Pericolosamente fatiscente, Myrto-Taxiarchoula Katsarou
Racconto vincitore Premio Energheia Grecia 2026
Traduzione: a cura di Maria Chatzikyriakidou e Franco M.T. Gatti
Ricordo ancora i passi sul mio pavimento di marmo. Ricordo le risate, le voci, i vestiti che turbinavano, lo champagne che traboccava dai calici tintinnanti. Ricordo il dolore, le urla, il sangue che macchiava le mie pareti imbiancate. E ora il vento mi fa tremare al suo passaggio, ma non so se sia colpa sua o del peso di tutti i ricordi che porto con me.
La mia storia inizia intorno al 1880, non riesco a ricordare la data esatta. Il mio proprietario decise di farmi costruire vicino al mare, per respirare ogni mattina l’aria del largo. Le mie fondamenta furono gettate in fretta e i miei muri si alzarono con lo stesso ritmo. Ben presto le camere da letto al secondo piano si riempirono di sospiri d’amore e poi di risate di bambini. Le mie grandi finestre illuminavano ogni litigio, e le mie porte chiudevano fuori ogni dispiacere. Nel mio seminterrato furono sepolti tutti i segreti e i pettegolezzi che la servitù si scambiava non solo su ciò che accadeva in città, ma a volte perfino sul padrone e la padrona.
Ricordo ancora quella mattina del 1901, quando parte della flotta francese ancorò nel porto. Sentii alcuni sussurri inquieti: dicevano che se fossimo diventati europei ci saremmo rovinati. Qualcun altro bisbigliava che gli Ottomani non lo avrebbero permesso. E una voce più giovane gridò che era ora di scrollarsi di dosso il giogo ottomano, che eravamo greci e ortodossi. In fretta quella voce fu messa a tacere.
Eppure, undici anni dopo, l’isola era libera! Era l’inizio di novembre quando l’ammiraglio Kountouriotis mise piede su queste terre. Ricordo quanto fiera stazionasse la nave Averof nel porto. Tutta l’isola festeggiava — quasi tutta, diciamo. Forse eravamo tutti greci, ma c’era chi metteva il portafoglio al di sopra della nazione. Uno di questi era il mio proprietario. Sapeva che con l’annessione allo stato greco sarebbe venuta la rovina del commercio. Per anni aveva vissuto di commercio. Vendendo rotoli e rotoli di seta sulle coste di fronte a dove aveva costruito me. Il suo cuore non resse a una tale catastrofe, lo tradì. E insieme a lui, tradì anche me.
La mia famiglia non poteva più mantenere una dimora signorile come me. Ci provarono, ma non ce la fecero. Passai nelle mani di una famiglia venuta dalla costa di fronte, da Ayvalık, greci anche loro. Persone lungimiranti, videro che la Catastrofe si avvicinava, anche se mancavano ancora nove anni. Furono loro stessi ad aprire le mie porte a tutti quei profughi del 1923. Ancora una volta le stanze si riempirono di risate e voci, ma non erano le stesse. Riuscivo a percepire la nostalgia e il dolore per la patria perduta, una patria che non sarebbe mai più stata loro. Ricordo ancora una voce femminile che cantava di una ragazza venuta da terre lontane, dallo stesso luogo da cui era venuta anche lei…
Da terre straniere e lontane
arrivò una ragazza, gioia mia, di dodici anni
Con le mie moine la sedussi
e tra le mie braccia, gioia mia, la feci sedere
e tra le mie braccia, gioia mia, la chiamai
Prendo, sbottono i bottoni d’argento
vedo le olivette, gioia mia, che ha sul petto…
Gli anni seguenti trascorsero un po’ offuscati per me, non perché non ricordi o non voglia ricordare, ma perché tutto ciò che accadde non entra nella testa di nessuno. Un palazzo signorile dopo l’altro che cambiava mani. La città che cambiava. Persone che entravano e uscivano, nessuno si preoccupava se i miei pavimenti di marmo non brillavano più. Nessuno sembrava preoccuparsi dello scricchiolio che facevano i gradini di legno quando li sfioravi. Come puoi prenderti cura e amare una casa come me quando tutto intorno crolla?
Il periodo tra le due guerre fu uno dei più bui della storia mondiale, lo sentivo fino nelle mie mura. Un mondo che cerca di riprendersi dalle perdite della Prima Guerra Mondiale, rimanendo schiacciato dalla nube grigia della Seconda. Quando parlo di quell’epoca, mi viene sempre in mente un episodio che da un lato sembra quasi comico, ma dall’altro mi rattrista per la disperazione della gente. All’inizio del 1936, il maltempo devastava l’isola distruggendo i raccolti. Le persone non avevano nemmeno pane per ingannare la fame. Allora accadde l’incredibile: la gente cominciò a fare irruzione nei forni e a rubare il pane! Dio mio, non so come mi salvai quel giorno, visto che a pochi metri da me c’era il panificio del sig. Molyviatis. I miei proprietari avevano temuto che avrebbero saccheggiato anche noi, ma la gente voleva solo pane…
Lo stesso anno, una calda serata di agosto, prese le redini del paese colui che ben conoscete: Ioannis Metaxas. Fu allora che ebbe inizio un periodo chiamato Dittatura. Credevamo che Metaxas fosse il peggio che potesse capitarci, finché rispose a quella telefonata e il suo rifiuto ci trascinò nel vortice della Seconda Guerra Mondiale1.
Pochi giorni dopo il primo maggio del 1941, arrivarono anche qui. Arrivarono da me. Mi requisirono. I miei pavimenti erano ormai calpestati dagli stivali nazisti. Le stanze si riempirono di risate fragorose, e il seminterrato di paura. Le mie finestre divennero testimoni degli sguardi torvi che gli invasori lanciavano alle bambine. Avrei preferito che fossero venuti degli italiani. Avevo sentito dire che erano persone più sensibili. Cantavano canzoni di nostalgia per la loro patria, nemmeno loro volevano essere lì. Le bambine, le guardavano come le proprie figlie, gli ricordavano le loro.
Quasi quattro anni dopo che avevano messo piede nel nostro paese, gli invasori se ne andarono! Senza fare in tempo a uscire da una guerra, entrammo in un’altra, più dura: la Guerra Civile. Non ho mai capito perché dovevamo distruggerci a vicenda. Ma in fondo cosa ne so io? Sono solo un mucchio di mattoni e cemento.
Per qualche anno regnarono la calma e la quiete. Tutti cercavano di raccogliere i propri pezzi. E da qualche parte lì, io rimasi sola. Non era più facile vivere in una casa così grande. Ma la mia solitudine non durò a lungo. Anche se avrei preferito restare sola per sempre.
21 aprile 1967. La Primavera dei Colonnelli. Che frase ironica. Era come se fossimo tornati indietro agli anni dell’Occupazione. Solo che ora furono i golpisti ad aprire le mie porte. E fecero cose che di notte, anche tanti anni dopo, mi fanno ancora tremare. “Il nostro mattatoio odorava di timo e la nostra cella di cielo rosso” aveva scritto Mikis2 di quell’epoca.
Dopo sette anni, alcuni studenti presero la situazione nelle proprie mani. Quanto piansi per il Politecnico3. Quanto piansi per tutti quei ragazzi il cui unico sogno era la libertà, e che lo sacrificarono per un posto nella terra. Piansi di sollievo perché finalmente quei mostri mi avrebbero lasciata in pace.
E da allora silenzio.
Nessuno si avvicina più a me. Nessuno ha aperto le porte per entrare. Il vento che passa attraverso i vetri rotti risuona come le voci di tutte le persone che furono torturate qui. I fantasmi del passato mi circondano, e la gente dice che sono maledetta.
Quanti anni ho ormai? Non lo so. Quello che so è che non mi ergo più fiera come un tempo, le mie mura non reggono più il mio peso. Il mio tetto gocciola quando piove, ma per quanta acqua possa cadere, non laverà mai quella macchia di sangue. Il mio cortile si riempie di erbacce, e l’edera cerca un appiglio sulle mie travi screpolate.
So che edifici come me sono tutelati. O ci sosterranno, o ci lasceranno cadere da soli, forse dopo un forte temporale. Ma la mia impalcatura di sostegno non è ancora arrivata. Forse sono “pericolosamente fatiscente”, ma la burocrazia non fa favori a nessuno.
Dentro di me so che non ce la farò. Lo sento nelle mie giunture, tremano sotto il peso. Ma il problema non è solo nello scheletro. Non reggo quello sguardo pieno di dolore o di orrore, persino di rabbia, che hanno i più anziani quando il loro sguardo cade per caso su di me. Non reggo lo sguardo indifferente dei giovani, che ignorano la storia che porto.
Si avvicina l’ora in cui mi perderò nell’oblio della storia. La polvere danzerà il suo ultimo ballo sui pavimenti di marmo con la tela di un ragno come cavaliere. Le finestre rimaste in piedi andranno in frantumi con la mia caduta. La vegetazione selvatica mi inghiottirà. Esisterò solo in qualche fotografia in qualche museo o dimenticata dentro una cartella ingiallita.
E allora nessuno ricorderà che un tempo qui c’era una casa piena di vita.
Note
1 Il 28 ottobre 1940, l’ambasciatore italiano Emanuele Grazzi si recò a casa del primo ministro greco Ioannis Metaxas per consegnargli un ultimatum firmato da Mussolini: concedere il libero passaggio alle truppe italiane, o entrare in guerra. Metaxas rifiutò categoricamente – secondo la leggenda con le parole “Alors, c’est la guerre” – e quella data è ancora oggi festa nazionale in Grecia, celebrata come il “giorno del No”.
2 Mikis Theodorakis (1925-2021). Famoso compositore e politico greco che ha legato il suo nome alla musicazione di poesie e alla composizione di canzoni contro la dittatura, durante la quale venne imprigionato e torturato, mentre la sua musica venne proibita.
3 La rivolta del Politecnico di Atene avvenne nel novembre 1973 nell’ambito di una massiccia manifestazione studentesca nata dal rifiuto popolare della giunta militare greca del 1967-1974. La rivolta iniziò il 14 novembre 1973, degenerò in un’aperta rivolta anti-giunta e terminò in uno spargimento di sangue il mattino del 17 novembre, dopo una serie di eventi iniziati con un carro armato che fece breccia nei cancelli del Politecnico.













