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I racconti del Premio letterario Energheia

Procelle, Dario Palmisano_Messina

Racconto finalista Premio Energheia 2020_XXVI edizionesezione giovani

La sua mente era vuota, priva d’ogni preoccupazione, il volto riluceva dinanzi al sudiciume e spandeva un’accurata consapevolezza del suo stato. La speranza aveva oramai lasciato il suo posto ad un’innata sicurezza: la salvezza divina. Così, quella Folgore accecante, veniva ora sopraffatta dall’incombenza delle tenebre; il grigiore, compagno fedele di quei mesi, riprendeva avidamente il suo scranno, stendendo in ogni dove il suo pietoso manto: intanto trascorreva la notte araba, tra sogni, rimorsi e terrore. I compagni ancora vivi, per volontà d’un Fato spietato, muovevano nevroticamente ogni muscolo in corpo, guidato dall’unico desiderio di ritornare a casa, o forse, per riprendere la vita di tutti i giorni: mentivano spudoratamente a loro stessi, spinti da un realismo troppo connaturato nella classe militare. Il giorno svaniva in quell’ assurda monotonia, scandita dalle ricognizioni nemiche, sempre più accurate ed efficaci. L’elmetto, non più equipaggiamento, ma chiave di quei pensieri assai distorti era scalfito ai lati da intagli sempre meno profondi, accavallati l’un l’altro in modo indistinto. Dinanzi ai loro occhi si distendeva uno sconfinato altopiano, ove neppure la natura più selvaggia osa prendere il controllo: regna soltanto l’assetato eco di un deserto piangente. I loro ventri, saturi d’acqua contaminata e scatolame vario, si contraevano naturalmente, proprio come quel paracadute disperso in mezzo al nulla, sospinto da una lontana brezza. La linea di fuoco era intervallata da solchi più o meno profondi, un paesaggio premonitore, per quanti immedesimarono il passo di Armstrong alcuni anni dopo; gli altri, destinati al vento, si limitavano a denominare le buche, figurandosi uomini d’altro tempo, già Signori di quella terra. Scrutavano la volta celeste, battendosi il petto, su uno straccio di divisa; gli occhi impressi tra le stelle sospiravano ad un Dio assente: avanzava inesorabilmente la rassegnazione morale ma, com’è noto alla natura dell’uomo, persisteva l’istinto, sciolto d’ogni intendimento. Tra di loro perpetrava un’aria diffidente, vecchi rancori e maldicenze invadevano i loro sguardi, tendendo l’etere alla sua massima sopportazione; bastava solo un sibilo per rompere quest’equilibrio, tuttavia le bocche rimanevano serrate, quasi fossero state cucite da una trama ben più profonda, generata da un semplice accesso d’indifferenza. L’anima, sebbene fosse allietata dall’incertezza del futuro, era martoriata da ferite insanabili e ora latitava in qualche meandro del loro corpo, degradata alla condizione originaria di fanghiglia, resa vana l’opera del demiurgo. I loro volti, emaciati, lentamente divenivano traslucidi; come spiriti dannati vivevano la loro esistenza i soldati, navigati in quel mare di procelle.

I : Il risveglio

Sono passati ben tre lustri dal loro ultimo incontro, da militari in servizio, mentre ora si vedono distesi uno accanto all’altro con decorazioni d’ogni sorta. La loro indole, gravata da una condotta peccaminosa, un po’ come il fegato di un alcolista, allunga sempre più i tempi della sua purificazione, intorpidendo la carne nel suo lento risveglio. Quel giorno il cielo si illuminò d’improvviso, accompagnando un tuono fragoroso; quasi di scatto si aprirono le palpebre, riservando loro una visione insperata. Una tunica leggera, candida come le mani del Padre al quale erano stati richiamati, si poggiava delicatamente sui loro corpi nudi, simbolo d’una rinascita volta alla fede e alla commemorazione. Dopo aver preso coscienza si accorsero che le membra, nonostante fossero uniche nella loro integrità, erano continuamente dolenti: infatti le reminiscenze del male che avevano provocato e alle quali erano stati sottoposti li avrebbero per sempre seguiti con accanimento. Si trovavano ancora in quel paese straniero, alieni dei luoghi e delle tradizioni; dinanzi a loro v’era una costruzione imponente, un alto pilone ottagonale di pietra, circondato da bassi cespugli verde intenso, rifiniti con una perizia mirabile. Ai lati di questa torre si dipartivano innumerevoli file di croci, e ognuna affiancata da una lapide in pietra. I nostri soldati riuscivano a guardar oltre la sepoltura ma, contrariamente alle aspettative, videro ossa o addirittura sepolcri vuoti e anonimi: la vista s’aguzzava, ma non riusciva a scorger la fine di quella distesa. Eretti finalmente su quelle gambe che li avevano accompagnati fino alla loro dipartita, s’incamminavano lungo un percorso di ghiaietto grigio, diritto verso l’entrata del tempio. Si fermarono sull’uscio consapevoli che, una volta varcato l’uscio, non sarebbero potuti più tornare indietro: si guardarono sommessamente ed infine entrarono, ignari di incontrare il loro destino…

II: Il tappeto rosso

Il nostro gruppo camminava compatto, sgranando gli occhi dinanzi allo stravagante paesaggio che stava di fronte; infatti v’era un lungo tappeto di velluto rosso che si distendeva diritto, la cui fine era offuscata da una fioca luce in lontananza. Ai lati di quello si disponevano perfetti quadrati di marmo bianco, scanditi da striature metalliche: esse attenuavano l’impressività del tappeto, confondendo la vista nei suoi inganni naturali. Il corridoio era seguito da tramezzi bianchi, cosicché lo spazio fosse diviso in diversi ambienti, ognuno adiacente all’altro, segnalati da una targa in basalto, che pareva stridere all’udito dei prodi. Parimenti l’iscrizione era svanita, non curata, coronata solamente da alcune ragnatele viscose, che si allungavano sino all’adito ligneo, anch’esso divelto. Sui battenti delle porte risaltavano delle macchie profonde che, simili a muffe da marciume, emanavano uno sgradevole sentore di rancido. L’ordinata ressa di quegli spiriti coscienti provò a varcare la soglia, ma una forza esterna impediva loro di penetrare, consentendo solamente di visionare il tesoro celato al suo interno. La grandezza della stanza, dall’esterno, sembrava abbastanza ridotta, tuttavia, dopo aver scorto, tra di loro si originò grande sconcerto. Videro infatti una lavandaia, intenta alla sua consuetudine, con un fazzoletto rosso avvolto sul capo, le guance piene, lo sguardo sfuggente, quasi fosse intimorita da quegli inusuali spettatori. Corpi amorfi, brandelli di mura, case scoperchiate e fiotti di sangue si aprivano dietro di lei e, in quell’ orribile paesaggio, risaltava unicamente la figura di questa donna fuori dal tempo, venuta a trovarsi per caso in mezzo a quel macello. D’un tratto alzò lo sguardo e additò dolcemente uno tra gli astanti; egli, senza nemmeno pensare, si avvicinò a quello specchio immaginario e vi riuscì ad entrare. Sentì subito che il suo corpo aveva ripreso vita, era fulgido e rispondeva fedelmente a tutti gli impulsi motori; era scomparsa anche la veste, sostituita da una livrea grigia e un completo di gabardine. Si guardò disorientato, lanciato in quel macabro teatro che fino a pochi minuti prima aveva a stento riconosciuto.

III: La realtà

Si trattava infatti della sua città natale, un borgo montano di poche migliaia di anime, che lo aveva visto nascere, crescere e morire a distanza. Dopo aver trovato alcuni punti di riferimento, riconobbe la via della sua scuola, prima ampia, linda e con quella caratteristica fragranza di dolci al mattino, proprio quando era solito percorrerla con la sua ragazza. Malgrado la stragrande maggioranza delle costruzioni presenti sul quel viale fossero state distrutte rimaneva, come ultimo simbolo di civiltà, quel bar-biscottificio; ora, però, non emanava quel dolce gusto di tenerezza, ma un aspro sentore di qualche surrogato di caffè, forse orzo o qualcosa di simile. Decise allora di entrare nella locanda, sperando di ritrovare almeno un appiglio con il passato. Dietro un bancone in mogano lucido, bucherellato qua e là per via delle tarme, si trovava un vecchio signore, con dei ciuffetti canuti sulle tempie e un po’ di barba, intento ad asciugare un boccale opaco, mentre guardava con aria triste una foto, mezza ingiallita, incastonata in un quadretto. Non riuscì a distinguere l’immagine, ma sicuramente un primo piano e, fermatosi per un attimo, si risolse a chiamare l’oste, che non si era ancora accorto della sua presenza. Dopo un breve scambio cordiale entrambi furono colti da un improvviso sentimento di angoscia che, divenne ancor più evidente nel momento in cui i loro occhi si incrociarono; il volto rugoso si abbassò mestamente e chiese al nostro soldato cosa desiderasse. La sua risposa fu subitanea, poiché non aspettava altro che svelare la sua identità. Il vecchio sgranò gli occhi e, corto il respiro, si lanciò verso il nostro soldato. Si accanì ferocemente nei suoi confronti, incredulo che fosse proprio il compagno fidato di suo figlio, con il quale era partito proprio per quella spedizione che li aveva portati alla morte. Non riusciva a spiegarsi come fosse possibile ed ogni momento di più gli sorgevano profondi dubbi. Per converso cercava di dare ascolto alla fede che, inevitabilmente, lo condusse ad un’accettazione divina del fatto; in seguito a tali contraddizioni logiche lo accolse benevolmente, chiedendo lo stato della compagnia. Il milite non rispose chiaramente, ma fece capire che gli altri potevano ancora essere vivi, dispersi in chissà quale inferno terreno. La conversazione continuava spedita, ma totalmente basata su mezze risposte e omissioni vicendevoli. Egli capì subito che quell’uomo gli sarebbe potuto essere d’aiuto in futuro, tuttavia ora sentiva che il suo tempo in quello scuro locale era finito; forse sarebbe ritornato nei giorni successivi. Calpestata nuovamente quella nera poltiglia con la suola dello stivale vide una luce verdognola provenire da una finestra del suo vecchio liceo. Avrebbe potuto incorrere in numerosi pericoli, visto lo stato vetusto del palazzo. Ancora ricordava l’ultima aula in fondo a destra, dove aveva vissuto i cinque anni più intensi della sua vita, proprio dove aveva preso coscienza di sé e del mondo circostante. Seduto su uno sgabello verde, con in mano Kant e un bicchiere di vino scadente, risplendeva dall’alto della sua semplicità il professore di filosofia; egli si accorse subito di quel gradito ospite, dacché il riflesso dell’abbottonatura della livrea lo aveva distratto dalla sua accurata analisi. Durante quegli anni il docente aveva rimpianto il suo operato perché, attraverso il suo accorato insegnamento, aveva celebrato i valori del coraggio e della patria: credeva fermamente nell’impegno civile, nel perseguire realisticamente l’obiettivo del bene comune. Ciò, tuttavia, aveva spinto la maggior parte dei suoi adepti a sposare la causa di Stato, portandoli inevitabilmente alla rovina. Mille notti era rimasto immobile dentro quell’aula rimpiangendo i tempi migliori delle sue lezioni, altrettante giornate aveva passato immaginando un futuro diverso insieme ai suoi alunni. Adesso si sentiva inutile per la società, ridotto a infimo essere nella grandezza del creato; la gravosa incudine della responsabilità morale lo aveva oppresso fino alla massima esasperazione. Ogni cosa, però, venne accantonata dinanzi alla visione di quell’uomo, credendo che in fondo, al di là della ragione, esista il baratro del credo, incarnato in quel miracolo vivente. I suoi occhi divennero rossi dall’emozione, il viso, prima tetro, ora rotto dall’ammirazione, pareva essere quello di un padre verso il proprio figlio, un’affezione ben più grande della stima, che gli gonfiava il petto con vero orgoglio. Le loro braccia si unirono perfettamente: un corpo solo tra due anime. Durante quel lungo silenzio fermentò la necessità da parte del militare di chiedere aiuto al suo mentore; chiese notizie riguardo la sua famiglia, se ancora ne esistesse una minima traccia e allora fu grande l’affettazione del filosofo che, riprese le sue antiche fattezze da uomo integerrimo, prese il suo cappello e si diresse fuori dall’edificio.

IV: Memorie

Senza pronunciare nemmeno una parola l’uomo occhialuto camminò per una decina di minuti, giungendo dunque dinanzi a numerose macerie. Esse si trovavano ad angolo con un giardinetto, dove erano seduti alcuni anziani e, proprio in quel luogo il soldato vi riconobbe il nido, nel quale aveva passato la sua intera esistenza. Fermandosi all’entrata, o quanto ne rimaneva, contemplò quelle mura abbattute con gioia immensa proveniente dal cuore, poiché finalmente era ritornato a casa, nonostante questa fosse completamente rasa al suolo. I suoi genitori se ne erano andati un paio di mesi dopo la notizia della sua morte al fronte, ma i loro corpi, sulla base delle informazioni da parte del docente, non erano mai stati ritrovati. Il militare però, sentiva che una parte della sua mente era ottenebrata e, per tale ragione, aveva sempre l’impressioni di tralasciare qualcosa della massima importanza. Il professore , percependo una sorta di insofferenza da parte del suo allievo decise di allontanarsi per un po’, cosicché il militare potesse trovar sollievo nella meditazione. Infatti egli si avvinghiò sulle macerie con ardore, scavando a mani nude tra i detriti, vanamente, giacché il tempo e gli sciacalli avevano portato via ogni mobilia e oggettistica. Parimenti si ricordò che sua madre era solita, specialmente negli ultimi tempi di magra e terrore, nascondere scorte e beni d’ogni genere sotto una botola quadrangolare, posta nell’assito della camera padronale. Scavò pressappoco in quel punto e, grazie a quell’intuizione, vi trovò una scatola colorata, proprio uguale a quella dei suoi biscotti preferiti da bambino. Al suo interno era posto in evidenza un bigliettino grigio sul quale v’ era scritto:” Signore giungo a te con la consapevolezza che un giorno mio figlio possa ritornare da me”. Iniziò allora a ridere fortemente e, contorcendosi su se stesso, esclamò la sua gioia al cielo: la lungimiranza era stata sempre una qualità di sua madre e questa volta poteva davvero essere determinante per il suo prosieguo. In seguito rovistò sul fondo della “cassaforte” e vi trovò una risma confusa di carte; tra titoli di stato, obbligazioni e buoni postali c’erano alcune lettere. Erano scritte liberamente, accorate e scherzose in alcuni punti; non poteva certamente trattarsi di un adulto, dacché anche la calligrafia era decisamente acerba.

V: La dama bianca

D’un tratto ebbe un sussulto e il suo volto divenne ceruleo, come mai lo era stato. Aveva finalmente sciolto il suo dubbio: rimembrò di aver avuto, un tempo, un figlio; purtroppo non ne ricordava le fattezze, ma ebbe l’impressione di sapere che, in fondo, lo aveva davvero amato. La sua mente iniziò a fermentare, contorti ragionamenti gli invadevano l’ipotalamo, senza lasciarlo, però, al godimento della sua scoperta. Agguantò con fervore le carte e si diresse all’esterno, ove, già da un po’di tempo, regnava uno strano silenzio, dacché il professore era stato richiamato da quella sua opprimente mania. Durante la permanenza tra i suoi affetti il Padre aveva perso completamente la concezione del tempo e, al momento della sua uscita, era già calata una notte umida e ventosa. Pensò dunque ad un luogo dove poter passare la notte e si risolse chiedendo aiuto al barista; infatti, prima del conflitto, il vecchio usava arrotondare le sue entrate abbinando il vitto all’alloggio, giacché l’edificio adiacente al ritrovo apparteneva alla sua famiglia. L’ uomo, tuttavia, passava da molti anni notti in un solitario terrore e di conseguenza venne sollevato dalla richiesta del suo protetto. Dopo aver consumato una magra cena i due uomini spostarono nelle stanze antistanti il laboratorio; quivi v’era una brandina imbottita di paglia e sabbia. Sebbene quel giaciglio non offrisse un comodo riposo il soldato rispose con un sorriso genuino, simile a quello di un bambino infiacchito da un lungo viaggio. Egli non fece parola né dell’incontro, né delle lettere e, ringraziando ancora una volta l’anfitrione, si addormentò nel giro di dieci minuti. La notte trascorse tranquilla, quando gli parve di svegliarsi, ma il paesaggio in cui si trovava ora oltrepassava ogni limite d’immaginazione: la consistenza dell’aria, assai greve e incombente, faceva da teatro ad uno scenario mistico. Una dama, velata di bianco, lo indicava dolcemente, mostrandogli una nuvola distorta, sulla quale prese forma un corpo esile, dal viso puerile e occhi orgogliosi: la sua unica eredità; poi tutto svanì cosi come era comparso. Aveva sudato molto e una forte emicrania, ma era sicuro di ciò che avrebbe fatto nelle ore successive. Il sole già splendeva ad un quarto della sua altezza. Si guardò compito allo specchio con sorriso stampato e carisma da vendere e, subito dopo essersi sistemato di tutto punto, uscì dal suo alloggio, diritto verso il proprio destino. Adesso desiderava unicamente rivedere suo figlio, senza che alcun impedimento lo ostacolasse al fine del suo obiettivo. Doveva affidarsi a quella visione, munito di tanta perseveranza e poche risorse ma, com’è noto, “Amor omnia vincit”, cosicchè una sicurezza innata gli pervadeva le viscere in profondità. Decise dunque di chiedere in giro notizie riguardo la sorte dei suoi cari, tuttavia ebbe un riscontro talmente negativo da abbatterlo sommessamente, affievolendo pian piano le sue speranze.

VI: L’unica strada

Il tempo scorreva inesorabilmente e la ricerca, non avendo delle basi solide, era stata condotta avanzando ipotesi e castelli di carta che, talora si dimostravano infondate o inverosimili. I superstiti dei villaggi nel circondario, spinti a parlare, offrirono testimonianze e versioni differenti sulla fine di suo figlio; taluni lo vedevano volontario in guerra per seguire le orme del padre, talaltri rifugiato in qualche Paese straniero, magari sfruttato ed emarginato. Per converso il soldato, sebbene fosse continuamente arso dal rimorso della sua mancanza in qualità di genitore, era convinto che il suo “piccolo” fosse ancora vivo, dacché lo aveva rigidamente istruito a suon di sferzate d’onore e patria. Dopo aver passato una mattinata tra risposte impertinenti e vecchie scartoffie dell’archivio storico si ristorò in compagnia del locandiere; il pranzo, scarso come sempre, procedeva tranquillamente, quando il vecchio si pronunciò tentennante, affermando di sapere dove si trovava il giovane. Tutto apparve assai strano e il soldato rimase attonito dinanzi a quella scoperta, lasciando da parte il rancore o la stizza per non averlo saputo prima. L’oste proseguì dicendo che l’antro nel quale s’era rinchiuso da ormai molti anni il ragazzo ,non era molto distante dal borgo, tuttavia si trovava oltre una selva attraversata da mine antiuomo. V’era un ulteriore ostacolo, poiché l’inverno si avvicinava e proprio in quei giorni stava imperversando una potente bufera di neve e ghiaccio. Ogni suo dubbio era stato soluto, bastava solamente raggiungere la “spelonca della salvezza” per liberare le sue arterie, ostruite da troppo tempo, per via d’un gelido senso di insoddisfazione. Eclissò il sole e, quella sera, anche il professore si aggiunse al magro banchetto. Alzarono i boccali al cielo, ponendo la fiducia l’uno nell’altro, spinti dall’attaccamento filiale alla vita tipico di tutti gli uomini: fissarono il giorno della spedizione alla settimana successiva, intanto avrebbero cercato di raccogliere quanto più possibile per la partenza, specialmente dei pastrani. L’attesa divorò velocemente le giornate, sempre più frammentate e in funzione del viaggio che, secondo le indicazioni del vecchio, sarebbe dovuto durare circa due giorni di cammino. Arrivò quel mattino e la masnada partì all’alba, senza lasciare alcuna traccia del loro allontanamento; a metà giornata il cielo incominciò ad incupirsi ed il vento a spirare forte, tanto da muovere ordinatamente le fronde degli alberi, allineati in quella distesa bianca. I tre si fermarono e corazzarono il vestiario per affrontare l’imminente gelata: il professore distribuì fogli sottili di cartone da integrare nell’imbottitura del cappotto, mentre il soldato applicò ad ognuno dei suoi compagni delle toppe sui cappelli, ora dissimili a guance d’un clown. Il vecchio, dal conto suo, sembrava sopportare quel clima, mostrando indifferenza verso le misure di protezione apportate dai due. Il cammino proseguiva diritto, sempre più cupo dinanzi ai loro occhi: la foresta, infatti, diveniva man mano più fitta e ristretta. Erano già passate circa dieci ore di marcia costante, ma il gruppo non demordeva, rimanendo compatto; intanto il paesaggio era cambiato, facendo luogo ad un’ambientazione fatata, scenario una volta di un ardito conflitto tra gli eserciti. Qua e là giacevano camionette mezze distrutte, armi ossidate e piastrine in quantità, per tutti i gradi, le altezze e l’età. L’occhio era distratto e il passo, abituato al terreno, proseguiva indipendente: fu quello il momento fatale. Il professore aveva calcato lievemente qualcosa che, a sua volta, aveva risposto alla pressione con un sordo schiocco; non fecero in tempo nemmeno a voltarsi indietro, quando il corpo del filosofo già era schizzato in alto come una molla. Una tempesta di carne si spargeva tra la neve, macchiando a sprazzi il suolo con l’esito di quel giocattolo mortale. Una forte fitta colpì il ventre del militare, si inginocchiò e rivisse nella sua mente quel terribile momento, come avveniva giornalmente al fronte. Parimenti il vecchio, fulminato da quella rapida detonazione, avanzò la via con fare glaciale; non una parola si mosse tra i due, fino a quando calò la notte e dovettero sostare in mezzo agli arbusti. Consumarono un po’ di pane e, accomodato un giaciglio con gli stracci intrisi di sangue del professore, ristorarono le loro membra. L’alba tardava ad arrivare, ma l’animo era pronto a ripartire, e così fu; i due cercavano di camminare ai lati del sentiero, evitando di urtare ogni tipo di ordigno potesse essere celato sotto le fredde coltri della neve. La tenaglia alberata andava allargandosi, rilucendo nei fendenti del sole nascente. Oltrepassarono il groviglio e finalmente poterono scorgere, in lontananza, l’orizzonte frastagliato dalle cime aguzze. Dinanzi ai loro occhi si apriva una valle sconfinata, colorata da tetti disparati e rampicanti verdissimi; quivi si respirava un’aria di rinascita, diversa dalla depressione del loro villaggio. L’uomo canuto avanzò imperterrito sino ad un rudere diroccato, costituito da un tramezzo in pietra e una stanzetta umida ed esposta in parte alle intemperie. Il soldato entrò di getto, con respiro sommesso, non trovando nessuno; lo chiamò, gridò per la prima volta il suo nome ad alta voce, vanamente. D’un tratto sentì alle sue spalle un suono metallico, e poi un freddo tocco dietro la nuca: si girò lentamente e lì c’era il vecchio con in mano una pistola. Aveva gli occhi gonfi dalle lacrime, affiorò ogni ruga del suo viso per via della tensione, quei pochi capelli adesso erano eretti, come in preda ad una scossa elettrica. Il suo sguardo, trasfigurazione della cruda vendetta si imbatteva ora nei confronti del militare. Aveva atteso per più di dieci anni quel momento, premeditato nel più piccolo dettaglio: si era infatti promesso che, nel caso in cui uno degli amici del figlio fosse tornato incolume dalla guerra a differenza del suo, lo avrebbe ucciso senza nemmeno pensarci. A maggior ragione era spinto da un altro sentimento verecondo, dacché voleva riservargli la sua stessa sorte, ovvero quella di non poter vedere più il sangue del suo stesso sangue. In tale circostanza, perse le tracce del “piccolo” da ormai troppo tempo, aveva adescato il soldato con vacue promesse, per poi freddarlo con un colpo alla testa. I corpi si guardavano eretti e muti, l’uno sospinto dalla furia cieca del dolore, l’altro invece dall’ultima speranza di vita. Il vecchio aggiustò la mira, la canna emanava un sottile fumo e la morte nera già avanzava dall’oscurità del profondo. Premette il grilletto ed ogni cosa venne avvolta nella sporca identità di quel quotidiano: l’efferata sozzura del pensiero opprimeva la ragione nel suo discernimento. Adesso il piano era concluso e la stessa pena applicata ad un suo simile; si adagiò accanto al corpo esanime con uno strano sorriso sulle labbra.

VII: La via maestra

Il soldato si svegliò nuovamente disteso, indolenzito, ancor di più rispetto all’ultima volta. Tuttavia non si trovava nel campo comune, ma all’interno di quello stesso ambiente grazie al quale era arrivato al paesello. Poteva muoversi liberamente tra quelle quattro mura e riusciva a vedere solamente una parte del lungo corridoio, sebbene ora l’entrata fosse murata esternamente. La concezione era solo un cliché da quando le giornate passavano continue e monotone. Si dedicava alla lettura perenne ed eterna dei nomi dei morti di tutte le guerre, degli ignoti e dei civili; ricercava ogni giorno una motivazione per non lasciarsi andare al sonno eterno e la ritrovava nelle storie dei commilitoni, nei diari di guerra e nelle gesta valorose. Tutto era perduto in quel lento oblio nel quale il tempo si era fermato; stringeva e rileggeva sempre quelle lettere, versando su quelle dolorose carte migliaia di lacrime. Dopo aver a lungo meditato sull’accaduto rimaneva amareggiato non per l’avventata azione del vecchio, ma per aver cercato troppo tardi suo figlio. Lentamente le sue palpebre si appesantirono, lasciando immutato lo sguardo del militare: la ragione non rispondeva quasi più agli impulsi nervosi e il suo corpo iniziava nuovamente a prendere un colorito ceruleo, come al momento del primo risveglio. L’universo si organizzava nel proprio corso originario, facendo svanire ogni fantastico potere della mente sulla mortalità della carne umana: la camera si fece buia nulla più apparve in quella trasfigurata realtà. Rimanevano solo tanti nomi e date, perdute nell’incredibile tempio della storia, custode della vanità umana e dell’immortalità dell’anima.

Epilogo

Quel figlio, come altre migliaia di migliaia, si recò, si reca e continuerà a recarsi nel luogo della memoria, ove ogni desiderio viene appagato dalla sacralità del momento. Il rimpianto di un abbraccio mancato o di un litigio troppo duro pervade e corrode indelebilmente il nostro cuore, ma lasciando solo l’amore si arriva all’essenzialità del pensiero, configurata negli insegnamenti paterni che hanno formato la nostra persona. Data la crudeltà del cammino e la sua brevità ci ritroviamo a godere ogni singolo istante con pienezza di spirito, rimanendo sospesi nel buio dell’incertezza: la fede fortifica il pensiero e, pertanto, anche l’impegno civile e morale verrà accresciuto nella sua integrità. Lasciamo la materia nella corruzione della società, ricercando l’incognita del compimento, giacché ogni padre, madre o figlio che siano, potranno riconoscere con valore l’operato dei loro cari, demiurghi del nostro quotidiano, così come siamo abituati a viverlo. Ogni generazione si differenzia dall’altra per abitudini o costumi, nel mantenimento del benessere comune, indipendentemente dai meriti o dalle aspirazioni.

Dedicato a tutti coloro i quali credono ogni giorno nell’immortalità della fede.