Un artista, Roberto Leoni_Reggio Emilia
_Racconto finalista trentaduesima edizione Premio Energheia 2026. (Sezione oltre 22 anni)
La mia carriera d’artista è cominciata (e finita) molto presto. Tutto ebbe inizio così. Era il 2003, avevo cinque anni e frequentavo la scuola materna. Era una sera di maggio e nel mio asilo si festeggiava la fine dell’anno scolastico. C’eravamo tutti, genitori, bambini e insegnanti. Alle pareti erano appesi i nostri disegni infantili, disegni per lo più eseguiti a pennarelli su fogli di carta per fotocopie. Quei disegni li avevamo fatti durante l’anno e rappresentavano il meglio della nostra produzione. Ognuno di noi esponeva tre o quattro lavori. Ricordo che le maestre avevano faticato molto a scegliere i miei disegni a causa delle mie scarsissime capacità grafiche. Alla fine, per pietà, appesero due robe assurde da me prodotte il giorno precedente. Non erano propriamente disegni. Sul primo foglio, infatti, avevo attaccato delle cacchine secche di piccione, sul secondo avevo fatto strisciare due lumache affinché tracciassero scie casuali di bave. Le targhette sulle quali erano scritti i titoli delle mie “opere” parlavano chiaro: una diceva Cinque cacchine, l’altra Strade bavose. Due lavori orrendi, esposti giusto giusto per non tagliarmi fuori dalla mostra. Ma si capiva che le maestre mi consideravano un po’ tocco. Proprio mentre cominciavano a levarsi dei commenti poco lusinghieri nei miei riguardi, commenti espressi nemmeno a bassa voce da parte dei genitori dei miei compagni d’asilo, ecco che un tizio si fa avanti, stacca le due schifezze dalla parete e sventolandole come un ossesso grida: «Chi è il genio?». Tutti si voltano a guardare quella specie di pazzo ed ecco che le maestre, dopo un comprensibile turbamento iniziale, indicano la mia figura. Io sono lì in un angolo, con un bicchiere di aranciata in mano, e per la verità non ho ben capito il perché di tutto quel trambusto. Ad un tratto mi si para davanti un omone sulla cinquantina alto quasi due metri e mi domanda (con la bava alla bocca): «Hai fatto tu queste meraviglie?», poi mi sbatte in faccia i miei due capolavori. Io per poco non mi metto a piangere. Ho tutti gli occhi puntati addosso e desidero che i miei genitori intervengano per porre fine a questa sceneggiata. Invece i miei genitori se ne stanno lì senza far nulla, spettatori come tutti gli altri, e paiono esecutori silenti di un destino già scritto. «Come ti chiami?», mi domanda l’omone. Io rimango in silenzio. «Beh, bambino senza nome, io sono Goffredo e sono un gallerista. Sto girando gli asili d’Italia a caccia di giovani talenti. Ho una galleria molto importante a Milano, ma con sedi anche a Basilea e Hannover. Tratto i nuovi situazionisti digitali, nonché la corrente tedesca dei Nuovi brutalisti 2.0. Ne hai mai sentito parlare? No? Fa lo stesso. Non disdegno però la pittura più tradizionale e colta, quella, ad esempio, della Scuola di Merdoffen, teorizzata e fondata dal critico e artista tedesco Gutlebb Merdoffen. Ma il tuo lavoro è oltre tutto questo… voglio dire, queste cacche di piccione non sono semplici cacche di piccione… capisci?… capite?… sei un genio, altro che la Scuola di Merdoffen… altro che queste stanche correnti prive di storia e ignare della Storia… tu con un unico gesto hai riassunto l’universo, con tre semplici cacche spalmate di colla hai quasi osato di più dell’Uomo Vitruviano leonardesco!». L’omone arrestò la sua valanga verbale e rimase in apnea, guardandomi con due occhi così fulminati da farmi paura. Ci furono cinque secondi di silenzio, la scena generale pareva come pietrificata, poi tutta la sala esplose in un enorme applauso. Tutti vennero a congratularsi con me, a lodare quel nuovo genio artistico di cinque anni appena, mentre in un angolo i miei genitori, storditi dalla rivelazione del mio sovrumano talento intellettuale, piangevano a dirotto. «Vorresti firmare un contratto in esclusiva con la mia galleria?», mi chiese Goffredo. Io non avevo idea di che cosa fosse un contratto e nemmeno sapevo tanto bene cosa fosse una galleria (a parte le gallerie stradali), ma fui bene accetto di firmare. Goffredo infatti mi aveva promesso una lauta percentuale in denaro e un premio speciale in giocattoli costosi per ogni opera venduta. «Inizieremo subito con una serie di opere che battezzeremo Ciclo delle cacche secche. Te la senti di fare una cartella con cento disegni di cacche secche?». Io dissi di sì. Nuovo scrosciante applauso generale e nuove lacrime dei miei genitori. Adesso non avevo più paura di quella folla, di quegli occhi puntati addosso. Adesso sapevo bene qual era il mio valore, sapevo di essere un genio. Quella sera uscivo dall’asilo in trionfo, seguito da Goffredo e dai miei genitori. Solo mezz’ora prima ero un incapace: ora, a cinque anni, un genio. Misteri dell’Arte.
Il giorno dopo, a Milano, firmavo il mio primo contratto. Firmavo per modo di dire, in quanto del mio nome, Roberto, sapevo scrivere solo la R iniziale. Il notaio che assistette alla stipula del documento, tuttavia, disse che quella “R” era più che sufficiente a convalidare il mio ingresso sulla scena artistica mondiale. Quel mattino ero stato accompagnato dai miei genitori, i quali parevano molto più nervosi di me. Siccome dovevo ancora iniziare le scuole elementari, erano convinti che i miei nuovi impegni d’arte e i conseguenti viaggi in giro per il mondo a promuovere mostre, m’avrebbero allontanato dalla scuola e reso analfabeta. Un genio analfabeta, pensavano. Inaudito! Io semplicemente non mi ponevo il problema perché la scuola era un mondo a me sconosciuto e finora ero andato solo all’asilo. Goffredo disse che entro un mese si sarebbe realizzata la mia prima esposizione nella sua grande galleria milanese, alla presenza di tutto il jet set artistico nazionale. Per tagliare corto. Ritornai da Milano con l’impegno di eseguire in breve tempo i cento lavori con cacche secche di piccione, alcuni anche di notevoli dimensioni (da realizzarsi su fogli di carta due metri per tre!). Per quanto riguardava le bave di lumaca, che pure gli erano piaciute (anche se meno delle cacche)… beh, per quelle se ne sarebbe riparlato più avanti. Non appena varcai la soglia di casa, subito volli mettermi al lavoro. Ma ovviamente c’era un problema: non avevo cacche di piccione disponibili. Mostrando prova d’indicibile amore nei miei confronti, fu proprio mio padre a sacrificarsi per me accollandosi la terribile mansione di “procacciatore di sterchi”. Il mattino seguente ecco mio padre andarsene nella piazza Duomo della mia città per raschiare con una roncola tutto lo sterco disponibile. Tornò con un sacchetto pieno e ricordo ancora che mentre guardava con malinconia quel fagottino gonfio commentava: «Ah, cosa non si fa per l’arte contemporanea!». Alla vista di tutto quel ben di Zeus saltai dalla gioia poi, fulmineo e sicuro come solo un genio può essere, ricoprii il pavimento di grossi fogli bianchi, versai sopra uno spesso strato di colla, e infine gettai tutto lo sterco di piccione sui fogli. Passata un’ora la colla si era seccata ma rimaneva il tanfo indicibile dello sterco che aveva ormai saturato l’aria del nostro piccolo appartamento.
Una settimana dopo avevo realizzato la bellezza di duecento disegni fatti di cacche secche, ben oltre il centinaio che mi era stato commissionato dal gallerista. Ero infatti entrato in una trance escrementizia senza precedenti e ovviamente Goffredo ne fu entusiasta. La mostra fu inaugurata il 5 luglio, in una giornata di caldo atroce, ma gli aperitivi sorseggiati dal jet set artistico e le olive rustiche al peperone smangiucchiate con calcolato godimento dai critici d’arte, rinfrescarono gli animi di tutti i presenti. Anche un famoso direttore di rivista, rinomato per le sue invettive contro i poveri giovani artisti italiani definiti tutti un branco di dilettanti, dovette arrendersi di fronte al mio sovrumano talento di bambino adulto. La pubblicità della mostra era stata martellante e aveva coinvolto tutta Milano. Venivo presentato come un genio di cinque anni in grado di realizzare opere che sembravano provenire direttamente da altre dimensioni e tutti, onestamente, abboccarono. Era Goffredo il vero genio e a posteriori lo posso affermare senza ombra d’errore. Quella sera riuscì a vendere la metà delle opere esposte, mentre altre furono assegnate nei giorni successivi. I prezzi erano notevoli per un bimbo della mia età. Seimila euro per un disegno d’escrementi e con la promessa che entro pochi mesi quel valore si sarebbe almeno decuplicato. Finii su vari giornali nazionali e su diverse riviste di settore e devo dire, con un po’ d’immodestia, che perfino un telegiornale di punta dedicò un servizio alla mostra. Il titolo del servizio era: ARTISTA DI CINQUE ANNI CANTA LA NATURA: UN GENIO IN MOSTRA A MILANO. Sì, ecco, proprio così: quando lavorare con le deiezioni diventa un’ode al creato. Ormai la giostra si era messa in moto e nulla sembrava poterla fermare. Ricordo che il giorno successivo all’inaugurazione ebbi una piccola crisi. Scoppiai in lacrime davanti ai miei genitori. «Cosa c’è che non va?», mi chiesero. «Non voglio più fare mostre, sono stufo. Voglio giocare!». «Ma potrai giocare quando vuoi! Basta solo che fai qualche disegno per Goffredo… Le cacche te le porterò io!», rispose mio padre nel tentativo di calmarmi ed esibendo la sua roncola imbrattata di sterco.
Goffredo era pronto a lanciarmi in America ma occorreva che aumentassi la “produzione”. Mi disse che era giunto il momento di dedicarmi ai lavori con le scie di bave, sebbene – come si era detto – a Goffredo quelle scie di bave piacessero meno delle cacche. «Sento che anche le scie di bave faranno il botto!», mi confidò con aria da sciamano; e bave furono. Ma realizzare quelle opere si rivelò più complicato del previsto. Mi trovai costretto ad arruolare un migliaio di lumache e ben presto la nostra casa si ritrovò nel caos più totale. Un caos, per l’appunto, fatto di lumache. Fu mio padre, ancora una volta, a procacciarmi il materiale naturale necessario per la realizzazione dei disegni; questa volta un materiale vivo, a differenza delle cacche di piccione. Comprò un migliaio di lumache da un allevatore piemontese e ricordo ancora il giorno in cui entrò in casa con due ceste piene di viscidi molluschi. Costarono parecchio, poiché erano le famose chiocciole del Brabante, docili nel lasciarsi ammaestrare e utilizzate dai migliori circhi del pianeta. Ovviamente la cifra che sborsammo per le lumache venne interamente coperta da Goffredo, che con quelle nuove opere sperava finalmente d’incassare milioni di dollari. Ma le cacche di piccione nel frattempo continuavano a mietere successi. Nelle gallerie di Basilea e Hannover, succursali della galleria milanese di Goffredo, gli sterchi spopolarono. Furono venduti tutti i disegni e l’incasso sfiorò il mezzo milione di franchi svizzeri. E io cosa ottenni da tutto quel ben di denari? Il due per cento! Solo briciole! A me, però, del denaro fregava assai poco. Erano i miei genitori a crucciarsi di quel contratto capestro e a volerne dire quattro al mio gallerista. A loro dire non aveva mantenuto le promesse. Nel contratto, infatti, si parlava del venti per cento e non del due, ma Goffredo avanzò che si era trattato di un “vizio interpretativo”. Per come la vedevo io, le cose andavano più che bene. Goffredo era stato di parola e aveva riempito la mia casa di costosissimi giocattoli, un giocattolo per ogni opera venduta. Un giorno, per premiare il mio genio e il successo che avevamo ottenuto, mi fece trovare nel giardino di casa addirittura una piccola auto da corsa con motore a scoppio, tipo bolide anni Cinquanta. Ricordo la disperazione dei miei quando raggiunsi i cento chilometri orari sui vialetti del quartiere…
Le chiocciole del Brabante iniziarono subito il loro incessante e colossale lavoro. Stendemmo sul pavimento fogli di carta di un metro per due ricoperti di foglie di lattuga e poi liberammo le mille lumache sui fogli. Strisciando sui fogli a caccia delle lattughe, le lumache lasciavano scie di bave scure che andavano formando disegni astratti e casuali. Per giorni e giorni le lumache compirono il loro lavoro fatto di mangiate e strisciate e dopo una settimana avevamo pronti ben cento grandi disegni. E che sorpresa quando un mattino scoprimmo che una delle lumache (o forse più lumache), nel tentativo di placare la fame, aveva magicamente scritto su un foglio la parola: stronzata. Ovvio che di lì a poco fu quel capolavoro a fare il “record price”, il prezzo record per una mia opera, all’asta di Londra. I critici si spellarono le mani nell’applaudire quel prodigio di poesia visiva. Dicevano frasi del tipo: «E ora guardate questa superba scia di bava, leggetene piano il contenuto… S… T… R… O… N… Stronzata, c’è scritto stronzata!», e tutti sbalordivano. Ogni tanto qualcuna delle lumache lasciava cadere sui fogli uno sterco, tra una striscia e l’altra, e allora si parlò della raggiunta sintesi tra le opere del ciclo delle deiezioni e quello delle bave. Nel frattempo iniziava l’autunno e cominciava anche la mia avventura nella scuola pubblica. Entravo in prima elementare e i miei genitori erano preoccupatissimi. Quando avrei trovato il tempo per frequentare la scuola, imparare l’alfabeto e fare i compiti? L’appartamento era costantemente cosparso di fogli, cacche e lumache, e se è vero che per quanto riguardava le opere con le scie erano le lumache a fare il lavoro, io seguivo costantemente tutte le fasi di coordinamento della produzione. Mio padre mi dava una grossa mano, ma occorreva di volta in volta spostare le lumache da un foglio all’altro perché iniziassero un nuovo disegno, oppure farle rimanere sui fogli quando queste tentavano di uscire. Non sempre era facile mantenere l’ordine, data la gran quantità di chiocciole al lavoro. Un giorno, ad esempio, trovammo cinque lumache su una tubatura del cesso, mentre un mattino una chiocciola venne sorpresa a mangiare della confettura di prugne spalmata su un crostino di pane. Di notte le lumache dormivano in dormitori fatti con scatole per scarpe, di giorno mangiavano lattughe e sbavavano.
Ad appena tre mesi dall’inizio della mia vicenda artistica ero famoso. Mostre in giro per l’Europa, disegni in asta a Londra, New York e Tokio, riviste d’arte in visibilio, pubblico in fila per entrare ai vernissages, quotazione di 10000 dollari per un foglio (e in continua lievitazione). E poi i critici, sempre loro: letteralmente ai miei piedi e con le olive al peperone tra i denti. Ogni tanto, quando avevo un momento di libertà, prendevo la mia auto da corsa e sgasavo come un matto per tutto il quartiere. Ero anche diventato un po’ teppista. Facevo il pelo ai pedoni, sfrecciandogli accanto a 200 chilometri all’ora. Queste intemperanze non piacquero molto alla stampa, ma poi tutti strizzarono un occhio perché facevano tanto enfant prodige maledetto, una novità assoluta nel mondo dell’arte. Iniziai anche a bere, ma per fortuna solo litri e litri di gazzosa, che comunque mi mandavano K.O. l’intestino. Avevo sentito dire che tutti i grandi artisti si rodevano col vizio del bere e del fumo e che soffrivano di problemi di salute, e io non volevo essere da meno. Al posto della sigaretta, che ancora non mi era concessa data l’età, portavo sempre in bocca un mozzicone di matita 4B e sempre fingevo di fumarlo. Bevevo gazzosa, fumavo le matite e mi tormentava il mal di pancia: finalmente ero diventato un genio maledetto! Tutto questo accadeva quando avevo appena compiuto sei anni. Il mio ingresso a scuola fu trionfale. Ad attendermi non c’erano solamente le maestre, ma le televisioni di dieci paesi del mondo. Centinaia di bambini assiepati attorno a me premevano per avere un autografo. Mi scattarono migliaia di foto: celebri divennero quelle dove tenevo la matita stretta tra i denti e facevo lo sguardo da duro. Si levarono applausi scroscianti, fui issato in gloria dai presenti e cinto d’alloro. Le maestre decisero di assegnarmi lì sul posto un dieci in tutte le materie honoris causa. Prima d’iniziare la scuola ero, di fatto, già promosso. I miei genitori, che quel mattino erano presenti, tirarono un sospiro di sollievo. No, la mia carriera non avrebbe compromesso i risultati scolastici, il dieci era assicurato, però… molti dubbi crebbero nella mente di mio padre e mia madre. Già, ma che risultato era un dieci “politico”? Mi preservava forse dal rischio di rimanere un analfabeta? E poi quel due per cento sulle vendite… Per loro era troppo poco. Finora con i soldi guadagnati avrebbero potuto comprarsi un’automobile, ma era misera cosa rispetto a quello che poteva comprarsi Goffredo. Proprio mentre papà e mamma cominciavano a prendere sul serio l’ipotesi di denunciare il mio gallerista per ottenere il venti per cento, accadde l’impensabile nella mia carriera. Raggiunsi la vetta del mio successo e della mia arte ma, come talvolta succede, purtroppo il raggiungimento della vetta coincise con l’inizio del mio rapidissimo declino. Accadde che venni contattato dal più grande writer del pianeta, dal celebre graffitaro Leosky. Sì, proprio lui, l’inventore degli elefanti cavalcati dai gendarmi, indubbiamente la sua immagine più celebre e iconica. Un bel giorno Goffredo ricevette una telefonata da Leosky in persona: voleva collaborare alla realizzazione di graffiti su muro tempestati di cacche di piccione. L’idea era superba, pronta a far spellare le mani a milioni di critici d’arte, curatori, e direttori di riviste d’arte contemporanea. Leosky voleva collaborare? E collaborazione fu. Goffredo calcolò che questa accoppiata vincente con il più grande graffitista del mondo avrebbe aumentato del 300 per cento il valore delle mie opere. L’occasione non andava sprecata. Una settimana più tardi, verso i primi di ottobre, ero in volo su un aereo per Londra. Al mio arrivo all’aeroporto c’erano ad attendermi centoventi giornalisti e trenta televisioni. Mi accompagnavano Goffredo e mio padre: mia madre era rimasta a casa poiché aveva il terrore degli aerei. Su una grande parete non lontana da Piccadilly Circus, messa a disposizione da un magnate del petrolio, andò in scena la performance di tutte le performances, studiata nei minimi dettagli. Leosky graffitò sei enormi elefanti con il simbolo della sterlina tatuato sulle orecchie, poi intervenni io ricoprendo gli elefanti di colla e lanciando sacchi di merda contro i graffiti. Duecentomila persone assiepate lungo le vie di accesso alla piazza cercavano disperatamente di vedere qualcosa del celebre evento. L’eco di quel capolavoro fece il giro del mondo, tutti lodarono la bellezza dell’opera e l’alto contenuto morale del nostro lavoro. Frotte di critici svenivano. I miei disegni valevano ora oltre centomila dollari, i graffiti di Leosky, già milionari, valevano se possibile ancora di più. Un vero fenomeno Leosky, un vero mago. Un capitalista che attraverso la sua opera denunciava il capitalismo. Ma lasciamo perdere questi cortocircuiti… Dicevo, la performance segnò il punto più alto della mia carriera. Peccato che questo punto fu anche l’inizio del baratro. Non appena rientrati da Londra, subito ci mettemmo al lavoro per organizzare una retrospettiva a Seattle. Per l’occasione Goffredo mi propose di inaugurare un nuovo ciclo di opere che sarebbe andato ad aggiungersi a quelli delle cacche secche e delle bave: «Perché non realizzi una serie di sculture fatte di piume di gallina?». L’idea mi parve divina e mi crucciai del fatto di non averla pensata io. Proprio nei giorni in cui mio padre andava nei pollai a caccia di piume di gallina, dai telegiornali apprendemmo notizie ferali sulla mia arte. Fu un colpo durissimo e imprevisto, quasi impensabile. I puristi di Leosky avevano fatto le barricate. Attraverso i mass media denunciarono quella che definirono la mia “non-arte”. Com’era possibile che un bambino di sei anni si mettesse a imbrattare i capolavori vertiginosi del “vate dei muri”? Chi ero io per permettermi un tale oltraggio? si chiedevano. E a poco valse il fatto che Leosky prendesse le mie difese dicendo che l’idea della collaborazione era stata tutta farina del suo sacco. Ormai l’orda delle diffamazioni si era messa in marcia e sia io che Goffredo ne fummo travolti. I primi a scaricarci furono i critici che giudicarono i miei lavori privi di valore artistico, una pura gonfiatura del mercato. Poi gli stessi collezionisti cominciarono a sbraitare. Volevano rendere i disegni d’escrementi a Goffredo poiché, a loro dire, iniziavano a puzzare terribilmente di cadavere e la notte non riuscivano più a dormire per il tanfo. Anche i disegni di bave presentavano problematiche. Le scie si erano quasi del tutto cancellate e perfino della scritta stronzata, pagata ben 120000 sterline all’asta, non rimaneva che un impercettibile segno. Contemporaneamente si levarono proteste per l’indebito sfruttamento delle lumache: ai telegiornali nazionali e internazionali dichiarai che le chiocciole erano nutrite con lattughino di primissima qualità e che dormivano in hotel a cinque stelle realizzati con scatole per scarpe di lusso, ma a nulla servirono le mie difese. I collezionisti ci denunciarono per frode artistica e pretesero di essere risarciti totalmente delle spese di acquisto dei disegni. A Londra un gruppo di attivisti incappucciati, appartenenti al gruppo Vera Arte Capitalistica, levarono a secchiate d’acqua le cacche di piccione che avevo applicato sul graffito di Leosky. Un famoso artista d’origine antartica, già conosciuto per le sue incollate di merde di tricheco su tela, mi citò per plagio. Brutte notizie giunsero anche dalla scuola: la preside decise di togliermi tutti i dieci assegnatimi honoris causa e di “regalarmi” un rapporto di massima gravità “per alto tradimento morale”. In poche parole, a inizio anno scolastico passavo dall’avere la promozione in tasca all’essere bocciato per direttissima. I miei genitori piangevano e non si davano pace: perché l’arte era così crudele? Tutti i loro sogni di arricchirsi svanivano e anche i miei. Niente più giochi, niente più bolidi. Per sopire la disperazione iniziai a bere decine di barili di gazzosa al giorno e a mangiare le matite. Poi un bel dì, premendo sull’acceleratore, mi cappottai con la mia piccola automobile in un momento di raptus suicida. I giornali parlarono della “quasi fine del genio di sei anni”. Ovvio che di fronte ad un tale clima d’orrore le mie quotazioni crollassero. Anzi, si azzerarono. Goffredo perse la causa giudiziaria e fu obbligato a risarcire i collezionisti, io dovetti restituire le percentuali ottenute. Per fortuna non venni condannato per plagio, poiché il giudice riconobbe che allo stato attuale non esisteva ancora una legislazione chiara a tutela dello “sterco d’autore”. Tornate le lumache in Piemonte, distrutta la mia piccola auto da corsa, non mi rimanevano che i giochi datimi in premio, una montagna gigantesca di vergogna e una carriera conclusa. Evitavo perfino la scuola: i miei compagni infatti avevano cominciato a sbeffeggiarmi e a chiamarmi “cacca di piccione” o “bava schifosa”. Adesso il tanto temuto analfabetismo rischiava di diventare realtà: forse non avrei mai imparato né a leggere, né a scrivere.
E invece leggo e scrivo. Sono passati più di vent’anni da quei mesi folli. Nessuno si ricorda di me e per fortuna i libri d’arte contemporanea tacciono delle mie imprese. Solo alcune biografie (non ufficiali) di Leosky accennano alla mia fallimentare collaborazione di Londra e da qualche parte ho visto pubblicate fotografie non perfettamente a fuoco di quel giorno triste. Stranamente anche i servizi televisivi sono irreperibili. E Goffredo? Dopo lo scandalo si è riciclato come promotore e gallerista della Grill Art, una nuova corrente che s’impegna nel denunciare le ingiustizie del mondo inchiodando braciole ben cotte su tavole di legno compensato. Per il resto c’è poco altro da dire. Faccio un duro lavoro, sono sempre senza soldi e abito con i miei, anche loro senza soldi. Sento che un giorno andremo a vivere sotto un ponte, ma accettiamo il destino. L’epoca durante la quale accarezzammo l’idea di diventare ricchi è talmente lontana da non lasciarci più nemmeno il sapore del rimpianto. Ma l’arte contemporanea e il suo sistema li odio con tutte le forze. Forse quella gloria mancata ha influito sui miei attuali sentimenti. Se vedo una rivista d’arte svengo dalla rabbia. Un pomeriggio del mese scorso mi sono addormentato sul mio letto dopo aver lavorato otto ore in fabbrica. Ho fatto sogni molti agitati e nei sogni vedevo opere assurde e irritanti, lodate da critici e addetti ai lavori. Mi sveglio di soprassalto e cosa vedo sulla mia maglietta bianca? Una chiocciola! Giuro, una chiocciola, e per giunta una chiocciola del Brabante, proprio come quelle di cui mi servivo per fare le mie opere. Mi sembrava quasi una prosecuzione del sogno ma era tutto vero. La lumaca si muoveva dolcemente sul mio addome e pareva quasi essere in confidenza con me, sembrava conoscermi da sempre. Presi la lumaca e la posai con dolcezza sul davanzale. Richiusi la finestra e guardai la maglietta. Per poco non mi prese un colpo. La lumaca aveva tracciato scie casuali di bave. Improvvisamente ebbi davanti l’infanzia perduta, quella dei miei sei anni, e tutto il sistema dell’arte. Senza pensarci corsi allo specchio e lì rimasi attonito. Sulla maglietta c’era una scritta scura e di brutta calligrafia. Una parola sola: STRONZATA.













