L'angolo dello scrittore

Salvare il prossimo decennio

 Difese innovative da rischi complessi e paure immaginarie da ignorare (Garzanti 2011)  di Roberto Vacca

 

Prefazione

  Iudico … che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che ne lasci governare l’altra metà a noi. E assomiglio quella a uno di questi fiumi rovinosi, che, quando s’adirano, allagano i piani, ruinano gli alberi e gli edifizii, levano da questa parte terreno, pongono da quell’ altra; ciascuno fugge loro dinanzi, ognuno cede allo impeto loro, sanza potervi in alcuna parte obstare. E benchè sieno così fatti, non resta però che li uomini, quando sono tempi quieti, non vi potessino fare provvedimenti e con ripari e argini, in modo che, crescendo poi, o andrebbano per un canale, o 1’impeto loro non sarebbe nè sì licenzioso, nè sì dannoso. Similmente interviene della fortuna; la quale dimostra la sua potenzia dove non è ordinata virtù a resisterle; e quivi volta i suoi impeti dove sa che non sono fatti li argini e li ripari a tenerla.

MACHIAVELLI – Il Principe, Cap. XXV

 

Povertà per molti e consumo ostentato per pochi potenti che soffocano le libertà civili, conflitti in atto o potenziali, guerre di religione, giovani in preda alla droga o a giochi sterili, pandemie incurabili, disastri naturali – sono le prospettive fosche che molti annunciano per il secondo decennio del secolo. È vero che ci attendono oggi rischi più gravi e meno evitabili che in passato? Nessuno sa dare una risposta categorica e sensata a questa domanda. Abbiamo attraversato tanti periodi di acque basse e di tragedie che stentiamo a immaginarne di peggiori. Sappiamo bene, però, che la storia registra casi rari di profezie o previsioni accurate prodotte con anticipo di anni o decenni. È ragionevole rassegnarsi alla nostra scarsa capacità di previsione, ma mettiamo in prospettiva storica lo stato attuale del mondo – almeno nella nostra società avanzata.

Oggi siamo molto più ricchi dei nostri antenati. Abbiamo a disposizione più oggetti – e sono di migliore qualità. Viaggiamo e ci spostiamo velocemente fino a luoghi lontani. Vediamo più cose e conosciamo più persone. Sappiamo di più e sappiamo fare più cose. Anche se siamo distratti, capiamo qualcosa del mondo naturale e della tecnologia e abbiamo sentito, e visto, storie vere e inventate. Viviamo più a lungo e stiamo meglio in salute. Pure manifestiamo scontentezza. Ascoltiamo e leggiamo di continuo lamentele e annunci di disastri futuri.

La letteratura e la tradizione ci dicono che probabilmente gli esseri umani non sono mai stati soddisfatti. Oggi, però, sapendone di più, apprezziamo meglio il divario fra i livelli che abbiamo raggiunto e quelli molto più alti che potremmo raggiungere se sfruttassimo meglio risorse e strumenti, se non affidassimo gestioni cruciali a incompetenti o ad avidi sfruttatori e se non fossimo avviati a far crescere il divario fra i redditi dei ricchi e dei poveri. Non siamo deprivati – nè economicamente, nè culturalmente, ma soffriamo di deprivazione relativa: ci rendiamo conto che potremmo stare molto meglio,. Avremmo a disposizione strumenti efficaci per migliorare la nostra situazione. Quelli politici e sociali sono spesso a rischio di involuzione e regresso. Altri inventati secoli fa, come la stampa, sono stati usati (relativamente) solo da poca gente. Altri sono stati sviluppati in epoca recente dai tecnologi – e molti non li sanno usare e li considerano con timore. La facilità e la velocità delle comunicazioni contribuiscono a diffondere paure di cui si parla a non finire – oltre che, naturalmente, occasioni crescenti, di accesso a conoscenza e informazioni (che troppo spesso non vengono colte?.

Certo sono reali le sfide dei sistemi sociali, tecnologici, finanziari, politici – sempre più grandi e complessi. È ragionevole predisporre ripari che neutralizzino possibili eventi disastrosi o ne mitighino gli effetti. Per poterlo fare, è necessario aver capito quali siano questi eventi e quali conseguenze potrebbero avere. Bisogna anche valutare quanto siano probabili, per non perdere tempo a creare difese contro i più rari. I rischi futuri, però, si possono calcolare solo in modo approssimato e se sono disponibili statistiche di disastri, intemperie, guasti, errori e violenze umane. Le sanno usare alcuni specialisti, ma l’incertezza è notevole. I non esperti e il pubblico in generale fanno congetture – più vaghe e spesso più erronee di quelle degli addetti ai lavori. Rischi minimi sono percepiti come disastrosi e rischi sconvolgenti vengono ignorati specialmente se potrebbero minacciare intere città e nazioni o il mondo intero. Sarebbe strano il contrario, dato che abbiamo scarsa esperienza diretta di strutture ed entità tanto grandi, pochi le hanno studiate o, magari, ne hanno sentito parlare da incompetenti.

Certi sondaggi suggeriscono che la maggioranza degli italiani ha paura di: violenza, disastri ambientali, crisi economica. Pochi temono una guerra nucleare – mentre dovrebbero temerla. Gli arsenali contengono più di 20.000 bombe atomiche e all’idrogeno: un conflitto scatenato per errore distruggerebbe il mondo. Le statistiche indicano, invece, che il numero di assassini in Italia è ai livelli minimi mondiali (in media cinque volte meno che in USA a parità di popolazione). Poi hanno capito in molti che i disastri ambientali di cui taluno parla in modo ossessivo e poco informato, sono in gran parte immaginari: c’è molto da studiare per capire bene la natura. Terremoti, inondazioni, uragani ai tempi antichi erano considerati ineluttabili e imprevedibili. Oggi la scienza fornisce preavvisi, brevi ma utili, e la tecnologia innalza la sicurezza di infrastrutture e manufatti, quando viene usata correttamente.

Certe considerazioni sono ovvie. La violenza è più probabile dove le armi sono più diffuse. Una popolazione ignorante crea meno ricchezza ed è meno prospera – è più facile che sia preda di credenze gratuite e animata da passioni violente. È più probabile che si guasti una macchina che ha un numero maggiore di componenti, che non una che ne ha di meno. Chi ha scarsa esperienza e poco buon senso (per esempio i bambini) corre rischi maggiori (veleni, precipizi, malintenzionati, macchine). I grandi progetti sono votati all’insuccesso, se si affidano a incompetenti.

 In epoca moderna continuano a crescere rischi nuovi connessi con la produzione di grandi quantità di energia. Nell’ultimo secolo la popolazione mondiale è cresciuto di circa 4 volte – l’energia prodotta è cresciuta di 10 volte.

Anticamente a parte le tempeste e i fulmini l’energia temibile era solo quella degli incendi – ora si può scatenare l’energia enorme immagazzinata nei depositi di carburante e di sostanze nocive, negli invasi delle dighe, nei nuclei dei reattori nucleari. Anche la mancanza improvvisa dell’energia su cui siamo abituati a contare può produrre tragedie.

Le civiltà e gli imperi che fiorirono nel passato, hanno tutti declinato o sono scomparsi. Babilonia, Persia, Grecia, Roma, Cina, Spagna, Inghilterra. Quei declini parvero abissi alla gente che vi era coinvolta, ma furono accompagnati da rivolgimenti e commistioni dai quali presero origine periodi di innovazione e di prosperità. Gli apporti dei goti, degli arabi, dei mongoli alla cultura e alla società occidentali non causarono il Medioevo, ma lo segnarono a fondo. Riemergono oggi le culture cinese e indiana: avanzate, scientifiche e tecnologiche. Oltre ad assicurarsi preminenze economiche e quote crescenti dei mercati mondiali, causeranno nuove spinte verso occidente e migrazioni di umani, delle loro invenzioni, delle loro regole. Alcuni fattori saranno positivi (progresso tecno-scientifico), anche se rivoluzioneranno i nostri territori e i nostri popoli. Altri saranno negativi: in Oriente girano tante credenze e tradizioni gratuite, mistiche, irrilevanti, fatte di parole vuote. I cinesi in maggioranza ne sono liberi (ma tendono a distruggere la cultura tradizionale), gli indiani meno. Un predominio orientale sembra, comunque, probabile entro pochi decenni o secoli.

 Continua ad aumentare la complessità dei grandi sistemi tecnologici e ne crescono le dimensioni. Ciascuno interagisce con gli altri: energia, trasporti, comunicazioni, finanza, ideologie. Alcuni processi lenti hanno effetti positivi. Altri subitanei portano degrado e distruzione di ricchezza. Situazioni congestive che colpiscano rapidamente molti sistemi adiacenti potranno annullare servizi vitali e condurre a un blocco totale della vita associata nei paesi più avanzati. Immaginai questo scenario nel 1970 e lo descrissi nel mio libro Il Medioevo prossimo venturo (il testo aggiornato si trova su www.printandread.com) La grave crisi che ventilavo si è evitata finora per gli effetti positivi di invenzioni tecnologiche, scientifiche, organizzative – e del caso. Intanto molte situazioni sono cambiate: sono ben note quelle connesse con la scena internazionale (Est – Ovest, Nord – Sud). Sono più involute e complesse quelle relative ai grandi sistemi tecnologici, sociali e finanziari.

Analizzare i modi in cui la nostra vita associata potrebbe disgregarsi è vitale. Quando è successo, tragedie, dolori e regressi sono stati notevoli, anche se non esiziali. Dal 2007 è cominciata una grave crisi economica e finanziaria.  Ne è conseguito un rallentamento dell’economia e, quindi, dell’aumento delle dimensioni e della complessità dei grandi sistemi tecnologici. In conseguenza sembra meno probabile un futuro regresso medioevale dovuto a sviluppi caotici che portino a situazioni altamente instabili. Ma la cosa è discutibile.

Le nostre società sono diventate più ricche, popolose, meccanizzate, ad alta intensità di energia, di materiali, di servizi. La produzione di oggetti e servizi è sempre meno frammentata: la affidiamo a sistemi che fanno crescere rendimenti e dimensioni. Per analizzare, progettare, costruire e gestire grandi sistemi abbiamo sviluppato teorie e una branca dell’ingegneria – che, in certa misura, è ancora un’arte,

Senza conoscere la teoria e l’ingegneria dei sistemi, le procedure e le tecniche moderne (anche matematiche) con cui si affronta la complessità, non si tengono in funzione i sistemi esistenti, né si riesce a distruggerli. Anche questo è un compito da specialisti. In questo senso si può dire che la società moderna – nei paesi avanzati tenuti in vita dai grandi sistemi tecnologici – non è vulnerabile (cioè danneggiabile dall’esterno), ma è fragile per il modo in cui si è sviluppata senza essere progettata in modo integrato. I grandi sistemi tecnologici – che si estendono su interi continenti e sono cresciuti rapidamente – somigliano più a una proliferazione disordinata che non allo sviluppo di un singolo organismo. Non esiste alcun ingegnere, né alcun gruppo di tecnici che abbiano progettato, ad esempio, il grande sistema costituito dalla rete di energia elettrica, interconnessa su gran parte dell’Europa. Alcuni tecnici nell’ultimo secolo cominciarono a costruire in ogni paese piccoli sistemi indipendenti (telefonici, elettrici) basati sull’uso di tecniche diverse. Questi si estesero a intere nazioni e si modificarono in modo da renderli compatibili fra loro. Quando i sistemi nazionali furono integrati in reti continentali: la compatibilità fu assicurata e oggi quelle enormi reti funzionano quasi sempre bene. Sarebbe strano, però, che i sistemi interconnessi non progettati da alcuno, avessero sviluppato da soli una stabilità garantita anche in situazioni di consistenza e di esercizio che ancora nessuno ha immaginato. Dunque: la degradazione dei grandi sistemi si può manifestare oggi in modi simili a quelli immaginati nel 1970. La morte per disorganizzazione è poco probabile, ma è pensabile – ove la complessità cresca più velocemente delle nostre conoscenze teoriche e tecnologiche.

Aveva capito questo rischio Giovanni Botero, che nel 1588 concludeva così il suo libro sulle grandezze della città:

«Se la città ha da crescere bisogna che le vettovaglie le siano portate da lungi e a questo scopo è necessario che la virtù attrattiva sia tanto grande che superi l’asprezza dei luoghi, le insidie dei corsari, la grandezza della spesa, l’emulazione dei competitori, le carestie, gli odii naturali delle nazioni e altre cose tali, che vanno crescendo secondo che cresce il popolo e il bisogno della città; diventano finalmente tante e tanto grandi che superano ogni diligenza e industria umana. Or una delle suddette difficoltà, nonché più insieme, che s’attraversi è bastante a dissipar il popolo d’una città bisognosa d’aiuto, soggetta a tanti accidenti e casi; una carestia, una fame, una guerra, un interrompimento di negozi e di traffici, un fallimento di mercatanti e un’altra sì fatta cosa sarà contra a’ popoli. La grandezza ordinariamente delle città si ferma in quel segno nel quale si può comodamente conservare; ma la grandezza che dipende da cause remote o mezzi malagevoli poco dura. Le città grandi sono più che le picciole soggette alle carestie e alla peste e a tutte le difficoltà raccontate da noi.

Oggi i rischi non dipendono solo dalla crescita eccessiva e non pianificata. Il progresso scientifico e tecnologico rende disponibili strumenti nuovi: elaborazione dati, controlli automatici, produzione robotizzata, comunicazioni istantanee e diffuse, trasporti veloci. I modi di gestire l’industria e la società si diffondono uniformemente. Continuano a crescere le nostre risorse. Alcuni strumenti nuovi, però, sebbene utili ad alcuni, possono implicare conseguenze negative, finora non bene analizzate. Tento qui di identificare questi casi, ma anche di sfatare credenze in congiure immaginarie e teorie catastrofiche improvvisate da pensatori superficiali, che purtroppo stanno trovando larga diffusione. Fra le paure gratuite di eventi immaginati: il riscaldamento globale antropogenico, gli inquinamenti atti a sterminare l’umanità, la fine del petrolio (che è lontana) e l’invasione della privacy. Negli Stati Uniti la destra accusa Obama di voler instaurare il socialismo, perché è opposta a misure civili e costruttive, come l’assicurazione sanitaria per tutti e la severa repressione della speculazione selvaggia.

Queste visioni distorte si mascherano da teorie razionali. Altri, invece, continuano a parlare di presunte saggezze antiche, di esoterismi, di leggende, di poteri occulti e trovano ancora chi li ascolta. Il degrado culturale è fatto anche di questo. È giusto, dunque, sfatare leggende, sbugiardare imbroglioni, esporre falsità, cercare di redimere i creduloni, ma mi chiedo: “C’è davvero bisogno di testimoniare contro queste enormità così sciocche? Il pubblico non ne è già disgustato? Non sono ovvie queste spiegazioni?”

Purtroppo non sono ovvie e c’è bisogno di testimoniare più e più volte. Infatti fanno ancora proseliti i credenti in magie, miracoli, teorie improvvisate e accettate ciecamente, eventi non spiegati dalla scienza ufficiale. (Per inciso la scienza ufficiale non esiste: c’è scienza seria e confermata dall’esperienza e scienza sbagliata, fatta male od obsoleta). La così detta congiura del silenzio purtroppo non funziona. Anche se non menzioniamo falsità e idee gratuite, c’è troppa gente che le ripropone di continuo. Soffocano il senso critico e il senso comune. Ignorano l’esperienza e la logica. Fanno male ai giovani che vengono indotti a considerarli maestri. Per questo sentiamo il dovere di stare fuori dai cori che paiono sbagliati. Non sarà facile sortire buoni effetti, ma, se non ci provassimo nemmeno, l’insuccesso sarebbe sicuro.

L’antidoto a credenze folli, timori infondati e speranze temerarie è rappresentato da una diffusione più vasta e profonda di cultura in ogni strato della popolazione. Abbiamo tutti bisogno di conoscere meglio il mondo in cui viviamo e i suoi meccanismi (non solo fisici, ma anche psicologici, umani e – a livelli più alti – non solo scientifici, ma anche artistici, letterari e filosofici). Ci dobbiamo liberare dalla diffusa timidità verso l’apprendimento. Quel che un uomo ha imparato, un altro uomo può imparare. Basta provarci e ricorrere anche a strumenti pragmatici ma efficaci. Certe soluzioni semplici risolvono sia problemi tecnologici, sia personali come se tagliassero nodi gordiani.

L’opinione secondo cui la cosa più importante e decisiva è agire con buone intenzioni, essere umani, buoni ed eventualmente amare il prossimo – piuttosto che tendere ad acquisire maggiori conoscenze, è inadeguata (1). Per comportarsi moralmente in un mondo complicato, bisogna sapere molte più cose che in passato. Ai tempi antichi c’erano re e imperatori che non sapevano leggere, né scrivere. Oggi un analfabeta non riuscirebbe neanche ad amministrare con moderato successo una città di provincia. Ma, rispetto alla complicazione dei problemi di oggi è come se molti decisori fossero analfabeti. Non conoscono abbastanza economia, matematica, calcolo delle probabilità: anche i migliori fra di essi spesso non sospettano che esistono procedure per la elaborazione statistica delle informazioni. Non c’è da meravigliarsene. I decisori provengono dalla popolazione generale. Solo un innalzamento drammatico dei livelli culturali medi permetterebbe l’insorgere di vette di competenza rappresentate dai decisori di domani. Lo sforzo da compiere non è modesto. Non c’è paese in cui sia stato soddisfatto ogni bisogno culturale della grande maggioranza dei cittadini. Bisogna provarci lasciando ai leader spirituali il compito di esortare la gente a essere buona – anche se ci provano da migliaia di anni e non hanno registrato successi degni di nota. Solo attraverso la conoscenza, la partecipazione può smettere di essere una formalità illusoria e può diventare un diritto inevitabile. Questa è la sola via per la sopravvivenza e per la creazione di una società matura, controversa, prospera e libera.

Un rischio difficile da quantificare è costituito dalle decisioni prese da sistemi computerizzati automatici programmati in modo originariamente ragionevole, ma non trasparente e non aggiornato a nuove situazioni che si vanno evolvendo. Alcuni grandi investitori affidano le decisioni di comprare e vendere azioni in borsa a computer che agiscono in modo automatico. Ricevono le quotazioni in tempo reale e seguono regole prefissate, entrando in azione istantaneamente. Quando le regole erano mal congegnate, hanno condotto a casi famosi di vendite frenetiche e crolli dell’intro mercato. Intanto la società diventa più fragile perché i numeri crescono (anche se più lentamente), la tecnologia è sempre più alta, pervasiva e sofisticata, ma progettisti, operatori, utenti si adeguano lentamente – talora degradano. L’efficienza dei sistemi tecnologici e della società dipende da molte variabili: gestirne la qualità è compito arduo, anche se facilitato da progressi tecnologici, organizzativi, intellettuali.

(1) Il motto di Google “Don’t be evil” (Non fare male) è inaspettato e meritorio per una grande azienda hitech, ma è inadeguato. Come definire il male a seconda dei tempi e dei luoghi? Google discute e negozia col governo cinese su quanta censura accettare. Rifiuterà queste e altre pressioni autoritarie e incivili?

C’è chi preannuncia una singolarità dopo la quale robot e computer domineranno il mondo e renderanno obsoleti gli esseri umani. È un’altra leggenda piuttosto irrilevante. Ciascuno di noi farebbe bene a studiare per capire di più e poi testimoniare – diffondere conoscenza.

Certo: si continueranno a manifestare eventi naturali catastrofici (mancanza di acqua, asteroidi che potrebbero colpire la terra, epidemie) – ma stiamo diventando sempre più bravi a evitarli o neutralizzarli. Oggi, in tempo di crisi, c’è da temere che l’economia e la finanza non si riprendano e continuino a essere dominate da incompetenti e profittatori. Per evitarlo, oltre a studiare economia e finanza, dobbiamo difendere il controllo sociale della tecnologia, della libertà e dell’eguaglianza civile.

Molti decenni fa taluno esortava a paventare il pericolo giallo – l’invasione dei cinesi. Ora Cina e India si profilano come plausibili dominatori economici-politici-tecnologici. Combattere gli asiatici sarebbe una inane battaglia di retroguardia. È più ragionevole imparare da loro e cooperare.  Alcuni indicatori suggeriscono che le politiche cinesi possa diventare un fattore scatenante di instabilità per i conti sbagliati che anche loro hanno fatto (bolle immobiliari, investimenti azzardati, contabilità non trasparente). Una crisi cinese potrebbe essere disastrosa: una cooperazione costruttiva potrà essere un grande salto in avanti. [Spingiamo i giovani a imparare il cinese – e impariamolo anche noi].

Oltre ad affrontare tutti questi problemi, c’è da chiedersi se li abbiamo individuati tutti. È serio, ma poco palese, il rischio che corriamo di non riconoscere occasioni vantaggiose che ci si presentano. Non alludo solo a investimenti che possano far crescere i nostri capitali. Possono essere ben più vantaggiose le decisioni di intraprendere imprese innovative, di creare reti e alleanze.

Per provare a salvare il decennio occorrono saggezza e immaginazione. Il motto dei contestatori francesi nel 1968 era L’imagination au pouvoir, ma quei ragazzi ne avevano poca.

Proviamo a immaginare un avvenire positivo e a costruirlo. La rivoluzione culturale deve investire scuole, industrie, politica, aziende private e strutture pubbliche, radio, televisione e giornali. Vanno create task force (1) integrate fra vari settori che mirino a combattere l’ignoranza, addestrare lavoratori, insegnanti, deputati, amministratori, svergognare profittatori, ladri e burini, favorire idee nuove.

(1) unità o reparto di azione (originariamente militare) formato per compiere una missione importante e ben definita.