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L'angolo dello scrittore

Quel ’68 africano

Amani – 20 Ottobre 2008 di Diego Marani

 

  Nella babele di commemorazioni di quest’anno, qualcuno si ricorda che “il ‘68” c’è stato anche in Africa? In Senegal, quarant’anni fa gli universitari si ribellarono. A Dakar gli studenti accusavano il regime di essere al servizio della borghesia locale e del neocolonialismo straniero. Il primo slogan si sarebbe potuto sentire un po’ dovunque, il secondo era tipicamente africano e “terzomondista”. Anche Dakar ebbe le proprie barricate, seppur assai meno mediatizzate di quelle di Parigi. Tre giorni di scontri finirono con un morto e 25 feriti e la proclamazione dello stato di emergenza dal 18 al 31 maggio, quando intervenne anche l’esercito.

Senegal e Francia, Dakar e Parigi. Intellettuali e artisti dell’Africa francofona, guardavano a Parigi anche solo per criticarla o per smarcarsi dall’impronta della “madrepatria” coloniale. A Parigi quell’anno la settimana del cinema africano aveva fatto conoscere un regista destinato a diventare un grande: Sembène Ousmane. Dopo la rivolta che sarebbe passata alla storia come il maggio francese, anche il settimanale Jeune Afrique, dedicava la copertina e gli editoriali alla ribellione degli studenti della Sorbona. Sarà lo storico burkinabé Joseph Ki-zerbo a scrivere proprio su Jeune Afrique, una delle analisi più acute della ribellione degli studenti senegalesi. Essi non fanno più parte della generazione che aveva lottato per l’indipendenza e che aveva imparato a ribellarsi contro la Francia, combattendo – proprio per l’esercito francese – nei vari campi di battaglia in giro per l’Europa. Perché, scrive Ki-Zerbo, “la seconda guerra mondiale non conta nulla per chi è nato nel ‘48”. I giovani si ribellano, invece, contro i loro padri, anche perché il paternalismo, ormai in Africa, è diventato “un’istituzione”. Certo, Ki-Zerbo parla non dell’Africa rurale dei villaggi, bensì di una minoranza che vive nella città. Dove i giovani “aspirati nella spirale del consumismo di massa, sono i clienti privilegiati”. Gli adulti hanno conquistato l’indipendenza, gestiscono il potere, quando possono si arricchiscono; i giovani consumano. I loro riferimenti non sono africani, perché “l’università in Africa non è africana”. Docenti, libri di testo, la maggior parte dei finanziamenti, spesso, provengono dalla ex madrepatria.

Nel luglio 1968, a Nairobi, una conferenza internazionale riunisce i rappresentanti di 34 paesi africani (ovvero quasi tutti quelli allora indipendenti), per parlare del sistema universitario: le conclusioni sono catastrofiche. Le università in Africa sono troppo care, producono troppo pochi lavori scientifici, i cervelli migliori fuggono all’estero. Un vertice dedicato all’università deve ammettere che anche solo la “battaglia contro l’analfabetismo”, era da considerarsi perduta. Le università africane – che laureavano soprattutto umanisti, destinati a lavorare nelle amministrazioni pubbliche – non riuscivano ad assicurare all’Africa degli anni Sessanta, figure professionali indispensabili: gli agronomi. Ma che anno fu il 1968 in Africa? Che cosa capitava tra Tunisi e Johannesburg, tra Dakar e Addis Abeba, mentre a Parigi si facevano le barricate, mentre negli Stati Uniti venivano assassinati Martin Luther King e Robert Kennedy, cercando così di uccidere la voglia di cambiamento degli americani ed in particolare dei neri? In Nigeria divampava la guerra del Biafra: un medico francese che lavorava per la Croce Rossa, Bernard Kouchner – oggi ministro degli esteri francese – avrebbe elaborato proprio qui, l’idea di Medici senza frontiere, delle emergenze e ingerenze umanitarie; in Congo si combatteva per spartirsi le enormi ricchezze del sottosuolo di quello “scandalo geologico”. Sono temi attuali ancor oggi.

Ma è la guerra in quelle che ancora erano colonie portoghesi (Angola, Mozambico, Guinea Bissau, Sao Tomé e Principe), a rappresentare meglio quella tensione all’indipendenza che contraddistingueva gli anni Sessanta. Nei gruppi ribelli africani emergevano leader che verranno poi ricordati tra i “maestri” dell’Africa, come amilcar Cabral. Nelle file dei portoghesi, quei soldati ormai disillusi che andavano a combattere in culo al mondo (per riprendere il titolo di un romanzo dello scrittore lusitano Antonio Lobo Antunes), si renderanno conto che uno stato fascista come il Portogallo di Salazar non aveva più posto nell’Europa moderna. Alla Rivoluzione dei garofani mancava ancora qualche anno, eppure, proprio l’esperienza dei soldati portoghesi in Africa, avrebbe aperto gli occhi a quei “capitani di aprile”, che riusciranno a mettere fine a una dittatura senza spargere sangue. In Kenya, il padre della patria e presidente del paese, Jomo Kenyatta, doveva affrontare le critiche dell’ala più estremista del proprio partito, guidata da Oginga Odinga, che arriverà ad essere vice-presidente. Un po’ come il figlio, Raila Odinga, che oggi è primo ministro del governo, mentre il presidente è Mwai Kibaki. Lo Zimbbwe non esisteva, era ancora la Rhodesia dei bianchi, il compagno Bob Mugabe avrebbe conquistato solo nel 1980 il potere, per poi tenerselo stretto fino ad oggi.

Ma tutte queste cose gli studenti di Dakar che volevano imitare i loro compagni di Parigi, forse, nemmeno potevano immaginarle.