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I racconti del Premio letterario Energheia

… Profumo_Tania Ercoli, Torre San Patrizio(AP)

_Racconto finalista undicesima edizione Premio Energheia 2005_

 

E’ strano come improvvisamente ci si accorga che una persona sta per morire: i suoi movimenti diventano improvvisamente più lenti, impacciati, in altri momenti invece inconsulti, incontrollati, incontrollabili, il respiro gli si fa più affannoso, pesante e poi inizia ad accorciarsi diventando sempre più fioco fino a trasformarsi in un lungo rantolo indistinto. Gli occhi tendono sempre più a rimanere immobili, fissi in quel vuoto un tempo carico di sogni e d’aspettative, ormai solo… vuoto, la loro luce si affievolisce e le palpebre si avvicinano sempre più l’una all’altra quasi cercando già una posizione comoda in cui addormentarsi per sempre.

Me ne accorsi una sera, a tavola, guardando mio nonno continuare a masticare sempre lo stesso boccone con lo sguardo perso, assente, mentre mio padre cercava di parlargli; era inutile, lui neanche se ne accorgeva.

Due giorni dopo era morto.

La sua camera era stata rivestita di velluto e broccati scuri, forse più adatti per un’esposizione che per la camera di un morto, ma d’altronde la nostra casa non era mai stata altro che una sfilza di pezzi d’argenteria, porcellane, pizzi e merletti messi in bella mostra. Solo il viso del nonno sembrava stonare in quella lussuosa esposizione della morte, chissà forse perché lui ne era il diretto interessato non interpellato, e forse di ostentarla non gliene andava in fondo un gran che.

Così giallognolo e sfatto, neanche da morto era riuscito a conformarsi al decoro della famiglia.

Fui portata a vederlo dopo pranzo: il suo corpo sotto il baldacchino sembrava una macchia scura, fluttuante in un oceano di candele accese.

Quella fu la prima volta che vidi la morte!

Il medico di famiglia la portava dipinta in volto tutte le volte che veniva a casa nostra, ma trovarsela davanti era un altro conto.

Avvertii un brivido freddo passarmi sulla pelle: certe cose si sentono anche da una sedia a rotelle, forse era un addio, magari era un’ultima carezza tutta per me, o forse una spiffero di vento penetrato nella stanza non si sa come dalla finestra chiusa.

Non odiai la morte per avermi portato via per sempre la persona a cui ero più affezionata, ma da quel giorno smisi di temerla: iniziammo a scrutarci, dopo tutto era sempre stata più vicina a me di molte altre persone. Non aveva senso fingere che non esistesse, dato che avevo sempre saputo che era lei a sfiorarmi la mano la sera o a spostarmi i capelli dalla faccia con un respiro impercettibile.

Almeno lei mi si avvicinava, almeno lei, visto che mia madre non era mai andata oltre la sedia dello scrittoio accanto alla porta.

Già quella sedia nella mia fantasia aveva da sempre rappresentato il limite invalicabile tra me e lei, l’oggetto tangibile che divideva due universi di silenzi destinati a fronteggiarsi senza incontrarsi mai. Era possente sui suoi quattro piedi saldi e sicuri, e allo stesso tempo elegante, ricoperta di velluto rosso con un intarsio a forma di giglio sopra; era di legno duro e scuro ma ormai morto, sapeva di oli costosi, di ore spese a lucidare e smerigliare perché fosse perfetta, esattamente così com’era, ma non di sole, di campi aperti, di prati, come se quel legno fosse stato da sempre una sedia, dimentico d’aver un tempo respirato, vissuto… proprio come mia madre, credo.

Era su quella sedia che lei si sedeva tutte le sere alle sei e trenta precise, e rimaneva lì fissa a guardarmi: all’inizio ci stava per delle ore, poi, pian piano, col passare degli anni quelle ore si erano accorciate, accartocciate su se stesse fino a cambiare nome: minuti.

Non ho mai saputo leggere in quei suoi occhi profondi: dapprima credevo che fossero freddi, insensibili, poi mi resi conto che erano tristi ed arrabbiati.

All’inizio la chiamavo:

– Mamma, mamma parlami, rispondimi…!!!! -, lei però non mi ha mai risposto.

– Ti prego mamma non abbandonarmi, mi sento tanto sola, ho paura…!!!!!

Poi cominciai ad urlarle contro disperata: – Ma perché mi odi così tanto, cosa ti ho fatto…???!!!

Niente…

Alla fine smisi anche questo, non avevo più lacrime né forza per versarle; mi abbandonai semplicemente alla solitudine, mi lasciai cullare da essa, imparai a perdermi in essa, smisi di chiedermi perché mia madre mi odiasse, perché non mi volesse, in fondo non sapevo neanche io perché fossi su una sedia a rotelle… era così da sempre e basta… l’argomento non veniva trattato in mia presenza.

Non capivo cosa ci fosse in quei suoi occhi blu, né perché mi avesse dato il suo nome: “Olga”, se non mi voleva, né perché se ne stesse lì seduta, tutti i giorni senza una parola per anni di fronte ad una figlia a cui sarebbe bastato sentire la sua voce anche solo una volta.

Smisi di chiedermelo e mi arresi.

Dopo la morte del nonno, le uniche persone che mi parlassero erano il dottor Martini e Marietta, la mia cameriera personale.

Il dottor Martini era sempre gentilissimo con me: veniva tutti i venerdì sera alle otto a farmi visita, a “giocare” come diceva lui al dottore e alla paziente.

– Come sta questa sera la nostra deliziosa Olga? – sì esordiva sempre pressappoco così fermandosi sulla porta e passando per ogni dove i suoi occhi piccoli e vispi a cui neanche gli occhiali erano riusciti a dare un qualche cipiglio o una parvenza di serietà. Sì, quegli occhi da bambino non sarebbero mai cresciuti o invecchiati, forse col tempo sarebbero diventati una stonatura, una volta che il suo viso si fosse raggrinzito e fosse stato incorniciato da ciocche bianche, ma per ora erano solo due piccoli grilli che saltellavano da un oggetto all’altro.

Poi entrava nella stanza con la sua solita falcata ampia e sicura, si avvicinava al letto e mi appoggiava una mano sulla fronte: faceva qualche smorfia, contorceva la faccia in strane espressioni, poi ritraeva la mano, quasi spaventato, come se d’un tratto mi fosse spuntato un terzo occhio in mezzo alla fronte, durava poco però, quasi subito gli si spalancava un largo sorriso e mi dava un buffetto sulla guancia.

Il suo volto però, al di là dei giochi e degli scherzi, non perdeva mai quella tacita consapevolezza della fine, quella triste pietà di cui io mi sentivo inevitabilmente l’oggetto.

Prima mi visitava e poi stava un po’ accanto a me e iniziava a raccontarmi dei suoi pazienti e dei casi strani che gli capitavano, come Pieretto, il figlio del fornaio che si era infilato per scherzo due formiche nel naso e poi i genitori erano corsi da lui perché gliele togliesse.

– Il caso presentava molte incognite e la via da intraprendere era indubbiamente dura e perigliosa…

Aveva declamato con un tono ironicamente solenne e con un’enfasi degna d’un attore professionista.

Ma alla fine neanche lui era riuscito a trattenere le risate quando mi raccontava che, mentre era ancora indeciso sul da farsi, il fornaio aveva iniziato a prendere a scappellotti il figlio e ad un tratto le formiche erano fuoriuscite dal naso del ragazzo andando a cadere proprio sulla lente d’ingrandimento sulla scrivania del dottore.

– E fu così che mi ritrovai di fronte a due rarissimi esemplari di “formices gigantibus “… indubbiamente la più grande scoperta del secolo che però si affrettò a scappare via dal mio tavolo negandomi la giusta e meritata celebrità…!!!! –, concluse in un crescendo di pathos mentre rosso in viso e accaldato riprendeva fiato dopo il suo magistrale soliloquio.

Altre volte invece mi portava cartoline da tutte le parti del mondo e con tono appassionato e sognante iniziava a narrarmi le storie racchiuse in quei mondi imprigionati in rettangoli di carta.

I colori erano così vividi che quasi mi sembrava di starci veramente in quei luoghi: i prati verdi dell’Olanda, potevo quasi contarne tutti i fili d’erba, e in mezzo a quell’oceano sconfinato di tanto in tanto facevano capolino timide labbra rosse. Le scogliere d’Irlanda, piedi di giganti invisibili, sospesi fra le nuvole che si rinfrescavano dalla calura con un buon pediluvio.

Che darei per camminare lassù, sporgermi, allargare le braccia e diventare un bianco gabbiano che fende con le robuste zampe il pelo dell’acqua incidendovi parole in una lingua sconosciuta.

Oppure le cime delle Alpi, in cui la Regina delle nevi aveva posto la sua dimora di ghiacci perenni, o ancora i tramonti africani, quando una lama sospesa nell’aria taglia via la buccia della Grande Arancia che accende con i suoi ultimi bagliori purpurei il paesaggio nel giorno che muore.

All’inizio avevo provato a porre delle domande al dottore sulle storie, sui posti, sulla natura, ma neanche lui mi aveva mai risposto; si limitava ad elargirmi altri sorrisi ammantati di tristezza.

Col tempo mi rassegnai anche al suo tipo di silenzio e mi limitai a sorridergli a mia volta e ad indicargli col dito sulle cartoline le cose che volevo mi spiegasse: questo lo rendeva particolarmente felice, quasi noi due parlassimo una lingua solo nostra, estranea e sconosciuta al resto del mondo.

Solo che lui parlava per conto suo e alle mie domande non rispose mai…

Col tempo costatai con mia grande sorpresa come certe persone amassero incondizionatamente il suono della propria voce; per parte mia la questione presentava non poche incognite, dato che io non mi sentivo particolarmente attratta dalla mia voce che anzi mi sembrava quasi insignificante al cospetto delle altre: a volte ciò che pensavo e ciò che dicevo sembravano avere lo stesso suono, mischiarsi, essere fatti della stessa materia, a volte, nei momenti di maggior sconforto e solitudine, sembrava che addirittura il silenzio stesso mi parlasse con una voce identica alla mia, con la mia.

Forse, era per questo che, non riuscivo a capire come Marietta potesse amare così incommensurabilmente la sua voce.

La sentivo arrivare la mattina presto cantando sempre la stessa canzone che parlava di una tal Gelsomina che in un campo di girasoli correva dalla sera alla mattina… E così lei parlava, parlava e parlava ininterrottamente dalla sera alla mattina: da quando la sua faccia gioiosa e rubiconda veniva illuminata dal primo raggio di sole che filtrava nella stanza la mattina, alla sera quando mi rimboccava le coperte e mi dava il bacio della buona notte sulla fronte dicendomi che accanto a me lasciava un angelo fino all’indomani. La sua voce poteva abbracciare la più svariata gamma di suoni: l’avevo sentita scocciata, seccata, adirata, infuriata, per poi tornare d’un tratto calma, dolce, suadente, quasi melensa.

Fin dal primo momento mi aveva richiamato alla mente l’immagine di una gatta: sempre pronta ad acciambellarsi in grembo alla padrona e a fare le fusa pur di ricevere una coccola, ma anche a tirar fuori le unghie e a scattare al minimo segno che le cose non andassero come le volesse lei. E poi anche perché lei assaggiava la vita a piccoli morsi, se la gustava senza strafare, accontentandosi di ciò che le veniva purché le fosse permesso di conservare, almeno in apparenza, una qualche parvenza di cipiglio e autorità: una vera micia che si lecca i baffi compiaciuta di sé.

Ci volevamo un gran bene: credo che sia perché le ricordavo la sorellina morta di tubercolosi anni prima; lei era solo tutto il mio mondo…

Mi parlava in continuazione, mentre spolverava, mentre rassettava la stanza, non importava che fosse girata dall’altra parte e che mi voltasse le spalle o che fosse nella stanza accanto: era come se fosse sempre lì di fronte a me.

Riusciva a capire le cose prima che le dicessi, mentre le stavo ancora pensando: – Io ti leggo negli occhi, non puoi nascondermi niente…!!!! -, mi infondeva una sicurezza immensa.

A volte faceva dei movimenti o assumeva delle espressioni che la facevano sembrare vecchia il doppio dei suoi anni; era graziosa, bella, ma di una bellezza contadina, della terra, era bella mentre lavorava, mentre cantava stornelli perduti o improvvisava passi di danze popolari.

Era bella sì, ma di una bellezza destinata a sfiorire presto proprio a causa di quella terra su cui era nata, ma io l’adoravo, anche se come tutti gli altri continuava ad ignorare completamente le mie domande.

Mi raccontava spesso della casa in cui era nata: la “Fiumana”, sì mi raccontò che la chiamavano così perché era stata costruita su uno spicchio d’acciottolato fra il fiume e la carreggia. Non aveva terra attorno, non terra propria almeno, lì i campi erano tutti del Nanni e i suoi genitori erano solo alcune delle tante piccole famiglie di contadini che lavoravano alacremente per lui.

Era bianchiccia: un tempo forse di un bianco candido, pulito, ma Marietta diceva di averla sempre vista opaca, giallognola, vissuta. Era, tutto sommato, di media dimensioni però finiva per risultare piccola, addirittura minuscola, dal momento che aveva dovuto ospitare nove persone.

– Stavamo stretti sì, ma l’amore crea spazi infiniti… -, ripeteva ogni volta; beh magari non proprio con queste parole ma il senso era il medesimo.

Divisa in due piani, era formata da tre camere unite al resto della casa… al resto del mondo, da una scala.

Quasi le venivano le lacrime agli occhi quando parlava delle lunghe giornate di lavoro nei campi, lacrime di nostalgia: lei aveva sempre amato la terra ma era dovuta venire a servizio per aiutare la famiglia; poi aggiungeva: – Tornavo a casa per prima, spossata, esausta, tutto era vuoto e silenzio. Salivo il primo gradino, poi il secondo, il terzo… mi fermavo un attimo, voltavo appena il capo, giusto il tempo di un respiro, di farmi pervadere dal silenzio, dalla pace, mi sembrava di entrare in un altro mondo, in un piccolo angolo tutto mio in cima alla scala, e allora volavo su per quei pochi gradini mancanti…

Marietta sembrava in quei momenti come una bimba di fronte ad una scoperta per lei sensazionale, anche se comune per tutti gli altri: con gli occhi che le brillavano d’eccitazione e meraviglia, quasi cercasse di far vedere anche a me i posti racchiusi nella sua memoria, a me che praticamente, non ero mai uscita dalla mia stanza, dalla mia casa, che non mi ero mai alzata dalla mia sedia a rotelle.

Ma come si fa a trasmettere l’emozione di una corsa a rotta di collo per i campi, di un tramonto fra le colline, di un bagno alla fonte, del primo sguardo buttato di nascosto all’amore, a chi queste cose non le ha mai provate e non le proverà mai?!

Eppure mi piaceva sognare ad occhi aperti, poter credere di essere lì, immergermi nella sua memoria; succhiavo con avidità ogni ricordo, ogni sensazione che condivideva con me, me ne nutrivo.

Un giorno mi raccontò persino di Luca, il suo piccolo amore segreto.

Mi disse che la prima volta che l’aveva visto lei aveva quattro anni e lui sei. Viveva nella casa sulla collina, al di là del fiume, un contadino, figlio di contadini come lei, un compagno di giochi, niente di più.

Poi crebbero e lei iniziò a guardarlo un po’ più da lontano, era sempre il suo amico più caro ma non era più il tempo dei bagni nel fiume d’estate, delle serate passate sulle balle di paglia a guardare le stelle, o, delle capriole giù per il fianco della collina.

Avevano scoperto tutto insieme: il boschetto di pini dietro la collina, odoroso e fresco d’estate, pieno di ombre strane disegnate sul prato dalla stessa mano che carezza le chiome degli alberi come fossero gattini. E poi il cinguettio degli uccelli, gli animali forse che meglio esprimono la gioia di vivere. Quante corse fra quei prati, quanti giorni felici passati a nascondersi nei tronchi cavi e quante cadute, quante ginocchia sbucciate fra quei ciottoli… ne avevano combinate tante insieme.

Poi un giorno si accorsero che erano cresciuti, se ne resero conto d’un tratto, fu come se si fossero guardati per la prima volta, tutto era diverso, tutto era cambiato.

Fu uno sguardo rubato di sfuggita, ma ormai Marietta s’era inesorabilmente persa in quegli occhi profondi, ardenti come il fuoco di fronte al quale avevano passato tante serate, neri, neri come i capelli, in mezzo ai quali aveva tante volte passato le mani o intrecciato fili d’erba.

In quel momento si era resa conto del perché tutto fosse stato sempre così magico con lui.

Lui, sì lui era come il tramonto sulle colline: il sole che avvolge tutto di rosso come una coperta morbida e calda che toglie il respiro, che cambia per un attimo il volto del paesaggio di sempre; era come la terra: scuro, forte, testardo, si opponeva a qualunque tentativo esterno di penetrare nel suo piccolo mondo, come la terra indurita dal tempo e dalle stagioni fa con l’aratro, ma era solo uno strato superficiale.

Si dava completamente per gli altri e provava tutto al massimo grado: la gioia, il dolore… aveva l’odore dell’erba fresca bagnata di rugiada, della giovinezza che palpita, che scuote, che brucia l’animo, che assale la vita bramosa della sua ebbrezza.

– Due giorni dopo partii ed ora eccomi qui… beh ora basta coi pensieri tristi eh… -, concludeva così, asciugandosi gli occhi ogni volta.

Quanto la invidiavo: lei piangeva per i suoi ricordi, per ciò che aveva vissuto, io nell’oscurità della mia camera singhiozzavo in silenzio al pensiero della vita che non avrei mai avuto.

Il giorno della morte del nonno fu lei a spingere la mia sedia a rotelle nella camera addobbata a lutto e a poggiarmi una mano sulla spalla. Fu lei a rincuorarmi, mia madre non disse una parola né fece un passo verso di me, si limitò ad alzare lo sguardo e a reclinare un poco il capo verso la porta da dove, io e Marietta, eravamo entrate, prima di ripiombare nel suo mondo distante oceani da me.

Mio padre non c’era, lui non c’era mai, era, quasi sempre, fuori per lavoro, ma ogni volta che ritornava a casa mi riportava sempre una nuova bambola di porcellana dai posti in cui era stato.

Ormai ne avevo la camera piena. Erano bellissime, dame in miniatura, avevano una grazia che io non avrei mai avuto, ma un po’ in fondo ci assomigliavamo: anche loro erano ferme, bloccate su gambe immobili ed erano parte integrante del gioco del silenzio che sembrava intrappolare la mia camera, la mia vita tutta, in un mondo senza tempo.

Quando Marietta mi riportò in camera, notai che qualcosa era cambiato: sul tavolo accanto alla finestra c’era un enorme vaso con dentro un meraviglioso mazzo di fiori di tutti i tipi, i più belli e profumati.

Le rose rosse che seducono e stregano l’olfatto con le loro note vibranti e ammalianti, quasi lo baciano ma poi si fanno negare allontanandosi col vellutato frusciare dei loro petali, più immaginario quasi, che reale: la mente crede ancora di percepirlo, mentre di loro non resta già più che una scia.

Le orchidee, delizie per gli occhi che mai se ne stancano, non c’è niente che riesca a distoglierli da esse, cancellandone l’immagine ormai stampata indelebile nel cervello. Le palpebre di fronte a loro cessano d’esistere e mai la vista si sazia dei loro colori caldi e suadenti finché non sfioriscono lasciando dietro di loro solo il rimpianto della giovinezza non vissuta.

E ancora i bianchi gigli, lisci, morbidi, così delicati e puri che le labbra non possono fare a meno di percorrerli tutti, di poggiarsi sulla loro superficie e lasciarsi andare, scivolare, perdersi nelle loro sinuose rotondità. Affascinanti e misteriosi si schiudono alle labbra adoranti svelando poco a poco il loro segreto. Impercettibilmente gli occhi si chiudono e l’abbandono è totale, l’estasi pervade tutto il corpo.

Le campanule infine, effimera gioia delle orecchie, sembrerebbero forse dolci sirene che, sfiorate dal vento, intonano canti freschi e melodiosi a stanchi marinai che altro non chiedono che sciogliere le loro membra in dolci lidi, che siano essi reali o frutto di voci ingannatrici. Bugiarde forse, oppure solo venditrici d’amore a corpi che lo chiedono.

Sì, ogni fiore è un tipo diverso di donna, d’amante, che aspetta solo d’essere colta.

I fiori c’erano tutti, mancavano solo le viole. Eppure erano da sempre il mio fiore preferito: semplici e riservate, non si concedono a tutti, solo a chi sa aspettare e ascoltare. Sono come i miei occhi: chiari e trasparenti per Marietta che diceva di sapervi leggere tutta la mia anima, profondi e misteriosi per mio padre che avrebbe fatto qualsiasi cosa per sapervi trovare dentro le risposte che non conosceva.

Neppure lui però prestava attenzione a ciò che tentavo di dirgli, mi guardava coi suoi grandi occhi scuri, pieni d’amore, mi baciava sempre sulla fronte e a volte vedevo che tratteneva a stento le lacrime, non sopportavo il fatto di fargli pena, ci stavo ancora peggio.

Anche lui come tutti gli altri non rispondeva alle mie domande, non prestava ascolto alla mia voce.

Mi chiedevo spesso perché facessero così, perché tutte le persone della mia vita si tenessero lontane da me, perché continuassero a parlare solo per il gusto di sentire la propria voce, scordandosi quasi della mia esistenza.

Poi semplicemente smisi di chiedermelo…

La mattina dopo si tenne il funerale.

La cappella di casa era stracolma di gente.

Io osservavo l’andirivieni esagitato di persone imbacuccate in colli di volpe e cappotti pregiati, uscivano dalle auto e si affrettavano ad entrare in chiesa senza fermarsi neppure un attimo.

Forse per me era più facile da dietro la finestra della mia camera avere una visione d’insieme di tutta la scena: potevo scorgere piccole statuine quasi scivolare sul selciato bagnato e affrettarsi nel percorrere il breve tratto tra le due porte: quella da cui erano sbucati fuori quasi dal nulla, e quella in cui s’accingevano ad entrare come obbligati, solo perché costretti dall’etichetta di una società bene che aveva da sempre divorato le loro vite.

Ricordo i loro movimenti, mi erano sembrati addirittura insignificanti, forse perché così meccanici, freddi, vuoti, privi di sentimenti.

La pioggia per loro non rappresentava altro che un fastidioso contrattempo, non riuscivano, né volevano odorarne l’essenza che invece io potevo percepire benissimo dall’alto del mio solitario poggio aereo. Batteva insistente sulla mia finestra, mi invitava ad uscire, a partecipare della sua gioiosa euforia.

Non ho mai sentito la pioggia come qualcosa di cupo o tedioso, tanto meno triste: solo un nugolo di palline d’argento che fuoriescono da un sacchetto improvvisamente bucato chissà dove, chissà da chi; ecco cos’è… la pioggia.

Riusciva a penetrare fin nel mio cuore; lei almeno mi parlava, anche se i suoi erano soltanto sussurri leggeri, al di là di un vetro.

Finita la funzione, il dottor Martini venne nella mia stanza e mi prese in braccio per portarmi al piano di sotto. Mentre scendevamo le scale appoggiai la testa alla sua spalla, mi inebriai del suo profumo: sapeva di buono, di torta calda appena sfornata, di sapone morbido, passato e ripassato sulla pelle, sapeva di tutte quelle piccole cose semplici che possono anche apparire insignificanti, ma che spesso bastano a riscaldare il cuore. Aveva la barba appena fatta, non l’avevo mai visto senza barba, sembrava più giovane ma anche più stanco, con quegli zigomi marcati che formavano due ampie conche scavate sul suo bel volto malinconico: era molto affezionato al nonno. Arrivati al piano di sotto mi depose sulla mia sedia a rotelle con la stessa delicata dolcezza con cui si poggia un fiore sulla tomba di una persona cara che, a pensarci bene, era proprio la cosa che stavamo per fare.

Mi accarezzò il viso come faceva sempre, poi, senza proferire una parola, spinse fuori la sedia e aprì le ali di un grande pipistrello nero sulle nostre teste. Procedemmo sul selciato per arrivare alla parte del giardino in cui vivevano da secoli le tombe della nostra famiglia.

Attraversammo tutto il giardino: l’erba era una festa di suoni e colori risvegliati dalla pioggia, sembrava un immenso scrigno pieno di diamanti sparsi e seminascosti fra le pieghe di un tessuto verde.

Notai fra i fili d’erba una lumachina che col suo lento e solenne incedere sembrava voler inconsapevolmente accompagnare il nostro piccolo corteo. Era partita tanto prima di noi ma sarebbe giunta alla nostra stessa meta solo molto dopo; forse ci avrebbe, addirittura superati, incurante di noi come noi di lei: due mondi, due realtà destinate a non incontrarsi mai.

Era solo una lumaca ma aveva sicuramente vissuto molto più di me nel suo lento, lungo viaggio.

Mi sarebbe piaciuto sapere dove si sarebbe fermata, con che occhi guardava quella stessa natura che da sempre mi affascinava, se anche lei temeva la gente con le sue manie e amava la notte e la nebbia in cui perdersi, svanire, diventare un tutt’uno col resto del mondo.

Sì era solo una lumaca ma in quel momento mi era sembrata la metafora perfetta della vita dell’uomo: un piccolo gigante che sfida il mondo col suo solo viverci dentro.

Mi meravigliai di come la natura tutta contrastasse con la mia interiorità: dentro mi sentivo terribilmente triste e sola, fuori tutto mi sembrava inneggiare alla gioia e alla vita; non so come ma questo strano contrasto riuscì a consolarmi e a rasserenarmi un po’, si sostituì alle parole di conforto che nessuno mi aveva detto.

Non so bene il perché ma da quel preciso momento smisi di credere di essere io ad avere qualcosa di sbagliato ed iniziai a pensare che fossero gli altri che mi stavano attorno, ad essere, in un certo qual senso, “malati”. Loro avrebbero dovuto amarmi, era un mio diritto e un loro dovere; è strano e innaturale arrivare a considerare l’amore un “dovere” ma la rabbia spesso sfocia in rantoli assurdi dell’animo che cerca disperatamente una consolazione che non troverà mai.

Avevo desiderato per anni con tutte le mie forze che una qualche legge della natura li obbligasse ad amarmi, che in qualche modo mi risarcisse di tutte le lacrime versate, ma poi capii che potevo solo rassegnarmi ed andare avanti.

Il perché mia madre non riuscisse neanche ad avvicinarsi a me, perché mi avessero rinchiuso in un mondo muto di bambole e fiori, perché nessuno rispondesse mai alle mie domande o mi stesse a sentire, perché si vergognassero di me a tal punto da portarmi a vedere il corpo di mio nonno solo quando tutti erano andati via… tutto era per me incomprensibile, un mistero però che non mi interessava più svelare.

In quel momento sentivo solo l’aria fredda della sera che mi sferzava il volto nella sua strenua resistenza all’essere penetrata dal mio incedere.

Non avevano riservato una posizione importante, in vista, al corpo del nonno.

Anche nella disposizione delle tombe doveva essere seguito un rigido ordine meritorio: chi più aveva dato lustro al nome della famiglia indubbiamente meritava una posizione migliore.

Le grandi matrone della nostra famiglia erano riunite nella tiepida e ventilata ombra di un maestoso salice piangente, eteree e imperturbabili: probabilmente tenevano sotto terra la postura rigida e contegnosa che avevano avuto in vita.

Credo che essere sepolta lì fosse la massima aspirazione di mia madre: non deludere la famiglia più di quanto l’avesse già fatto mettendo al mondo me.

Il nonno invece era stato sepolto un po’ lontano dal resto della famiglia, in disparte, come del resto era sempre vissuto.

Stava sopra un piccolo rialzamento del terreno: un posto esposto al bello e al cattivo tempo. Però sono sicura che gli sarebbe piaciuto, lui era così: guardava avanti, mostrava il viso senza paura agli schiaffi e ai baci della sorte, non temeva di dover combattere da solo per ciò in cui credeva, anzi era abituato a vivere senza curarsi dei giudizi degli altri.

A me quel posto piaceva molto, c’ero stata accompagnata qualche volta da Marietta durante le nostre passeggiate.

Un dolce profumo di mirto e di ginestra si spandeva nell’aria, ormai non pioveva più, mi pareva di stare fuori da ogni realtà conosciuta e vissuta fino a quel momento, la freschezza di quell’aria mi penetrava fino in fondo all’anima e pungeva i miei polmoni abituati alla chiusa e aristocratica aria di casa.

Si stava facendo sempre più freddo e così il dottore iniziò a spingere la mia carrozzella verso casa trattenendola a fatica dal prendere velocità lungo la piccola ma ripida pendenza: chissà forse mi sarebbe piaciuto che lui l’avesse lasciata andare, prendere velocità, volare… sì sono sicura che mi sarebbe piaciuto volare, anche se su una sedia a rotelle.

Il dottore si fermò giusto un attimo per raccogliere qualche margherita e una volta messo insieme un piccolo mazzolino me lo pose in grembo: doveva essersi accorto di come le avevo guardate fin dal primo momento in cui eravamo arrivati. Mi diedero un senso di pace, di quella pace a cui tutti anelano, ma che solo pochi raggiungono davvero; probabilmente il nonno avrebbe preferito che la sua tomba fosse ricoperta di odorose margherite piuttosto che di troppe vezzose composizioni floreali.

Tornammo a casa che ormai era quasi sera e le tenebre spingevano dolcemente verso le colline il rosso del giorno che stanco si lasciava prendere per mano e accompagnare nel suo letto dietro ai monti, mentre una coperta di stelle si srotolava ammantando il cielo.

Il dottore mi riportò nella mia stanza e dopo essersi congedato, se ne andò.

Marietta era andata a chiedere disposizioni per la cena e mi aveva lasciata accanto alla finestra aperta: sapeva quanto mi piacesse stare a contare le stelle respirando gli odori della sera.

La pioggia riusciva sempre ad esaltare tutto ed anche dopo che era caduta tutta la natura ne restava impregnata: tutto si fondeva in un amalgama di odori indistinguibili e io non potevo far altro che restare ad osservare tutto senza parole.

Ad un tratto planando sulle cime degli alberi venne a posarsi sul davanzale un piccolo passero: era così delicato ed indifeso.

Restammo per qualche secondo immobili, a guardarci, quasi cercando l’uno negli occhi dell’altro un qualche segnale di rassicurazione; poi io alzai lentamente l’indice e lui con un saltino vi si posò sopra.

– Ciao – gli sussurrai – com’è vivere, volare, essere libero, spensierato, felice…????!!!!!

Lui mi osservò con attenzione e io sentii un tuffo al cuore: per un secondo, solo per un secondo mi sembrò che stesse per parlarmi, che volesse rispondermi, ma poi emise solo un cinguettio reclinando lievemente la testa verso sinistra.

– Senti che profumo?

“Profumo”, nello scandire quella parola per la prima volta mi resi conto di quanto quelle sillabe che erano così terribilmente chiare nella mia mente suonassero diverse sulla mia bocca dal cinguettìo del passero.

– Cinguetta ancora!!!-, urlai. – Fammi sentire ancora la tua voce te ne prego!!!

Ma lui non emise un suono, né si mosse.

Allora una certezza sorda iniziò a farsi strada nella mia mente, una paura muta mi pervase.

Se io avessi urlato, se lui mi avesse sentito si sarebbe spaventato, sarebbe volato via, e invece era rimasto lì, fermo e immobile come se fosse stato un’immagine dipinta, o come se dalla mia bocca non fosse uscito alcun suono.

Tutto mi divenne improvvisamente chiaro: ecco perché nessuno mi rispondeva mai… nessuno mi aveva mai sentito parlare perché io non parlavo… la mia voce non esisteva…

Questo flusso agghiacciante di pensieri fu interrotto dal volo del passero che si librò nell’aria stemperandosi col paesaggio fino a diventare un guizzo marrone in un oceano verde.

Lacrime calde mi rigavano il volto e non potevo pensare né calmarmi, riuscivo solo a singhiozzare; poi mi resi conto che non stavo neanche singhiozzando: anche questa era un’illusione della mia mente, in realtà non emettevo alcun suono. La mia mente era piena di ricordi, residui di suoni, parole sentite, ascoltate, rubate dalle bocche degli altri, ma mai realmente uscite dalla mia, cimitero muto e sterile.

Credevo di parlare ma in realtà erano gli echi dei suoni impressi nella mia mente a darmi quest’illusione. In quel mentre entrò trafelata Marietta col volto arrossato e lo sguardo tutto eccitato, ma appena mi vide il suo volto si rabbuiò, mi si avvicinò e mi strinse forte al petto: – Che c’è piccola mia, che ti è successo?! Ah ho capito… è per il nonno vero…

Avrei voluto singhiozzare, gridare, ma non tentai nemmeno, ora sapevo che tanto sarebbe stato inutile. Continuai solo a piangere mentre le margherite sgualcite cadevano sul pavimento lasciando tra le mie mani solo qualche petalo perduto nella furia della caduta.

– Su, su… – riprese – ho una bellissima sorpresa per te… guarda è arrivata una lettera da tuo padre!

Mi baciò sulla fronte e uscì dalla stanza lasciandomi con la busta chiusa in mano.

La rigirai per alcuni momenti fra le dita e poi la aprii lentamente, scorrendo sulla carta lucida e liscia. Ne estrassi un foglio contenente poche righe che scorsi velocemente.

Le lacrime ricominciarono a scorrermi giù dagli occhi, reclinai la testa da un lato… iniziava con:

– Alla mia piccola principessa… – e si concludeva: -… ti voglio bene -.

Lui mi voleva bene per come ero, non per come sarei dovuta essere, ero la sua “piccola principessa” e lui mi amava.

Poi notai che la busta conteneva un’altra cosa: la rivoltai e il suo contenuto mi cadde sulle mani e sulle ginocchia.

Da una nuvoletta di polvere e polline fuoriuscirono petali colorati, li presi fra le mani e vi immersi la faccia: immediatamente venni pervasa da migliaia di odori diversissimi che parlavano d’India, del Caucaso, del Brasile, della Cina.

C’erano fiori di loto, ylang-ylang, spighe di lavanda, chicchi di caffè, gelsomini, non ti scordar di me, petali di rosa: quell’universo di colori ed odori mi prese completamente e mi fece volare in quei luoghi che mio padre aveva visitato e da cui mi aveva pensato.

– Profumo – sussurrai – Pro-fu-mo -, nel pronunciare questa parola mi accorsi che le mie labbra battevano l’una sull’altra, si sfioravano tre volte, e anche se non ne usciva alcun suono io lo sentivo lo stesso, quella sensazione penetrava lo stesso in me e attraverso me.

Mi resi conto di come la natura mi parlasse continuamente, e questa volta ero io che non l’ascoltavo, che non le parlavo, che l’ignoravo; ma lei non aveva mai smesso di parlarmi e proprio nel momento in cui forse mi ero sentita più sola in tutta la mia vita, lei, coi suoi petali, le sue fragranze e i suoi colori continuava a parlarmi ripetendo ancora, ancora e ancora la stessa parola:

– … pro-fu-mo.