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I racconti del Premio letterario Energheia

L’isola che non c’era_Giovanna Giorgini, Roma

_Racconto finalista sedicesima edizione Premio Energheia 2010.

 

Con immensa gioia e trepidante emozione

Primo caffè in pigiama, come sempre. Lorenzo accende il cellulare e la sigaretta insieme, il tempo di una boccata e il telefono trilla.

Con immensa gioia e trepidante emozione vi annuncio la nascita della mia Diletta, in questa notte splendente di luna piena. Vi abbraccio tutti, felice e incredula.

Lorenzo fa scorrere l’acqua nella doccia, mentre si spoglia e riaccende i ricordi, più vivo di tutti, quello di Francesca sul lettino della clinica, stordita e dolorante per l’anestesia, e lui con quel fagotto in braccio. Era suo figlio davvero? Sorrideva a Francesca, la donna che da tempo, ormai, non amava più e che forse avrebbe avuto il coraggio di lasciare se non fosse stato per quel rotolino di carne rugosa.

Il coraggio poi lo aveva trovato lei, si sa che le donne ne hanno più degli uomini e lei di vivere nel nulla non aveva più avuto voglia. Lorenzo aveva lentamente rinunciato a convincerla, assecondato la corrente, incapace di scegliere, guardava inerme quella luce che si affievoliva, aspettando che si spegnesse.

Poi c’era stata solo la libertà, da riempire.

 

Notte di luna

La mia Diletta è nata in una notte di luna piena, sul pavimento della cucina di casa. È nata in silenzio e non ha pianto, perché di piangere non aveva bisogno. Ho pianto io, invece, io che non piango mai, ho pianto tutte le lacrime che avevo tenuto dentro insieme a lei, per nove mesi e una settimana.

Diletta è nata con la camicia, senza spingere, è scivolata fuori come un’anguilla, tutta insieme, c’erano solo le mie mani tremanti ad accoglierla.

Vicino a me due donne silenziose, Clelia e Lucilla, i miei angeli custodi, ostetriche senza ferri, senza guanti, senza monitor. Erano questi i patti e li hanno rispettati. Le ho volute con me come testimoni per proteggermi, per accompagnarmi, per ricordare.

Le ho sentite parlare sommessamente per tutta la sera, tra di loro, mentre percorrevo avanti e indietro il tappeto. Diletta si è fatta strada dentro di me a poco a poco. Mi accarezzavo su ogni contrazione, nuda, le dita attraverso i peli, nelle pieghe della vagina. Diletta è venuta al mondo così, come è stata concepita, in un brivido di piacere. Le mie mani sapevano dove toccare, le contrazioni mi scuotevano le ossa, ma la carne no, la pelle era mia, mie le dita, morbide, insistenti.

Si erano toccate le nostre anime quel pomeriggio di nove mesi prima, le dita su di me, allora erano state le sue, sua la lingua, suo il corpo che si scuoteva sotto il mio, gli occhi spalancati, lo sguardo liquido, la meraviglia.

Ho sentito scricchiolare le ossa del bacino mentre Diletta scendeva. Ho avvicinato ancora una volta la mano, era lì, proprio lì, la sua testa morbida e tesa. Bruciava, ho urlato, e poi eccola, tutta intera, la mia diletta bambina, calda e profumata di me.

Avrebbe mai potuto riempire il vuoto che sentivo dentro?

Guardavo meravigliata le pieghe della mia pancia improvvisamente svuotata, pensavo al buio dei mesi trascorsi, mentre il mio corpo si trasformava e il mio cuore si prosciugava.

Avevo creduto di aver trovato uno specchio per la mia anima, un corpo da incastrare nel mio, la quadratura di un cerchio.

Cosa avrebbe detto mamma se mi avesse visto così? Lei che mi aveva cresciuto da sola, lei che tante volte avevo visto chiudersi nel silenzio, irraggiungibile. Povera mamma, io ero la figlia che sarebbe arrivata su isole che lei nemmeno intravedeva, nella sua navigazione solitaria.

Sei mai stata felice tu mamma? Lo amavi mio padre? Hai avuto paura della solitudine? E gli uomini che portavi a casa, mentre io dormivo, che fine hanno fatto?

Le domande con lei non sono mai state possibili. E poi gli ultimi mesi suoi, non c’era più niente da chiedere, nessun bisogno più di tormentarla. È morta che ancora la pancia non mi si vedeva, meno male, almeno la pena di sapermi madre, sola come lei, non ha dovuto sopportarla.

Ce la farò da sola. Questo buio, questo dolore, il dolore dell’assenza, prima o poi sparirà, dovrà sparire. Basterà forse non contrastarlo, piangere quando c’è da piangere, e aspettare.

Che spazio troverà Diletta in questa mia vita consumata?

 

Tre donne tra i trenta e i quaranta

Qualche mese prima, caffè lungo senza parlare, il secondo della giornata.

6.45, un quarto d’ora, il tempo giusto per una sigaretta.

Ancora un respiro di aria vera e poi dentro, a cambiarsi.

Camice, zoccoli, denti e lavaggio meticoloso delle mani.

Questa è la parte della giornata che Lorenzo preferisce, i minuti si srotolano meccanicamente, sempre gli stessi gesti, senza fatica, senza domande.

Tre paia di occhi si affacciano alla camera di degenza. Così a occhio e croce tre donne, tra i trenta e quaranta, “la quarta”, dice Lara, “evidentemente ci ha ripensato”.

Roberta sa già che letto scegliere, il letto è importante, come quando si entra in una stanza d’albergo e bisogna prendere possesso dello spazio, una volta scelto il cuscino, il più è fatto.

La signora accanto a lei ha le occhiaie nere e le gambe sottili come una dodicenne, si accuccia sul letto e sputa in un fazzoletto usato, che schifo.

Due anni fa Roberta era in questo stesso letto, Davide la aspettava di sotto, trepidante e preoccupato. Lo aveva raggiunto sorridendo, non aveva raccontato della fatica di quella solitudine, della pioggia silenziosa dietro le veneziane, dei conati di vomito, delle gambe aperte e della fica spalancata, rovistata, grattata.

Davide non le aveva mai dato illusioni, il suo matrimonio era sacro, senza Cristina era perduto, ne andava del suo equilibrio, della sua pace. Roberta si era convinta, negli anni, l’importante era tenere basse le aspettative, godere dei momenti di felicità che quest’amore clandestino le regalava, nessun obbligo, nessun vincolo, solo quello del cuore, potente.

La porta si apre, Roberta abbandona i ricordi. Stavolta a Davide non ha detto niente. Non sarebbe stato in grado di reggere e si è sentita di proteggerlo, o di proteggere se stessa dall’eventualità di perderlo.

Lorenzo entra con il carrello delle medicazioni, comincia a spiegare alle signore che deve fare un’iniezione, brucia un pò, ma passa subito. Si avvicina a Roberta, prepara il disinfettante.

Chiappe sode e sguardo deciso, questa donna non piangerà.

Dopo di lei tocca alla signora pelle e ossa, sta male, trema e piange. Si chiama Gloria e ha tre figli e chiede quando passerà questa nausea e se farà male l’intervento.

La terza donna parla poco, scopre appena il sedere, lateralmente.

Si chiama Francesca e di figli ne ha due. Non piange, ma piangerà, Lorenzo glielo legge negli occhi. Terzo sedere della giornata, da massaggiare. Non male, pure questo, ma chiappe sode le batte tutte e tre.

 

Basta chiudere gli occhi

La porta si apre, è la dottoressa che entra insieme a una ragazza sui venticinque anni. Era lei quindi la quarta. Lorenzo e Lara si scambiano un’occhiata. Sarà un osso duro, la dottoressa dice che viene dal Bangladesh e si chiama Asha. Lara fa cenno a Lorenzo di allontanarsi, con questa è meglio che faccia lei da sola.

Asha risponde sussurrando alle domande della dottoressa.

Ha un figlio di 6 anni, sì un parto naturale. Sì, un altro aborto, 4 anni fa, a Khulna. L’aborto è per lei un ricordo lontano, doloroso e dolce. Asha ha visto abortire entrambe le sue sorelle, poi le sue tre cugine, sua zia. Quando aveva saputo della gravidanza si era affidata alla madre. La partenza, il viaggio, tutto era già programmato, un altro figlio avrebbe scombinato i suoi progetti. Asha era una ragazza fortunata, sarebbe arrivata in Italia con le carte in regola e con il piccolo Mohammed al seguito, avrebbe avuto una casa e un marito innamorato. Asha doveva ringraziare Dio, questo la mamma le ripeteva ogni mattina, perché Dio aveva mandato quelle persone buone e coraggiose, che si erano prese cura di loro tutti. E ancora di più doveva ringraziarlo per quel ragazzo romantico, arrivato volontario e ripartito già quasi marito e padre, lasciandola stupita e con una promessa in tasca.

L’organizzazione del matrimonio e la preparazione delle carte avevano richiesto mesi, la sua vita nel frattempo era andata avanti. Il bambino che portava nella pancia era figlio di una violenza, come il suo primogenito. Asha veramente non l’avrebbe chiamata così, il maestro della scuola islamica era una persona potente e le ragazze del luogo non potevano sottrarsi ai suoi favori. Bastava chiudere gli occhi, non opporsi e non pensare.

Asha scende dal letto, si china per infilare le pantofole e la cuffietta verde scivola giù. “Non importa, dice Lara, la rimet tiamo di là sul lettino. Meno male, Asha attraversa la stanza, nascosta dietro la cascata dei suoi capelli lucidi. Ha paura, sa che questa volta farà male e non ci sarà la mamma. A casa sua se l’era cavata con poco, qualche pillola e una bibita scura da bere, mal di pancia e sangue, era ancora all’inizio e tutto era passato in pochi giorni.

Asha sale sul lettino, alza la camicia da notte, tutte donne per fortuna, quell’infermiere maschio è seduto di lato e non può vederla. Sorride la dottoressa e l’infermiera gentile le attacca la flebo e la aiuta a sollevare le gambe. Asha chiude gli occhi e aspetta.

Basta chiudere gli occhi, non opporsi e non pensare, finirà presto.

 

Frutto del ventre tuo

Lorenzo ha riaccompagnato in camera la ragazza del Bangladesh.

Pensava peggio, deve ammettere che si sbagliava.

Non una lacrima, non un sospiro, solo un mancamento, mentre scendeva dal lettino.

Francesca si avvia con l’assorbente in mano.

C’è penombra nel corridoio, forse per questo la abbaglia la luce trasparente della sala operatoria.

Francesca comincia a tremare, non ha paura, solo freddo, le gambe si fanno viola, mentre Lara attacca la flebo. La dottoressa spiega cosa succede adesso, “… ecco inserisco il divaricatore … tranquilla, respira …”

Francesca non ascolta le chiacchiere degli infermieri, ma è disturbata dalle loro risate, le lacrime cominciano a rotolare lungo le guance. Non è il momento di piangere, non ora.

Non si perdona questa mancanza di controllo, è abituata a controllare la realtà nei minimi dettagli. Solo le lacrime la tradiscono. Francesca si giudica con severità spietata, non ammette manchevolezze.

Perdonami Signore perché ho peccato. Perdonami.

Lara non ride più. La dottoressa interrompe le sue manovre.

“Sono ancora in tempo per fermarmi. Prenditi il tempo che ti serve”.

“Non mi serve prendere tempo, sto solo piangendo, lei può procedere”.

Francesca odia il suono della sua voce mentre piange.

Lara le sta accarezzando la mano e il corpo le si scuote in un altro singhiozzo.

“Non posso procedere se tu piangi. Ho bisogno che tu stia ferma”.

La voce della dottoressa tradisce l’impazienza.

“Tranquilla, spingi il sedere contro il lettino”.

Francesca si concentra, irrigidisce le gambe nello sforzo di incollare le chiappe al lenzuolo. Le sue povere gambe gelate, che non ha avuto tempo di depilare, i piedi bluastri e sudati ancorati in alto, e fra le cosce un caldo rovente, quell’enorme lampada, che mette luce sulle sue parti più segrete.

Un bambino o una bambina, chissà. Mia figlia, che tornerà nel nulla, da dove è venuta, si farà sangue, o terra, o acqua, o aria, o stella.

Lara le tiene le mani sui fianchi, le spinge verso il basso il bacino che continua a sollevarsi. La dottoressa sta armeggiando con un tubo.

Addio figlia mia.

Ancora la sua voce rotta, chiede scusa per questo pianto.

La dottoressa dice che deve fare un colpo di tosse e che sentirà delle contrazioni. Francesca tossisce e la pancia si stringe in una morsa dolorosa.

 

Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te, tu sei benedetta tra le donne e benedetto è il frutto del ventre tuo Gesù

Il frutto del ventre tuo. Questo frutto che rumorosamente scivola nel tubo trasparente.

Francesca sente raschiare mentre l’infermiere si avvicina con la siringa in mano.

Francesca si arrende, al pianto, ai singhiozzi, al freddo.

Lorenzo la sostiene mentre scende dal lettino, avrebbe potuto prevedere ogni dettaglio di quest’aborto. Eppure qualcosa gli sfugge, o molto. Queste donne le vede nude, nel corpo e nell’anima, ma di loro non sa niente. Più tardi, quando le accompagnerà all’uscita, saranno rientrate nei loro gusci, impenetrabili e sconosciute, delle pazienti appena dimesse.

 

L’aria pungente della notte

Francesca rientra in camera traballante. La donna dalle gambe magre sta infilando le pantofole, è il suo turno.

Francesca fa appena in tempo a sdraiarsi, vede la ragazza del Bangladesh piegata sul letto, la sente gridare, corre fuori, si appoggia al muro.

“Presto, aiuto, la ragazza straniera si sente male”.

Odia, ancora una volta, la sua voce tremante.

Asha sta vomitando per terra, da tutte le parti. Lara pulisce, dice che non è niente, è normale vomitare dopo l’anestesia.

Francesca allunga il corpo sotto la coperta. Fa male la pancia, crampi dolorosi, le gambe si piegano, si contorce dal dolore.

Si alza, le gira la testa, va in bagno, abbassa le mutande, ha bisogno di controllare che sia tutto a posto. Si immaginava di trovarsi gonfia, segnata, ferita, invece no, tutto normale, le tracce del disinfettante, i peli, la pelle, nessuna testolina bagnata è passata di là stavolta, solo un tubo trasparente e rumoroso.

Cosa resterà di lei quando questi dolori saranno passati?

La sua vita, da guardare un pezzo alla volta o solo lasciar scorrere, giorno dopo giorno, le gioie e le preoccupazioni per i suoi figli, le briciole d’amore con suo marito, qualche serata di evasione. E lei? Dov’è lei? Dov’è stata fino a questo momento? I suoi figli stanno crescendo, rapidamente, irrimediabilmente.

Francesca dovrà farsene una ragione, non ci saranno altri neonati da tenere in braccio, mai più l’emozione di una vita che cresce dentro. Le attraversa il pensiero di non aver avuto nient’altro per cui valesse davvero la pena vivere, nient’altro che questo. Sono anni che gioca a fare la mamma, continuando a sentirsi bambina, indecisa, irrisolta, incapace di vivere e di provare emozioni non inscindibilmente legate ai suoi figli. Ora questa messinscena è finita, sul palcoscenico è rimasta solo lei, con la sua brutta voce.

Ora Francesca sa cosa farà. Lascerà che le braccia di suo marito le cingano le spalle. Aspetterà che i suoi figli tornino da scuola, preparerà la cena, rimboccherà le coperte.

E poi, quando i respiri si faranno pesanti sarà pronta, sentirà pungente l’aria della notte e camminerà senza paura.

Dei suoi figli avrà una nostalgia struggente, la voglia e la mancanza di loro la consumeranno irrimediabilmente, fino alle ossa.

Non sarà un viaggio di piacere, piuttosto una necessità, o un richiamo.

 

Ci sono io, dai non piangere

Asha si lamenta a occhi chiusi. Francesca gira la testa, sperando di non vomitare e di non essere costretta a chiamare aiuto.

Roberta si siede sul letto vicino ad Asha, le asciuga la bocca.

Strano, non provare schifo per il vomito di un’estranea.

“Come stai? Come stai?”

Ecco qual è il senso del suo stare lì oggi, quindi. C’è una bambina da sorreggere, una mano da stringere. Roberta non è abituata al contatto fisico. Nell’abbraccio di due donne si sciolgono i grumi dell’anima e si sente dolore, e non vale il piacere di smarrirsi per un istante nel profumo confortante della pelle e del respiro. Con gli uomini è diverso, il desiderio annulla la sofferenza, il gioco dei ruoli è più definito, l’intimità ha un inizio e una fine.

Asha si lascia accarezzare a occhi chiusi, i capelli abbandonati sul cuscino, la bocca socchiusa, le braccia lungo il corpo. Possibile che questa creatura fragile sia una mamma?

Roberta ha tenuto tra le braccia pochi bambini, con i bambini bisogna giocare e lei di abbandonarsi al gioco non è capace, i bambini percorrono i sentieri impervi dell’illogicità, a corrergli dietro si rischia di scivolare.

Io sono qui, dai non piangere.

Stringiti a me, più che puoi.

Io ti proteggerò, non temere.

 

Non piangere, sono qui

Com’è avere qualcuno da proteggere? È la stessa cosa che essere protetti? Lo stesso regalo? Lo stesso abbandono?

Roberta sente questi pensieri come fitte dolorose in qualche parte del corpo.

Asha ora sembra assopita e la porta si apre. Gloria rientra con Lorenzo che la sorregge e fa un cenno a chiappe sode.

Roberta si scuote.

“Non vengo. Ci ho ripensato”.

Lorenzo questa non se l’aspettava, è il secondo errore della giornata, oggi prenderà pochi punti nella partita immaginaria che ogni giorno gioca con se stesso, utilizzando come pedine quelle donne sconosciute.

“Ci ho ripensato, sì, ho cambiato idea. Si può cambiare idea, no?”

 

Cinque punti in testa

Gloria sta dicendo che si metterà la spirale, che si farà legare le tube, che taglierà l’uccello di suo marito, che un aborto non lo farà mai più, che piuttosto farà altri quindici figli.

La stanza sembra vuota senza Roberta e c’è aria di smobilitazione, entra la dottoressa e dice che Asha può andare a casa se si sente bene.

Francesca ora sta meglio, vuole andare via anche lei, stringere i suoi figli, abbracciare la vita tutta intera in un colpo solo.

Gloria è seduta sul letto, pallida.

“Una cosa volevo chiederti. Secondo te ha sofferto?”

Sono rimaste sole, vicine. Francesca dice di sì.

“Ha fatto proprio una finaccia”.

Ridono tutte e due, per lasciar andare davvero quei figli non desiderati. Non erano bambini, solo possibilità inesplorate.

Preparano le borse e Francesca chiede a Gloria dei suoi figli. Gloria dice che il marito voleva tenere anche questo, è stata lei a decidere di non mettere al mondo un’altra creatura infelice.

“Perché infelice?”

“Scherzo, dai”.

“I miei figli sono felici, credo” dice allora Francesca, “io non tanto, forse, non tanto felice di averli avuti”.

Per Gloria è uno spiraglio, si infila finché è in tempo e spalanca la porta.

Racconta che suo marito beve, e quando beve perde la testa, “lui mi ama, mi ama”, lo ripete mentre mostra una cicatrice sotto i capelli. “Cinque punti mi hanno messo. Mi ha tirato una bottiglia, pure incinta ero, di Edoardo. Per questo le mie amiche mi hanno detto di fare questo raschiamento”.

Lo chiama così, raschiamento, come se fosse qualcosa di necessario, non una scelta. Francesca chiede perché non lo lascia, quest’uomo che le fa male così. Gloria dice che lui ha troppo bisogno e che non può lasciarlo e che a separarsi proprio non ce la fa.

Sembra un disco rotto, Francesca è stanca, ha pena per lei e per se stessa. Cerca disperatamente qualcosa da dire, qualcosa che possa essere utile a questa donna con le occhiaie scure.

“Allora signore ce ne andiamo? Siete pronte? La dottoressa sta arrivando”.

Francesca si chiede cosa resterà di lei, qui, in questa camera.

 

Ultima sigaretta

Roberta non ha ancora chiamato il taxi. C’è il sole e sulla panchina, accanto all’uscita dell’ospedale, si sta bene.

Lo ricorderà quell’istante di pazzia, troverà il modo di articolarne le ragioni, di costruirne i perché, ma la sostanza rimarrà la stessa, l’inspiegabile urgenza di capovolgere l’esistente, di saltare nel vuoto senza paracadute.

Prende il pacchetto di sigarette. Fumare nuoce gravemente alla salute, e ora ha una responsabilità in più. È un pensiero secco e realistico, senza emozione.

La sigaretta si consuma in un lampo e Roberta ne accende un’altra. Forse può passare un pò di tempo così, ad avvelenarsi i polmoni e dare aria al cuore.

Davide non deve sapere e non saprà. Finisce così, tra una boccata e un sospiro, questo amore che fendeva il cielo. Finirà senza spiegazioni, in fin dei conti lui non gliene ha mai data nessuna.

Senza parole il cielo si rabbuierà. E lei non potrà che sprofondare.

Roberta scuote i capelli indietro e vede uscire l’infermiere simpatico che le ha fatto l’iniezione, evidentemente ha finito il turno.

Lo saluta e lui si avvicina, è imbarazzato, ma non può farne a meno, prova molta curiosità per quella donna strana.

“Ancora qui stai?”

“Hai visto? Fumi?”, Roberta non sa neanche perché cerca questo contatto, è già quasi pentita di aver rovinato la sua pausa solitaria.

Lorenzo si chiede se ci sta provando, avrà quasi quindici anni meno di lui, vabbè, una sigaretta.

E poi, la curiosità. Chiede in maniera incalzante, vuole sapere tutto, perché, il passato, il futuro, i progetti. Roberta risponde, all’inizio esita su ogni parola, poi si lascia andare al ritmo della sua voce. Allora è vero che solo raccontandosi si capiscono delle cose di sé. Si mettono a posto i pezzi.

Rimangono insieme per un tempo che sembra lunghissimo, infine si salutano stringendosi la mano, forse si sentiranno ancora, e a qualcosa o a qualcuno sarà servita questa lunga mattinata.

 

In cammino

Seconda stella a destra questo è il cammino

E poi dritti fino al mattino

Francesca non ha portato bagagli, solo uno zainetto, portafogli, beauty case e il rosario della nonna, quello non può lasciarlo. Ha la carta di credito e per un pò basterà, poi si vedrà.

Oppure tornerà indietro. Se il cuore scoppierà, se avrà troppa paura, se sarà troppo sola, se si sentirà morire.

Quando arriverà, da qualche parte, da qualsiasi parte, ovunque sarà, scriverà una lettera. Che non stiano in pena per lei, che non siano arrabbiati, che la perdonino almeno loro, che abbiano cura di sé, che la tengano nel cuore, che li accompagnino i suoi pensieri.

Ha frugato nell’armadio, vecchi jeans, da ragazzina, una maglietta lunga viola, scarpe da ginnastica e un giubbotto di pelle, niente trucco, niente orecchini. Si è guardata allo specchio, nella luce della notte quasi non si vedono i capelli bianchi, e poi sono pochi, è ancora bella, un bel corpo, appena segnato, da nascondere sotto i vestiti larghi, qualche ruga, ma lo sguardo è quello di un’adolescente che va incontro alla vita.