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I racconti del Premio letterario Energheia

La felicità!, Chiara Rocconi_Corinaldo(AN)

Racconto finalista Premio Energheia 2021_XXVII edizione – sezione giovani

Corro giù per le scale. La vicina del piano terra si affaccia per sentire cos’è tutto questo casino. Ho la borsa con i fogli per il colloquio che sbatte ripetutamente nel fianco e comincia a farmi male. Saluto con un cenno del capo l’anziana che mi apre la porta e mi metto a correre ancora più veloce per la strada. Mi sento come Pamela Anderson in Baywatch…peccato che sono molto più brutta, non ho un sorriso falso stampato in faccia e non sto andando per niente a rallentatore. Prendo per un pelo l’autobus che mi dovrebbe portare a Lancaster road per l’incontro con il direttore della Evening Standard. È stato sempre il mio sogno lavorare per un giornale, non quelle riviste scandalistiche, inaffidabili e sostanzialmente inutili, ma per un giornale vero, quello che parla di cronaca e di notizie importanti da diffondere con lo scopo di fare del bene e informare la cittadina. Mi metto seduta in un posto appena lasciato libero da un signore.

Ho le guance che mi vanno a fuoco, le labbra secche e degli aloni sotto le braccia, il fianco è violaceo…sicuramente tutto ciò non giocherà a mio favore, perciò punterò nel mostrare la mia serietà e la dedizione per il posto di lavoro che tanto desidero. Guardo l’orologio, sono le 9.15 e il mio colloquio doveva essere già iniziato da dieci minuti. Mando al diavolo la mia sveglia che non ha suonato e mi rassegno all’idea che ho perso l’occasione più importante della mia vita. Mi affloscio sul sedile e sono indecisa se lasciare rigare le mie guance dalle lacrime che premono dentro i miei occhi. Alla fine resisto e scendo alla fermata. L’ingresso dell’edificio della Evening Standard si apre trionfante di fronte a me. È un palazzone gigante con tante finestre da tutti i lati.

So già chi ci sta dietro quei vetri… quella persona che, arrivata prima di me, è stata assunta per la sua serietà e dedizione al lavoro dei suoi sogni. Comunque sia decido di entrare e chiedere alla reception. Mi mandano al terzo piano dove una donna dietro il bancone mi spiega che non ne sa niente di questi colloqui e che probabilmente sono finiti circa una mezz’oretta fa. Mi informa con una voce compassionevole che il direttore, George Osborne, da parecchia importanza alla puntualità e dedica ai colloqui solo una prima parte della mattinata, solitamente dalle 7.00 alle 9.00, perché è sempre pieno di lavoro. Non voglio ascoltare oltre. Dopo aver salutato la cortese signorina, mi giro e prendo le scale per scendere. Sono così triste e soprattutto incredula: sono sempre in orario, anzi molte delle volte in anticipo ed è assurdo che proprio oggi non mi doveva suonare la sveglia. Faccio due passi. Giro l’angolo e mi ritrovo in St Marks Road.

Vedo una piccola caffetteria colorata con poche persone. Solo ora mi rendo conto quanto mi abbia stancato quella stremante corsa contro il tempo che non mi ha nemmeno permesso di mangiare un boccone prima di uscire. Mi siedo in uno dei tavoli all’interno dell’accogliente locale. Mi faccio portare un caffè macchiato e un grande croissant al cioccolato. Mentre aspetto che la piccola cameriera mi porti l’ordine, mi concedo di liberarmi un po’. Lascio il via libera a delle calde lacrime che attraversano la mia pelle chiara, per poi precipitare dal mio aguzzo mento e atterrare nella lunga gonna che mi copre le gambe. Il lavoro di una vita andato in fumo. Ho sempre desiderato far parte di un giornale, ho studiato così tanto all’università da trascorrere più notti sopra la scrivania che nel letto. Accendo il cellulare. Decine di messaggi da mia mamma, dalle mie amiche e dal mio ragazzo che mi chiedono tutti la stessa cosa: “Com’è andato il colloquio?” Mi vergogno per quello che è successo. Per delle settimane non ho parlato di altro, perfino le pareti del mio piccolo appartamento rimarrebbero delusi se scoprissero che non sono riuscita nella mia impresa dopo aver provato per più di cento volte il colloquio con il muro rosa della cucina.

Decido che risponderò quando sarò tornata a casa e spengo il telefono. Ero sicura al 99% che mi avrebbero presa: superavo con grande successo tutti i requisiti proposti e un buon presentimento si nascondeva in me da non farmi dubitare della mia assunzione. Mi vedevo già in un serio tailleur dentro un grande ufficio con la targhetta oro sopra la scrivania che diceva “dir. Turner Katrin”. Sapevo che con le mie qualità mi sarei fatta strada e che finalmente il lavoro di ventitré anni di studio avrebbe trovato finalmente una ricompensa. Guardando quelle persone sorridenti e spensierate di fronte a me, cominciai a provare un certo fastidio, se non gelosia. Si mangiavano i loro bomboloni strapieni di crema che scendeva da tutti i bordi e quelle tazze giganti di cappuccini o caffè macchiati. Magari essere al loro posto. Felici. Si vede proprio che non possiedono nessuna preoccupazione o delusione. Si vede proprio che non hanno motivo per essere tristi e che le loro vite stanno proseguendo alla perfezione. La piccola cameriera mi desta dai miei pensieri e mi appoggia il pasto di fronte a me. Dopo averla ringraziata, lei si gira per andarsene, ma prima di fare qualche passo verso la cucina, mi dice distrattamente: “Quelle persone sono felici perché hanno capito cos’è la felicità.”

Rimasi per un momento immobile, perplessa, e prima che potessi risponderle se n’era già andata, scomparsa dietro il bancone. Pensierosa inizio a bere il mio caffè macchiato. Dopo essermi pulita dai quei baffetti marroni lasciati dalla schiuma, alzo gli occhi e mi incanto a guardare la prima persona che mi capita nel mio campo visivo. Non riesco a distogliere lo sguardo. È una ragazza, con un’alta coda di cavallo, un bel viso abbronzato e profondi occhi azzurri. Sta ridendo liberamente con un ragazzo seduto di fronte a lei.

Anche lui ride. Le racconta qualcosa e poi ridono insieme. Vedo le sue braccia oscillare in aria per poi appoggiarsi sulle sue gambe. Non sta seduta su una sedia come la mia, ma su una carrozzina. Ci rimango per un momento male e poi un improvviso flash mi trapassa gli occhi. Vedo quella stessa ragazza camminare con le cuffiette in un marciapiede. Saltella a ritmo di Don’t Let Me Down. Mi fa ridere: la gente intorno a lei la guarda in malo modo mentre canta a squarciagola la canzone dei Beatles. Poi la vedo alzare la mano in un gesto di saluto verso una caffetteria simile a questa, dove all’ingresso la stanno aspettando le sue amiche. La ragazza stacca le cuffiette e si posiziona all’inizio delle strisce pedonali. Guarda a destra e a sinistra e poi attraversa. Ha quasi raggiunto l’altra estremità della strada quando una macchina sbuca fuori da una via a tutta velocità e punta involontariamente verso di lei. Lancio un grido e mi metto le mani sopra la bocca.

La macchina l’ha presa in pieno ed è passata con le sue quattro ruote nere sopra le sue gambe coperte da dei soli shorts. Le amiche piangono e urlano di orrore. Il conducente della macchina non si ferma e prosegue la sua pazza corsa per non so quanto ancora. Solo più avanti si scoprirà che a guidare è un uomo sulla cinquantina, ubriaco e senza patente. La gente è accorsa e provano ad aiutarla. Le gambe sembrano quasi staccate dal corpo e le persone più sensibili sono costrette ad allontanarsi. L’ambulanza arriva in un battibaleno. La ragazza non da segni di vita, sembra quasi dormire. Ad un tratto mi trovo in una stanza d’ospedale, con la stessa giovane in un lettino quasi completamente fasciata. C’è una donna molto più anziana di lei che le sta accanto e con un fazzoletto si asciuga gli occhi, è la sua mamma. Le dice piano qualcosa e la ragazza scoppia in un doloroso pianto. Alza le coperte sopra di lei e le riabbassa un secondo dopo. Sembra sforzarsi. Capisco solo più tardi che sta cercando di muovere le gambe. Il suo pianto risuona in tutto il reparto, le sue grida mi intrappolano i pensieri e per un attimo penso che quelle lacrime non avranno mai fine. Comincia a dire tante cose insieme tipo: “Il nuoto! I viaggi! La mia moto! I balli! Portare fuori Laki!” Capisco che si riferisce a tutte quelle semplici attività che amava fare e che non potrà più svolgere. Prima di cacciare via la madre dalla stanza d’ospedale, una sua frase mi rimane ben impressa in testa: “Senza le mie gambe io non potrò mai più essere felice.” Il mio cuore comincia a battere all’impazzata, sembra che stia per esplodere, mi sento male, lancio un urlo, chiudo gli occhi e quando li riapro sono di nuovo nella calda caffetteria. Sono incredula e spaventata e mi chiedo cosa mi sia appena successo. Giro di scatto la testa e nel mio campo visivo entra un uomo sulla cinquantina. Sta muovendo le mani in modo strano, bizzarro. Nel suo stesso tavolino ci sono due bambine, probabilmente le sue figlie. Avranno circa otto e sei anni e si stanno gustando dei grandi frullati di frutta. Stanno ridendo a gran voce con le loro bocche tutte sdentate e il padre sorride con loro. Le sue grandi mani disegnano un arcobaleno nell’aria e poi si vanno ad appoggiare sotto il suo mento. Sembra che non si faccia la barba da tanto, i capelli sono spettinati e i suoi occhi sono infossati nascosti da grandi occhiaie nere. Un nuovo flash mi trapassa gli occhi. Stavolta mi trovo in una casa, con un piccolo caminetto alla parete. Vedo le due bambine giocare con delle bambole rovinate e sento il canticchiare di una donna proveniente da un’altra stanza. Ad un tratto irrompe nel salotto l’uomo. Lascia cadere la sua cassetta degli attrezzi chiassosamente a terra. Le bambine gli corrono incontro e l’abbracciano. Lui le innalza senza un minino sforzo e appoggia il mento tra i loro capelli. Un attimo dopo le fa scendere e va in cucina dalla moglie. Si butta seduto su una sedia, poggia i gomiti sul tavolo e nasconde gli occhi nei palmi delle mani. La bella donna dai lunghi capelli neri si avvicina al marito preoccupata e gli sussurra qualcosa all’orecchio. L’uomo alza il viso bagnato di lacrime. Rimango stupita. Non mi è mai capitato di vedere un uomo adulto, grosso, serio e ben piazzato, versare una così grande quantità di lacrime.

Lo sento rispondere alla moglie che l’hanno licenziato alla torneria dove lavora. Lei di scatto si mette una mano davanti alla bocca e comincia ad incamminarsi verso la finestra della cucina. Appoggia la fronte nel vetro e dice al marito che sono in una situazione disperata. Mi sembra di capire che lei è disoccupata e hanno diversi debiti da pagare. In quel momento corrono all’interno della stanza le bambine che chiedono se sia pronta la cena. La madre le fa accomodare e sforna l’arrosto. Sono solo le piccole a fare rumore nella casa. Il padre è chino sul piatto senza mangiare e la madre taglia la carne da ormai diversi minuti senza ingoiare un boccone. Un attimo dopo mi ritrovo nella camera da letto e sento la coppia discutere a bassa voce, probabilmente per non svegliare le bambine. Odo la donna dire: “John non abbiamo uno spiccio di soldo. Il mutuo, le tasse come le pagheremo?!” John non ribatte. Allora la moglie insiste dicendo: “Lo vuoi capire che non puoi fare tutto da solo come al solito?! Sono tua moglie e tra noi ci deve essere collaborazione! Solo in questo modo una famiglia può superare le difficoltà e essere realmente felice…”

L’uomo spegne la lampada, si volta nel letto e l’ultima cosa che sento dire da lui è: “Senza soldi non potremo più essere felici, né io, né te, né le bambine.” Sento di nuovo quel senso di angoscia irrompermi nel petto, chiudo gli occhi e quando li riapro sono di nuovo al mio tavolo. Sbatto incredula le palpebre. Mi volto verso la cameriera per chiedere il conto, decisa di andarmene. Il mio sguardo si focalizza su di lei. Sta chiacchierando amichevolmente con una cliente al bancone. La sento ridere divertita e i suoi occhi luccicano di vita. Ha un fisico perfetto: magro ma al tempo stesso formoso, e dei lunghi capelli biondi che le ricadano lungo la schiena. La vedo stringere la mano alla cliente di fronte a lei. Le sue dita sono ornate da anelli luccicanti e numerosi bracciali le colorano la pelle. Mi accorgo però che a stonare con tutto quel luccichio sono delle cicatrici costellate in tutto il braccio. Un altro flash. Sono in una stanza d’albergo. Accovacciata nel letto vedo la giovane donna tremare. Mi chiedo cosa sta succedendo. Ad un tratto entra nella stanza un ragazzo, poco più grande di lei. È arrabbiatissimo, la sua faccia è rossa come un pomodoro e i suoi occhi sono iniettati di sangue. Si sfila la cinta e cammina a passi lenti verso di lei. Cerco di urlarle di scappare, di fuggire, di correre fuori dalla stanza o almeno di gridare aiuto. Ma lei non mi sente. La ragazza comincia a piangere e a scongiurarlo di non farle del male. Si scusa ripetutamente ma senza alcun risultato. Anzi l’uomo inizia a ridere divertito e un attimo dopo si avventa su di lei. Vorrei intervenire, fare qualcosa. Sento schiaffi, pugni, frustate e la ragazza che urla per il dolore. Lui le tappa la bocca e continua non so per quanto ancora.

Mi sento svenire, e comincio a piangere con lei. Un momento dopo mi trovo sempre nella stessa stanza ma stavolta ci sono le luci spente e nessuno sta parlando. Sento i singhiozzi della ragazza provenire da sotto le coperte e l’uomo al suo fianco che la intima a fare silenzio perché vuole dormire. Poi ormai completamente rassegnato le dice: “Non avresti dovuto denunciarmi. Ecco perché l’ho fatto. Io ti amo e mi ricambi così… Vai in centrale domani mattina e ritira tutte le accuse o farò molto peggio la prossima volta.” La ragazza non rispose e smise di singhiozzare. Allora l’uomo continuò dicendo: “Sei persa senza di me, una completa nullità, non potrai mai farti una vita, trovare un lavoro ed essere felice.” Ecco di nuovo quella sensazione.

Fatemi andare via. In un batter d’occhio sono di nuovo nella caffetteria. Sono stremata. Mi alzo per andare al bagno: devo darmi una rinfrescata, non è reale quello che mi sta succedendo. Mi alzo, giro la testa e mi imbatto in un ragazzo con un cane sulle braccia. È molto alto e magro, ha delle sneackers ai piedi e il cane comincia a scodinzolare vedendomi di fronte a lui. Il giovane si scusa, mi rivolge un sorriso e si siede nel tavolo di fianco al mio. In una sedia è già accomodato un ragazzo della sua stessa età che si mette subito ad accarezzare il barboncino dell’altro. Continuo a fissare il giovane. Ride in compagnia dell’altro ragazzo. Ha un sorriso molto ampio, una maglia colorata, dei jeans skinny e le sue unghie brillano di un arancione intenso.

Strizzo meglio gli occhi e un altro flash mi attraversa le pupille. Sono all’interno di una villetta e vedo correre nel giardino il cagnolino del ragazzo. Nella cucina c’è una donna intenta a preparare qualche prelibatezza ai fornelli e seduto al tavolo c’è un uomo sulla sessantina che sta sfogliando un giornale. Sento scendere qualcuno dal piano superiore e scorgo il ragazzo della caffetteria. Entra nella stanza con uno sguardo un po’ preoccupato e quasi balbettando dice ai suoi genitori: “Mamma, babbo…devo dirmi una cosa.” I due senza degnarlo di uno sguardo, risposero all’unisono: “Dicci caro.” Dopo un lungo gioco di parole che catturò l’accurata attenzione dei suoi genitori, il giovane confessò a loro di essere gay, omosessuale. La madre fece cadere il mestolo di legno e invece di guardare il figlio, si girò allarmata verso il marito. Quest’ultimo dopo aver avuto più di una certezza che non era uno scherzo, si alzò così bruscamente che fece cadere la sedia a terra. Rivolse un solo sguardo a suo figlio che li fece capire che non l’avrebbe mai e poi mai accettato. E per confermare la sua reazione cominciò ad urlargli indignato: “Non sei normale. Tu non sei mio figlio. Cosa sei?

Non sei un uomo, sei ridicolo. Mi provochi così tanto dolore, così tanta umiliazione…cosa diranno i vicini, i nostri amici i conoscenti della nostra famiglia?! Povero me, povera tua madre! Sei una vergogna, non voglio una cosa così nella mia casa.” In tutto questo la donna cercava invano di fermare suo marito, e il ragazzo sembrava scomparire sempre di più ad ogni insulto del padre. Io ero ferma, indignata, letteralmente schifata da cosa quell’uomo stava facendo al suo unico figlio. Sono sempre stata dell’idea che i genitori amassero i propri figli qualunque decisioni essi prendessero, ne ero stata fermamente convinta fino a questo momento.

Un secondo dopo mi trovo in una stanza, probabilmente una camera da letto. Vedo le foto del giovane attaccate in tutti i muri, alcuni con i suoi amici, altri con il suo barboncino, altre ancora con quelli che dovevano essere i suoi genitori. Sento il rumore di una macchina e mi affaccio dalla finestra del piano superiore. Alla fine del vialetto vedo il ragazzo caricare due grandi valigie in un taxi e in una mano tenere un lungo guinzaglio legato al suo cagnolino. Sento sua madre urlare disperata di rimanere e chiarire con suo padre, ma il ragazzo che vedo salire nell’auto non è più quello che stava scomparendo nella cucina, ma un uomo deciso, sicuro delle sue azioni, che probabilmente non rivedrà mai più ne sua madre ne suo padre per essere amato da qualcuno che veramente lo merita. Non si gira nemmeno una volta verso la sua casa, parte senza il minimo rimorso e vedendolo così sicuro di se mi sento fiera di quel ragazzo conosciuto un minuto prima nella caffetteria. Sorrido, chiudo gli occhi e come di routine sono di nuovo seduta al mio tavolo. Mi concentro sulle risate di quelle persone, ora fanno ridere anche me. C’è una grande luce che entra dalle finestre e l’odore dei cornetti appena sfornati profuma tutta la stanza. Chiudo gli occhi e respiro profondamente. Mi sento una stupida. Tutte queste persone sono felici nonostante le loro storie. Mi vergogno tanto, ma questa volta per essere stata così debole, insensibile e capricciosa.

Vedo la donna sulla sedia a rotelle ridere divertita, sembra che nemmeno si ricordi di non possedere più l’uso delle gambe. Ad un tratto si gira verso di me e dalle sue labbra leggo: “La felicità sta nelle piccole cose.” Poi si rigira di scatto.

Non sono sicura che si stia riferendo a me, però le sorrido di rimando. Subito dopo guardo l’uomo con le due bambine, non sembra ricordarsi di essere senza un soldo. Si volta anche lui a guardarmi e facendomi l’occhiolino mi sussurra: “La felicità è stare con le persone che ami.” Un attimo dopo mi cattura l’attenzione anche la bionda cameriera che portandomi via la tazza vuota dal tavolino mi dice: “La felicità sta nell’amare se stessi.” La seguo con lo sguardo e raccogliendo i piatti vuoti nel posto affianco al mio, il ragazzo con il barboncino afferma: “La felicità è essere liberi.” Decido di accendere il telefono per rispondere alle persone che mi avevano scritto prima. I miei genitori, le mie amiche, il mio ragazzo mi amano, meritano la mia attenzione e sicuramente non devo vergognarmi di loro. Quello che mi stupisce però, appena accendo il cellulare, è l’arrivo di un altro messaggio proveniente dalla Evenging Standard che dice: “Ci scusiamo per l’inconveniente di oggi Signorina Turner. Ci dispiace per averla fatta venire qui senza poi riceverla. Il direttore è arrivato in ritardo, è la prima volta che succede e le promettiamo che non si ripeterà più. La aspettiamo domani alla stessa ora e allo stesso posto. Cordiali saluti Evening Standard.” Mi metto a ridere rumorosamente e mi lascio cadere all’indietro poggiandomi allo schienale della sedia. Pago il conto, sorrido alla “magica” cameriera che mi ha servito al tavolo e le dico: “La felicità è una cosa semplice, che è parte di ogni persona, che ti rende migliore.” Chiudo la porta del locale alle mie spalle, e la sua grossa insegna nel tetto che dice: “La felicità è qui!”, mi fa capire che non potevo scegliere caffetteria migliore dove fermarmi.