì a evitare di recarsi al cimitero più spesso. Faceva deviazioni di proposito, come chi finge di passare per caso. Arrivava prima, se ne andava più tardi. Faceva domande al becchino.
Arrivò persino a chiedere alla fiorista della strada se per caso non ricordasse di aver venduto un mazzo di camelie, al che lei rispose, guardandolo di traverso: «Signore, vendo camelie più volte al giorno». Guardava il cancello in lontananza. Vergognosamente comprò persino un binocolo per osservare le tombe dalla finestra, come faceva David Attenborough nel programma Vita Selvaggia della BBC. Tutto il resto nella vita aveva smesso di interessargli. Voleva conoscere quella persona, avere il coraggio di chiederle chi fosse quel morto. Capire se, in fin dei conti, l’Abbandonato su carta fosse una questione di prospettiva di chi conosceva solo la burocrazia ma non conosceva i sentimenti. Insomma, sciogliere il nodo con cui, senza volerlo, aveva intrecciato la sua vita. Per giorni ripeté i suoi sforzi, senza alcun segno che lo rincuorasse.
Solo il sabato successivo, dopo aver comprato, come di consueto nei fine settimana, croissant invece del pane di mistura, mettendosi alla finestra con il binocolo, vide una figura femminile alzarsi esattamente in direzione del numero 59. Jeremias lasciò cadere la colazione. Per un secondo o due, tutto il suo corpo tremò, finché un impulso lo spinse a indossare l’impermeabile e a scendere dall’edificio il più rapidamente possibile.
Quando arrivò all’ingresso del cimitero, la donna era già in cima alla strada.
Non le vide il viso. Anche la bocca si bloccò, altrimenti l’avrebbe chiamata da lontano, solo per soddisfare la curiosità.
Salì di nuovo, senza fiato e senza risposta. Rimase un po’ fermo alla finestra, guardando il cimitero, così inanimato che, per la prima volta, gli sembrò avere l’aspetto di una foresta dopo un incendio. Fu allora che tutto si collegò: il sabato, i fiori freschi, il croissant della colazione. Sentì che qualcosa si era ripetuto senza che lui se ne rendesse conto e l’equazione era semplice: la donna veniva tutti i sabati. E lui, che si permetteva di svegliarsi più tardi nei fine settimana, non l’aveva mai incontrata.
Rimase lì per ore, binocolo alla mano, come se cercasse lui stesso una conclusione al sogno ad occhi aperti di quei giorni, desiderando il ritorno a una certa normalità. E, alla fine, gli venne in mente un gesto decisivo. Il venerdì successivo, avrebbe aspettato che il becchino interrompesse la coreografia delle sue faccende per portargli un foglio nuovo, stampato in copisteria, a caratteri cubitali e un rotolo di nastro adesivo in tasca. Una volta lì, avrebbe staccato il vecchio avviso e incollato quello nuovo, con la stessa precisione con cui si gira una sigaretta. Il foglio avrebbe detto solo: Stimato. Jeremias continuò a riflettere sull’idea per alcuni giorni. Ma, col tempo, capì che forse era meglio non sapere chi abitava al numero 59.
Forse il defunto non voleva sapere chi si occupasse della sua lapide. Forse non era nemmeno interessato ai fiori, né alle camelie né ad altri, che sembravano più un invito alle visite. Nessuno gli chiese se desiderasse ricevere visite, così come nessuno chiese a Eça3 se fosse interessato ad entrare, con gli onori di Stato, nel Pantheon Nazionale.
Note
1 CP è l’acronimo di Comboios de Portugal, la compagnia ferroviaria nazionale portoghese, che gestisce i treni passeggeri in Portogallo.
2 Termine dispregiativo attribuito dai militari portoghesi ai combattenti indipendentisti africani durante la guerra coloniale portoghese.
3 José Maria de Eça de Queiroz (1845-1900), è considerato uno dei più importanti scrittori portoghesi di tutti i tempi. Nel gennaio 2021, l’Assemblea della Repubblica concesse gli onori del Pantheon Nazionale alle spoglie mortali dello scrittore, in riconoscimento e omaggio alla sua opera letteraria unica e determinante nella storia della letteratura portoghese.





















