I nemici del sole: La guerra invisibile contro la cultura e le biblioteche palestinesi_di Odeh Amarneh
Scrittore, poeta e traduttore palestinese_Roma
Introduzione
A partire dal 1948, la causa palestinese ha attraversato tappe tragiche e di fondamentale importanza storica, purtroppo tutte accomunate dal sistematico accanimento contro le persone, la terra e le risorse, senza mai giungere a una soluzione del conflitto. In questo contesto di totale stallo politico, mentre ancora si persegue la strategia della “gestione del conflitto” e la politica dei “due pesi e due misure”, l’indifferenza e il vergognoso silenzio della comunità internazionale continuano a consumarsi di fronte alla sofferenza umana e alle reiterate violazioni dei diritti umani in Palestina.
Le grandi potenze internazionali hanno ormai abbandonato l’idea di giungere a una soluzione definitiva — come quella dei due Stati —, preferendo concentrarsi su incentivi economici e tregue temporanee. A ciò si aggiungono un sostanziale lassismo e la mancata applicazione delle risoluzioni internazionali adottate dal Consiglio di Sicurezza e dalle Nazioni Unite; atteggiamento che ha incoraggiato l’occupazione israeliana a proseguire nella propria politica di aggressione, tra uccisioni, ferimenti, arresti e confisca di terre.
Gli atti di aggressione e le azioni belliche proseguono ininterrottamente nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme dal 7 ottobre 2023 a tutt’oggi. Secondo l’Ufficio Centrale di Statistica Palestinese, i danni nella Striscia di Gaza hanno superato i 30 miliardi di dollari, con oltre 31.000 edifici completamente distrutti e 60.000 gravemente danneggiati; in Cisgiordania e a Gerusalemme le demolizioni superano le 660 strutture. A questo tragico bilancio si aggiungono oltre 75.000 vittime e 176.000 feriti complessivi negli ultimi anni, più di 1.300 vittime tra Cisgiordania e Gerusalemme e oltre 10.000 detenuti, 93 dei quali deceduti all’interno delle carceri.
Poiché il conflitto si gioca anche sul piano della narrazione, dell’identità, della geografia e della storia, la cultura e il patrimonio palestinesi sono stati oggetto di un attacco sistematico negli ultimi 78 anni. Questa eredità culturale affronta continui tentativi di appropriazione, falsificazione e cancellazione: l’identità culturale costituisce infatti la prima linea di difesa dell’esistenza e della memoria storica palestinese di fronte alle politiche di colonizzazione e insediamento.
Nel corso degli anni, le istituzioni culturali, educative e patrimoniali palestinesi sono state sistematicamente colpite attraverso diverse modalità ampiamente documentate e verificate. Tra queste figurano, a titolo esemplificativo:
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Il furto del patrimonio materiale e immateriale: dai cibi tradizionali (come hummus, falafel, shakshuka e knafeh) all’abito tipico ricamato (thawb), fino alle espressioni artistiche come la dabkeh, la musica e i canti popolari
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L’alterazione dei punti di riferimento e la falsificazione dei toponimi: la giudaizzazione dei nomi di luoghi geografici e siti storici, con la progressiva conversione delle denominazioni arabe di città, villaggi e strade in ebraico, nel tentativo di erodere la memoria e la storia araba, islamica e cristiana della regione.
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La guerra ai contenuti digitali palestinesi in rete: un tentativo sistematico di oscurare la narrazione palestinese sulle piattaforme social, attuato mediante la censura dei contenuti, la restrizione della visibilità e la cancellazione di migliaia di account che divulgano l’identità e la storia palestinese.
Libri e manoscritti sotto le macerie
Negli ultimi tre anni, l’occupazione israeliana ha perpetrato un vero e proprio genocidio culturale nella Striscia di Gaza, radendo al suolo istituzioni e luoghi di cultura come biblioteche, archivi storici, centri culturali, scuole e università, ed uccidendo centinaia di giornalisti, scrittori e poeti. Questo ha comportato la perdita irreparabile di un vasto patrimonio di documenti e manoscritti storici. Un devastante impoverimento culturale che rappresenta uno dei danni più profondi del conflitto: una perdita invisibile che spesso non riceve l’attenzione riservata alla distruzione materiale diretta, sebbene i suoi effetti possano durare per decenni.
Statistiche
Secondo i dati dell’Ufficio Centrale di Statistica Palestinese, prima del conflitto la Striscia di Gaza aveva 87 biblioteche pubbliche e istituzionali, tutte rimaste completamente o parzialmente distrutte nel corso del 2024. A queste si aggiungono i danni riportati da tutti i centri culturali e le associazioni culturali registrati presso il Ministero della Cultura palestinese, oltre alla totale distruzione di 30 istituzioni culturali non registrate ufficialmente.
Il bilancio comprende inoltre la distruzione di circa 200 dei 325 siti archeologici e patrimoniali catalogati nella Striscia, la demolizione di 8 delle 15 case editrici e tipografie locali e la perdita di circa 2.100 abiti tradizionali e ricami storici custoditi nelle collezioni museali.
Tra le istituzioni più importanti ad essere state completamente distrutte citiamo, ad esempio:
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Il bombardamento e la distruzione dell’Archivio Centrale della Città di Gaza, con la perdita di registri che coprivano circa 200 anni di storia della città.
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La Biblioteca Pubblica del Comune di Gaza.
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La Biblioteca della Grande Moschea Omari, con la perdita delle sue rare collezioni.
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La Biblioteca per Bambini “Atta” a Beit Hanoun.
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La Biblioteca “Diana Tamari Sabbagh” presso il Centro Rashad Shawa, con la perdita di decine di migliaia di libri.
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La Biblioteca “Al-Kalima” e la casa editrice ad essa collegata.
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La Biblioteca dell’Università Islamica.
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La Biblioteca dell’Università Al-Israa e il Museo Nazionale ad essa appartenente.

Per quanto riguarda i siti culturali e patrimoniali distrutti o gravemente danneggiati, si ricordano il Centro Rashad Shawa, lo storico Palazzo Qasr al-Basha e il Museo Dar al-Saada con il relativo centro di manoscritti.
Un esempio concreto: Il Signor M.S., 59 anni, di Beit Lahia nella Striscia di Gaza, possedeva una biblioteca privata chiamata “Biblioteca Athar” con oltre 100.000 libri.
Racconta: «La guerra ha distrutto tutto: ho preso la casa, la biblioteca e ho preso mio figlio. In un periodo di tregua sono riuscito a raggiungere casa e biblioteca ormai distrutte e sono riuscito a salvare una grande quantità di libri da sotto le macerie, circa 30.000 volumi, e li ho trasferiti a Deir al-Balah, nel centro della Striscia di Gaza.»
Lì si è ritrovato di fronte a una nuova minaccia, non meno pericolosa per i libri: il sole, la pioggia e l’umidità. Ha aggiunto: «Ora vivo all’interno di una tenda logora insieme ai miei libri e cerco di proteggerli. A Gaza sono rimasti pochissimi libri dopo la distruzione delle biblioteche dovuta alla guerra.»
La storia del Signor M.S. non rappresenta solo una persona che ha cercato di preservare i propri beni, ma simboleggia le immense perdite che hanno colpito le infrastrutture culturali a Gaza.
Fatti
L’UNESCO ha documentato il danneggiamento di 164 siti culturali e patrimoniali nella Striscia di Gaza fino al 24 marzo 2026. Tali siti comprendono non solo biblioteche ma edifici storici e religiosi, musei e siti archeologici.
A questo bilancio si aggiunge la distruzione di centinaia di biblioteche universitarie e scolastiche negli istituti pubblici, privati e quelli gestiti dall’UNRWA (Nazioni Unite). Nell’ottobre del 2026, il Ministero dell’Istruzione e della Formazione palestinese e diverse organizzazioni internazionali hanno riferito che tra il 90% e il 98% degli edifici scolastici della Striscia di Gaza ha subito danni totali o di varia entità a causa del conflitto, confermando la totale distruzione di 179 scuole pubbliche, 105 strutture dell’UNRWA e 53 complessi universitari. Già nel febbraio del 2025, inoltre, la Banca Mondiale stimava che il 53% dei siti storici e patrimoniali di Gaza avesse già subito danni o distruzioni.
Conclusioni
In conclusione, occorre ricordare che la storia non è iniziata nel giorno in cui le biblioteche sono crollate sotto le macerie, né quando i libri sono diventati cenere dispersa dal vento su una città stremata dai bombardamenti. L’accanimento contro la cultura palestinese precede di gran lunga questo conflitto, ed è un fenomeno troppo profondo per essere ridotto alla sola immagine di scaffali distrutti o pareti crepate.
Da anni, ovunque il popolo palestinese cerchi di respirare la propria libertà, di formulare le proprie domande e di riscoprire sé stesso al di fuori delle mura della paura, i “nemici del sole” hanno tentato di sbarrare le finestre della gioia, colpevolizzando la musica, il teatro e ogni forma di espressione culturale. In Cisgiordania, a Gaza e a Gerusalemme non si colpisce soltanto un luogo fisico, ma ciò che quel luogo rende possibile: la vita stessa e ciò che la cultura dona all’essere umano — la capacità di sognare, di affermare la propria diversità e di dire “No”.
La guerra a Gaza non si misura soltanto nel numero di case rase al suolo, ma anche nelle finestre sbarrate alla conoscenza, nei teatri messi a tacere, di melodie che hanno perso il loro spazio e di libri privati dei loro lettori. Da qui si snoda un unico, ineludibile interrogativo:
Cosa resta di una città quando vengono colpiti i luoghi che le permettono di immaginare sé stessa? E come può la memoria di un popolo resistere quando le testimonianze che la custodiscono vengono distrutte?
È da questi interrogativi che comincia la vera storia: non dalle macerie intese come la fine di ogni cosa, ma dalla cultura intesa come ciò che rende la fine impossibile e che restituisce all’essere umano, anche nell’oscurità più profonda, il diritto di continuare a pensare, sognare, cantare e raccontare la propria storia con la propria voce.
La perdita sul fronte culturale è ancora più dolorosa, poiché in questo contesto la cultura non è mai stata scissa dalla battaglia per l’esistenza, ma ha rappresentato l’essenza stessa del sopravvivere. È stata un atto quotidiano di resistenza di fronte alla cancellazione, un tentativo di sottrarre il nome alla dispersione, la memoria all’oblio e la voce dal ridursi a un’eco lontana.
Per questo, considerare le biblioteche e i centri culturali distrutti alla stregua di meri edifici colpiti dal conflitto significa ignorare un aspetto ben più profondo: questi luoghi erano depositi di memoria, fari di libertà e laboratori quotidiani in cui dare senso alla vita.
Il quesito sollevato da queste perdite non riguarda soltanto il numero di strutture colpite, ma interroga la capacità del mondo libero e democratico di proteggere gli spazi che custodiscono la memoria dei popoli, di chiamare a rispondere i responsabili delle violazioni documentate e di impedire che la devastazione della cultura diventi una perdita dimenticata non appena si spegneranno i riflettori della guerra.











