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Le parole dei giurati

L’atto del narrare di Irene Gianeselli

Narrare è un atto di responsabilità: è una fatica, perché per farlo bisogna studiare e avere consapevolezza di sé e del mondo; è una lotta, perché spesso non ci sente all’altezza; è umiltà, perché bisogna accettare che spesso, anche se onnisciente, il narratore non è onnipotente. Almeno è così per me, perché per me ogni atto è un atto poetico e politico: come lo è sedersi al pianoforte o scrivere e pensare ad uno spettacolo. Poi, nella propria intimità, ogni narratore sa da che parte ha scelto di stare e le parti non sono mai due soltanto, quella propria e quella del lettore. C’è anche la parte della storia e poi c’è quella della Storia.

Siamo nel 2020 a Matera, la pandemia c’è ancora, si è solo fatta subdola o noi siamo distratti dall’estate, il gran caldo dell’estate che si prolunga fino alla fine di settembre è un’anestesia. Mascherine, mascherine tra noi, distanze e crocchi di turisti tra i Sassi sfavillanti. Quanta luce. Il Premio Energheia si svolge organizzato in modo impeccabile, coinvolge l’Europa e, soprattutto, accoglie i giovani che narrano.
Narrare è esistere e resistere: in questo concorso, per fortuna, lo storytelling non trova posto, vincono atti poetici sinceri, onesti, coraggiosi, magari ancora ingenui, magari un poco corrotti dalle mode, ma autentici anche in queste incertezze stilistiche. Ecco, bisogna coltivarlo questo coraggio di essere inquieti, di scoprire i nervi della propria società con leggerezza, come in un sogno. Approfitto del Premio Energheia per guardare Matera, per conoscerla come non ho mai fatto prima: mi trovo in una via laterale della piazza principale quando rimbombano i suoni lontani di un comizio volgare che si sposta, uno sciame importuno di mosche confuse, e allora scappo e torno trai Sassi, mi sottraggo al rumore. In questo luogo sacro non mi raggiungono le voci urlanti che inneggiano alla violenza e all’individualismo più spietato. I Sassi sono un luogo di disperazione e di pace, un luogo sublime.
Narrare è un atto di libertà: le regole sono necessarie, certo, senza la grammatica, senza la tecnica non si può costruire un sogno. Ma per fare il sogno bisogna anche seguire una visione: la forma è il contenuto e viceversa, i racconti più riusciti sono quelli di autori che hanno strutturato una poetica. Anche i più giovani autori, se sono tali, possiedono una poetica e ne sono consapevoli, forse ancora in modo vago, ma ne sono consapevoli sempre.

Ripenso nei primi giorni del 2021 all’anno appena trascorso, una Via Crucis inconsolabile. Quanti e quanto abbiamo perso? Il danno non ha misura. E questo buco nero che adesso chiamiamo domani ci chiede di avere pietà dei vivi e dei morti, perché rischiamo di perderci in un modo terribile e forse senza ritorno.
Chiudono i luoghi della cultura e quel poco di resistenza che si faceva prima nei Teatri, a volte già luoghi per pochi e per pochi interessi, quel poco di resistenza che si faceva al Cinema e nei Musei, quel poco di memoria che cercavamo di custodire anche dai noi stessi, tutto quel poco che riuscivamo a salvare dalla stupida rapina degli interessi e dalla bocca mostruosa sempre aperta e ciarliera dei social, quel poco rischia di andare perso, di diventare un biglietto sbiadito per un altrove senza più nome.

Narrare è un atto politico, ma adesso mi chiedo che cosa significa “politico”, in un momento storico che ci insegna e ci urla contro: «Il vincente è l’individualista, il vincente è l’egoista, il vincente è il morboso via vai di storie cotte e mangiate, parole masticate e sintassi affrettate».

Matera insegna il valore immenso della solitudine, del raccoglimento mentre si cammina nella pietra bianca e questo grande lavoro di coordinamento e di organizzazione, questo grande lavoro di connessione tutta umana, fisica proprio, questo grande lavoro di difesa e scambio culturale dimostra che la cultura è davvero un patrimonio collettivo che pretende la partecipazione attiva dei singoli per il bene comune. Per fortuna, il Premio Energheia mi ricorda il significato di “politico” e lo fa senza retorica.

Perché i numeri che dovrebbero interessarci non sono quelli delle condivisioni e dei like. Contano solo tutti gli incontri con la realtà che riusciamo a vivere e a restituire e la realtà non è riducibile a poche, limitate cifre su uno schermo.