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I racconti del Premio letterario Energheia

Walter Simmons_Dario Fani, Roma

_Racconto vincitore settima edizione Premio Energheia 2001.

 

I miei genitori credevano che sarei stato

grande come Edison o più grande

perché da bambino costruivo dei palloni

e splendidi aquiloni e giocattoli con gli orologi

e piccole macchine con rotaie per andarci sopra

e telefoni fatti di filo e scatole di latta.

Suonavo la cornetta e dipingevo quadri,

modellavo in argilla e feci la parte

del cattivo nell’Octoroon.

Ma poi a ventun anni mi sposai

e dovevo vivere, e così per vivere

imparai il mestiere di fare gli orologi

e tenevo la gioielleria sulla piazza,

pensando, pensando, pensando, pensando, –

non agli affari, ma alla macchina

e ai calcoli per poterla costruire.

E tutta Spoon River osservava e attendeva

di vederla funzionare, ma mai funzionò.

E qualche anima gentile pensava che il mio genio

fosse in qualche modo intralciato dal negozio.

Non era vero. La verità era questa:

non avevo genio.

Antologia di Spoon River

Edgar Lee Master

 

 

Una sera di gennaio Walter Simmons comperò un biglietto per Oklin, solo andata, in treno, con sosta a Ennengel: unica fermata. Era una giornata ventosa col cielo scuro e incerto, e l’aria in stazione velata da una leggera foschia rendeva i viaggiatori appena visibili, simili a fantasmi, e ne mescolava le voci. Assieme al bagaglio Simmons aveva con sé un vaso di poinsettia, il cui vivido rosso non sarebbe durato più d’un mese. Non conosceva nessuno ad Oklin e nessuna particolare curiosità lo spingeva fin là. Avrebbe potuto scegliere Maloh, Leed o un qualsiasi altro paesino nei pressi del parco di Keystone, perché, in effetti, l’unica cosa di suo interesse era che Oklin fosse vicino a Keystone: otto minuti di corriera. Sceso dal treno aveva chiesto un’unica informazione al bigliettaio:

“Ogni quanto passa la corriera per Keystone?”

“Ogni quindici minuti, a partire dalle sei fino alle venti; e poi una ogni ora. Nei giorni festivi una ogni quarantacinque minuti.”

“I festivi non importa…”, gli aveva risposto con serenità.

Erano le uniche parole pronunciate da quando aveva lasciato la sua città. Anche durante il viaggio aveva tenuto un sereno silenzio, per non disturbare i ricordi; perché cullato dal rullio del treno si era abbandonato ai ricordi. Alla stazione di Ennigel, fu preso dal desiderio di scendere, per vedere il famoso ponte completato. I giornali l’avevano descritta un’opera monumentale: la più alta espressione della tecnica, un salto di seicento cinquanta metri sopra al lago. Undici anni di lavori, due terremoti: la vittoria dell’uomo sulla natura. Simmons da sempre era affascinato dai miracoli della tecnologia.

Ma alla fine resistette a quel desiderio. Forse per paura di sciupare del tempo prezioso o semplicemente per pigrizia, o tutte due le cose insieme, ma non scese. Riprese a cavalcare i ricordi, fino all’infanzia, per via di quel rullio così accomodante e la discrezione esagerata degli altri passeggeri.

Oklin non si mostrò uno di quei posti delicati e tranquilli, come Simmons aveva sperato. Anzi gli apparve un luogo terribilmente provinciale. Qualche centinaio di abitanti, i volti segnati, le donne con i capelli grigiastri, poco attente agli abiti e all’aspetto; e gatti spelacchiati lungo le stradine polverose e prive d’ombra. Il profilo delle montagne innevate, che si alzavano imponenti alle spalle delle case di pietra, conferiva al paese un aspetto spettrale. Sembrava di camminare all’interno di un gigantesco cimitero. Le montagne incombevano come enormi lapidi erette anzitempo sul paese cadente, e gli abitanti sembravano defunti in attesa di sepoltura. Simmons in un primo momento rise di quella macabra impressione, ma una volta lasciata la stazione, mentre lento avanzava lungo la strada di ghiaia, diretto alla piazza, fra gli sguardi indagatori che filtravano dalle fessure delle finestre e quelli più incisivi dei pochi passanti di strada, sentì aumentare il disagio, e strinse a sé il vaso di poinsettia. Ogni tanto si assicurava che il bagaglio fosse ben chiuso, quasi col timore che potesse anch’esso svelare qualcosa di lui, come fanno ogni volta le cose che ci sono care. Con gli occhi cercava viali più discreti, pensando al momento in cui sarebbe giunto in piazza e all’enorme disagio che avrebbe provato quando avrebbe dovuto chiedere del dottor Bloyd. Cominciò a camminare con passo sempre più lento mentre avvertiva scemare il primo goliardico entusiasmo e si chiedeva se fosse giusto quel suo modo da agire. Rallentò fino a fermarsi.

Forse tutto quello che stava facendo non aveva senso. Era stanco e il suo andare non era aiutato né dalla strada, che iniziava a salire, né dalle pietre, che scomposte fuoriuscivano dalla polvere e dalla ghiaia. Oklin non era ciò che si aspettava, e quell’accoglienza funerea gli aveva fiaccato il morale. Si rammaricava di non avere una sciarpa, perché, mentre saliva, il vento s’era fatto più forte e con una parte del cappotto cercò di proteggere dalle folate più fredde le esili foglie della sua pianta.

A metà della salita si fermò e posò a terra il bagaglio per ritrovare un po’ di fiato. Chinò il capo e vide una macchia scura disegnarsi sulla polvere bianca della strada. Un’ombra.

Alzò la testa e si trovò di fronte una donna: mora, giovane d’età, ma austera. Ne fu sorpreso, non l’aveva sentita avvicinarsi.

Lei rimase a fissarlo qualche momento; non sembrava intenzionata a farsi da parte:

“Il signor Simmons?”

“Sì.” rispose lui e poi l’istinto più della ragione gli suggerì la successiva domanda:

“Bloyd?”

“La figlia.” disse lei rapida e con un’energia insospettata, per via della sua esile figura, si impossessò della valigia. Simmons rise, lo fece con discrezione. La donna si voltò di scatto e disse: “Mi segua.”

Sembrava fosse rimasta infastidita da quella lieve risata. Il vento le sollevò la gonna scura, ben sopra il ginocchio, senza che in apparenza ne avesse vergogna. Simmons silenzioso la seguì. Durante la salita, che ora gli appariva interminabile, osservò il magnifico cielo imbrunito dal tramonto; aveva ancora viva l’incertezza d’aver fatto la scelta sbagliata.

“Bloyd…?”, domandò.

“Cosa?” rispose la ragazza voltando l’occhio.

“Suo padre, dov’è?”

La ragazza si fermò e si voltò di nuovo fissò Simmons dritto negli occhi forando le spesse lenti degli occhiali, con i suoi occhi neri come pece e severi come il suo abito: “È morto.”

Lo disse come una dichiarazione notarile, un fatto certo.

Simmons deglutì.

“Mi spiace.”

“Le spiace? Conosceva mio padre?”

“No. Ci siamo solo scritti, ma mi spiace… mi spiace per lei.”

La ragazza rimase in silenzio abbozzando una smorfia indecifrabile.

Poteva significare tutto: sdegno, indignazione o anche dispiacere, disagio o anche vergogna o ironia; tutto.

“Era un uomo malato.” disse lasciando sciogliere un po’ della sua iniziale freddezza e continuò:

“Non gliel’ha scritto?”

“No. Spero comunque che non abbia sofferto, non molto.”

“La morte è stata una liberazione.”

Simmons si lasciò ad un silenzio di sorpresa, la ragazza si affrettò ad aggiungere:

“Era molto malato. Soffriva, senza speranza.”

“Capisco…”

Poi riprese spedita il cammino e Simmons la seguì. Andava cercando delle parole per consolarla, senza trovarle. Gli era difficile stare dietro al passo svelto della ragazza, anche perché salendo cercava di osservare quello che fosse il paese. La donna gli si arrestò di colpo davanti, posando a terra il bagaglio.

Sospirò. Simmons capì che, pur se non voleva darlo a vedere, anche lei aveva avvertito il peso di quella camminata.

“È là in fondo. L’ultima casa. Dalla terrazza si vede il parco, come lei ha chiesto.”

Simmons si sporse un poco per vedere meglio l’abitazione e quando tornò con lo sguardo sulla donna l’esaminò. Il colorito del viso, malgrado lo sforzo era pallido in netto contrasto col fazzoletto nero che le raccoglieva i capelli, che dovevano essere anch’essi scuri, a giudicare dai ciuffi che le uscivano di lato; gli occhi piccoli, ma belli: sinceri. Le guance appena in rilievo si sarebbero dette morbide, comunque delicate, al pari delle labbra, marcate da un tenue rossetto. Non alta, e esile nella corporatura, ma proporzionata, vestita con abiti di qualche taglia più grande. Simmons in quel breve istante ne osservò anche le mani – quando giungeva allo studio delle mani in una donna significava che l’aveva giudicata nell’insieme graziosa e ne andava ricercando la perfezione; erano mani delicate con dita affusolate, poco probabili fra la gente di quel paese e la cosa lo colpì. Si soffermò troppo a lungo su quelle mani, così che la donna pensò che non avesse capito.

“È l’ultima casa. Dopo la falegnameria. L’ultima.”, e indicò ancora col dito. Simmons fu scosso da quelle parole.

“Ho capito, ho capito.”

“La casa non è in ordine. Non c’è stato tempo, domani ci sono i funerali. Però di essenziale non manca nulla. E nella cucina, nella cucina le ho preparato una minestra, basta scaldarla.”

La donna cominciò a frugare nelle tasche della gonna e Simmons continuò a guardarla incerto sul da farsi, finché lei non cacciò fuori un mazzo pesante di chiavi.

“Chiavistello di sopra, chiavistello di sotto.” disse indicandone due “Alle altre non faccia caso, sono del negozio, ma ora è chiuso, per via del lutto, fino a domenica. Da qui a domenica verrò a riprenderle ora va bene che le tenga lei.”

Simmons soppesò le chiavi nel palmo delle mani e le fissò.

“Sarà bene che venga prima di domenica.”, disse con voce glaciale, ma non parlava alla donna, parlava a se stesso. La donna lo capì, perciò non replicò nulla. Simmons fece per andar via, sollevando da terra il bagaglio, ma poi si voltò di nuovo:

“Non conosco il suo nome signora… o signorina?”

“ Signorina Stewart. Lillian Stewart.”

Simmons la guardò con stupore, quasi incredulità, ma prima che potesse domandare qualcosa lei aggiunse con voce rassicurante:

“Bloyd mi ha adottata. Ero piccola, ma avevo già un mio cognome.”

“E il suo padre naturale?”

La ragazza arrossì e stornò la domanda, palese era il suo disagio. Simmons si morse le labbra per l’indelicatezza, arrossendo a sua volta. La donna alzò lo sguardo e negli occhi dell’uomo trovò un’inspiegabile complicità.

“Mi scusi.”, disse. Lei annuì.

“È del Kansas?”, chiese poi la ragazza per via dell’accento finalmente riconosciuto.

“Vengo da lì.”, le rispose Simmons senza avere intenzione di dire altro.

“Io ci sono nata.”, replicò Lillian con una certa meraviglia.

“Abbiamo molto in comune.” disse Simmons. Lillian rifletté un istante, la coincidenza di quella provenienza non era un motivo sufficiente per dire molto e d’altro canto quell’uomo non era avventato nelle parole, perciò cercò di indagare cosa veramente intendesse dire, ma non ottenne nulla di più di un sorriso velato di cortesia. Simmons era nuovamente tornato entusiasta, l’incontro con quella donna gli sembrava propizio, malgrado a prima vista apparisse semplicemente una bambina. Guardò in direzione della casa e oltre, vide una piccola porzione del parco, una macchia di verde stagliata contro l’azzurro deciso del cielo, senza più il sole, con la corona dei picchi alti delle montagne, mentre stormi di passeri setacciavano l’aria in cerca di insetti, macchie scure in risalto fra il bianco delle nuvole. Il vento si era calmato. Tutto ha un senso, pensò tra se Simmons, fiducioso, ora più di altre volte che quel suo progetto potesse riuscire. Lillian lo fissava attenta, cercando di capire cosa della sua figura generasse quel fascino a cui ora le sembrava difficile sfuggire. Temeva solo il chiacchierio della gente. Entrambi sapevano che mille occhi li scrutavano da dietro le fessure. Ma trovava difficile salutarlo, tanto da cercare una scusa, una qualsiasi per trattenerlo ancora vicino a lei.

“Mio padre aveva chiesto tre rate anticipate.”, disse trovando forse il motivo meno poetico.

“Oh, è vero.”, le replicò a sua volta Simmons, quasi fosse in difetto e cominciò a sua volta a frugare nelle tasche. Le porse un groviglio di banconote avvolte in un elastico spesso e verde, gli angoli delle banconote erano tutti rovinati. Lillian si meravigliò. Era un uomo dall’aspetto garbato e fine e gli rimaneva difficile credere che avesse così poca cura dei suoi soldi.

“Sono trecento marchi.”, disse Simmons per togliere lo stupore dal viso della ragazza.

“Trecento cosa?”, replicò disorientata Lillian.

“Marchi… moneta tedesca. È quello che ho.”

“Ma siamo in Irlanda.” replicò lei scioccamente.

“Lo so.”, rispose Simmons alzando ancora gli occhi al cielo, da nessuna altra parte al mondo aveva mai veduto un cielo così intenso. Intenso e immenso. Con una velata rassegnazione Lillian si mise i soldi in una tasca e disse piano:

“Non so la quotazione della moneta tedesca, non mi intendo di economia.”

“Neppure io.”, sorrise Simmons e aggiunse:

“Le ripeto: è quel che ho.”

“Quest’altro lunedì andrò in banca e le darò il resto se necessario.” replicò decisa Lillian per provare che non aveva interesse ad alcun tipo di speculazione, ma aldilà della decisione l’asprezza iniziale della voce era completamente svanita.

Mentre cresceva la curiosità.

“Lunedì sarà tardi.”, riferì con voce glaciale lui. Lei lo guardò con sospetto e lui fissò a lungo quegli occhi nero pece:

“Parto venerdì.” disse per rassicurarla, lo disse come si dice una bugia, malgrado sembrasse un uomo incapace di mentire. Lillian guardò la valigia, poi guardò ancora lui e chiese piano, col timore di diventare indiscreta:

“Non ci sono vestiti per tre mesi là dentro, vero?”

Era chiaro che ne aveva giudicato il contenuto fin dal primo momento in cui gli aveva strappato il bagaglio di mano.

“No. Strumenti.”, rispose Simmons, pensando di non doverle nascondere ormai più nulla.

“Se ha intenzione di rimanere pochi giorni non ha senso che paghi tre mesi…”, commentò Lillian.

“Era ciò che ci eravamo scritti con suo padre.”

“Mio padre è morto.”, replicò lei. Improvvisamente intristita gli restituì il groviglio di soldi. Da quel groviglio tenne per sé una sola banconota “È sufficiente così.” disse a voce alta, rincuorando se stessa. Non teneva la moneta per il suo valore, ma per avere un ricordo di quell’incontro e Simmons l’intuì. Una finestra si spalancò davanti a loro e si affacciò un vecchio con indosso solo un pullover di lana neppure abbottonato sul petto. Poco dopo sul davanzale della finestra gli si affiancò il suo cane. Il vecchio non smetteva di fissarli, ero uno sguardo severo e un po’ contrariato, in un altro momento Simmons si sarebbe sentito a disagio.

“Mi diceva della zuppa in cucina…”, disse guardando, incurante del vecchio, la ragazza con dolcezza, cercando di nuovo familiarità.

“È un brodo di verza e formaggio e mentre lo scalda, a fuoco lento, se le piace può aggiungere della vodka, la trova nella dispensa, dietro la porta.”

“Quanta?”

“Meno di un bicchierino.”

Simmons ne mimò la quantità con la mano, esagerando e lei delicata avvicinò pollice e indice per indicargli l’esatta misura. Fu il loro primo contatto. Simmons ebbe un piacevole brivido e poi voltandosi istintivamente vide il vecchio fissarlo con occhi cupi. Un tuono spaccò il silenzio dell’aria e ricominciò a battere il vento, mentre caddero le prime gocce di pioggia.

“Venga a ripararsi da me!”, gridò Simmons sollevando la valigia da terra e tirando Lillian per un braccio. La pioggia aumentò. Lei si lasciò trascinare da lui. Si mossero come aquiloni incerti sbattuti dal vento fino a raggiungere la tettoia di casa. Lillian al riparo dall’acqua cercò di riordinare le idee mentre Simmons aprì i chiavistelli con una tale facilità da sembrare che in quella casa abitasse da sempre. Ritrovarono calore e tranquillità accanto al fuoco scoppiettante del camino, sorseggiarono del tè.

“Rimarrà a cena con me?”, chiese Simmons. Lei annuì, ormai era in balia del suo fascino e non gli riusciva più di contraddirlo. Pensava già con felicità al momento in cui gli avrebbe servito la minestra. Quando fu il momento di preparare la tavola scelse il rosso del corredo natalizio.

“Adoro il rosso.”, le disse Simmons.

“Anch’io”, sorrise lei.

“Ecco un’altra cosa che abbiamo in comune.”, replicò lui.

Lei arrossì.

Dopo cena si amarono. Lo fecero con una profondità e una confidenza insolita per un primo incontro. A Lillian sembrò di conoscere quell’uomo da sempre. Sognò di vivere con lui, in un villino, poco fuori Dublino, tutte le case avevano i tetti dipinti di rosso e nel loro grande giardino, giocavano dei bambini un allegro girotondo, forse fra quelle creature c’erano anche i loro figli. Si svegliò nel cuore della notte, il buio della stanza la spaventò. Allungò istintivamente un braccio per cercare il calore dell’uomo che aveva amato. Trovò solo il gelo del lenzuolo. Si sollevò:

“Dove sei?”. Silenzio.

Rimase immobile alcuni momenti, poi si fece coraggio e accese la luce. Con passo incerto lasciò la stanza. Da basso udì il brusio soffocato di un motore. La luce nel salotto era accesa. Discese rapida le scale. La porta del salone era aperta.

Simmons era là, inginocchiato sopra una scatola di metallo, di lì usciva il rumore. Indossava i suoi spessi occhiali e con due attrezzi sconosciuti regolava l’intensità della luce intermittente e gialla che usciva dalla scatola. Ogni movimento era fatto con una precisione da orologiaio. Simmons si voltò e la vide, in piedi, in vestaglia, sul principio della porta.

“Che c’è?”, domandò senza stupore.

“Eri scomparso.”, mormorò Lillian ancora in balia del sonno.

“Ti consiglio di tornare sopra.”, disse Simmons glaciale.

“Te ne prego”, ripeté con più dolcezza, regolando al minimo l’intensità della luce. Lillian gli ubbidì come un automa.

Arrivata in camera, si accomodò seduta sul bordo del letto, senza più muoversi. Con gli occhi sondò accuratamente ogni angolo della stanza e si fermò sul cappotto malamente piegato sopra una sedia. Frugò nelle tasche e ne estrasse un documento, nel mezzo vi era, chiusa, una foto. Osservò quella foto, Simmons era accanto a una donna e di fianco c’erano due bambine, tutti e quattro ridevano: era una fotografia recente. Deglutì. Simmons, nel corso della sera, gli aveva confidato di amarla. Passò ancora un poco di tempo e lei rimase in silenzio a fissare la donna sulla foto e la casa graziosa dietro loro. Era un villino dal tetto rosso. Simmons salì.

La guardò e rimase in silenzio a sua volta, senza avvicinarla.

“Non vieni dal Kansas?”, domandò Lillian.

“No.”, rispose lui.

Lei deglutì l’aveva ferita scoprirlo abile nel mentire, malgrado fosse chiaro che non intendesse più farlo.

“E non abbiamo molto in comune?”, domandò ancora.

“Non molto.”, le confermò. Attese qualche istante per darle il tempo di ritrovarsi, perché appariva frastornata – e aveva motivo di esserlo: tutto era stato così veloce, poi continuò: “Ma tu puoi aiutarmi.”

Fino a qualche attimo prima Lillian avrebbe pregato il cielo per poter in qualche modo essergli veramente di aiuto, ora era incerta, non sapeva se accordargli fiducia, non era più l’uomo sicuro e trasparente che aveva amato. E aveva anche un certo timore a essere sola in casa con lui.

“Cosa è venuto a fare qui?”, domandò.

“A completare un progetto.”, rispose Simmons, come avrebbe fatto un qualunque ingegnere al proprio direttore.

“È sua moglie?”, domandò ancora Lillian indicando la donna della foto. Lui sorrise, l’avvicinò e le prese la foto dalle mani, l’osservò con un velo sottile di nostalgia.

“Lo era.”

“È morta?”

“L’ho lasciata.”

“Quando?”

“Ieri.”

“Signor Simmons vorrei tornare a casa di mio padre.” Disse lei articolando con difficoltà le parole. Simmons le andò incontro per darle tranquillità.

“La prego non si avvicini” implorò lei. Ma lui era già lì. Le prese le mani nelle sue e le strofinò, indovinando che erano gelide. Lei si abbandonò al calore di quelle carezze, ma d’improvviso s’irrigidì. Le mani dell’uomo erano rovinate e le punte delle dita ingiallite, dello stesso giallo della luce nella scatola.

“Non è nulla.”, disse lui per calmarla, aveva notato la sua agitazione. “Presto tutto finirà…”, le disse ancora, carezzandole i capelli. Lei si guardò intorno, era confusa, fu scossa da brividi di freddo e sentì l’eco del rumore di quella scatola nella testa, insistente, come un meccanismo inarrestabile.

“Ho paura…”, mormorò stringendosi a Simmons, malgrado fosse di lui che aveva paura.

“Non c’è motivo di avere paura.”, la rincuorò.

“Lei mi ha mentito…”, replicò Lillian.

“Mi spiace…”, disse lui con dolcezza e la strinse a sé.

“Resterai qui?”, chiese ancora lei.

“Non potrò.”, rispose lui, triste nella voce.

Lasciò la ragazza e si alzò dal letto, lei per un attimo ebbe l’istinto di trattenerlo, ma non lo fece. Lui mosse qualche passò con l’intento di andar via, poi si fermò, si voltò e guardò di nuovo la ragazza. Lillian ne scrutò gli occhi, avevano una luce nuova, commossa. Attese in silenzio e lui cominciò a parlare quasi in preda ad un delirio: “Mi spiace Lillian, ma non ci è concesso tutto sai.. ho dovuto lasciare il negozio, mia moglie, le figlie, perché ho capito che non c’era più tempo…”, lei lo guardò con occhi incerti “e forse è già tardi, forse è stato tutto inutile, capisci? Non ho avuto neppure la forza di dare un ultimo bacio alle mie figlie. È stata una comprensione improvvisa, un’urgenza, una necessità. Un’idea afferrata nel cuore della notte. Ma non è stato facile: lasciare tutto, senza preavviso, in apparenza senza motivo, sfuggendo alla comprensione di tutti…” Lillian cominciò a piangere, non per le parole, ma per il sentimento con cui lui le pronunciava:

“Fuggire… come uno colpito dalla follia, o uno screditato qualunque, come un balordo, lasciare moglie e figlie senza una spiegazione, non è da tutti… Voglio dire che sono stato… non coraggioso, ma audace, questo sì mi va riconosciuto: molto audace. E tu, tu ora sei magnifica, ma io ho fatto una scelta. Te, magnifica o un’altra, una qualsiasi altra, non avrebbe senso. Ora l’unica speranza è che la macchina funzioni. Capisci…?”, si fermò con gli occhi umidi di pianto. Lei si alzò per abbracciarlo.

Non si dissero altro e Simmons tornò nel salotto, inginocchiato di fronte alla scatola metallica. Un’ombra avvolta nella luce gialla. Per tre giorni e tre notti rimase inchiodato lì davanti a lavorarci sopra. E a Oklin si sparse la voce.

Lillian disse a tutti che chiuso in quella casa Simmons stava lavorando a un progetto: ultimava la macchina. E chiunque si trovava a passare davanti alla casa lo faceva in silenzio, per il timore di poterlo in qualche modo disturbare. La mattina del venerdì Simmons uscì di casa. Era completamente trasformato, sottobraccio incartata in umidi panni neri aveva la macchina.

Prese la corriera per Keystone. Era eccitato e incerto.

Scese di fronte all’ingresso del parco. Si fermò alcuni istanti sul piazzale e con l’occhio dominò il prato. Inspirò profondamente.

L’aria fresca del mattino gli riempì i polmoni. Poi senza più indugiare si avviò lungo il sentiero principale e entrò nel parco. Rapidamente in paese si sparse la voce che Simmons aveva ultimato la macchina ed era andato a Keystone per farla funzionare. Molta gente del paese lo raggiunse.

Quel mattino fra l’incredulità di tutti, nel mezzo del parco la sua macchina si avviò.

Il giorno successivo Lillian comperò, in stazione, un biglietto per Dublino, si lasciava per sempre Oklin alle spalle.

Simmons era morto nella notte. La ragazza con sé non aveva alcun bagaglio. Tra le mani stringeva semplicemente un vaso di poinsettia, il cui vivido rosso non sarebbe durato più d’un mese.