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I racconti del Premio letterario Energheia

Dietro una maschera, Ginevra La Barbera_Vittoria(RG)

Racconto finalista Premio Energheia 2020_XXVI edizionesezione giovani

Tre

Le mani poggiano sul terreno, subito prima della linea bianca. Sento le pietruzze pizzicarmi la pelle ma non me ne curo.

Due

I muscoli si tendono, gli occhi fissi sul traguardo a 100 metri di distanza. Avverto gli sguardi di tutti puntati su di noi.

Uno

Serro le labbra e tiro un respiro profondo. Riesco a sentire ogni singolo battito del cuore rimbombare nel petto. Sembra che voglia esplodere da un momento all’altro.

BANG!’

Scatto in avanti non appena quel suono mi giunge alle orecchie. Uno sparo di pistola dà il via alla gara.

L’aria mi sferza il viso, una falcata dopo l’altra il traguardo si fa sempre più vicino.

Sono solo poco più di dieci secondi, una manciata di attimi in cui ti giochi tutto quello che hai preparato per mesi e mesi.

Sento i muscoli delle gambe iniziare a bruciare, il fiato corto, ma continuo a correre e mi spingo sempre più avanti finché non supero la linea d’arrivo.

Le gambe all’improvviso cedono, urto il terreno ad una velocità tale da sorprendermi e cerco di riprendere fiato.

Nonostante mi manchi l’aria non posso fare a meno di sorridere. Correre è l’unica cosa che mi fa sentire libera. Mai mi sento così viva come in questi momenti.

«Ehi, è tutto okay?».

Riconosco quella voce, giro la testa e sorrido al ragazzo che mi viene incontro.

«Certo Adam, come sempre». Afferro la sua mano gentilmente protesa verso di me e mi tiro su, rimettendomi sulle mie gambe.

«Li hai stracciati Gwen, davvero», esclama entusiasta dandomi una pacca sulla spalla.

«Vai a bere qualcosa, tra poco annunciano i risultati», mi consiglia il mio allenatore affianco a lui.

Annuisco e mi allontano verso gli spalti dove avevo abbandonato incustodito il mio povero zaino. Tiro fuori la borraccia per prendere un sorso d’acqua e mi fermo ad osservare Adam che parla animatamente con un ragazzo che non avevo mai visto. Adam è il mio migliore amico, forse l’unica persona su cui possa realmente contare per qualsiasi cosa. Lui sta sempre lì, pronto a prendermi ogni volta che sto per crollare.

La prima volta che lo incontrai fu al campetto di basket, dietro casa mia. Avevo nove anni e da allora non mi ha mai abbandonato.

Mentre lo osservo un inaspettato «ciao» alle mie spalle mi fa sobbalzare e girare di scatto.

Davanti a me vidi una ragazza dall’aspetto molto semplice, ma non potei fare a meno di notare subito i suoi occhi azzurri. Inoltre il sole batteva su di noi facendo risaltare ancora di più i suoi capelli color grano. Portava un taglio corto e i riccioli biondi le ricadevano sulla fronte coronandola quasi come un’aureola.

C’era qualcosa di indefinito nel suo sguardo che mi destabilizzò per un momento.

«Scusa non volevo spaventarti, sono Alex», accenna con un sorriso mentre mi porge la mano.

I suoi occhi mi osservano da dietro dei sottili occhiali rotondi color oro.

«Gwen», mi presento a mia volta stringendole la mano.

«Ho visto la tua gara prima, sei molto brava», esclama indicando la pista con un cenno della testa.

Dal suo abbigliamento capisco subito che anche lei era lì per gareggiare, la ringrazio per il complimento ma non aggiungo nient’altro. Fisso i miei occhi sugli atleti di salto in alto, proprio al centro del campo, avvertendo il suo sguardo bruciare sulla mia pelle.

Lei fa per parlare ma Adam ci interrompe bruscamente.

«Muoviti Gwen, stanno per fare la premiazione», mi avvisa. Poi si volta e corre verso il punto da dove era venuto.

«Bene allora…ci vediamo», dico incerta.

Lei si limita a scuotere il capo in segno di assenso alzando leggermente gli angoli della bocca in un sorriso. Per un attimo mi blocco a guardarla poi mi decido ad andare, altrimenti avrei davvero perso la premiazione.

«Terzo posto Alessia Donati». Appena arrivata mi ritrovo a fissare il giudice di gara, a fianco al podio, mentre scandisce il nome della ragazza che si affretta a raggiungerlo.

«Secondo posto Carlotta Palumbo», annuncia dopo pochi secondi con lo stesso tono.

Un’altra ragazza esce fuori dalla massa di persone radunate attorno al podio e prende posto nel gradino all’estremità destra del podio.

Incrocio le dita chiudendo gli occhi, trattengo il respiro quando il giudice riprende a parlare.

«Primo posto Alex Rossi».

Rilascio il respiro e il mio cuore torna a battere normalmente.

Vedo la ragazza di prima farsi largo tra la folla e salire sul gradino più alto.

Okay, non avevo vinto. Ma non ero né triste né arrabbiata. Ero felice per loro, davvero. Del resto sapevo che non c’era soddisfazione più grande che riuscire a realizzare i propri obiettivi ed ero convinta che prima o poi sarebbe arrivato il mio momento. Dovevo solo continuare a provarci e non smettere di allenarmi.

Non resto troppo tempo a fissarli ancora, è giunto il momento di tornare alla normalità, quindi riprendo la mia roba e torno a casa. Per me quella giornata poteva benissimo concludersi lì. Avrei solo voluto rallentare un poco quei momenti, giusto per assaporarli più a lungo. Sarebbe bello, se questo fosse possibile.

La mattina dopo la sveglia suona alle 7, in punto come ogni giorno. Cerco di rimandare il più possibile quel momento in cui, alzandomi, sarei davvero dovuta tornare ad affrontare la realtà. Alla fine mi arrendo e mi abbandono alla monotonia della routine mattutina.

Quello era l’ultimo anno di scuola, mancava poco e poi finalmente avrei potuto andarmene da quel posto. Non vedevo l’ora.

Esco di casa per poi dirigermi alla fermata dell’autobus che distava solamente una decina di minuti dalla mia abitazione, non prima però di aver fatto colazione nel bar che si trovava esattamente di fronte alla fermata, così da non perdere di vista né orario né autobus.

Mi siedo al mio solito tavolo quando qualcosa cattura la mia attenzione.

Vedo due ragazze, più grandi di me, entrare nel locale ma non è questo a colpirmi. Ciò che mi colpisce a primo sguardo sono le loro mani intrecciate e i sorrisi complici. Lungo il breve tragitto che fanno all’interno del bar non riesco a staccare gli occhi da loro, finché non prendono posto esattamente al tavolo di fronte al mio.

Quella seduta davanti a me è una giovane donna di una trentina d’anni. I suoi capelli erano raccolti in uno chignon ordinato e aveva un sorriso così dolce che sarebbe stata capace di riempire il cuore a chiunque; dell’altra ragazza, invece, vedevo solo i capelli biondi che le arrivavano poco sopra le spalle.

Cerco di guardarle senza dare nell’occhio, non so bene perché: so solo che non riuscivo a staccare gli occhi da loro. Ogni tanto ero costretta ad abbassare lo sguardo sul mio cappuccino per non farmi beccare in pieno.

Mentre consumavo la mia colazione riflettevo su quanto fosse facile e naturale per loro esprimere il loro amore. Dal modo in cui se ne andavano in giro, pensai che non si curassero affatto di tutti i pregiudizi che dovevano girare intorno a loro.

Mi torturavo nervosamente le mani e non appena gli occhi della donna si posarono su di me mi alzai di scatto, quasi scottata da quel contatto visivo; mi precipitai fuori dal locale e in fretta raggiunsi la fermata dell’autobus.

Durante le ore di scuola non riuscii a concentrarmi più di tanto, il tempo passava, istante dopo istante, ma la realtà circostante veniva soffocata dalle immagini che scorrevano vivide nella mia mente.

Rivedo le due donne, al bar, le loro mani intrecciate; poi, all’improvviso, la scena cambia: davanti ai miei occhi compare adesso il sorriso di Alex e il suo strano luccichio negli occhi.

Sobbalzo e urto accidentalmente il mio astuccio che cade rumorosamente sul pavimento.

«No!», sbotto allarmata dai miei pensieri sbagliati.

Gli occhi dell’intera classe si puntano su di me facendomi sentire a disagio.

«Hai detto qualcosa Montanari?», domanda la prof irritata per la mia brusca interruzione alla sua noiosa spiegazione.

«P-Potrei andare in bagno?», chiedo agitata.

Lei mi fa un veloce gesto verso la porta e io non me lo faccio ripetere due volte. Raccolgo velocemente il contenuto dell’astuccio che si era riversato per terra ed esco a passo spedito dalla classe.

Fortunatamente il bagno era deserto. Mi posiziono davanti al lavandino e apro il rubinetto lasciando scorrere l’acqua per poi bagnarmi il viso. Mi concentro sulla mia figura riflessa nello specchio a muro ma appena mi guardo subito mi riappaiono i suoi occhi azzurri.

Mi ritraggo un’altra volta, spaventata da quei collegamenti allusivi che suggeriva la mia mente.

«Dannazione!», sbotto ancora voltandomi dall’altra parte. Perché non facevo altro che vederla davanti ai miei occhi?

«Ascoltami bene…», esclamo decisa puntando il dito verso la mia immagine riflessa nello specchio.

«Tu non sei così, okay? Tu non sei come loro».

Sospiro a fondo abbassando lo guardo. Parlavo da sola, sicuramente stavo impazzendo.

Erano anni ormai che continuavo a ripetermi quelle parole ed ero quasi riuscita a convincermene, almeno fino a quella mattina. E ora perché i dubbi stavano tornando indietro tutti in una volta? Cosa avevo sbagliato?

Eppure, dopo quel maledetto giorno mi ero sforzata di cambiare, di spingere in fondo quella parte di me che stava cercando in tutti i modi di uscire fuori.

«Smettila di pensare, smettila!», replico ancora scuotendo la testa.

Dopo un altro paio di minuti decido di tornare in classe, consapevole che mancassero ormai solo dieci minuti alla fine delle lezioni.

Suonata la campanella torno a casa.

Come ogni giorno trovo i miei genitori seduti ad aspettarmi a tavola, impegnati a litigare per qualche stupido motivo che io non riuscivo a comprendere.

Concentro la mia attenzione sul mio piatto di pasta, mentre i loro discorsi mi giungevano ovattati, soffocati dal rumore assordante dei miei pensieri. Questi mi riempivano la testa, la mandavano in confusione, ero schiava delle mie emozioni che non riuscivo a dominare.

Cosa avrebbero detto i miei genitori se l’avessero scoperto? Non osavo nemmeno pensarci. Come potevo dargli una così grande delusione?

«E’ successo qualcosa a scuola?», chiede dolce mia mamma.

Lei era stata sempre così premurosa e disponibile con me. Come potevo farle questo?

«No», rispondo decisa.

Nel pomeriggio, finalmente, torno al corso di teatro. Quanto amavo quel posto…, lì sì che mi sarei distratta veramente.

Avevo deciso di iscrivermi a quel club circa un anno prima. Interpretare altri ruoli, altre vite, mi aveva aiutato ad ergere un muro fra me e gli altri, una maschera che nessuno mi avrebbe mai tolto. Del resto avevo imparato a fingere anche nella vita reale, a recitare un ruolo che ormai impersonavo da troppo tempo.

I miei pensieri vengono interrotti dall’entrata di una ragazza nella stanza, ma basta una veloce occhiata per farmi saltare il cuore in gola.

«Ragazzi, vi presento una nuova iscritta, Alex Rossi», la introduce il nostro insegnante di corso.

Appena i suoi occhi si puntano sui miei distolgo immediatamente lo sguardo. Stavo sognando, per forza, era l’unica cosa che potesse spiegare questo avvenimento. Eccolo lì, il mio incubo, proprio davanti ai miei occhi.

Per tutta la durata della lezione cercai di evitare Alex il più possibile e ce l’avevo quasi fatta finché al termine dell’incontro non mi sentii toccare la spalla.

«Stai cercando di evitarmi, per caso? Sei arrabbiata per la gara?». Mi scanso non appena riconosco la sua voce e di colpo arrossisco accorgendomi della mia reazione istintiva.

«No, che dici, sono felice che tu abbia vinto», esclamo sicura dopo essermi un po’ ricomposta.

Lei alza un sopracciglio posando lo sguardo sulle mie gote rosse ma non commenta la cosa.

«Ti va di fare un giro?», chiede poi tornando a sorridere.

E ora che dovevo fare? Accettare o rifiutare?

«Io sono davvero molto impegnata, non posso proprio», la liquido in questo modo.

Era così che affrontavo io i problemi? La risposta è sì. Scappare era molto più facile che affrontare le difficoltà, e io non ero una che prendeva le cose di petto. Non ne sono mai stata capace.

Alex mi guarda attentamente soppesando le mie parole e cercando forse di capire se stessi mentendo o meno. Dopo pochi istanti annuisce, mi supera ed esce dalla stanza.

Decisi di raccontare tutto ad Adam, lui mi avrebbe dato sicuramente un buon consiglio. Invece ricevetti solo tanti rimproveri. Quando facevo qualcosa di stupido lui aveva l’abitudine di scuotere la testa continuamente per poi lanciarmi una delle sue occhiatacce.

«Adam, diamine, io non posso farlo», replico arrabbiata muovendomi su e giù per la mia camera.

«Accidenti Gwen, fregatene degli altri, non puoi distruggere la tua felicità per paura del giudizio delle persone», conclude infine alzandosi dalla sedia su cui era seduto.

«Prima di pensare agli altri, impara ad apprezzarti tu, solo così potranno farlo anche gli altri».

Aveva ragione, aveva dannatamente ragione. Ma io…non potevo farlo.

«Lo sai perché lo sto facendo, lo sai perfettamente», gli rammento triste.

E poi, all’improvviso, fui catapultata all’estate scorsa. Era un’afosa giornata di agosto, in piazza faceva più caldo che mai. Ero uscita con Adam per prendere un gelato ma le nostre chiacchere furono interrotte bruscamente da un urlo.

Vidi poco distante da noi una massa di persone accerchiare qualcosa, o meglio qualcuno.

Ci facemmo largo tra la folla che era troppo occupata a riprendere con il cellulare per badare a noi. Ma appena vidi quella scena mi vennero le lacrime agli occhi e sentii un brivido salirmi lungo la schiena. Era una cosa raccapricciante quella che stavo vedendo, non riuscivo a staccare gli occhi dal ragazzo per terra, inerme, che non faceva nulla per difendersi dal suo aggressore, sopra di lui, intento a picchiarlo.

«Questo è quello che vi meritate voi gay», esclamò quest’ultimo con ribrezzo.

La cosa che mi fece rabbrividire di più però furono le altre persone a cui non interessava niente se non riprendere tutto quello che potevano.

Non fui più la stessa dopo quella giornata. Se esistono dei giorni in cui dici «questa giornata mi ha cambiato», be’, quello ero proprio il momento di dirlo.

E se ci fossi stata io al posto di quel ragazzo? Alcune notti la rivedevo ancora quella scena, decisamente troppo nitida nella mia mente per poterla dimenticare.

Torno a concentrarmi su ciò che mi circonda, Adam si avvicina a me, la sua mano si poggia sulla mia guancia.

«Lo so che quello che è successo ti turba ancora, lo capisco, ma fatti una domanda. Vuoi vivere così per sempre? Nascondendoti dentro un personaggio che non sei tu?», esclama serio guardandomi negli occhi.

Stringo i pugni, ferita dalle sue parole che in fondo erano solo la pura verità.

Dovevo solo lasciarmi andare. Smettere di combattere contro me stessa.

Qualche giorno dopo incontro Alex al campo di allenamento, la vedo correre in pista, la fatica non sembra nemmeno toccarla. Lei appariva come tutto quello che stavo ricercando da tempo: decisa, sicura di sé e apparentemente imperturbabile.

Dopo pochi minuti si ferma e mi raggiunge vedendomi a bordo campo, ancora intenta a guardarla.

«Ciao», esordisco.

Quando si avvicina, però, capisco che la stanchezza ha catturato anche lei, il suo petto si alza e abbassa più velocemente del normale e delle gocce di sudore le scendono dal collo.

«Ehi, come va? E’ da un po’ che non ti vedo in giro», chiede confusa.

Avevo smesso di andare al corso di teatro per qualche giorno, avevo bisogno di riflettere. E adesso sono giunta alla conclusione che sono stata davvero una stupida a comportarmi in quel modo. Dovevo smetterla di nascondermi dietro una maschera. Non avrei resistito ancora per molto, stavo cedendo.

«Mi dispiace per l’altra volta…per averti liquidato così», esclamo.

Lei alza le spalle tranquilla e continua a guardarmi aspettando che io dica qualcosa.

«Sembri sempre così sicura di te, come se niente potesse toccarti, sia in campo che fuori, vorrei essere come te», ammetto mentre cerco di evitare il suo sguardo.

Lei fa un sorriso ironico, come se mi stesse prendendo in giro.

«Quello che vedi è solo il frutto di tanti anni di allenamento, ma non farti illusioni, è tutta apparenza», ridacchia.

«E’ ancora valido quell’invito?», riesco a chiedere alla fine.

Lei si apre in un sorriso e io distolgo lo sguardo, imbarazzata.

«Ovviamente», risponde invitandomi poi ad allenarmi con lei.

Non è andata poi così male, no?

Circa un mese dopo, in una fresca giornata primaverile, un leggero vento spostava le foglie degli alberi che circondavano il campo. Alle mie orecchie arrivava un leggero brusio di voci, causato dalla moltitudine di persone presenti quel pomeriggio. Poso lo sguardo sui blocchi di partenza, già posizionati poco distanti dalla linea bianca.

«Ai vostri posti!», esclama una voce sovrastando tutte le altre.

Ok. E’ il momento.

Prendo posto nella mia corsia sistemandomi sui blocchi, e la stessa cosa fanno le altre ragazze ai miei lati. Alzo lo sguardo dalla pista girandomi verso gli spalti dove trovo subito gli occhi di Alex fissi su di me.

Mi sorride alzando il pollice verso l’alto come per incoraggiarmi. Rido e quello mi aiuta a tranquillizzarmi. Lei non avrebbe partecipato a quella gara, era stata poco bene ultimamente ma era venuta lo stesso per fare il tifo per me.

«Pronti!», prendo un respiro profondo e fisso i miei occhi sull’arrivo.

Quando arriva il colpo di pistola mi slancio dai blocchi iniziando la gara.

In quei pochi secondi mi sembrava di rivedere gli ultimi avvenimenti scorrermi davanti. Fino a quel momento non avevo fatto altro che correre per cercare quella libertà che non riuscivo a raggiungere, per tutto quel tempo avevo lasciato che gli eventi si verificassero senza battere ciglio; ma adesso avevo detto basta a tutto ciò, volevo essere padrona della mia vita e non limitarmi solo a guardare come se fossi uno spettatore impotente.

Taglio il traguardo prima delle altre ragazze e lentamente mi fermo. Alex mi viene incontro stringendomi in un abbraccio. Oltre la sua spalla vedo Adam a pochi metri di distanza, mi sorride, fiero di me e del mio percorso.

Ero stremata ma non ero mai stata più felice di così.

In quel mese Alex mi era stata vicina più di chiunque altro, mi aveva aiutato ad uscire allo scoperto, ad essere me stessa.

Prima pensavo che sarebbe stato facile nascondere le mie emozioni, bastava solo non pensarci, no? Ma non era così, ed io ero stanca di nascondermi dietro una maschera, soprattutto ora che qualcuno era riuscito ad andare oltre.

Ormai avevo abbattuto ogni mia difesa.

Avevo capito che c’erano due tipi di omofobia: l’omofobia verso gli altri e l’omofobia verso sé stessi.

In qualche modo tu puoi nascondere i tuoi sentimenti agli altri ma non puoi mentire a te stesso. E prima di pretendere che gli altri capiscano, che ci accettino, bisogna imparare ad amare se stessi per quello che si è. Ho passato anni a preoccuparmi così tanto del giudizio degli altri che non mi sono resa conto che stavo cadendo a pezzi, stavo distruggendo la mia felicità per loro. Ma non è possibile cambiare le proprie emozioni solo per compiacere gli altri, questo l’ho capito con il tempo.

Adesso andava tutto bene.