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I racconti del Premio letterario Energheia

Vento alle parole, Giovanna Barba_Torre Annunziata(NA)

Miglior racconto per la realizzazione di un cortometraggio.

Premio Energheia 2021_XXVII edizione 

La luce della lampada illumina una serie di numeri sulle pagine del mio quaderno. Man mano che le sfoglio, compaiono anche lettere greche, tracce di evidenziatore e cancellature. Tutta opera mia. In soli due mesi ho finito un quaderno intero, di cui domani non ricorderò neppure un esercizio, una parola, una correzione. È come se la concentrazione scivolasse via dagli occhi, non appena chiudo le palpebre. Una volta riposto il quaderno sulla pila di libri che userò domattina, mi volto a guardare l’orologio accanto al calendario. Il tempo si rivela a me in due forme diverse, venti aprile duemilaventi e due e dieci. Ho decisamente fatto più tardi del dovuto, domani svegliarsi sarà tremendo. Mi alzo dalla scrivania, imposto la sveglia, rivolgo un’ultima occhiata assonnata alla finestra del mio terrazzo, poi mi lascio cadere all’indietro. Il mio corpo sprofonda nel letto, le cifre dell’ultimo esercizio di matematica danzano davanti a me, accompagnate dalla mia voce che spiega Cartesio. Poi chiudo gli occhi, finisce tutto. Dentro e fuori, nient’altro che buio e silenzio.

   11:15

La professoressa sta interrogando. Lo sapevamo tutti, ma Giada continua a confondere gli autori. Il ronzio del suo microfono è l’unico suono nella stanza, in cucina c’è mia madre che parla al telefono con nonna. Non ascolto né lei né Giada, sento che la professoressa è più nervosa di prima, il suo volto sgranato nel riquadro mi ricorda un quadro cubista. Un pettirosso si adagia sulla ringhiera del mio balcone, canticchia al sole, saltella prima avanti, poi indietro, la sua ombra anima il pavimento.

“Sofia, vuoi parlarmene tu?”

Il pettirosso vola via, ricordandomi di essere a lezione. Attivo il microfono e inizio a parlare, dalla mia bocca sgorgano le stesse parole del libro, non hanno nulla di me, io non ho nulla di loro.

La professoressa annuisce.  “Basta così” e chiama qualcun altro. Sembra abbastanza convinta di quello che ho detto. Tutto sommato la invidio.

 

   21:10

“Hai finito di studiare?”

“Sì.”

“Com’è andato il compito di arte?”

“Bene, ho preso otto.”

“Brava. Come sta Giada?”

“Domani mi telefona.”

“È una giornata importante.”

“Devo studiare.”

“In compenso ti ho preparato la tua torta preferita.”

“Non dovevi, eri stanca.”

“Che compleanno sarebbe senza una torta? A proposito, domani non devo lavorare, quindi se vuoi spegnere le candeline a mezzanotte…”

“Aspetto domani.”

“È successo qualcosa? Non sembri in vena di parlare.“

“Sono stanca. Tutto qui.”

   21 aprile, 05:39

Ho compiuto diciott’anni.

Il pavimento del terrazzo è freddo e impolverato, sopra di me il cielo si prepara ad accogliere il sole, uno stormo di rondini si esibisce formando cerchi nell’aria, poi sparisce tra i tetti. Dovrei sentirmi rinata, come ad ogni compleanno, ma più il mio sguardo si allunga verso l’orizzonte, più mi perdo tra quei vicoli morti, dove non si muovono più neppure le foglie.

Perché sono qui?

Non so cosa mi sia preso. Ero certa di aver sentito un rumore, qualcosa di metallico seguito da dei colpi, mi sporgo oltre la ringhiera: sotto di me non vedo altro che cemento.

Allora rialzo lo sguardo, finalmente vedo qualcuno.

Un viso incorniciato da ciuffi corvini, occhi vispi fissi su di me, due braccia bianche spuntano dalla maglia blu, una piccola scatola nera stretta tra le mani. Erano mesi che non vedevo qualcuno in carne ed ossa oltre a mia madre, in questo silenzio percepisco il suo respiro affannoso. È un miraggio? Mi strofino gli occhi, è ancora lì. Reale. Vivo. Immobile. Come me.

Sorride timidamente e alza una mano per salutarmi. Vorrei fare lo stesso, ma di colpo non trovo le forze, non ricordo come si chiama il vortice che ho ora nello stomaco. Il tempo passa, poi le sue labbra si chiudono in una linea dritta, si volta a testa bassa e corre dentro. Proprio come me.

 

   24 aprile, 15:58

Ritorno sul terrazzo con l’affanno. Il vento fa sbattere la porta contro la parete giallastra, il suono si diffonde in tutto il quartiere. Mi siedo a terra e nascondo la testa tra le ginocchia. Oggi c’era il compito di storia e non lo avevo segnato. Mia madre ha scoperto che preso cinque in arte – non otto –  ed è andata su tutte le furie. “Che delusione”, ha detto mentre usciva di casa per andare a fare il pomeridiano. Giada e io abbiamo litigato, è la quinta volta in un mese. Da quando è cominciata la quarantena non è più le stessa. Studiare la annoia, fuma più di prima, se le dico di smettere mi attacca come una vipera quando è minacciata. Con la sua stessa agilità sta strisciando via da me,  mentre io sopporto il peso dei nostri ricordi, ma sono troppi per una sola schiena. I palazzi della città mi circondano in un abbraccio freddo e grigio, solo a guardarli la mia testa diventa pesante quanto l’intero pianeta Terra. La mancanza di Giada pizzica la corda più sensibile del mio cuore, soffoco i singhiozzi con la bocca. Vorrei raggiungerla, vorrei davvero provarci.

Ma io, a differenza sua, non posso scappare da me stessa.

   25 aprile, 17:10

Il sole pomeridiano proietta ombre calde sul pavimento del terrazzo. Con la coda dell’occhio scorgo la mia, curva in avanti e con la treccia spettinata. Un’improvvisa folata di vento si insidia tra le pagine di Ragione e Sentimento e porta via con sé il segnalibro. Scatto dalla sedia e lo raggiungo un attimo prima che vada oltre la ringhiera, i miei occhi catturano qualcosa oltre il rettangolo verde e bianco.

È il ragazzo dell’alba, quello dal sorriso impacciato e la maglia blu. La sua immagine snella era stata risucchiata dalla marea di compiti che avevo dovuto consegnare in quei giorni ma, ora che lo rivedo, mi sembra di averlo impresso dentro di me da sempre. Stavolta saluto per prima, lui ricambia e si inginocchia per raccogliere qualcosa. Aspetto si rialzi, dopo un po’ gli chiedo “Stai bene?”

La mia voce abbatte il silenzio circostante con una forza tale da spaventare persino me, eppure lui resta nella stessa posizione. Torno sui miei passi, raccolgo il libro da terra e ripongo dentro il segnalibro. Improvvisamente non ho più voglia di leggere, le voci che la mia testa aveva attribuito a Elinor e Marianne si riducono a ronzii fastidiosi che mi danno il capogiro. Spinta dalla noia – e dalla curiosità – ritorno alla ringhiera, vederlo ancora lì mi causa un inspiegabile senso di tranquillità. Si rimette in piedi con un balzo, nelle mani stringe la stessa scatolina della scorsa volta. Nonostante la distanza, riconosco sul viso pallido un sorriso soddisfatto, come se avesse appena risolto un problema difficilissimo.    “Cosa stai facendo?”

La risposta non tarda ad arrivare, e va oltre ogni mia aspettativa.

Dal suo terrazzo si solleva un drone grigio a quattro eliche, simile a uno scarabeo gigante. Lancio un’occhiata stupefatta al ragazzo che guida il drone verso il mio terrazzo, nel giro di dieci secondi vola sopra la strada vuota e si ferma a mezz’aria, a pochi centimetri da me. Da uno dei bracci pende un filo di spago a cui è stata legata una molletta per i panni che stringe un foglio ripiegato. Fisso il ragazzo in cerca di spiegazioni, il suo sguardo impaziente dice più di mille parole. Afferro il foglio stando attenta alle eliche in movimento e lo apro: “Ti sta piacendo il libro?”

Deve avermi vista mentre raccoglievo il libro da terra. È la prima volta che qualcuno mi domanda se mi piace qualcosa. Torno a guardare il suo terrazzo e annuisco, poi mi viene in mente un’idea. Con la mano gli faccio segno di aspettarmi e mi fiondo dentro casa.

   17:15

È molto bello, ma mi aspettavo qualcosa in più. Grazie per il biglietto.

Ripiego il foglio al contrario e lo incastro nella molletta, appena sollevo il braccio lui fa ripartire il drone. Lo osservo leggere con entusiasmo, lo stesso con cui attendo la sua risposta. Appena vedo il drone avvicinarsi alla mia ringhiera, mi sporgo e afferro il foglio: “Mi chiamo Leo, faccio lo scientifico e mi piace il blu. Tu come ti chiami?”

Il mio cervello assimila il suo nome e lo fa correre nelle vene come fossero una montagna russa impazzita. Le parole prendono la forma della mia grafia tremolante: “Mi chiamo Sofia, faccio il classico. Il mio colore preferito è il verde. Hai costruito tu questo drone?” Volevo aggiungere anche: “Come mai non ti ho mai visto prima d’ora?”, ma non voglio apparire invadente, come dice sempre Giada. La risposta di Leo arriva pochi, lunghissimi minuti dopo: “Me lo ha regalato mio fratello, ieri è stato il mio compleanno. Quand’è il tuo?”

Man mano che leggo sento una nuova voce volteggiare nell’aria. È calda, dolce come miele, non placa il vento, ma lo invoglia a fermarsi per ascoltarlo, seguito dal mare, dalla terra, dal Sole. Sì, mi dico appendendo alla molletta il foglio, questa è proprio la voce di Leo. “Buon compleanno in ritardo allora, il mio è il 21 aprile.”

Sul retro del foglio rimane poco spazio, tra poco dovremo usarne uno nuovo. Ho portato sul terrazzo una penna, altri fogli e un pacco di patatine per trascorrere più tempo qui. Mi sento così leggera, così spensierata… Non provavo una sensazione simile dall’ultima volta che sono andata in libreria e poi ho fatto un giro nel giardino comunale. Sono passati tre mesi da allora, quando l’idea di una pandemia non aveva ancora afflitto nessuno. Ripensare a tutto quello che sto perdendo, dai tramonti in piazza a Giada, mi stringe con forza in gola. Ma poi il mio sguardo si sofferma un secondo di troppo su Leo, sul nostro botta e risposta che si fa sempre più lungo, e ritorno a respirare come mesi fa. Forse più di prima.

   17:50

Leo è rientrato per cercare delle pile. Mentre lo aspetto, rileggo le frasi sull’ultimo foglio che abbiamo usato. Ho scoperto così tante cose nuove sul suo conto che devo rileggere più volte per memorizzarle. Ora so che è un appassionato di astronomia e vuole laurearsi in fisica, che passa tutte le estati dalla nonna paterna a Vieste e che non ha letto molti libri, ma guardiamo gli stessi anime. Ha scritto che con la treccia gli ricordo una sua compagna di classe, così abbiamo parlato anche di questo. Entrambi detestiamo gli sguardi degli altri quando entravamo in aula, dice che assomigliano a dei ghigni. Non so come ho fatto a parlargli di Giada senza trattenere tutto il rancore che mi porto dentro, rileggo quel lato del foglio con la sua voce in testa. “… Vorrei solo capire dove ho sbagliato, farei di tutto per rimediare.” “Non ha capito che tipo di persona sei.”

Fa strano “sentirselo dire” da un ragazzo conosciuto all’alba del mio diciottesimo compleanno. Ma quei gesti, quel sorriso, quel suo sguardo limpido mi fanno credere che Leo sia immune a ogni forma di male, una sorta di essere superiore.

   18:00

Leo ricompare sul terrazzo con le pile e un’espressione vittoriosa. Mentre sostituisce le vecchie con le nuove, noto due ragazzi sporsi da un balcone del palazzo accanto al mio. Hanno una radio portatile, dopo qualche schiamazzo fanno partire l’inno d’Italia. Ero così presa dalla nostra conversazione da essermi dimenticata della Liberazione. La loro presenza mi irrita, appena noto altre persone cantare dai balconi, sento le guance accaldarsi per il nervosismo. Poco dopo il drone raggiunge la mia ringhiera, la calligrafia rotonda di Leo mi rasserena in un attimo. “Sei arrabbiata? Parliamo domani?”

L’idea di restare sola in questo fracasso mi fa scrivere due volte più velocemente. “Non è colpa tua, è che odio questo chiasso. Non ti dà fastidio?”

Vedo Leo farsi meno teso man mano che scrive la risposta. “Aspettiamo che finiscano e scegliamo una canzone noi. Hai una radio?”

Gli faccio cenno di aspettare ed entro in casa. Intanto prego che Leo non svanisca con l’inno di Mameli…

 

   18:08

Torno sul terrazzo gridando il suo nome. Grazie a Dio è ancora lì, lo sguardo sul drone e i capelli mossi dal vento. Appena vede la mia vecchia radio applaude, io improvviso un inchino e collego il cellulare all’apparecchio. Non ho idea di che musica gli piaccia, così lo indico mimando con la bocca “Scegli tu”. Colto di sorpresa, Leo sgrana gli occhi, poi prende un foglio e scrive. Sono così curiosa di conoscere la risposta che mi sporgo oltre la ringhiera per arrivare prima al drone: “Merry go round of life.”

La colonna sonora del mio film preferito. Solo ora mi torna in mente che Il castello errante di Howl è anche il suo preferito, nonché l’ultimo argomento di cui abbiamo “parlato”. Rialzo la testa verso Leo, i nostri sguardi combaciano perfettamente, sorridiamo nello stesso istante. Mentre cerco nella mia playlist, mi domando se il suo cuore batte con la stessa intensità del mio, se questi terrazzi saranno mai l’unico punto in cui i nostri mondi si sfiorano, se basterà una strada di periferia a separarci, se un giorno potrò passeggiare con lui nel giardino comunale. Un brivido sulla schiena contrasta il calore che sento tra le dita solo a immaginare come sarebbe tenergli la mano, condurlo da qualche parte fino a perderci, tornare a casa a notte fonda ascoltando qualche suo aneddoto sulle stelle e su quanto siamo minuscoli rispetto a cosa si muove sopra di noi. Altre domande risalgono dalla mia anima al cervello, ma le prime note del piano si diffondono nell’aria con prorompente delicatezza. Ed è così che la magia ha inizio.

Riesco quasi a vedere la melodia che si intreccia col vento tra i piani dei palazzi, le tende delle finestre socchiuse, per poi scendere verso il basso e smuovere le foglie cadute. Nonostante il colore spento, girano su loro stesse come stessero ballando il valzer. Ancora una volta il mio sguardo ritrova Leo che scarabocchia appoggiato alla ringhiera. La parte più irrazionale di me vorrebbe chiedergli se conosce una formula chimica per teletrasportarsi al mio fianco. Un improvviso nodo alla gola tenta di soffocarmi, d’istinto allungo una mano verso il suo terrazzo per assicurarmi non stia svanendo. Leo se ne accorge – non gli sfugge niente – mi segue e mantiene la mano aperta, anche a questa distanza sento il suo calore nel vento. Fa finta di perdere l’equilibrio, quando mi vede sobbalzare per lo spavento si raddrizza e si copre la bocca per non ridere, senza notare che sto ridendo anche io.

La mia attenzione ritorna a Merry go round of life, è arrivata la mia parte preferita. Pianoforte, viole e violoncelli diventano le correnti di un uragano a cui mi abbandono senza pensarci due volte, inizio a piroettare avanti e indietro come ero solita fare in camera mia, al riparo dal mondo. Fino a qualche mese fa non avrei mai immaginato di ritrovarmi a ballare su questo terrazzo, a piedi scalzi, in compagnia di un ragazzo che, divertito dai miei tentativi di essere aggraziata, si unisce a me con le braccia protese in avanti come a stringermi a sé. Ora come non mai lo sento più vicino di chiunque altro, la sua esistenza ha riempito quel vuoto che mi scava dentro da quando è stata dichiarata la zona rossa, non vedo l’ora che sia domani per scegliere un’altra sinfonia. In questo momento potrebbe affacciarsi anche tutto il quartiere, io continuerei a ridere e ballare come se esistessimo solo io e Leo.

Così lontani. Così vicini.

   21:30

“Hai studiato oggi?”

“Sì. Com’è andata a lavoro?”

“Solite cose, la gente desidera le mascherine come fossero aria, fortuna che lunedì ne arrivano altre. Metti il telegiornale?”

Finisco di sparecchiare e accendo il televisore. Ultimamente guardare il telegiornale mi spaventa, non perché temo che qualcosa cambi, ma perché ho paura che non cambi affatto. Domani è domenica, ne approfitterò per studiare arte e poi aspetterò che Leo ricompaia sul terrazzo alle diciotto.  Chissà se ha già finito di studiare? Potrei domandargli se ha bisogno di una mano in qualcosa, ma sarebbe difficile restare concentrata davanti a lui.

“Questo sì che è un vero e proprio miracolo”, commenta mia madre portandosi una sigaretta alla bocca.

“Di che stai parlando?”

“Non stai seguendo?” Con un cenno della testa indica il televisore, fili grigi vorticano attorno al viso stanco. “Dal quattro maggio possiamo uscire di nuovo.”

Scatto in piedi, non riesco più a stare ferma. “Il quattro maggio?”

“Lo hanno appena detto, dove hai la testa?” mi squadra con aria indagatoria. “Dove vai?”

Arrivo di corsa in camera mia, stacco il cellulare dal caricabatterie e cerco le notizie sul quattro maggio. La prima pagina di Google è piena di articoli a riguardo, leggo il più recente, di venti minuti fa: “… A partire dal 4 maggio potranno riprendere gli spostamenti all’interno di una stessa regione per motivi di lavoro, salute, necessità o visita ai parenti…”

Il mio sguardo vaga per la stanza buia. Premo la schiena contro l’armadio e ripeto a mente ciò che ho appena letto, non vorrei si trattasse di uno scherzo della mia immaginazione. Vedo appannato, sento l’aria bloccarsi in gola, il cuore inizia a martellare contro le costole con così tanta violenza che pare voglia romperle, saltare dal terrazzo e raggiungere il suo nuovo proprietario. Mi avvicino con cautela al balcone per vedere se Leo è lì, ma non c’è. Non sono stupita, non esce mai di sera. È come il tramonto, posso ammirarlo una volta al giorno. Ma presto le cose cambieranno, non ho dubbi a riguardo.

“Sofia?”

“Arrivo.”

Pazienta ancora un po’, penso allontanando la mano dal vetro freddo. Mentre torno sui miei passi, non so se le mie parole erano rivolte a Leo o a me.

   26 aprile, 17:30

Ho appena finito di studiare. Mentre sistemavo i libri sugli scaffali, ho ritrovato un vecchio libro di astronomia. Non ricordo quando l’ho comprato, ma la Via Lattea in copertina mi riporta alla mente Leo, al suo sorriso che si allarga mentre mi scrive perché Nettuno è il suo pianeta preferito. Aspetto che mia madre esca di casa e raggiungo il terrazzo. Fa un po’ freddo, stringo il libro al petto come se potesse scaldarmi, per strada non c’è nessuno. Sono emozionata, so già cosa scrivergli nel primo biglietto della giornata.

Provo a immaginare la sua reazione, ma poi la mia testa viene rapita da altri pensieri. La scuola continua ad asfissiare, ma ho già recuperato tutte le insufficienze. Nonostante tutte le promesse che ci eravamo fatte, io e Giada non siamo più unite come prima. Forse un giorno si pentirà di avermi persa; in caso contrario, non sarò io a pentirmene.

“La pandemia cambia tutti”, mi ha detto ieri a telefono.

E io, in un attimo di cieco coraggio, ho ribattuto con: “Vero, vale anche per me.”

Finalmente Leo arriva sul terrazzo. Mi avvicino alla ringhiera per guardarlo meglio, ma dopo due passi mi inchiodo al pavimento. Quello non è Leo.

È molto più alto, avrà all’incirca vent’anni, le sopracciglia spesse e la barba ne risaltano l’espressione corrucciata. Cerco di restare calma, fino a quando non noto un dettaglio che mi fa sprofondare: nelle mani stringe il suo drone. “Dov’è Leo? Sta bene?” chiedo ad alta voce, lui non risponde. Non tollero questo silenzio, non sopporto la sua assenza, mi terrorizza. D’un tratto il drone si alza in volo e viene verso di me, c’è un biglietto che pende dallo spago. Ho quasi paura a toccarlo, ma sento di non avere scelta:

“Questo è il mio numero di telefono. Scrivimi adesso. Devo parlarti di mio fratello.”

   18:00

“Che sta succedendo?”

Ho riscritto il messaggio tre volte, dannate mani tremanti. Non è da Leo sparire così, non lo farebbe mai, non con me. Trattengo il fiato fino a quando non ricevo un’altra notifica da suo fratello.

Nessun messaggio, nessuna rassicurazione, solo l’immagine di un foglio a righi. Riconoscerei quella calligrafia tra mille, appena inizio a leggere sento la sua voce diffondersi nella stanza:

Ciao, Sofia,

meriti tante spiegazioni. Ho chiesto a mio fratello di mostrarti questa lettera, scusa se non sarò lì mentre la leggi. Una volta mi hai scritto che, da quando siamo in quarantena, ti senti persa, senza forze. Io ho scritto di capirti, in realtà non ti capivo per niente. È colpa mia, non sono molto socievole. Prima non ero così, col tempo ho perso tante persone, non mi è mai importato, ma adesso ho tanta paura di perdere te. Ti devo mille scuse, so che non sopporti le bugie, quindi perdona se trovo solo ora il coraggio di dirti la verità.

Io non sento.

Cinque anni fa io e mia madre abbiamo fatto un incidente. Un attimo prima fissavo la strada, poi il niente. Mi sono svegliato non so quanto tempo dopo, ho subito pensato che al mondo mancasse qualcosa che non avrei mai più riavuto indietro.

In classe sono sempre stato invisibile, nessuno mi parla perché credono non possa rispondergli. Speravo che almeno uno di loro ci provasse, ma sono stato uno stupido a credere che le cose potessero cambiare per me. Com’è che si dice? Mai buttare parole al vento, ed è così che mi sento da anni ormai. Come vento, invisibile, destinato a muovermi tra migliaia di persone che non mi noteranno mai.

Quella mattina sono andato sul terrazzo perché volevo stare solo con me stesso, invece ho trovato te. Dal primo momento in cui ti ho vista, ho pensato fossi una ragazza speciale. Non sapevi niente di me, eppure, quando eravamo insieme, mi dimenticavo di tutto. Mi è sempre piaciuto stare da solo – o meglio, ho imparato ad accettarlo – ma ogni volta che ti guardo, sento che la vita mi sorride di nuovo. Sono stato egoista a non dirtelo subito, ma ti prego di capirmi, non volevo che la mia realtà spezzasse quello che stava nascendo tra noi. Di certo ti starai chiedendo dove sia finito, mi dispiace dirti così che sono in ospedale. Stanotte ho avuto dei tremendi dolori al cuore, i miei genitori si sono spaventati a morte, ho pregato di non portarmi fuori casa perché avevo bisogno di rivederti, ma sono stati più forti di me. Ti confesso che non so come finirà. Vorrei poter rispondere a tutte le domande che adesso navigano nelle nostre teste, ma non so predire il futuro. Mi manchi, Sofia, mi manchi davvero tanto. Non ti sarò mai abbastanza grato per tutto quello che sei per me. Spero di rivederti presto e stringerti come immaginavo di fare quando ti ho chiesto di sentire Merry go round of life. È stato l’ultimo brano che ho ascoltato prima dell’incidente, e tu sei la prima persona con cui l’ho condiviso.

A presto, Sofia, non dimenticarti di vivere anche per me.

Tuo, Leo.

 

***

Tempo sospeso

Tempo fa, il Sistema Solare terminava con Saturno. La scoperta di Nettuno è stata un’onda d’urto che ha portato a una constatazione ben più grande: lo spazio non ha confini. Solo perché gli altri corpi celesti non sono visibili a noi, non vuol dire che non ci siano. Infiniti pianeti, adesso, si muovono nell’infinito. E più il tempo passa, più si allontanano da noi, sparendo nell’ignoto. Ma ci sono, e continuano ad esistere.

Ho bisogno di pensarla così. Voglio credere che Leo sia ancora attorno a me, anche se non lo vedo. Forse si è fermato e mi sta aspettando in un altro punto dell’infinito dove le parole fluttuano, i pianeti sono blu e piovono diamanti, come su Nettuno. O forse non sarà così e saremo sempre gli stessi, solo in un altro infinito.

 

   5 giugno, 19:40

Prima di uscire di casa annodo un pareo attorno alla vita e intreccio i capelli. Il sole sta sparendo dietro le colline a strapiombo sul mare, tutto è avvolto in un’atmosfera così pacata che mi fermo di colpo per godermi il contrasto tra la mia pelle calda e la brezza marina. La mascherina è fastidiosa, ma il suono del mare sempre più vicino basta a confortarmi. Due bambini ridono e mi sorpassano, dal bar sull’altro marciapiede proviene una melodia allegra, che sa di estate. Mia madre ancora non si spiega come mai non sia partita con Giada e le altre per una settimana in Sicilia, ma non potrei essere più felice di aver rifiutato il loro invito.

“E cosa vai a fare solo tu a Scialara?”, mi ha chiesto qualche giorno prima della partenza.

“Te lo dico quando torno”, è stata la mia risposta, non conta se giusta o sbagliata.. Da oggi in poi le mie sconfitte e le mie vittorie dipenderanno solo da Sofia.

Arrivata all’ingresso del lido, la ragazza dietro al bancone mi sorride. “Lo sa che tra venti minuti la spiaggia chiude?”

“Non ci vorrà molto, promesso.”

Come previsto, sulla spiaggia non c’è nessuno. Proseguo lungo la passerella di legno, soffermandomi sul rumore del mare. Supero le file di ombrelloni, mi sembra di volare, in un attimo la sabbia prende il posto del cemento, i miei piedi sprofondano non appena le onde raggiungono il bagnasciuga. La schiuma bianca mi solletica le gambe, il vento agita il pareo. Mi sento libera da qualunque pensiero, la stanchezza dei mesi precedenti si perde tra le onde e sparisce nel blu. Non mi resta che attendere, penso volgendo lo sguardo al cielo, una tavolozza di sfumature azzurre, rosa e arancio. In lontananza si vedono già le prime stelle, mi domando se tra loro ci sia anche Venere.

Una strana sensazione mi prende al cuore, mi volto indietro lentamente. Le nostre ombre si sfiorano sulla sabbia, resistono alle onde e al vento. Tempo fa hanno lottato contro la distanza, la paura e l’attesa. Uno sguardo incredulo sul suo volto, non pensava lo avrei fatto davvero. Ho giurato a me stessa di ricominciare, ora che so da chi partire, è tutto più chiaro.

“Ciao, Sofia.”

Nessuno dei due ha dato parole al vento, ma ovunque andremo ora, porteremo il vento alle parole.