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L'angolo dello scrittore

E la chiamano transizione di Maurizio Canosa

Secondo una proposta UE, la vendita di auto a diesel e benzina potrà essere vietata solo dal 2035. Davvero un bel segnale, per chi attende hic et nunc la grande rivoluzione green. Eppure, non solo tra petrolieri e produttori di veicoli ma anche tra i membri più autorevoli del nostro governo, c’è chi pensa che la svolta verde sia anche troppo rapida. Tanto per non far nomi, il Ministro dello sviluppo economico Giancarlo Giorgetti. Per carità, è sacrosanto “dare alle nostre imprese il tempo di adeguarsi”, perché non bastano due anni per implementare il cambiamento, come ha sottolineato il titolare della Farnesina, Luigi Di Maio.

Più che giusto, posto che nessuno sano di mente credo possa aver immaginato un periodo di transizione così ristretto. Ma se è vero che due anni sono pochi, è vero pure che tra il 2023 e il 2035 di tempo in mezzo ce n’è. Sarebbe gradito che qualcuno ci fornisca un orizzonte cronologico meno vago, possibilmente credibile, così, tanto per non dare l’impressione che si stia menando il can per l’aia. Azzardo una proposta: vogliamo postdatare il tutto al 31 dicembre del 2075? Potrebbe essere un obiettivo perseguibile, ammesso che i nostri figli e nipoti possano restare in vita fino a quel giorno, senza essere stati prima stracotti dagli effetti del riscaldamento globale. Finalmente un mondo a emissioni zero, dal momento che sarà un totale deserto, di sabbia, di acqua o di ghiaccio.

L’idea di un nuovo modello di sviluppo più sostenibile, lo confesso, a me non sembra affatto a portata di mano. Anzi, comincio a temere che abbia ragione Serge Latouche, secondo il quale uno sviluppo “sostenibile”, più che impossibile, sia una contraddizione in termini. Già oggi avvertiamo tragicamente sulla nostra pelle le conseguenze degli eventi climatici estremi. I centinaia di morti per le disastrose alluvioni in Germania e Belgio sono solo un esempio, visto che in Asia la stagione dei monsoni ha provocato lo scorso anno oltre 2.000 vittime. Senza parlare della desertificazione avanzante su vaste aree del pianeta che, con la progressiva degradazione del suolo, costringe milioni di persone a migrazioni bibliche. Ma ormai questi fatti sono così risaputi che rischiano perfino di annoiare. É questo il vero dramma.

E allora, mentre da decenni si chiacchiera della necessità di adottare al più presto fonti energetiche alternative, i paesi dell’Opec e la Russia hanno deciso di aumentare la produzione di petrolio di 500 mila barili al giorno. In questo modo, è possibile (anche se non probabile) che il prezzo della benzina comincerà a scendere, così tutti saremo più contenti, automobilisti compresi.

Fatih Birol, direttore dell’Agenzia internazionale per l’Energia (IEA) ha affermato senza mezzi termini che, sulla questione della riconversione energetica, ci sono state da parte dei governi dei paesi ricchi “tante parole e pochi fatti”. Emerge un certo sconforto, per la cinica ipocrisia che sembra mascherare l’impotenza o la mancanza di una reale volontà politica da parte di chi, a livello internazionale, detiene i comandi della sala macchine del potere. “Dopo la crisi innescata dal Covid – ha infatti chiosato Birol – i governi hanno annunciato che avrebbero agito per ricostruire un mondo migliore, ma la realtà ben diversa: solo il 2% dei fondi è destinato alle energie pulite, ne servono almeno il triplo”. Un quadro desolante, se si guarda in faccia l’entità reale degli stanziamenti: su 16. 000 miliardi di dollari destinati alla ripresa economica in seguito alla pandemia, solo 380 sono orientati agli investimenti verdi.

Non ci si deve meravigliare dunque se, ancora secondo l’IEA, le emissioni di anidride carbonica dovrebbero raggiungere nel mondo il massimo storico nel 2023. Per poi continuare a crescere negli anni successivi. Altro che sostenibilità ambientale, altro che rivoluzione green. Se questo è il vento impetuoso della “transizione energetica” possiamo stare sereni: la dittatura dell’oro nero ha i secoli contati.