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I racconti del Premio letterario Energheia

Il cigno nero_Valentina Cidda, Roma

_Racconto finalista terza edizione Premio Energheia 1996.

 

 

Fuori l’aria era una mescolanza di neve e di sole. Era la metà d’Aprile. Respirò profondamente, due volte, come cercando l’odore distratto di quella primavera, l’ultima. Voleva sapere che profumo avesse, voleva farsela scivolare tra le dita e incollarla alla sua pelle bianca e sciupata. Si sentiva debole, aveva provato ad alzarsi ma la terra le scivolava via da sotto i piedi. Era una sensazione strana, come quando sei sul punto di perdere l’equilibrio e pure resti immobile… e non cadi. Aspetti… e non cadi. Si stese sul letto, avrebbe voluto dormire ma sapeva che non si sarebbe svegliata. Proprio allora le pareva di trovarsi di fronte ad un passo decisivo, era l’ironia della sorte, proprio allora che sapeva di non dover più compiere alcun passo. Non era risentita per questo, sentiva soltanto di non voler far nulla e nulla impedire. I suoi pensieri erravano lentamente, sempre più lontani, come quando si è troppo stanchi per fare ritorno e si continua ad andare… ad andare.

Mentre stava così da sola, qualcosa di impalpabile la sfiorava, forse l’ombra di un’idea che conteneva un po’ di quella solitudine sconfinata nella quale il suo sentimento cercava un punto d’appoggio. E venne un momento in cui ella udì se stessa, un momento freddo e tranquillo. Fu serena, forse addirittura felice. Capì com’era stato tacito e lieve il suo avanzare e come era invece piena di terribili frastuoni caduti la gelida fronte del vuoto. Sentiva nelle labbra serrate la muta paura di pensare a sé stessa e le sue sensazioni si appiccicavano a lei come granellini di sabbia bagnata.

Di colpo il suo passato le sembrò l’ombra imperfetta di qualcosa che doveva ancora avvenire. Scosse la testa lentamente e disegnò sul lenzuolo candido la sagoma di un cigno. Sorrise e in un solo istante provò la sensazione di essere estranea al mondo, di non potervi entrare e distesa sull’orlo dell’abisso, gustare l’attimo prima della cieca immensità del nulla.

Il cigno nero, era proprio lei? Chissà se poi, alla fine, avrebbe preso il volo.

Ella nacque all’alba. I cigni del lago non si vedevano da qualche tempo, ma quella mattina tornarono; comparve una madre bianca con cinque piccoli tutti candidi tranne uno completamente nero. Quegli animali avevano qualcosa di sacro per gli abitanti del villaggio.

Una donna che era stata presente al parto si affacciò alla finestra e sorrise.

“Sono nati cinque cigni -, esclamò – e ce n’è uno solo tutto nero… è strano poverino!”

Guardò la neonata che piangeva sommessamente, senza urlare. Era magrolina, bruttina perfino, forse un po’ troppo piccola. La madre percepì il pensiero della donna.

“Cigno nero”, mormorò carezzando la testa della bambina.

Da allora ella assunse quel soprannome. Tutti la conoscevano e la chiamavano così. Ma al pari del cigno che con lei aveva visto la luce, ella divenne bella, crescendo, bella al punto da non sembrare vera, regina di una bellezza straniera, e forse per questo maledetta, proprio com’era stata sua madre. Tutto le aveva sempre ricordato la sua diversità, simile ad una malattia della quale si ha paura: la pendola in cucina, il silenzio nel suo letto, gli sguardi della gente, i suoi stessi occhi.

E forse proprio dei suoi occhi si era spaventata di più fino ad oggi, o di qualcosa che aveva visto in loro. Un’ombra indefinita, fluida; e se scrutava più profondamente, trovava l’avvicendarsi di forme vaghe e velate. Viveva sotto un panno morbido, le cose arretravano e perdevano il loro aspetto e anche la sua coscienza di sé veniva lentamente sommersa. Restava frammezzo uno spazio vuoto nel quale viveva il suo corpo. Intorno, un odio che si faceva spazio in punta di piedi, silenzioso, beffardo, pesante. L’odio di occhi che vedevano in lei soltanto la figlia di un assassino e il volto di una vergogna. Così ella strisciava sotto a quegli occhi con un ribrezzo tenace che imbrattava ogni cosa.

Non esisteva al suo paese persona che non conoscesse la storia di suo padre. Forse avrebbero potuto descriverla ancora prima che compisse il suo corso: quando lui aveva cominciato a rifarsi la casa, ad abbandonare i campi, a portare soldi a sua madre, a sparire per giorni e giorni. Ben presto giunse la notizia che alla locanda di Teresa, durante una rissa ammazzò un uomo. Buttando a terra la madre di cigno nero quel tizio le aveva dato della “puttana”. Era furioso per i “dannati soldi” che secondo lui gli spettavano e continuava a minacciarlo; lei aveva solo cercato di difenderlo.

Nessuno si sorprese, nessuno si chiese il perché. Era inevitabile che accadesse qualcosa. E poi quale ragione poteva avere?! Tutti sapevano che quella donna si era venduta agli stranieri che alloggiavano alla locanda. Fare finta di niente era un conto, ma la realtà non era un mistero. A dire il vero non si poteva averne la certezza ma si era sempre pensato così… chissà perché. Forse era troppo bella, troppo diversa, doveva esserci qualcosa dietro. Anche questo era inevitabile. E poi una straniera come lei, una giovane francese scappata dal marito… Si diceva che l’avesse reso pazzo…

Comunque fosse, lei e il padre di cigno nero si amarono, profondamente, teneramente, come se si fossero trovati insieme nell’ultimo respiro della vita, oltre il quale non c’era più nulla da rischiare eppure per il quale valeva la pena di rischiare tutto. La loro stanca indolenza aveva vibrato come un suono che percuote, percuote l’orecchio e in qualche parte del mondo scava uno spazio e accende una luce… Così i loro gesti assomigliavano a linee che prolungate oltre sé stesse, si incontrano lontano, nell’infinito. Ma tutto questo la gente non lo pensò e non lo seppe mai.

Quando cigno nero venne al mondo, al suo primo pianto era già l’espressione del suo destino, un essere odiato, un essere che non avrebbe semplicemente dovuto essere. Crescendo lei percepiva nell’aria che respirava le voci e il disprezzo e forse, senza volerlo, cominciò a detestarsi, oscuramente, senza violenza, sola al di là di un confine che non sapeva quale fosse. Guardava il punto dove il paese confluiva, molle e desolato, col cielo e capiva che la sua vita era priva di gioia, perché qualcosa la costringeva a rimanere l’ombra di un passato che non conosceva.

Sua madre continuò a fare la cameriera alla locanda ed ella crebbe lì e imparò ad osservare le facce degli stranieri. Erano quasi sempre artisti che raggiungevano quel luogo di isolamento e di pace e vi si fermavano più o meno a lungo. Profumavano di mondi sconosciuti ed ella li ammirava segretamente, ammirava le loro mani, i loro occhi che conoscevano così tanti luoghi, le loro voci che risuonavano in modo strano, diverso, affascinante.

Quando vide Maurice per la prima volta aveva sedici anni. Era un pallido fiore dalla chioma bruna, lucida come pietra nera bagnata. Maurice non era un uomo qualunque. Non sapeva bene cos’avesse di così singolare ma di certo si trattava di qualcosa che nascondeva in fondo allo sguardo; quel qualcosa assomigliava a lei.

Lo incrociò una domenica mattina, all’uscita della chiesa dopo la Messa. Lui era lì, poggiato al muro e la guardò scendere le scale.

“«Cigno nero», così che ti chiami?”

Lei annuì coprendosi ancora di più il volto col fazzoletto scuro che portava sulla testa. Affrettò il passo.

“Perché?”

Chiese l’uomo da lontano.

Ma ella non rispose, alzò le spalle e proseguì.

Quella sera la voce del biondo sconosciuto sgusciò fuori dalla sua mente per acquattarsi misteriosamente nella grande camera buia, raggomitolata sul cuscino. Il suo pensiero, allora, non era forse nulla più che uno di quei disegni che si fanno sull’acqua quando lanci una pietra, nessuno sa dove viva ciò che essi interpretano. Quello ch’ella intendeva era forse l’idea incomprensibile di qualcosa che era ancora assente, come quelle rare espressioni nei volti che non appaiono proprie di questi, ma di altri volti improvvisamente intuiti al di là di tutto ciò che si vede.

Il giorno dopo, lei lo guardò con occhi penetranti e quieti come se lo conoscesse da sempre. Erano soli nel corridoio in penombra della locanda ed egli parlò.

“Ti ho vista pregare e mi sono chiesto di cos’è che parli con il tuo Dio.”

Lei abbassò il capo ma non se ne andò. Maurice sospirò.

“Ci sono immagini che si trovano al di là dell’orizzonte della nostra coscienza, che vi scivolano dietro e formano un orizzonte nuovo, impenetrabile, che si delinea improvviso e contiene tutte le cose eppure nessuna. Immagini che in te non prendono mai veramente vita e procedono nelle loro vesti scure da un altro mondo…”

Parlava da solo fissando lei. Ella non capì ma il suo modo di parlare le parve così straordinario che socchiuse gli occhi.

“Mi hanno detto che sei un filosofo.”

Egli annuì.

“Ed è bello essere filosofi?”

“Non sono diverso da te.” Mormorò Maurice.

Poi il silenzio cadde di nuovo colando dalle pareti come acqua rovesciata.

Cigno nero gli passò accanto, lo osservò e quello fu per lui un incontro nella solitudine, intorno al quale la vicinanza confusa di colpo si consolida e diviene come un nido cercato da sempre. Capì che aveva sbagliato, che la ragazza era diversa. Lo era nella sua ingenuità, nella freschezza del suo respiro, nei gesti sui quali non aveva il tempo di ragionare, spontanei, naturali come lei. Probabilmente ella era tutto quello che lui non aveva mai potuto essere. E Maurice non pensava affatto a pretendere qualcosa da lei, ma come se entrambi fossero stati l’ombra di un sogno, tutto gli pareva inverosimile. Le sfiorò la fronte bianca e le guance e il collo e i capelli sciolti e le labbra con la punta delle dita. Un brivido fu tutto ciò che ella sentì. Sapeva che era proibito, che era peccato, ma chiuse gli occhi e aspettò la sua bocca, che venne, come una promessa amara.

Per la prima volta quella sera, guardandosi allo specchio, le sembrò di essere bella. E studiò i suoi lineamenti, il rossore naturale delle sue labbra, l’oscurità dei suoi occhi e quell’immagine ne uccise una vecchia, già sconosciuta.

Poi lui fu lì, davanti a lei, dove cominciava il bosco. Trascinò gli ultimi passi per raggiungerlo, come si lascia scorrere tra le dita qualcosa senza farvi attenzione. Ed ecco cauto il suo respiro si avvicinò a Maurice e il contatto col suo corpo vivo, caldo, imprevisto, le arrossò le guance. Deglutì.

Quando riaprì gli occhi molto tempo dopo, tutto era come prima, ma c’era qualcosa di tiepido dentro di lei, una sensazione di pace silenziosa, una vicinanza sconosciuta. Lui le prese il volto tra le mani, le baciò gli occhi, sorrise.

“Cosa dirà il tuo Dio di tutto questo?!”

Cigno nero non aveva la risposta, non l’aveva mai avuta, né nel primo istante, né allora. Sapeva che era peccato ma non le importava al momento. Poi vi fu un’onda di paura, così strana e ardente che di colpo, riconobbe tutto. Si staccò di scatto allacciandosi le vesti, il volto impietrito.

“Con las alas abiertas entregarnos al vuelo…”

Mormorò Maurice.

La voce calma, dolce come una musica proibita e sconosciuta. Ella si avvicinò di nuovo. A volte aveva udito alla locanda qualcuno parlare in una lingua diversa dalla sua, ma mai quel qualcuno si era rivolto a lei. Fu stranita e divertita allo stesso tempo. Scosse la testa per dirgli che non aveva capito.

“Con le ali aperte prenderemo il volo…”

Ripeté Maurice con lo stesso tono di prima e la stessa espressione.

Cigno nero sorrise, si fece seria, sorrise di nuovo.

“…Tu sei così fragile e bella e preziosa. Forse questo deve essere l’amore e questa la gelosia, quando penso che non mi appartieni.”

Era come camminare per una strada, verso una meta lontana, con un senso di attesa nell’anima. Maurice sapeva che lei era diversa, nata diversa, proprio come il cigno. Sentiva che senza saperlo, nel sorridere, timorosa, aspirava il mondo e lo teneva in corpo come un miracolo e quando respirava gli pareva fosse un artista che giocava con l’aria come con una tavolozza di colori. E sapeva anche che era una forza quella che percepiva, una forza muta e invulnerabile che gli stava alle spalle poiché egli non avrebbe mai potuto conoscerla così come, essa era in lei. Due solitudini che si incontrano; erano questo. Ma se insieme quelle solitudini avessero potuto sciogliersi e svanire? L’odio cresceva intorno a loro. Mormorii soffocati apparivano qua e là come balenii improvvisi di spade, anzi pareva di vederli materialmente nell’aria, immobili e taglienti. Cigno nero non sapeva dire quale fosse l’ardore che la trascinava e le era padrone, ma non immaginava più di vivere senza.

Si incontravano di nascosto al bosco dove la prima volta si erano amati, allo stesso angolo segreto. Stavano lì, per ore, guardandosi, parlando dopo il tramonto del sole, desiderandosi. Le cose lontane si spezzavano come gusci vuoti e restavano a terra.

“Sai, a volte ho parlato con gli angeli. Mamma diceva che stavano lì intorno al mio letto e dalle loro ali usciva un canto così dolce che pareva un sogno impossibile.”

Maurice sorrise.

“Non mi dire.”

Mormorò.

“Tu non mi prendi sul serio, non mi prendi mai sul serio.”

Lui le sfiorò le labbra. Rimasero vicini, stesi sul mondo come lenzuola di seta così facili da lacerare. Quando il vento crebbe e si posò dappertutto, sul viso, sulla nuca, morbido come un manto che sembrava coprirli e proteggerli… si sciolsero entrambi, insieme e la paura di lei si spense come una candela a metà consumata. Egli la stringeva a sé. Il sole calante brillò attraverso l’orlo bianco della sottoveste.

Pensò alla sua vita come un’ombra sfuggevole e alle sue filosofie e ai suoi libri; la realtà gli apparve tanto chiara, come non avrebbe mai creduto. Per capire tutto della vita e forse anche della morte, bastava amare il suo cigno nero, con l’animo con cui lui l’amava. Amare una ragazza povera, ingenua, ignorante; in lei c’era la natura, l’essenza di ciò che aveva sempre cercato, quel desiderio era così profondo e inspiegabile che avrebbe voluto chiedere a Dio com’era possibile.

Aveva studiato e scritto per anni ed era stato inappagato e infelice. Poi ora era tutto lì, in un istante che già pareva scivolare via come un battito d’ali, come l’eco di una campana che pure impregna di sé ogni angolo, o il chiudersi e il riaprirsi di un occhio immenso.

Così il sentimento di cigno nero si amplificò e si sciolse da ogni resistenza alla percezione di quel pensiero, come qualcosa di molto soffice nel quale lei abbandonava tutto. Di colpo l’invisibile che finora aveva pesato sulla sua vita come una nebbia scura, si concretizzò e le parve che forme e motivi da lungo tempo cercati si imprimessero su un velo che si strappò quando lei chiuse gli occhi che Maurice sfiorò con le labbra. Si lacerò e svanì come se non fosse mai esistito e non vi fu più nulla. Un respiro profondo, poi più nulla.

Quella notte ella parlò con Dio. Fu forse la prima volta che le parve di sentire la Sua mano pesante, il Suo fiato come un rimprovero, un avvertimento. Ma non era il respiro di Dio ciò che ascoltò. Aprì gli occhi tremante e spaventata. Si sedette sul letto morbido appiccicandosi al muro e attese. Non sapeva cosa attendeva ma non si mosse.

La porta cigolò lentamente come se gemesse e apparve Teresa, la padrona della locanda. La vide sul pianerottolo delle scale. I cerchi che la lampada creava si muovevano sul soffitto in un silenzio sinistro, le pareti nude, il vuoto e lei, quella donna robusta dallo sguardo di pietra che stava davanti, ferma.

“Cigno nero, ti ho vista con lo straniero. Che tu sia dannata, come tua madre.”

Ella tremò ma non ebbe paura.

“Che fine vuoi fare?” – Continuò la donna – “Ad ogni modo io non voglio scandali qua dentro, chiaro?! Tu vivi qui e lavori per me, fai il tuo lavoro di cameriera e niente storie. Sono corse già troppe voci su questo posto, se si viene a sapere delle tue porcherie ti taglio le mani. E vergognati… Un patto col demonio, ecco cosa farai.”

Richiuse la porta che cigolò di nuovo e sparì.

Cigno nero la sentì percorrere il corridoio con passi decisi. Lentamente si risollevò sui ginocchi; tremava come quando si è liberati da un pericolo per caso, non per virtù propria.

Vide il proprio corpo giacere sotto quello dello straniero, con una chiarezza di immagine che la spaventò. Sentì il proprio pallore e le soffocate parole di dedizione e vide al di sopra di sé gli occhi dell’uomo. Cercò di cacciarli e si diceva continuamente “Questo è peccato” e aveva paura, paura di non avere paura.

Fredda come un sasso immaginò suo padre, poi sua madre; per un attimo, credette di sapere cosa avevano provato insieme. Ricordò la storia che sua madre le aveva raccontato una volta, sapeva che era vera.

Le disse di come era giunta in quel borgo solitario e in quella valle dopo essere fuggita da un uomo che la maltrattava come donna, la umiliava come moglie e forse la odiava. Le confidò che dopo di lui non si era più donata a nessuno nonostante ciò che la gente dicesse, finché non aveva conosciuto suo padre. Cigno nero chiese a sua madre perché non avesse detto la verità alla gente del paese, ma lei aveva scosso la testa continuando a stendere i panni.

“Ero diversa e la diversità non si perdona. Qui non conta ciò che sei ma ciò che gli altri credono tu sia. Ci si abitua, prima o poi.”

Ma di questo cigno nero non era del tutto sicura.

Ora sentiva il suo corpo che le doleva, in ogni punto, come devastato da un dolore solitario che la racchiudeva. Un dolore che era come uno spazio dissolto, fluttuante, che saliva dolcemente nell’aria intorno ad una calma oscurità. E vide la sua anima… piccola, fredda, rattrappita, svuotata di senso, lontana lontana…

Ella osservava con occhi tranquilli e sentiva le cose senza pensarle, così come talvolta le mani di lui l’avevano sfiorata quando non c’era più nulla da dire. E poi ascoltò soltanto, con un sorriso, il silenzio.

Venne l’alba senza che cigno nero potesse dormire un solo istante. Si alzò e si vestì. Infilò la gonna bruna con il suo gallone rosso e sistemò il fazzoletto incrociato sul petto. Una voce chiamò le galline, il ticchettio lieve dei chicchi di grano che cadevano a terra fu rotto dal rintocco, che le parve sbiadito e debole, delle campane. Allora ricordò: era domenica. Doveva andare alla Messa. Uscì di corsa e vide sua madre davanti alla porta, poggiata ad essa, pallida come un fantasma, immobile. Le si avvicinò. Erano diversi giorni che non stava bene, ma non l’aveva mai vista in quello stato.

“Mamma torna a letto.”

Ma lei sorrise candidamente con le labbra che parevano scolorite di colpo. Tese la mano affondandola nei capelli della figlia, si lasciò abbracciare e cigno nero poggiò la testa sulla sua spalla.

“Non avere paura.”

Mormorò.

Così lei capì che sua madre sapeva, sapeva tutto, comprese anche che non era in collera e questo le bastò.

Due giorni dopo sua madre morì. Fu una malattia veloce che la consumò e una morte improvvisa che nessuno seppe spiegare, neppure il medico.

“Faccende di Dio.”

Esclamò.

Cigno nero non pianse, strinse i pugni con gli occhi chiusi. Si sentì sola, seppe di essere sola, sola com’era impossibile immaginare. Baciò la fronte della donna stesa e immobile. E lontano, lontano – come i bambini dicono di Dio: Egli è grande – vide se stessa e la vita e sulla vita il volto della morte e su entrambe, regnare l’amore. Lo conobbe alla perfezione, anche se non avrebbe mai potuto definirlo.

Al funerale andarono tutti, ma non c’erano lacrime, forse neppure preghiere. Cento occhi guardavano la terra ricoprire ciò che nascondeva: un giovane corpo ancora troppo bello, che presto sarebbe divenuto polvere. Guardavano quasi beffardi, ghiacciati, colmi di finta pietà. E per la prima volta anche cigno nero odiò. Li odiò tutti, gli occhi e le voci e i volti.

Maurice percepì quell’odio e il veleno che le mordeva i polsi. L’accarezzò a lungo, la baciò piano, teneramente, non la pretese per diversi giorni.

“Sembra di scivolare attraverso un passaggio stretto, tutto cambia, perfino noi siamo diversi…”

Era una frase che lui pronunciò distrattamente, senza scopo, forse senza valore, null’altro che una carezza dolorosa e sconsolata. Maurice si chiese che cosa avrebbe pensato se fosse vissuto sempre lì; gli pareva ci fosse un solo solco da varcare. Avrebbe voluto lasciarla, andare al di là del solco e guardare, poi di nuovo tornare da lei. Ogni volta che immaginava di rivederla la trovava sempre più pallida, forse lo era anche nella realtà. Maurice si sentì fiamma ed erba secca e si accorse che una parte di lui consumava l’altra.

“Tu mi ami?” Mormorò a cigno nero.

Ebbe il bisogno improvviso di una parola, fosse anche non vera, egli la desiderava, ardentemente, ma non venne.

Lei abbassò il capo senza rispondere.

Maurice esitò col cuore barcollante come un bambino. Ricordò quando aveva preso la decisione di diventare prete tanti anni prima, e come ora, aveva atteso una parola di Dio, una parola che non aveva mai udito e per la quale assenza aveva smesso di credere.

“Forse la amo quest’impotenza e la vergogna e l’angoscia della mia anima. Ho la sensazione di ferirti eppure di non poter fare altrimenti, poi forse per tenerezza, vorrei essere la veste che in solitudine fascia il tuo dolore.”

Parlò così ma cigno nero non capiva bene. Le piaceva ancora il suo modo sconosciuto di parlare, le lunghe frasi che pronunciava incantato, assorto. Non afferrava parola per parola, ma percepiva l’essenza del suo sentimento, la percepiva dalla pelle calda, dal respiro ritmico e dolce.

Erano creature simili e deboli in fondo, allo stesso modo, eppure uniche al mondo, come fiori nati per caso in un prato deserto. Fiori lontani, ai due confini opposti, ma poiché unici, incredibilmente vicini.

L’odio cresceva. Pareva andare tutto male al paese: le piogge erano eccessive, i raccolti andavano a monte, le bestie si ammalavano. L’animo della gente si faceva cupo, sempre più cupo e colmo di rabbia e

come spesso avviene quando non si riesce a spiegare qualcosa, come un riflesso, tutto divenne l’ombra della maledizione di cui cigno nero era rimasta l’ultima espressione.

Un giorno improvviso, le fu proibito di partecipare alle sacre funzioni e di entrare in chiesa. La voce dei suoi peccati con lo straniero, che di certo doveva avere stregato, era ormai giunta ovunque, perfino alle orecchie del parroco.

“Prega e pentiti della tua vita sbagliata o rimani nella tua vergogna. Troppo danno hai già fatto alla nostra pace con la rovina della tua famiglia.”

“Una volta le streghe come te, bruciavano sul rogo.”

Ed ella nel freddo del silenzio, si vide al centro di un cerchio di volti che sghignazzavano, si ingrandivano a dismisura e mani ruvide che la toccavano e le palpavano l’anima, le laceravano i vestiti. Poi un rogo si alzò intorno al suo corpo. Sentì il bruciore nel sonno e l’aria venirle meno, cercò di respirare con avidità mentre immaginava il suo volto sfigurato tra le fiamme. Di colpo gridò. Aprì gli occhi sudata e tremante, piena di brividi e lacrime seccate sulle guance pallide.

La mattina dopo seppe che Maurice era stato allontanato dal paese. Era certa che sarebbe tornato.

Il tempo passava e qualcosa di caldo era annidato dentro di lei e si muoveva. Vide il suo ventre ingrossarsi. Quella certezza la scosse, fu tristezza e rassegnazione. Non voleva un figlio, non così, non in quel luogo.

Quando quella sera d’aprile seppe che era nato morto, sospirò e non pianse.

Aveva perso molto sangue durante il parto, un’emorragia eccessiva e ora sentiva le forze venirle meno. Non sapeva dov’era Maurice, né cosa gli fosse successo.

Aveva ripercorso una vita in pochi istanti; ricordò quel momento in cui aveva udito se stessa e nuovamente tese l’orecchio al suo respiro. Fu ancora serena. Forse quella sensazione di trovarsi a dover compiere un passo decisivo non era del tutto ridicola, forse quello era il primo passo di cui si rendeva conto di tutto il suo cammino.

Chiuse gli occhi. Era sola e solo lei aveva capito da subito che quel momento non sarebbe stato eterno, ma non l’aveva detto. Voleva che fosse così, che accanto a lei non ci fosse nessuno, solo un ricordo.

Un velo bianco scese su ogni cosa, forse un velo di luce calda, profumata. Non udì più nulla e si lasciò andare.

La leggenda diceva che i cigni cantano prima di morire ed ella pure cantò in un mormorio soffocato, l’ultimo con cui pronunciò il nome di Dio.

Subito dopo il silenzio.

Pochi giorni dopo, un cigno nero fu trovato morto sulle rive del lago, ai piedi dell’albero più grande.

Tutti pensarono alla ragazza che aveva avuto il nome di quell’uccello, ma nessuno ebbe mai più il coraggio di parlare di lei.

Ed ella divenne ricordo e ombra e come ombra si spense; prese il volo nella memoria del tempo e muta, scomparve… Lontano.