I racconti del Premio letterario Energheia

Le cose che servono, Bruno Bianco_Montegrosso d’Asti (AT)

_Racconto finalista trentaduesima edizione Premio Energheia 2026. (Sezione oltre 22 anni)

Rodolfo il mediatore non arrivava mai prima delle dieci. Parcheggiava la Balilla sempre lustra sotto il castagno vicino al bar, nel posto che ogni volta gli lasciavano libero; poi entrava nel bar con il suo passo lento, tipico degli uomini grandi e grossi come era lui. I contadini si levavano il cappello quando passava e restavano a guardarlo fino a quando non superava la porta del locale; poi si rimettevano il cappello in testa e tornavano ognuno al proprio carro, chiedendosi tra loro se anche stavolta non sarebbe uscito prima di mezzogiorno.

Rodolfo si sedeva sempre nel tavolino in fondo vicino all’appendiabiti, dove appoggiava il giaccone di fustagno che portava in quelle occasioni; il barista gli portava il pintone con due bicchieri, lui tirava fuori dei fogli e iniziava a scrivere. I negozianti erano già seduti agli altri tavoli e uno alla volta andavano da lui; si versavano un bicchiere e poi parlottavano a voce bassa, con Rodolfo che scriveva, poi scrollava la testa, poi scriveva di nuovo, poi girava il foglio verso l’ altro, poi scrollava di nuovo la testa, poi scriveva ancora. Alla fine il negoziante finiva il suo bicchiere, faceva un sorriso a Rodolfo, gli stringeva la mano e se ne andava per far posto a un altro. Così fino a mezzogiorno quando Rodolfo si alzava, si rimetteva il giaccone e usciva sulla piazza. I contadini allora si muovevano agitati verso i loro carri; l’uva era lì già da troppe ore e quei carri servivano nelle vigne, dove si stava vendemmiando con le bigonce che a quell’ ora erano sicuramente già piene.

Rodolfo si metteva in mezzo a tutti e parlava con quel suo vocione che lo sentivano per tutta la piazza.

-Vediamo di sbrogliarla in fretta che qui diventa tardi. Quest’ anno di uva ce n’è un mucchio e quelli là più di tanto non ve la pagano; ma voi sapete che Rodolfo non ha mai lasciato nessuno con le braghe in mano. Anche quest’anno facciamo un tanto a grado: venticinque centesimi a grado. Che se la vostra uva grada venti vi prendete cinque lire al miriagrammo che in giro non c’è nessuno che ve li dà. E poi non dite che Rodolfo non lavora per voi.-

Tutti le volte la solita storia; che i negozianti pagavano poco, che lui li aveva convinti a pagare un tanto a grado e che se avevi l’ uva buona prendevi dei bei soldi. E tanto nessuno poteva fare diversamente, con i carri fermi lì dalla mattina e con gli altri mediatori che non si presentavano nemmeno; che tanto lo sapevano tutti che si mettevano dì accordo, che si spartivano le piazze e i negozianti, che chi diceva di no a Rodolfo, poi non trovava nessun altro.

Così Rodolfo dalla tasca interna del giaccone tirava fuori quel gradino e partiva dal primo carro. Metteva la sua manona in mezzo all’uva, prendeva un grappolo e lo schiacciava sopra al cilindro in legno; quando il cilindro era pieno del mosto rossastro, prendeva l’ asta graduata con il galleggiante al fondo e la buttava dentro a quel cilindro; l’asta restava ferma nel mosto come una spiga di grano senza vento, Rodolfo leggeva il numero che spuntata a filo del mosto e lo urlava che lo sentivano per tutta la piazza.

-Quindici!-

Era sempre quindici; tutta l’uva, di tutti i carri, di tutti gli anni dava sempre quindici. In meno di mezz’ora finiva tutto; i contadini ritornavano alle loro campagne e Rodolfo rientrava al suo tavolino del bar per incassare le provvigioni dai negozianti.

-Vuoi sbrigarti Luigino! A quest’ora avranno già riempito l’altro carro e aspettano questo!-

Luigino andava con suo padre a ogni viaggio; gli piaceva stare sulla piazza a vedere tutti qui carri, gli uomini che parlavano, quell’ atmosfera fatta di parole e movimento. Anche se sapeva sempre come andava a finire, con suo padre che tutte le volte mangiava del gran nervoso per quelle due lire che Rodolfo gli faceva avere e poi restava arrabbiato per tutto il viaggio di ritorno; però Luigino ci andava tutte le volte, perché il viaggio di andata era bello e suo padre partiva sempre allegro, convinto che quello sarebbe stato il carico giusto per prendere i soldi giusti. Così era voluto tornare anche al pomeriggio.

Al pomeriggio Rodolfo non arrivava mai prima delle quattro; la Balilla parcheggiata a solito posto, i contadini che si levavano il cappello mentre lui passava, il solito tavolino, il giaccone sull’appendiabiti, il pintone con i due bicchieri, la processione dei negozianti, i loro discorsi, le strette di mano.

-Luigino, va’ un po’ a vedere a che punto è Rodolfo- gli aveva detto il padre.

Luigino entrò nel bar e vide Rodolfo in fondo che parlava con un negoziante; attraversò tutto il locale per contare bene quanti ce ne fossero ancora e quando arrivò vicino al tavolino di Rodolfo si inciampò nell’appendiabiti, cadendo a terra e portandosi giù appendiabiti e giaccone.

-Sveglia bambino; alla tua età devi già essere capace a camminare!-

Il vocione di Rodolfo riempì tutto il bar, mentre Luigino si era subito rimesso in piedi; aveva rialzato l’appendiabiti e raccolto la giacca di Rodolfo, per poi riappenderla non prima di averle dato un paio di colpi con le mano come a pulirla.

-Scusatemi signor Rodolfo; vi rimetto subito a posto la giacca.-

-Vai bambino, vai, che qui i grandi devono lavorare!-

Luigino uscì di corsa per dire a suo padre che Rodolfo aveva appena iniziato a parlare con i negozianti e che per un po’ non sarebbe ancora uscito.

-Anche stavolta prima delle cinque non lo vediamo; così ripartiamo che è già buio e diventa lunga prima che arriviamo a casa.-

I contadini a gruppi parlavano tra loro, si lamentavano, alzavano anche la voce, ma restavano tutti lì, ad aspettare che Rodolfo uscisse a valutare la loro uva.

-Io vado di nuovo dentro a vedere; a quest’ora Rodolfo avrà quasi finito.-

Lugino, che intanto aveva scorrazzato un po’ per tutta la piazza, rientrò nel bar. Lanciò lo sguardo in fondo e vide Rodolfo ancora al tavolo a parlare con un negoziante; per vedere quanti ne mancassero ancora si avvicino di nuovo tra tavolino e appendiabiti.

-Ma sei di nuovo qui! Se vuoi finire di nuovo per terra stavolta posso aiutarti io!

-No… no… signor Rodolfo; vado vai subito.-

Luigino passò con molta attenzione strisciando tra tavolino e appendiabiti, tenendo ben ferma con le mani la giacca in modo che non cadesse; poi uscì per riferire a suo padre e dopo qualche minuto dalla porta apparve Rodolfo.

Come al mattino i contadini andarono veloci ai loro carri, mentre Rodolfo si fermò sulla piazza e ricominciò con il solito discorso

-Vediamo di sbrogliarla in fretta che qui diventa tardi. Quest’ anno uva ce n’è un mucchio e quelli là più di tanto non ve la pagano; ma voi sapete che Rodolfo non ha mai lasciato nessuno con le braghe in mano. Anche quest’ anno facciamo un tanto a grado: venticinque centesimi a grado. Che se la vostra uva grada venti vi prendete cinque lire al miriagrammo che in giro non c’è nessuno che ve li dà. E poi non dite che Rodolfo non lavora per voi.-

Rodolfo tirò fuori il gradino dal giaccone e partì con il primo carro. Mise la mano in mezzo all’uva, prese un grappolo e lo schiacciò sopra al cilindro in legno; quando il cilindro fu pieno, prese l’ asta graduata, la buttò dentro e come al solito l’asta restò ferma come una spiga di grano senza vento. Rodolfo lesse il numero che spuntava a filo del mosto ma questa volta si fermò; avvicinò gli occhi alla scala graduata, diede un colpettino all’asta, poi una botta al gradino, poi uno scrollone più grande, ma non cambiò niente. Come tutte le volte l’astina restò ben ferma nel mosto, ma questa volta non più immersa fino a quel solito quindici; questa volta l’ asta era molto più in su, come i canneti nei fiumi in secca che restano fuori fin quasi alle radici.

-Ventitre!-

Il padrone di quel carro non aveva aspettato Rodolfo e l’aveva gridato forte quando aveva visto quel numero dell’ astina spuntare sopra il livello del mosto; gli altri contadini se lo ripetevano tra loro, mentre qualcuno si avvicinava al gradino per leggere quel valore fuori dalla norma. Rodolfo guardò i negozianti sulla porta del bar che erano rimasti a fissarlo aspettando di capire cosa stesse succedendo; ma aveva dovuto dirlo anche lui, a voce bassa, come se volesse che nessuno sentisse.

-Ventitre.-

Poi toccò a un altro; Rodolfo guardò ancora i negozianti sulla porta del bar, ripeté tutto come prima, ma anche stavolta la misura arrivò prima ad urlarla il contadino.

-Ventitré!-

Ventitré lo urlavano tutti nella piazza, mentre Rodolfo lo diceva a voce bassa, senza neanche più il coraggio di guardare i negozianti.

Uno a uno passarono i carri di tutti i contadini. Uva diversa, ma sempre la stessa misura: ventitré.

Il padre di Luigino fu l’ultimo ventitré, tra l’ ennesimo urlo, la voce roca di Rodolfo, i negozianti sui gradini del bar a far dei conti e ad asciugarsi il sudore dalla fronte.

-Sali su carro Luigino, che diventa scuro e il bue non è tanto contento di viaggiare di notte; ma lui non sa che quando arriviamo a casa si prende doppio fieno. Stavolta facciamo festa tutti; domani mandiamo la mamma al mercato e vedrai che ci scappa anche un pezzo di surrogato per te.-

Luigino salì al volo sul carro. Seduto al contrario guardava quella piazza, i carri che si allontanavano, i capannelli di gente che non si scioglievano ancora, tutti impegnati a raccontarsi qualcosa, a spiegare quanto avevano appena visto; sulla porta del bar vedeva i negozianti che discutevano a voce alta con i foglietti in mano, mentre Rodolfo grande e grosso com’ era faceva fatica a tenerli tutti buoni.

Quando le immagini della piazza sparirono in lontananza, Lugino si giro verso suo padre; gli sorrideva, come mai l’ aveva visto in quei giorni di vendemmia.

-Pulisciti la bocca Luigino; sei tutto sporco di uva. Quando arriviamo a casa non vorrai mica farti sgridare dalla mamma; stasera dobbiamo fare festa.-

Luigino fece per mettere la mano in tasca, ma poi si fermò. Il fazzoletto! Come faceva a pulirsi senza il fazzoletto; era rimasto là, dentro a quel gradino di legno, schiacciato, pressato, pigiato nel fondo, in quel buco scavato dove Rodolfo tutte le volte incastrava il galleggiante per avere il solito quindici. Il fazzoletto era ancora là, a spingere, a mandare verso l’ alto quell’ astina, fino a far uscire dal mosto quel numero straordinario: “ventitré!”.

Si passò il dorso della mano sulla bocca, giusto per levarsi alla bell’e meglio quelle macchie di uva; poi si girò verso la piazza ormai lontana, verso Rodolfo e i negozianti, verso il tavolino del bar, l’ appendiabiti, il giaccone.

-Papà, mi compri un fazzoletto nuovo?-

-Ma Luigino, a cosa ti serve un fazzoletto nuovo?-

-Serve papà, serve sempre.-

Poi si girò di nuovo, mentre il bue camminava lento sotto la prima luna della sera.