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I racconti del Premio letterario Energheia

L’invidia degli dei_Anna Giulia Macchiarelli, Roma

_Racconto finalista quindicesima edizione Premio Energheia 2009.

 

Correva.

Non poteva fare altro.

La vegetazione era fitta e ogni ramo che sporgeva troppo le lacerava le braccia scoperte, i polpacci nudi e il volto indifeso. Il dolore era istantaneo, acuto, intenso, ma era costretta a sopportarlo. Non poteva fermarsi, perché, se così avesse fatto, l’avrebbe raggiunta e lei sarebbe stata impotente non solo di fronte alla bestiale forza maschile, ma anche alla ferina crudeltà umana.

Era riuscita a fuggire da quella presa disgustosa e non voleva ricadervi, ma già le forze si stavano disperdendo.

Il respiro si faceva sempre più corto e affannato, mentre la gola bruciava dalla mancanza di acqua ed aria. I piedi nudi, ogni qualvolta incontravano una pietra un po’ più appuntita, un frammento di vetro o semplici rami spezzati, urlavano di fermarsi e di concedere loro qualcosa per coprirsi. Il fianco destro e il petto erano devastati da fitte pungenti e il sangue dei troppi tagli contaminava il terriccio scuro.

La vista si stava annebbiando e la mente era ormai lontana.

Si soffermava su particolari distanti in spazio e tempo. Su di un viso. La dolcezza di quel volto, il sorriso, sempre presente, che modificava le fattezze quasi perfette da far sì che gli occhi chiari fossero delicatamente socchiusi in ogni occasione. Le sembrava di poterlo vedere di fronte a lei: la sua figura leggera, agile, ma allo stesso tempo, virile e mascolina; il corpo snello, la cui anatomia rivelava un allenamento quotidiano che mirava alla perfezione; i capelli tagliati corti, ma non abbastanza da eliminare totalmente i riccioli delicati.

Correva ancora.

Non poteva fare altro.

Fermarsi non era una possibilità che poteva essere presa in considerazione. Se avesse ceduto alla debolezza, l’immagine angelica del giovane statuario sarebbe rimasta per sempre tale: una parvenza, un simulacro, un’idea, un ricordo.

Dike chiuse gli occhi. Non poté fare altrimenti. Era l’unico modo per mantenerlo vivo accanto a lei e dimenticarsi del suo inseguitore. Poteva vederlo, Pheus, suonare la sua musica melodiosa; riempire stanze e luoghi di note armonizzate non dalla mente, quanto dal cuore di un singolo individuo; calmare gli animi di uomini e belve; incantare sconosciuti e parenti.

Dovette riaprirli. Il freddo vento notturno le portava indietro i capelli e via i ricordi, ardendo la pelle graffiata e macchiata di porpora. Tutto era in fiamme; cute, muscoli, polmoni.

La musica di Pheus era scomparsa, sostituita solamente dallo scricchiolio occasionale, prodotto da rami e foglie nello spezzarsi. E da passi. La stava raggiungendo, poteva sentirne la presenza alle sue spalle, a destra, a sinistra, di fronte a lei.

Lo percepiva ovunque.

In un attimo la sua mente la riportò a quel che sembrava ore prima. Il tempo era trascorso, ma era impossibile sapere quanto. Il lasso che a lei pareva essere durato un’eternità, per il suo assalitore erano probabilmente stati pochi attimi, intrisi di odio ed ira.

Le mani robuste, nerborute e violente la trattenevano, colorando con lividi violacei la pelle candida. Un rumore assordante: si era distratto. L’aveva fatta cadere e poi l’inizio della corsa frenetica per arrivare nel luogo più distante da quell’essere che l’aveva tenuta prigioniera.

La fatica prese il sopravvento, la sua attenzione era diminuita. Il piede sollevato si intrappolò in una radice massiccia e, inciampando, cadde. Ginocchia e gomiti si aprirono, coprendosi immediatamente di nuovi graffi, tagli e ferite. Il volto era ora a contatto con le foglie umide, gli occhi socchiusi, la vista appannata, le membra immobili e intorpidite. Non sentiva quasi più dolore, la stanchezza era troppa perfino per quello.

Richiamò alla mente, per un’ultima volta, il viso del suo amato, e si immerse in ricordi musicali della loro vita condivisa: il simbolo che erano divenuti nel corso di quei pochi mesi, l’unità inscindibile che avevano creato e l’eccezionalità dei sentimenti che li legava insieme.

I passi dell’essere al suo seguito, non più veloci e collerici, ma misurati e fatali, le sottrassero la melodia che accompagnava i suoi pensieri, mentre la figura tarchiata e massiccia che si presentò davanti alle palpebre socchiuse, sostituì quella delicata e snella che le aveva donato un poco di conforto.

Non poteva abbandonarlo. Non era possibile. Doveva alzarsi di nuovo, non per combattere, ma per ricominciare l’estenuante fuga. La bestia non era ancora abbastanza vicina da poterla fermare. Se solo il corpo inerme e stremato della fanciulla avesse percepito l’urgenza della situazione. Ogni movimento, per quanto minimo, provocava uno spasmo tanto forte da inibire tutti i sensi. Il solo alzarsi in piedi pareva impraticabile. Una corsa? Impossibile.

Sollevò il viso insudiciato. Macchie scure di terra e sangue imbrattavano gli zigomi solitamente pallidi. Di fronte a lei una luce. A poca distanza poteva scorgere una via, un luogo abitato, un rifugio.

Pensò a Pheus, alla sua voce, alle sue dita veloci e leggere scorrere sullo strumento musicale, come fossero zampe di agili felini fendere i terreni delle più esotiche regioni; ai suoi occhi luminosi, mai tristi: il ritratto dell’ultima volta che aveva potuto vederlo.

Il ricordo si trasformò. La musica melanconica, lo strumento abbandonato, la voce strozzata, gli occhi colmi di lacrime cui l’orgoglio non permetteva di sgorgare liberamente.

Non doveva solamente alzarsi. Doveva andare via, raggiungere quella speranza così vicina. Per lui, per il suo dono, per la sua musica.

Puntò a terra prima i gomiti e poi le ginocchia, ignorando l’incessante martellare di ogni fibra del debole corpo. Le ferite bruciavano, i muscoli soffrivano, gli organi urlavano.

Riuscì nell’impresa epica: era in piedi adesso. Si voltò e, pensando all’unico obiettivo che le era rimasto, ripartì alla volta di quell’unico barlume luminoso.

Un grido straziante squarciò la calma notturna. Odio, ira, vendetta, violenza impliciti in esso. Non la fermò. La luce abbagliante, inaspettatamente confortevole, piuttosto che indisponente, era sempre più vicina. Aumentò la velocità.

La fitta rete di alberi e piante era finita. L’essere era ancora alle sue spalle.

Un debole sorriso si formò sulle labbra cianotiche. Aveva compiuto la fatica finale; era libera e poteva tornare da Pheus.

Fino a pochi secondi prima, non credeva avrebbe mai potuto rivederlo, ma in quell’attimo, per un solo istante, la speranza l’aveva lasciata; sostituita da cieca fede.

Uno stridio, dolore, buio.

*

 

Suonava.

Non poteva fare altro.

Controllare le lunghe dita affusolate, spostarsi liberamente sulla successione di tasti bianchi e neri, era impossibile. Aveva un dono. Ne era cosciente e non aveva il potere di cambiarlo.

Il suono melodico si era ormai concluso da molto, ma la musica viveva costantemente nei suoi pensieri. Non esisteva nulla che fosse privo di un suo motivo particolare ed unico.

In quell’istante era la sua musica a risuonare nella mente, accompagnando ricordi e momenti di pura felicità.

Aprì gli occhi e sorrise nello scorgere la fotografia che prendeva il posto dello spartito ogni volta che si esibiva. Dike.

Uno squarcio di vita di un essere dalla bellezza quasi sovrannaturale.

Una ninfa ignara dell’attimo che le era stato rubato per sempre e che per sempre sarebbe stato contemplato da occhi amorevoli e desiderosi.

Era buio. Le nuvole grigie, cariche di pioggia greve, oscuravano la piccola porzione di luna che avrebbe dovuto manifestarsi quella sera. Le stelle, usuali costitutrici della corte della regina dei cieli, erano costrette allo stesso destino: brillare per un pubblico nascosto che non poteva ammirarle.

La digressione del giovane ragazzo, che lo stesso Fidia non sarebbe stato in grado di scolpire in maniera migliore e perfetta, venne interrotta dal suono acuto ed insistente di un piccolo oggetto metallico, dimenticato su di una sedia accanto al proprietario.

“Pronto?”

Era tardi. Chi poteva essere? Rispose alle domande che gli vennero poste e, successivamente, ascoltò le risposte a ciò che lui domandava.

Non poteva essere, non stava accadendo. Dovevano essere delle menzogne, una falsità. Era andata via solamente da un’ora. Come era possibile?

Un fulmine rischiarò la stanza, illuminando le gocce saline che cadevano sul pavimento marmoreo, e fu immediatamente seguito dal tuono che attutì l’urlo di disperazione. Il giovane musicista cadde in ginocchio, il messaggero inanimato e senza pietà fu scaraventato contro la parete antistante. Le mani, esperte generatrici di emozioni, andarono a coprire occhi e orecchie.

Non era vero. Non stava accadendo.

Le dita, conoscitrici di ruvide corde di budello e candidi tasti laccati, si intersecarono con i morbidi riccioli castani che scendevano sugli occhi, non più felici. La bocca, solita ad inarcarsi in lievi sorrisi, era ora distorta in un’espressione di sofferenza senza pari.

La voce musicale e incantatrice di menti, era ridotta a singhiozzi spezzati, alternati solamente da due lettere: “No”.

Il tempo si contrasse e gli spazi di una stanza divennero immensi. Non c’era più nulla che potesse fare.

Dike non esisteva più. Il suo corpo giaceva su di un tavolo freddo, mentre la sua anima era destinata all’eterno oblio.

La melodia della giovane dalla chioma dorata era perduta per sempre, discesa nel Tartaro oscuro, insieme allo spirito della sua detentrice. Si alzò da terra, guardò fuori dalla finestra.

Il sole era alto, la tempesta era finita, un nuovo giorno era iniziato. Si sedette al pianoforte, pose le mani prima sui sottili tasti neri, per poi passare delicatamente ai più massici bianchi.

Suonava ancora.

Non poteva fare altro.

Mentre le mani volavano sulla tastiera, le iridi al di sotto delle palpebre, si muovevano frenetiche, seguendo avvenimenti del passato e speranze infrante del futuro. Era accaduto. Il giorno, il sole, la luce avevano illuminato la verità che, la sera precedente, era stata adombrata da buio, nuvole e notte.

Quel che poche ore prima sembrava impossibile era stato assimilato, elaborato e processato. Dike, il suo corpo, esisteva ancora, ma la sua unicità era scomparsa nel momento in cui un’automobile aveva violato la sua esile corporatura. Il dolore che Pheus si trovava a sperimentare per la prima volta era più che il male fisico nel suo petto; più del respiro corto, la gola ustionata, le ginocchia livide, gli occhi tumidi e scarlatti.

Era una canzone conclusa prima del dovuto. Una melodia interrotta prima della nota finale. Una sinfonia incompleta.

Non si chiedeva più, ormai, come potesse essere accaduto, quanto il perché.

Ancora riteneva non fosse possibile. Non perché non si sarebbe mai potuto verificare, ma perché non riusciva a trovare una ragione, un motivo, una spiegazione che fosse in grado di dimostragli lo scopo di tutto ciò.

Di certo, se Cloto aveva deciso di filare una tela così bella, maestosamente deliziosa e ricca di gioie, Lachesi non avrebbe potuto fare altrimenti, se non permetterle di continuare ancora a lungo. Perché mai, allora, l’inflessibile Atropo, sorella maggiore e giudice di morte, era andata contro la volontà del suo stesso sangue? Perché recidere ora il filo, quando ce ne era da tessere molto altro ancora?

Impotente, ignaro e impassibile di fronte alla volontà divina, Pheus continuò, per un’ultima volta, a suonare l’anima di Dike che, presto, sarebbe stata in compagnia di quelle di eroi, amate e amanti, vissute in tempi lontani e ormai dimenticati.

 

*

Stanco per pena e fatica, il giovane si alzò dallo sgabello di lucida pelle nera e si avviò nella stanza nuziale, dove quello che, ora, sembrava un enorme e solitario talamo attendeva il ritorno della metà scomparsa.

Pheus si sedette sul morbido materasso. Chinando la testa, la mise tra le mani e incontrollabili singhiozzi ricominciarono, incessanti, a scuoterlo.

Non volendo condividere il giaciglio destinato alla sua amata con il nulla, si lasciò scivolare a terra. Le mani sostenevano ancora il volto bagnato, la schiena appoggiata al bordo, le ginocchia piegate a schermare l’esile corpo e l’animo rotto.

Fece ricadere le braccia inerti lungo i fianchi e, piegando la testa verso destra, la accostò alla parete. Chiuse gli occhi: non aveva più nulla. Gli unici doni che gli dei erano stati così generosi da concedergli erano scomparsi per l’eternità, senza possibilità di ritorno.

 

*

Quella notte sognò Dike.

Non gli fu difficile immaginarla viva, salutare, allegra.

Piena di gioia nel vederlo e nell’ascoltare il suono armonico prodotto dalla lira. La osservava, sorridente, mentre lui cantava di antichi amori leggendari di cui nessun poeta, aedo e musicista aveva mai raccontato prima. Forse perché mai esistiti, forse perché andati perduti, forse perché dimenticati.

E i due stavano lì; lui seduto con la schiena a contatto con la corteccia dell’ampio faggio e lei distesa all’ombra della possente chioma. Nessuno poteva disturbarli, nessuno poteva rompere quel momento, così come qualcuno aveva spezzato il corpo di Dike. Nessuno poteva portar via il loro amore, riflesso negli occhi di entrambi.

Improvvisamente, Pheus percepì qualcosa. La sua spalla venne sfiorata, una mano lo stava scuotendo insistentemente, ma lui non volle smettere. Le dita suonavano l’antico strumento, la voce intonava i trascurati amori e gli occhi guardavano l’amore ucciso. Non poteva lasciarla andare. Non ora che era così vicina.

La musica cessò, il giovane allungò un braccio nel tentativo di toccare l’amata, ma quella scomparve.

Si guardò attorno. Il paesaggio idilliaco si era trasfigurato nella sua stanza da letto; tra le mani non teneva nient’altro che una cornice bagnata da lacrime e, di fronte a lui, c’era un’altra persona, che non aveva mai visto.

I capelli biondi e lunghi ricadevano, ricci, sul volto dalle fattezze fanciullesche. Gli occhi grandi e color del ghiaccio scrutavano la forma raggomitolata ai piedi di un grande letto vuoto. Il braccio di Pheus, ancora disteso, si ritrasse immediatamente.

Il giovane davanti a lui, non più di un adolescente, si voltò e si diresse verso la porta della stanza. Fu allora che Pheus poté vedere il motivo disegnato sulla camicia di questi: due ali, unite da un bastone, intersecato da due serpenti intrecciati.

“Aspetta…”, fu tutto ciò che Pheus fu in grado di pronunciare.

Quello si fermò sulla soglia senza voltarsi e attese.

“Chi sei?”, continuò il ragazzo, tentando di rialzarsi dal pavimento freddo.

Con le spalle ancora rivolte all’altro, lo sconosciuto girò lievemente la testa e abbozzò un sorriso.

“Un messaggero. Una guida”, e svanì all’esterno.

Pheus, distrutto dal dolore, ma inondato da nuova speranza inspiegabile, in un attimo fu in piedi e, senza pensare a conseguenze, lo seguì.

 

*

Nell’istante in cui mise piede fuori dalla stanza, il paesaggio verdeggiante ritornò. Si voltò; la porta era scomparsa.

Girando su sé stesso, meravigliato, cercò di comprendere cosa fosse successo.

Tutt’intorno, natura. Sulla destra una cascata maestosa, dalla quale proveniva l’assordante melodia che l’acqua produceva nello schiantarsi sugli scogli sottostanti. In alto, il cielo azzurro era totalmente privo di nuvole e l’astro del mattino illuminava l’intera distesa fiorita.

Nessun animale, tuttavia. Nessun uccello a sorvolare i cieli e nessun quadrupede ad aggirarsi, tra le distese erbose.

Quando ebbe finito di ammirare la vastità infinita che si stagliava di fronte al suo sguardo incredulo, riportò gli occhi sulla figura che l’aveva condotto lì.

Era davanti a lui. I vestiti moderni trasformati in una lunga tunica bianca, dei sandali ai piedi e un bastone nella destra.

Spostò allora lo sguardo su di sé e vide che nulla era cambiato nel suo aspetto: il vestito scuro che aveva indossato la sera precedente era ancora lo stesso; la piega dei pantaloni neri assente, la camicia sbottonata e stropicciata, la cravatta allentata intorno al collo, la giacca mancante, forse abbandonata su un divano.

Non avendo parole da pronunciare, poté solamente guardare, stupefatto ed incredulo, il suo accompagnatore, con espressione inquisitoria, e attese che parlasse.

Questi si fece avanti, portando con sé un piccolo oggetto ligneo: numerose canne di varie lunghezza unite a formare quello che sembrava uno strano strumento musicale. La porse a Pheus.

“Cos’è?”

“Il flauto del dio Pan. Ti servirà e, quando te lo dirò, non dovrai far altro che utilizzarlo”. La voce era gradevole e melodica, ma ancora acuta, quasi fosse quella di un bambino.

“Seguimi”.

Incominciarono a camminare entrambi nella direzione opposta alla distesa d’acqua, percorrendo la riva di un fiume che defluiva da essa. In poco tempo si trovarono nel luogo dove un altro fiume si riversava nel precedente e il corso raddoppiato si faceva strada tra le rocce. Giunti al punto d’incontro dei due letti, videro un ingresso roccioso e scuro, al cui interno si insinuava il torrente.

Pheus guardò colui che si era definito sua guida senza, però, ancora parlare.

“Hai un’altra occasione. Non dubitare”.

Nonostante l’ermeticità e oscurità del messaggio, non poté fare a meno di provare fiducia nel giovane che si trovava davanti a lui e lo seguì ancora, inoltrandosi nelle profondità di un abisso tenebroso e sconosciuto.

 

*

La strada fu lunga, priva di una qualunque fonte di luce.

A guidarlo solo i passi che lo precedevano e lo scrosciare dell’acqua alla sua sinistra.

Ed ecco che, in lontananza si scorgeva qualcosa, non luminoso, ma, sicuramente, meno oscuro. I passi di entrambi si fecero più affrettati e, per ogni lunghezza percorsa, il fragore del liquido paludoso si mescolava sempre più a strepitii di folla e urla indistinte.

Nel petto il cuore martellava freneticamente; diveniva sempre più veloce, sia per la corsa intrapresa involontariamente, sia per l’eccitazione. Erano quasi alla fine.

Le due figure si fermarono sulla soglia della galleria da cui erano provenuti. Di fronte a loro un’infinità di corpi ammassati sulla riva del fiume che li aveva affiancati nel loro cammino, l’ampiezza del quale era ora quasi oceanica.

Frenetici, quegli esseri salivano l’uno sull’altro, come onde d’alta marea si abbattono su scogli rocciosi, per assicurarsi il primo posto della fila che si era formata.

Il messaggero alzò il braccio, indicandone uno in particolare.

Aveva le sembianze di donna, ma era voltata, quasi nascosta. E calma. Sembrava attendere il suo turno senza fretta, a differenza degli altri individui suoi pari, seduta su una roccia sporgente, al limite del litorale.

Pheus capì che era il suo turno di camminare innanzi e si avviò verso l’immensa folla rumorosa, diretto da quell’unica figura tranquilla e pacatamente silenziosa.

Minore era la distanza, più capiva che c’era qualcosa di strano in quelle figure. Erano quasi opache, incorporee, immagini sbiadite di quello che un tempo dovevano essere state; idee rappresentative di un corpo che era ormai polvere.

Anime.

In quel momento comprese tutto. Si fermò e si voltò.

“L’ho condotta io stesso qui. Piangeva. Non era mai capitato. Le anime non piangono. Le anime non parlano neanche, se non tramite mezzi straordinari. Ma lei mi disse ‘Non posso andare via’ e poi solamente ‘Pheus’. Ti ho cercato allora, in tutto il globo, guidato dalla tua musica, finché non ti ho trovato, rannicchiato ai piedi di un talamo che non sarebbe mai più stato condiviso. Farò in modo che ti venga restituita. Ti sta aspettando, va’ da lei”. E, detto ciò, indietreggiando, sorrise debolmente e con compassione.

Pheus riprese il suo percorso sconvolto, felice, preoccupato.

Le si collocò davanti, si accovacciò ai suoi piedi, così che, se lei avesse sollevato il viso, gli smeraldi si sarebbero potuti ricongiungere con gli zaffiri.

Tra le mani rigirava un piccolo tondo metallico, con il volto di Demetra inciso su di un lato e una spiga di grano sull’altro, incessantemente. Pheus lo sfiorò con le sue dita e lo strinse nel suo pugno. Dike, interrotta, si rese conto che l’attesa era finita. Alzò il viso e lo vide. Era venuto a prenderla e a portarla via dal quel luogo venefico e privo di vita. Sopraffatta dall’emozione, si gettò tra le sue braccia, ma cadde in terra.

Sollevò di nuovo lo sguardo e vide sconforto, incredulità, tristezza e speranza nelle iridi cerulee dell’amato. Tentò ancora, ed ancora, finché qualcosa non la trattenne.

Il giovane biondo che l’aveva portata in quel posto, la tratteneva. Perché?

Pheus osservava attonito la scena. Il messaggero le sussurrò nell’orecchio e, quando lei cadde in ginocchio disperata, lui la strinse e lei annuì, singhiozzando parole incomprensibili.

 

*

Un boato rintronante e mostruoso riempì l’aria scura. Tutto tacque. In lontananza latrati spaventosi.

La folla raccolta sulla riva iniziò a muoversi, dividendosi in due gruppi, mentre al centro iniziarono a farsi strada due figure torve, accompagnate da un cupo corteo.

Un individuo e una fanciulla, con al seguito altre nove entità, uomini, donne e mostri. Distante, ora che la massa di spiriti si era scostata, si poteva distinguere un altro essere.

Un vecchio canuto e temibile, a guida di un vascello e con un unico remo nella sua mano, che stringeva, come se timoroso di perderlo.

Pheus riportò la sua attenzione su Dike e sulla sua guida, che, dopo aver aiutato la giovane ad alzarsi, prendendola per mano, disse rivolto a lui “Ora, Pheus”.

Il ragazzo guardò lo strumento di canna che gli era stato donato non molto prima, lo portò alla bocca, chiuse gli occhi e, nonostante non lo avesse mai utilizzato prima, iniziò a suonare come fosse l’unico appiglio rimastogli. La concentrazione era tanta che, anche se la musica usciva e inondava chiunque era in grado di sentirla, Pheus non udì neanche una nota.

Quando ebbe concluso, alzò le palpebre. Non un suono veniva prodotto dalla folla che si trovava di fronte a lui. I latrati lontani erano cessati e ognuno degli operai infernali aveva ricominciato il proprio incarico, dietro comando del re degli inferi.

Il biondo angelo, figlio di Maia, psicopompo e guida di Pheus, si fece avanti. Iniziò a discutere con Ade, mentre la giovane Persefone rimaneva immobile a scrutare la coppia, anima e corpo, che osava chiedere alle divinità pietà per amore.

Il messaggero adolescente annuì, Ade, voltatosi, andò via e la moglie bambina sorrise.

Ermes si recò, nuovamente, verso i due sposi e, preso da parte Pheus, inarcò le piene labbra giovanili in un sorriso misericordioso.

“Il re degli Inferi ti concede una nuova opportunità. Una nuova vita con Dike. Puoi portarla fuori di qui, ma dovrai condurla tu. Ricordi il percorso da cui siamo venuti? Dovrai precedere lei e me. Non puoi voltarti fino a quando non sarai all’esterno, perché, nel momento in cui disobbedirai, la perderai di nuovo in maniera definitivamente eterna. Ora vai, inizia a camminare. Dike ed io saremo dietro di te, abbi fiducia negli dei e potrai possedere nuovamente ciò che credevi perduto per sempre”.

Dopo la spiegazione si allontanò e Pheus fece come gli era stato ordinato: iniziò a camminare e, con cieca fede nel potere delle divinità, non si voltò mai.

Intraprese la galleria scura da cui erano venuti lui e la sua guida. Alle sue spalle poteva sentire non una, ma due serie di passi che si alternavano. Un paio decisi e veloci, l’altro riluttanti e insicuri, ma altrettanto leggeri ed eleganti.

D’improvviso non udì più nulla, si fermò, ma il suo sguardo rimase fisso sull’unica scintilla di luce che proveniva dalla minuscola fessura lontana, che dava sul mondo esterno. Ancora nulla, poi un grido disperato. “Perché? Perché vai via? Guardami, ti prego! Non andare. Portami con te! Guardami!”. Il dolore nella voce spezzata era più che evidente, ma non poteva girarsi, non poteva correre ad abbracciarla, non ancora. Riprese il cammino. Ermes lo avrebbe aiutato, avrebbe spiegato a Dike perché il suo amato le negava la dolcezza di uno sguardo. Per consolarla lui stesso avrebbe dovuto attendere la luce del sole.

“Non andare!”

Pheus continuava, ma i passi ancora non ricominciavano.

Un clamoroso “No!”, fu seguito dal rumore di una caduta e, istintivamente, senza pensare ad altro che all’amata, possibilmente ferita o, forse, rigettata di nuovo nell’Ade, Pheus andò contro la volontà degli dei. Ed è questo tutto ciò che conta. Non importa che fu sopraffatto da preoccupazione, amore e timore. Non importa che non fu un atto volontario.

Nell’istante in cui i suoi occhi incontrarono la distante figura di Dike, con le ginocchia a terra e le mani tra la lunga chioma dorata, questa svanì, come fosse stata solamente un’immagine fittizia. E, come il bambino che, affascinato dalla proiezione di oggetti sul muro ad opera del fuoco, tenta di afferrarli, così il musicista umano si gettò nell’impresa di ghermire con mano un’ombra, persa per sempre negli abissi infernali.

 

*

Aprì gli occhi. Era rannicchiato ai piedi del proprio letto.

Si guardò attorno. Nulla era cambiato. La stanza era buia, ottenebrata dal cielo notturno, privo di luna. Il letto inalterato, vuoto. Il messaggero divino, scomparso. Tutto ciò che gli era rimasto era nelle sue mani: un obolo e le canne sciolte di un flauto che, ammutolito dalla crudeltà divina, mai più avrebbe deliziato udito terreno.