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I racconti del Premio letterario Energheia

Amalia di Anna Venchiarutti, Trieste.

_Racconto finalista ventiduesima edizione Premio Energheia 2016.

cittàEra la New York anni ’20.
Amalia, la chiamavano, famosa per i suoi occhi viola. Si proprio cosi ragazzo, viola. Dicevano venisse dal Portogallo,ma lei non me lo disse mai. O almeno non me lo disse mai nelle due volte che le parlai.
Amalia.
Avresti dovuto vederla. Capelli neri pece, occhi viola ametista. Era una star a quei tempi. Tutti la conoscevano, eppure non aveva mai cantato all’infuori di quel locale all’incrocio tra la 142ª e Lenox Avenue ad Harlem, il Cotton Club. Sì, hai sentito bene ragazzo, il Cotton Club. E non fare quella faccia, cosa credevi? Che fossi sempre stato immobilizzato su questa sedia a rotelle? No, ragazzo,io ho visto New York nei suoi anni migliori a mio parere. Ma torniamo ad Amalia. Cantava al Cotton Club quasi tutte le sere e non ci fu sera che questo vecchio non fosse tra il pubblico. Ero ossessionato da quella ragazza, lo eravamo tutti. Non so dire se ne fossi innamorato, ma per lei ogni sera mi recavo al Cotton Club, odiavo gli spettacoli che mettevano in scena, dipingevano i neri come dei selvaggi, ma per lei…oh per Amalia avrei sopportato questo ed altro. Dopo qualche settimana che frequentavo quel club, Dave insistette per accompagnarmi.
Dave.
Un bel tipo lui. Un sognatore. Diceva che un giorno sarebbe diventato famoso. Peccato che la guerra arrivò prima. Ma torniamo a quella sera, quella fatidica sera al Cotton Club. Dopo quegli orribili spettacoli arrivò lei, appena 18enne. Aveva iniziato cantando nel coro e come tutte le coriste doveva essere “tall, tan and terrific”. Come iniziò a cantare lo vidi, vidi quello sguardo negli occhi di Dave, uno di quegli sguardi che capisci subito che non porteranno altro che guai. Sperai però che si fosse solo invaghito di lei, come tutti noi.
-Come si chiama?- sussurrò Dave.
-Amalia-.
-Le voglio parlare-.
E fu così che a fine spettacolo scomparve dietro le quinte. E fu così che ogni sera scomparve dietro le quinte. Ogni sera.

Non so dire se fossi geloso di Dave, non avevo idea di cosa succedesse ogni sera dietro le quinte, non glielo chiesi mai e lui mai me lo disse. Ogni sera ci recavamo al Cotton Club. Ogni sera Dave scompariva. Ed ogni sera diventavo più geloso. Sì, ero geloso. Anzi ero terribilmente geloso di Dave. Lo eravamo tutti.
Dave
Aveva un talento particolare per cercare guai. Sapevamo tutti da chi veniva gestito il Cotton Club. E frequentare la sua giovane star non era proprio una mossa astuta. Non c’era ragazzo che non fosse ossessionato da Amalia, ma a tutti era chiaro quanto lei fosse intoccabile. A tutti eccetto Dave. A lui non interessava che Owney Madden, uno dei più temuti gangster della città, fosse il padrone di quel club e che di conseguenza Amalia fosse di “sua proprietà”. Oh, no… a Dave interessava soltanto scomparire ogni sera dietro le quinte. Avrebbe ucciso per Amalia ed i suoi occhi viola. Rischiare di farsi ammazzare da Madden non lo preoccupava. Dopo un mese che scompariva dietro le quinte di quel fatidico club, incominciai a capire che Dave stava firmando la sua condanna a morte senza rendersene conto. Madden non sarebbe rimasto in disparte ancora per molto. E non restare in disparte per un tipo come Madden significava che una sera Dave sarebbe scomparso dietro quelle quinte per sempre. Nonostante la mia gelosia, volevo aiutarlo. Ma Dave non ascoltava più nessuno.
Amalia.
Esisteva solo lei. Lei ed i suoi occhi viola. Madden era inesistente. Una sera io e Dave litigammo. Gli dissi che se avesse continuato a vedere Amalia sarebbe morto.
– Se smettessi di vederla sarebbe come morire!- mi rispose il sognatore.
– Per lei non sei altro che una marionetta, appena morirai ce ne sarà un’altra!- non lo pensavo davvero, ero convinto che Amalia provasse qualcosa per lui, ma nulla poteva prepararmi a quello che stavo per scoprire…- Non posso lasciarla ora… è incinta!-.
Mi era dimenticato di dirti una cosa ragazzo. Dave era nero. Entrava al Cotton Club di nascosto. Un bel casino, non trovi? Lo implorai di scappare, ma Dave non avrebbe mai lasciato Amalia,oh no, il sognatore non avrebbe mai fatto una cosa del genere…
Fu così che la vita di questo vecchio ebbe davvero inizio, anche se in realtà tutto era cominciato quella fatidica sera al Cotton Club, quando Dave aveva fatto la sua prima sparizione dietro le quinte. E come tutto era cominciato, tutto stava anche per finire.
A nessuno sembrava importare che il sognatore e la famosa Amalia stessero per essere ammazzati. E se a qualcuno fosse importato si sarebbe ben guardato dal dirlo. Mettersi contro Madden? E per cosa? Per uno stupido ragazzo che non aveva saputo stare al suo posto? Oh, no, era meglio far finta di non saper nulla, Dave ed Amalia si sarebbero solo aggiunti alla lunga lista di quei morti in silenzio perché avevano voluto vivere. Nessuno avrebbe parlato. E tutto sarebbe andato avanti. Come se non fosse successo nulla. Purtroppo io mi convinsi di poter salvare Dave e Amalia. Eh, sì, ragazzo, questo vecchio che vedi immobilizzato su questa sedia a rotelle, un tempo si mise contro un gangster, da non credere,eh? Non sapevo se Madden sapesse già che Amalia era incinta, ma uno come Madden sapeva tutto e, soprattutto, lo sapeva sempre prima di te. Se non aveva ancora agito era perché si stava pregustando una vendetta crudele e silenziosa. Avevano toccato Amalia, quella ragazza che lui aveva tirato su e che lui aveva reso famosa, avevano toccato una sua proprietà. Era più di un’offesa, veniva messa in discussione la sua autorità. Ero alla ricerca di un’introvabile soluzione, inseguito un gangster, soffocato dal barbaro scorrere del tempo. Nulla di ciò che mi veniva in mente aveva un senso, farli scappare? Madden era ovunque, o almeno in ogni posto dove c’era qualcuno che gli doveva un favore. Passavo le mie giornate a trovare un modo di salvare Dave e Amalia, ma nessuno se ne accorgeva. Non era un loro problema. Una volta morti sarebbe tutto continuato come prima. Ma non potevo permetterlo. Io l’avevo fatto entrare di nascosto nel Cotton Club, io l’avevo lasciato scomparire dietro le quinte. Non potevo lasciarlo anche morire. Probabilmente sapevo già in principio che avrei perso contro Madden, ma qualche fottuto ideale mi costrinse a giocare quella partita con il destino.

Il profumo delle baguettes appena sfornate entrava dalla finestra della camera da letto, le strade erano ancora vuote, ma tra poco la gente le avrebbe inondate e la magia sarebbe svanita. Jacques Leraun era ancora a letto, stremato dal concerto della sera prima, ancora vestito, il sax lì vicino, fuori da una consunta custodia di pelle,e qualche sigaretta non ancora finita nel portacenere. Non si sarebbe alzato prima delle dieci, avrebbe mangiato per le quindici e poi sarebbe corso al locale, su a Montamartre, “Le grand duc” si chiamava, un piccolo ed insignificante locale che la sera si animava, tra il puzzo di fumo e di sudore che emanavano persone delle più disparate estrazioni sociali. Si era ribellato alla sua famiglia per seguire quell’incerta carriera,per quella vita , e per quanto a volte gli sembrava che fosse tutto sul punto di finire per sempre, era ancora convinto di aver fatto la scelta migliore … si era sempre sentito estraneo ai suoi genitori, a loro importava solo di essere rispettati dalla comunità e un figlio saxophonista non era certo uno dei migliori modi per esserlo, l’avevano costretto a scegliere o la musica o la famiglia. E lui aveva scelto, se ne era andato finalmente, lui e il suo sax. I primi tempi erano stati duri, non riusciva a trovare un lavoro e i suoi di certo non avevano intenzione di mantenerlo … ma poi era arrivata l’occasione che da tanto aspettava, quella in cui aveva quasi smesso di sperare. Un gruppo di musicisti afro-americani erano arrivati da oltre oceano e avevano deciso di aprire un locale di musica jazz nella favolosa ville lumière, questa volta la sorte fu dalla parte di Jacques perché il vecchio saxophonista, tale James Norton, non si era sentito di affrontare il viaggio lasciando la moglie e la bambina appena nata e quindi alla band mancava un componente. Misero un annuncio sul giornale e quando capitò tra le mani del giovane musicista, non ebbe un attimo di esitazione e con il suo sax, strumento che gli aveva procurato tanta sofferenza e tanta lotta, corse all’audizione della sua vita, dopo la quale avrebbe finalmente potuto iniziare a suonare una nuova musica,altre note per una altra vita…ed eccolo adesso, era diventato ormai membro di quella band da più di un anno, i suoi concerti continuavano ad avere successo, la sua vita continuava ad essere imprevedibile… erano oramai tre anni che non sapeva più nulla dei suoi genitori, per un po’ si era scritto con suo fratello, ma non aveva saputo più nulla di lui da quando aveva deciso di andare in America, abbandonando anche lui quella famiglia alla quale non apparteneva…nell’ultima sua lettera diceva che stava bene, che era riuscito a trovare un lavoro e aveva anche conosciuto un ragazzo molto simpatico, un po’ sognatore diceva, si chiamava Dave…si, ragazzo sto parlando di quel Dave e il giovane fratello che era partito per l’America ce l’hai davanti agli occhi, sei sempre più sorpreso, eh? Non pensavi che un vecchio potesse avere avuto un passato del genere? Passato… che poi non ho ancora capito perché ci ostiniamo a chiamarlo così, se fosse passato non avrebbe più nessuna conseguenza nel presente e, invece, guarda qua! Guarda questa schifosa sedia a rotelle…passato…ma sentita un’assurdità più falsa di questa e il bello è che tutto il genere umano ci crede, passato! ‘Ciò che è passato è passato’, tutte balle! Il passato è qualcosa che rimane dentro di noi, ben piantato come le radici di un albero, il passato è ciò che ci costruisce e ci distrugge…non è semplicemente passato…non ci si lascia mai tutto alle spalle, per quanto ci possiamo sforzare non riusciremo mai a liberarcene finchè non lasceremo questa terra e forse neanche allora…hai capito ragazzo? Quindi ti prego non dare mai retta a tutta quella gente che ti chiede di ‘mettere una pietra sopra il passato’, non si può! È sola un’altra delle patetiche scuse che noi umani fabbrichiamo per cercare di convincerci che il tempo non è più forte di noi, che possiamo cancellare qualcosa che è già stato fatto, hai capito ragazzo? Non dimenticarlo, l’ombra del passato ti seguirà sempre e questa storia, questa vita ne è la prova. Il tempo è più forte di noi, vivi finché puoi.
E così quando quella mattina che era già pomeriggio Jacques aprì la porta, sotto una caterva di lettere inutili e ben scritte, ne scoprì tra la posta una, tutta rovinata, qualcuno l’aveva già aperta..o forse il lungo viaggio l’aveva strappata, sì, perché quella lettera veniva dall’America …sì, ragazzo, avevo deciso di scappare in Francia per salvare il sognatore e Amalia, così tutti avrebbero potuto vivere, no? Tutti tranne questo vecchio, che dal quel momento incominciò a lottare per non affogare in quel mare di emozioni che gli procurava quello stupido essere dagli occhi viola che avrebbe potuto avere solo per sè , se solo avesse avuto il coraggio, ma questo vecchio non ha mai avuto il coraggio di vivere, no, io non ho mai saputo far altro che osservare ed è questo che mi ha portato su questa sedia rotelle, è questo che mi ha portato a questa misera vita che non è neanche degna di questo nome, è questo che mi sta portando a morire. Pensa non ho mai rischiato di vivere per paura di morire e ora che sto per andarmene mi rendo conto che è stata proprio la paura di morire a portarmi alla morte. Ma che importa. È solo un’altra vita buttata. È solo un nome che si aggiungerà al lungo elenco di morti infelici, ma a chi interessa? Tutti continueranno a vivere felicemente nascondendosi nel falsa tranquillità che dona la quotidianità e poi quando arriverà la loro ora fingeranno di convincersi di aver avuto un vita piena e felice. Ma vaffanculo. Non esistono vite piene e felici. Esistono solo attimi indimenticabili, istanti vuoti e struggenti, scelte difficili e assurde e momenti gloriosi e felici che nel loro susseguirsi possono a volte formare una qualcosa che secondo la prassi viene chiamata vita. Ma solo uno stupido potrebbe davvero convincersi di aver avuto una vita piena e felice. Forse la maggior parte degli esseri umani è stupida. Forse tenta di esserlo per rendersi felice. Forse, alla fine, sarebbe andato tutto meglio se la nostra fosse stata tutta una specie di incapaci. Ci sarebbero stati meno problemi. Senza idee, senza lampi di genio, senza nulla. Ma alla fine nessuno avrebbe più vissuto e probabilmente ci saremmo estinti molto presto mediante suicidio di massa. Chi lo sa… di certo non io ragazzo, tutto quello che so e che posso raccontarti riguarda soltanto la mia vita e i suoi occhi viola. Quei maledettissimi occhi viola.
Sai, ragazzo, per un po’ fingemmo di star bene, forse in alcune occasioni lo siamo davvero stati. Parigi all’epoca era bellissima e noi vivevamo in una piccola soffitta, due stanze, tre finestre che si affacciavano sulla strada e attraverso le quali io potevo osservare la vita che altri vivevano. Amalia, dopo aver avuto il bambino, era ritornata a cantare nel locale dove lavorava mio fratello, Dave lavorava al mercato e io…io continuavo ad osservare, non mi era concesso far altro. Osservavo tutto e tutti, ma soprattutto i suoi occhi. E non parlo solo di quelli di Amalia, oh no parlo del piccolo François, aveva preso gli occhi della madre e la carnagione e i capelli del padre. Era bellissimo. Ma io provavo solo disprezzo alla sua vista. Il figlio del sognatore. Eccolo lì, ignaro di tutto e assolutamente…felice. Oh, ma non poteva finire così, dopo tutto quello che avevo fatto? Mi meritavo qualcosa o sbaglio? Ma aspettai, nella speranza che qualcosa cambiasse, nel speranza di esser ricompensato. Passarono gli anni e Amalia incominciò ad acquisire fama anche a Parigi, François crebbe e Dave continuò a sognare. Io lavoravo da mio fratello, all’entrata del locale, oramai con Amalia gli incassi erano alle stelle, presto avremmo potuto rilevare il locale e incominciare a far soldi veri. Sai, a volte mi capitò persino di essere felice, ma erano brevi istanti e mai trascorsi con lei, non mi parlava mai, sembrava che le fossi del tutto indifferente, d’altronde le avevo solamente salvato la vita. Ed io continuavo ad osservare. Presi l’abitudine di girare per tutta Parigi, all’alba possibilmente, spesso usavo una vecchia bici verde appartenuta a non so più quale amante di mio fratello. Ecco se mai mi sono sentito vivo, fu durante quelle mattine in cui un freddo vento mi tagliava il viso, scacciando via tutti i pensieri. E così durante quegli attimi di vita, Feci anche degli incontri inaspettati, c’era sempre un vecchio che suonava la fisarmonica all’angolo tra Boulevard de la Chapelle e rue Marx Dormoy, aveva un occhio più piccolo dell’altro, forse era cieco; indossava sempre una camicia azzurra, o almeno quello era stato il suo colore originale, oramai era talmente ricolma di toppe colorate da sembrare un costume di Carnevale. E poi aveva quel sorriso, quasi totalmente sdentato, ma non ne ho mai visto uno più bello. Incominciai a parlarci ogni mattina, sai è sorprendente come una persona che viveva grazie alle offerte della gente fosse più felice di me, più felice del mondo intero, non l’ho mai visto senza quel suo sorriso sdentato in viso. Mi raccontò della sua giovinezza e di quando era arrivato per la prima volta a Parigi, di come aveva conosciuto Bèrènice, forse si stava inventando tutto, ma di una cosa sono certo ragazzo, lui era felice. Viveva alla giornata, con quello che i passanti gli davano, suonava sempre la stessa melodia, ma non ti stufava mai. Quelle note erano come aria fresca, sembravano sempre nuove, e invece erano sempre le stesse. Incominciai a credere di esser stupido, come potevo io essere dilaniato dal dolore quando un uomo senza arte né parte come quel suonatore di fisarmonica sprizzava felicità da tutti i pori? Eppure io non riuscivo a godermi nulla per quei maledetti occhi, non riuscivo a godermi neanche quelli. Conobbi anche una ragazza, Mèlanie. Aveva dei begl’occhi, ma nulla in confronto a Lei. Faceva la cameriera in un ristorante, La maison Rose mi pare si chiamasse, chissà se esiste più. Ogni mattina la vedevo, passavo davanti al suo ristorante con la mia bici. Non so cosa ci trovasse in me, mi disse che trovava buffo che un ragazzo della mia età si svegliasse a quell’ora per andare in giro da solo, quando avrebbe dovuto essere a letto con una donna, oppure da qualche parte a riprendersi da un sbronza con gli amici. Anche lei era buffa. Anzi no, più che buffa, direi strana, diversa. E soprattutto era ricolma di vita e di voglia di viverla. Con lei riuscii a ritrovare un po’ di quella felicità di cui Amalia mi aveva derubato, ma non durò a lungo, quegli occhi erano una maledizione, una sciagura. Me ne sarei dovuto andare da quella soffitta, avrei dovuto iniziare una nuova vita. La mia vita. Ma non lo feci. Mèlanie mi amava, ma capiva che il mio cuore non le apparteneva. Fu lei ad andarsene, un giorno, durante le mie passeggiate, passando vicino alla Maison Rose, non la vidi. Capii che era finita. Ripassai il giorno dopo. E quello dopo ancora. Chiesi notizie. Era partita per l’Italia con un gallerista spagnolo che aveva apprezzato i suoi dipinti. Ed io mi ritrovai di nuovo solo. Io, mio fratello, Dave ed Amalia. E François chiaramente. Cercavo sempre di starle lontano, ma ogni sera, al locale, immancabilmente, la vedevo, là sul palco. Lei, la sua voce ed i suoi occhi. Lavoravo come cassiere tre sere alla settimana, le altre avrei potuto fare quello che volevo. Ma non ci riuscivo, mi mancava troppo. E così passarono i mesi, e poi gli anni. Ormai eravamo a Parigi da otto anni. François incominciava a diventare bellissimo, Amalia lo restava e Dave…non aveva ancora perso la speranza e continuava a sognare. Mi era eternamente riconoscente per ciò che avevo fatto, ma dopo anni trascorsi insieme fu come se ci fossimo ritrovati lì per caso, nessuno vedendoci avrebbe mai potuto immaginare tutto quello che ci legava. Eravamo come due sconosciuti che sanno tutto l’uno dell’altro. Era come se New York non fosse mai esistita. Come se non fosse mai esistito nessun passato. Mai il passato è malvagio, ed infatti tornò a tormentarci.

Tornò una sera, una bellissima sera d’estate. Una sera in cui nessuno pensava né al futuro né al passato, né tantomeno ad un certo John Madden, figlio di Owney, venuto a Parigi per vendicare il padre. Ma quella sera Dave non era al locale, non era neanche a casa. Era partito per Nizza con Amalia. François non aveva mai visto il mare. Così quando quella sera Madden arrivò al locale, trovò solo me, ragazzo. Avrei potuto dire di non sapere niente di Amalia, di essere nuovo del posto, ma io non sono mai stato capace di farmi valere, non mi sono mai fidato di me stesso, è così ragazzo. Sono sempre stato capace solo di osservare. E così fu anche quella sera. E questa sedia a rotelle ne è il risultato. Mi spararono, pensavano di avermi ucciso, invece mi avevano solo paralizzato. La mia sopravvivenza fu un puro miracolo. Un unico sparo. Uno solo. Ma bastò. Mio fratello venne ucciso invece. Lui che non c’entrava niente, povero Jacques. Non eravamo mai stati troppo legati ma quando avevamo bisogno l’uno dell’altro c’eravamo sempre stati. Venne la polizia, ma non ci fu nulla da fare, Madden non venne mai trovato. Molto probabilmente era tornato in America subito dopo avermi sparato. E alla polizia francese non conveniva mettersi contro un gangster newyorkese. Quando il sognatore e Amalia tornarono fu… bellissimo. Per prima volta sembrò che la mia esistenza non le fosse del tutto indifferente, non si spinse a rivolgermi la parola, ma si prese cura di me, ogni giorno per sei mesi. Ora che mi ricordo, mi parlò una sola volta. La seconda ed ultima in tutta la sua vita. Ricordo tutto di quella volta, tranne quello che mi disse. Probabilmente non era nulla di importante, ma ricordo il suo della sua voce, quel suo modo di pronunciare la esse, sibilando quasi, non me lo scorderò mai. E poi le sue labbra, piene e carnose, ma allo stesso tempo eleganti e sottili. Non ho mai visto un essere più perfetto. Un essere più meschino. Anzi, non meschino. La sua non era cattiveria. E neanche stupidità a dire il vero. La sua era pura banalità. Una banalità che accettava tutto ciò che accadeva senza chiedersene il motivo, una banalità estenuante. Ed altrettanto banale era la mia tristezza.
Quella fu l’ultima volta che parlai ad Amalia. O almeno fu l’ultima volta che lei mi parlò, io non avrei mai osato… riuscivo solo ad osservarla. Dopo un anno riuscì a ricominciare a vivere normalmente, se così si può dire. All’inizio quasi non sentivo la mia impotenza, il non poter camminare non significava niente se potevo stare con lei, con i suoi occhi, le sue labbra e la sua voce. Ma, oramai, eravamo tornati ad essere due estranei. Come lo eravamo sempre stati del resto. Sai ragazzo, a volte mi chiedo cosa sarebbe successo se al posto di Dave ci fossi andato io dietro le quinte del Cotton Club. E poi mi chiedo cosa sarebbe successo se quella sera in cui Madden arrivò a Parigi Dave fosse stato a casa con Amalia e François. François. Che bel bambino. Chissà dov’è adesso, chissà chi è. Chissà se ricorda. Devo dire che Madden mi fece quasi un piacere sparandomi quella sera, perché con quel singolo sparo capii che dovevo dire addio a quella parte della mia vita, a quell’assurda parte della mia vita. Certo forse avrei potuto capirlo prima, sarebbe convenuto a tutti, ma io ho sempre avuto bisogno di qualcuno che mi dicesse cosa fare. E irrazionalmente quel qualcuno fu proprio Madden. A due anni da quel fatidico sparo, me ne andai da quella soffitta. Lo feci un giorno di mattina presto. Chiesi a François di aiutarmi a scendere in strada, dovevo andare al mercato… E non tornai più. Mai più. Circa sette anni dopo mi giunse la notizia che il sognatore era morto in guerra. Stava ancora sognando. Di Amalia tutto quello di cui venni a conoscenza lo seppi dai giornali scandalistici. Pare che sia tornata a New York con François a cantare in chissà quale club. Si sposò con il primo milionario che le capitò e tiro e così visse “felice e contenta”. Un essere banale. Nulla di più. L’unico di cui non ebbi più notizie fu il piccolo e bellissimo François. Spero che abbia avuto una vita. lo spero davvero. Cosa vuoi sapere ragazzo? Di me? Beh…io continuai ad osservare, da questa sedia osservavo tutto e tutti. Iniziai anche a fotografare ciò che osservavo, e un giorno dentro il mio obbiettivo vidi altri due bellissimi occhi. Ero a Roma e quegli occhi erano di Mélanie. Incominciò a scrutarmi con un sguardo molto incuriosito, ma non mi riconobbe. Avrei voluto urlarle chi ero, ma non lo feci. Continuai a fotografarla, da lontano. Era diventata davvero bella. Poi si susseguirono uno dopo l’altro giorni tutti molto simili tra loro, intervallati da qualche attimo di gloria, ma non te li racconterò, il tempo che mi rimane è poco. Cosa sono adesso? Su, ragazzo, non lo vedi? Sono un uomo. Ma lo sono solo adesso che ho capito quel che ho sbagliato. Sai a volte osservare le persone è stato bello, peccato che ho dimenticato di osservare me stesso. Col tempo riuscii a dimenticare Amalia…sì, tranquillo ragazzo, ci sono state altre donne nella mia vita, ma nessuna mi ha mai stregato a tal punto da farmi mettere contro un gangster newyorkese, e forse è stato meglio così. Sai pioveva quella mattina in cui lasciai la soffitta, era una bellissima giornata di pioggia. Un’indimenticabile giornata di pioggia nella quale per la prima ed ultima volta presi in mano la vita. Ma ora che sto morendo voglio prenderla in mano per davvero l’ultima volta e voglio farlo perché tu ragazzo mio, prenda in mano la tua. Ho una solo cosa da dirti ragazzo: VIVI.

Le stanze si susseguivano tutte uguali una dopo l’altra. Senza alcuna differenza. Qualsiasi tipo di diversità era bandita. La tranquillità regnava. Una tranquillità opprimente, che soffoca qualsiasi forma di vita. Verde. Bianco. Bianco e verde. Verde e bianco. Sempre gli stessi colori. In ogni stanza. In ogni angolo. I ricordi delle vite che andavano sfumando, e ai quali tutti tentavano di aggrapparsi senza sapere se ciò a cui si stavano aggrappando fosse mai esistito o fosse solo frutto della fantasia. C’erano sguardi persi nel vuoto. Immaginavano. O forse ricordavano. O forse morivano. C’erano anche sorrisi. In maggior parte erano sorrisi finti, che qualche medico aveva disegnato affinché risultassero il più realistico possibile. Ma quelle dentiere sorridenti erano più vere di molti giovani sorrisi. Ma ciò che riempiva quelle fredde pareti verdi e bianche erano i ricordi. E poi c’era anche chi non aveva ancora smesso di vivere. Quelli che non avrebbero smesso di emozionarsi neanche sotto terra. A volte ci si imbatteva anche in qualche sguardo matto o in qualche monologo mai andato in scena, solitamente diretto ad un muro. E tra questi c’era lui.
Fu in quel momento che Rose, l’infermiera dagli occhi viola, entrò nella stanza N.43: “Poverino, è tutto il giorno che parla da solo” bisbigliò alla sua collega”. “ É tutta la vita che parla da solo … un semplice avvocato di provincia come lui, una persona così semplice, si vede che è impazzito per la solitudine, proprio una brutta storia… in paese dicono che abbia avuto una giovinezza tormentata, chissà…” le rispose. “ Volevo solo essere qualcosa di più, e alla fine non sono stato nulla, troppo concentrato su come essere speciale, mi sono scordato di vivere, ragazzo…” “Dev’essere proprio giunta la sua ora…” pensò Rose, ma i suoi occhi viola non fecero trasparire nulla, dipingendosi in viso quell’espressione di falsa comprensione, servì il pranzo al signor Johnson ed uscì dalla stanza N.43 con la sua collega. “Ascoltami ragazzo, ti prego. Io sono stato uno stupido, ed ora per me è troppo tardi, ma tu, chiunque tu sia, sei ancora in tempo. Ricorda, tutta quella gente, tutte quelle persone che tentano di convincerti di quanto noi poveri esseri umani siamo impotenti ed in balia della sorte, ricordati che quella è tutta gente che ha perso il proprio sogno e che costringe gli altri a non cercare il proprio. Io ho perso la mia vita, e fino a poco fa credevo che non potessero esistere vite piene e felici, ma ora, ora che sto morendo, mi rendo conto che, anche se ho solo tentato di vivere, anche se ho solo osservato la vita che avrei potuto vivere, beh… è stato bello lo stesso Ma tu non fermarti a questo; ti prego ragazzo, assapora la tua vita, ogni singolo istante, ridi senza ritegno, non preoccuparti mai del giudizio degli altri, il giudizio degli altri non conterà mai quanto il tuo, nessuno ti potrà mai dire cosa fare della tua vita, ricordatelo. Fidati di stesso ragazzo. Se hai qualcosa da dire, dilla. Rimpiangerai tutta la vita di esser stato in silenzio. Ama. Ama sempre. Non avere paura di soffrire, un’amore senza sofferenze è come una vita senza morte, perde il suo significato. Urla e piangi, non dimenticartelo, ma soprattutto non preoccuparti troppo, ogni momento è unico, anche un solo secondo vissuto male può cambiare la tua vita. Diventa te stesso ragazzo. Il tempo è il nostro padrone. E per quanto a volte sia tiranno è ciò che dà senso alla nostra vita, perciò vivila, perché te lo giuro, e se te lo dico io ti puoi fidare:
LA VITA È BELLA”.
Nessuno seppe mai se Johnson fosse stato il suo vero nome, nessuno seppe mai nulla di Amalia o di Dave, e tanto meno di chi fosse quel “ragazzo”. Qualche ora dopo la stanza N.43 venne aperta e trovarono il signor Johnson disteso ad occhi chiusi.
SORRIDEVA.