I racconti del Premio letterario Energheia

Cronaca Comica: La chiamavo giornata felice (Oh happy day!), Sofia Leocata_Mori(TN)

Finalista Premio letterario Energheia 2022 – Sezione giovani

La mia vita è un disastro. E, lo ammetto, lo sono pure io. Non sai cosa

succede durante le mie giornate, sono imprevedibili, soprattutto quando

vado a scuola! Così tanti avvenimenti in solamente sei ore… è un caos!

Ho deciso di scrivere una cronaca comica riguardo a questo, idea forse

bizzarra per una quattordicenne come me che non ha mai tempo libero,

persa nella sua testa e tra i mille impegni. A chi sto mentendo, questa è

palesemente una scusa per non andare in chiesa con mia mamma. Le ho

detto che dovevo studiare e ora mi sta controllando, è dietro la porta e mi

osserva dal buco della serratura, come sempre. Si fa di tutto pur di non

andare a messa! Il problema è che mi sento troppo giudicata; ci sono le

vecchiette che mi guardano male e parlano tra di loro criticandomi. Ma

non solo la loro unica preda, giudicano persino la signora seduta davanti

a me con la gonna di Louis Vuitton, il foulard di Fendi e la borsetta di

Prada. “A megghiu parola è chidda ca ‘un si dici” mi dicevano sempre i

miei bisnonni. In tutto questo io quasi quasi mi addormento. Ho un

occhio chiuso e l’altro semiaperto, come sui banchi di scuola quando

“seguo” la lezione di alcuni proff. In quei momenti lì vorrei essere ad

Hogwarts oppure in mezzo alla giungla, in un prato fiorito in montagna

o nelle campagne in Cornovaglia, ancor meglio in Scozia o a New York a

fare shopping. Invece sono obbligata ad andare a scuola, almeno fino a

sedici anni. A settembre diventerò una quindicenne. Dai Sofia, manca

ancora un anno, sarà pieno di sofferenze, nottate e crisi per lo studio ma

ce la farai!

Ritorniamo a noi, le mie giornate iniziano con trecento sveglie che

rimbombano nelle mie orecchie già alle 5:55 del mattino. Continuano e

non si stoppano fino alle 6:20, quando finalmente suona l’ultima ed è

arrivato il primo momento tragico della bellissima mattinata che mi

aspetta. Mi sveglio già furibonda con me e la mia fissazione per le sveglie

ogni cinque minuti. Ti spiego il motivo: la prima serve ad indicare che le

mie ore di riposo sono giunte al termine ma ho comunque un’altra

mezz’oretta per stare coricata. Quando suona la seconda capisco che mi

rimangono venti minuti, la terza che devo aprire gli occhi e la quarta che

devo alzarmi, ma non del tutto! Comincio a stiracchiarmi perché la notte

dormo in posizioni strane e poi mi lamento di avere sempre mal di

schiena… “Logico no se dormi tutta storta!” mi dico sempre. A volte mi

sento un poco vecchia, o meglio dire “anziana”. “Le cose sono vecchie e

le persone sono anziane” come dicevano Ficarra e Picone nel film

“Andiamo a quel paese”.

La mia prima azione dopo essermi alzata dal letto (oltre che lamentarmi)

è caderci di nuovo, è più forte di me. Fino a che le urla di mamma mi

riportano sulla terra ferma e non posso accedere al bellissimo mondo dei

sogni. “Addio Morfeo” lo saluto a malincuore.

“Sono le 6:30 sbrigati!”. Poi in dialetto siciliano aggiunge: ”Ca alzati! A

bella durmisciuta pari! L’autobus sta passando!”. Io amo quella donna, so

che come mi ha creata è pur sempre capace di distruggermi, ma odio

quando non sa leggere l’orologio. Tu, si proprio tu che stai leggendo

dimmi, anche i tuoi genitori fanno così? Forse in modo particolare le

mamme? Ti svegliano alle 6:10 dicendo che sono le 6:30?

Per non subire altre urla già di prima mattina mi metto gli occhiali e

vado a preparami il caffè. Quando non li trovo è la fine del mondo. Non

vedo nulla, solo macchie opache di quà e di là. Ma senza la mia dose

quotidiana di caffeina non sopravvivo, così nonostante sia miope e stia

dormendo in piedi vado convinta in cucina, prendo la caffettiera dall’alto

e mi brucio. Una barzelletta la mia vita. Tu ridi ridi ma io soffro. Non

posso urlare dal dolore perché così facendo sveglierei tutto il

condominio. Da brava vicina sto zitta e soffro in silenzio.

Dopo aver fatto colazione mi precipito in bagno a mettermi le lenti a

contatto. La maggior parte delle volte è un’impresa: sono ancora

addormentata e non le riesco a mettere, i miei occhi non ne vogliono

sapere di aprirsi; mi cadono e non le vedo più, oppure le metto dal lato

sbagliato o ancora mi cadono dalle mani e le ritrovo appiccicate allo

specchio.

In tutto ciò perdo sicuramente più di dieci minuti e l’autobus figurati se

mi aspetta, quindi mi devo assolutamente velocizzare.

Mi fiondo in camera per decidere cosa mettere mentre “la Pina” boccia

tutti i miei outfit. Ma io le do ascolto perchè alla fine l’esperta in questo

campo è lei, quando hai la mamma sarta che fai te ne privi? (Che faccia

tosta ho a dire questo, lo sanno tutti che quando le chiedo un consiglio il

99% delle volte scelgo l’altra opzione che le ho proposto, ma lasciamo

stare).

Lo so che te lo starai chiedendo e la risposta è sì, nel frattempo mi lavo la

faccia. E quando finalmente mi sono vestita devo farmi i capelli. A volte

prendo le sembianze di un leone, altre volte di una che è stata appena

leccata da un cane o una mucca oppure di una che è completamente

schizzata.

Prima di uscire di casa mi metto gli anelli: lo sai benissimo che sono

parte di me ormai, me li tolgo solamente quando sono a casa perchè mi

danno fastidio. A scuola invece mi aiutano molto a gestire l’ansia. Lei,

siamo migliori amiche fin da quando ero bambina. In realtà non la

volevo conoscere ma mi tocca convincerci. Mi segue dovunque, siamo

in-se-pa-ra-bi-li!

Sul mio comodino (ordinatissimo aggiungerei), pieno zeppo di

cianfrusaglie, libri esposti per bellezza, una lampada anch’essa posta lì

per lo stesso motivo e la mia amata bottiglietta per la notte. Ad essere

sincera è lì da mesi, ma è sempre meglio tenerla, non si sa mai se possa

mancarmi acqua durante la notte. Non mi fido di alzarmi anche perchè

di notte ci sono i mostri che mi inseguono. Andare dalla mia camera alla

sala significa oltrepassare il corridoio dove c’è buio pesto ed è troppo

rischioso. Dovrei prepararmi equipaggiata di lenzuola o coperte più con i

miei fedeli peluches che non mi hanno mai abbandonata da quando

avevo quattro anni. Ero io quella che li lasciava nelle mani dei mostri pur

di salvarsi la pelle. Ora no invece, credo nel karma, non si sa mai cosa

potrebbe accadermi, soprattutto in questo bellissimo 2022 ricco di

sorprese tra guerre e un virus in circolazione per non dimenticarci dello

schiaffo di Will Smith agli Oscar. Ci sono così tanti problemi mondiali

che, non per essere egoista, ma prima penserei ai miei. Un po’ come la

matematica, cara vecchia amica mia, sai quanto vorrei stritolarti ma sono

contro la violenza e manifesto per la pace perciò non avrebbe un senso.

Infatti uso le parole non per ferire ma in questo caso per informarti che

sono un adolescente, non una terapista. Se hai bisogno di risolvere i tuoi

problemi ho un metodo perfetto per te da proporti: l’uso della

calcolatrice. Sarà una rivoluzione. La puoi trovare a basso costo e con lo

sconto del 70% nel negozio dietro casa mia, ti mando la posizione su

Whatsapp.

Dopo aver ricercato gli auricolari tra tutta la confusione del mio

comodino, li metto in tasca e mi preparo mettendomi il giubbotto. Non

accontenterò mai mio padre, il berretto lo metterò solo ed

esclusivamente quando verranno in pinguini dal Polo Nord. (Tu che leggi

non ti preoccupare, so benissimo che vengono dal Polo Sud, era per

attirare la tua attenzione ma come vedo ti stai focalizzando solo

sull’errore, che precisione e grazie in anticipo per le critiche).

Con lo zaino in spalla scendo correndo le scale più velocemente di

Marcell Jacobs quando fa i 100 metri. Fino ad ora non sono caduta, ma

mai dire mai lo sai che ho la nuvola di Fantozzi sopra la testa. Le uniche

cose che perdo (oltre la dignità) sono il tesserino e i miei burrocacao che

volano dalla tasca sinistra della mia giacca. Spesso mi chiedo perché l’ho

comprata se non posso chiudere le tasche. In fondo però è bella, come si

dice in spagnolo:”Me gusta mucho” anzi “muchissimo”.

In lontananza vedo un autobus bianco e pochi secondi dopo realizzo che

è il mio. Per un giorno che mi sveglio presto lo perdo e devo fare 1 km a

piedi, anzi di corsa, per prenderlo al piazzale principale. Meno male che

sono allenata grazie all’atletica, qualche volta riesco a raggiungerlo.

Arrivata mi siedo comoda sul mio solito posticino, il quarto verso la

sinistra proprio accanto al finestrino. Mi piace guardare le persone di

mattina. Vedere gente che cerca in tutti i modi di non perdere l’autobus

o il treno è divertente, nuovo hobby sbloccato tralasciando il fatto che

quasi tutti i giorni sono nella loro stessa situazione. Molti sono davvero

lenti a correre, su su quanto ci vuole? Persino mia nonna va più veloce!

Quando mi metto le cuffiette mi immergo in un altro mondo, il mio

mondo. Quello della musica, che mi tranquillizza e mi fa sentire serena.

In venti minuti di viaggio da casa a scuola ascolto cinque o sei canzoni,

che posso scegliere tra le mie cento playlist, ognuna per un vibe diverso.

Di solito ascolto canzoni allegre di mattina perché mi danno la giusta

carica; ovviamente dipende dai miei sbalzi d’umore.

Tutto fila liscio finchè qualcuno si siede accanto a me e mi schiaccia

contro il finestrino, che cosa odiosa! Perchè? Perchè mi chiedo? Come

dice Taylor Swift “And I’m just like, damn, it’s 7 AM”, aggiungerei anche

“You need to calm down”. Tra i tanti sedili liberi proprio qua ti devi

mettere? Per fortuna devo sopportare questa tortura ancora per pochi

minuti, il tempo di cottura dei pancake. La musica in queste situazioni

mi salva.

Quando arrivo alla mia prigione, è un parto scendere dall’autobus. Devi

essere scattante perchè figurati se c’è qualcuno di buon cuore che ti fa

passare. E allora devi inventarti degli stratagemmi per metterti

velocemente lo zaino in spalla senza cadere per il troppo peso ovvero una

tonnellata di materiale che quando porti giustamente non serve e ti

spacchi la schiena per non subire gli schiamazzi di professori esauriti

che come noi studenti hanno bisogno di una vacanza, ma siamo ancora

ad aprile. Devi farlo velocemente, nessuno ha pietà per te.

Scesa dall’autobus faccio il mio saltino, essendo consapevole che qualche

giorno mi romperò una caviglia o qualcos’altro e avrò perso il record di

non essere mai stata infortunata.

Attraverso la strada mezza addormentata che quasi quasi mi investono

(ricordo a coloro che hanno intenzione di provarci che poi dovrebbero

pagarmi l’assicurazione!).

Dicevo, alle 7:20 in punto arrivo all’Inferno. Non sono accompagnata da

Virgilio e qui non vedo nemmeno Dante, bensì all’entrata mi aspetta la

bidella che mi prende sempre in giro. Si arrabbia con me quando il

termometro non mi misura la temperatura ma in fondo non è mica colpa

mia se quell’aggeggio mi segna “LOL”, faccio talmente ridere che lo

riconosce pure lui. Inoltre dietro di me c’è una fila che pian piano

diventa sempre più lunga e già io ho paura delle persone, in questo modo

mi viene l’ansia poiché sono io l’idiota in mezzo che la sta bloccando.

Superata anche questa terribile impresa con fatica, mi attendono tre

magnifici piani di scale. Vorrei informare chi ha realizzato le

disposizioni delle aule che frequento un liceo linguistico, non uno

sportivo anche se mi sarebbe piaciuto. Sette giorni su sette mi alleno,

mancavano in aggiunta solo tre piani di scale andata e ritorno. Arrivo in

classe veramente stremata, quelle scale sono tremende e non posso

prendere l’ascensore perché mi fa paura, soprattutto se sono da sola. E se

rimanessi chiusa lì dentro? Se precipitassi da un momento all’altro?

Sono sicura che mi troverebbero stecchita a terra per la disperazione, i

cali di zuccheri e la mancanza di ferro sempre presenti all’appello.

Entrata in classe ho trenta minuti liberi. Con violenza lancio la mia

cartella usando tutta la forza che ho: a una sfida a wrestling altro che

John Cena, vincerei io di sicuro. Indovina cosa faccio? Ripasso, come al

solito. Non si sa mai, bisogna essere pronti a tutto. Molte volte mi

chiedono:” Che cosa hai bevuto per aver scelto un liceo come questo?”.

Alla fine non è poi così male poichè le lingue mi piacciono tantissimo e

mi trovo davvero bene in classe. Le alternative sarebbero state il classico

o lo scientifico sportivo ma…il linguistico è il linguistico! È bello quando

si condividono i propri problemi con chi si trova nella stessa situazione,

si prova conforto. Gli immancabili pianti collettivi per le verifiche o

interrogazioni non andate come speravamo non mancano mai. E l’ansia,

(te lo ho detto che è dappertutto!). Ne ho già parlato prima, riassumendo

sono la personificazione dell’ansia, è il mio secondo nome. Uno dei miei

epiteti potrebbe essere “L’ansiosa Sofia” oppure una formula “Colei che

troppo pensava e l’ansia si faceva venire”.

Alle 7:55 cominciano le lezioni, ma la mia testa è altrove. Macchè

ragazzo, sono sempre in ansia. Vorrei tanto che la mia testolina si

rilassasse anche per un millesimo di secondo.

Un’altra domanda che mi pongo spesso è perchè non ho accettato la

proposta dei miei genitori di ritornare in Sicilia? La scuola lì inizia alle

8:30, sarebbe un sogno. Dormire quell’oretta in più mi farebbe felice.

Penso al mio comodo letto che sono stata costretta a lasciare per venire

in questo posto. Tra quattro anni ne uscirò pazza.

Verso la fine della seconda ora la mia testa è ancora fra le nuvole. Le

prime ore non sono affatto connessa con l’Universo e l’umanità però con

gli alieni ci so parlare e sono anche più simpatici di noi esseri umani. Ho

bisogno di caffè e cioccolato per recuperare le forze, i miei unici

salvavita.

In realtà ascolto durante le lezioni, una parte di me è attiva (almeno

credo). Chissà cosa penseranno di me i proff. quando li guardo con aria

persa sorreggendo la mia testa con la mano (per tenerla su altrimenti mi

cade). Di una cosa sono certa però: 2 più 2 fa 4 e scambiando l’ordine

degli addendi il risultato non cambia!

Quando vengono interrogati i miei compagni mi trasformo in un’artista,

a Van Gogh o Picasso faccio un baffo mentre Frida Kahlo è insuperabile.

Disegno qualsiasi cosa mi passi per la testa e dovunque, dove mi capita.

Scarabocchiare è poi molto rilassante.

Rifletto molto riguardo alle opere che studiamo in storia dell’arte: il prof.

si sofferma a spiegare che l’artista ha utilizzato una tecnica molto

ingegnosa e grazie a uno schizzo di colore più scuro è riuscito a far

risaltare una figura o addirittura lo sfondo. Probabilmente lo aveva

macchiato e, non avendo voglia di rifarlo oppure avendo paura di

rovinare il dipinto, ha scelto di lasciarlo in quel modo. Ognuno può

interpretarla come vuole, io la penso così come in letteratura, epica e/o

poetica quando troviamo un’espressione diciamo che “è stata utilizzata

dalla poetessa o dal poeta per sottolineare…”. Forse invece colei o colui ha

semplicemente scritto la prima cosa che passava nella loro mente, senza

rifletterci troppo. Non per forza deve esserci un ragionamento logico in

questi campi. Magari non sapeva come continuare. Possibile. Perchè no?

Dobbiamo essere più realisti. Che male c’è a dire la verità essendo

brutalmente onesti come sta facendo la sottoscritta scrivendo questa

cronaca. Forse me ne pentirò, si, lo rifarò? Mi piace questa idea, è

davvero divertente. Tu che leggi non prenderla sul personale anzi ridi

qualche volta che ti fa bene invece di stare sempre con il muso, un

sorriso non fa mai male a nessuno! Se te lo dice una lunatica come me,

perchè non crederci? Ti sto solo dicendo la verità.

Durante l’intervallo ho dieci minuti molto scarsi di pausa. Di mattina ero

di fretta e mi sono vestita al buio, infatti ora sono messa malissimo ma

ho urgentemente bisogno di andare in bagno. Questo significa

attraversare i corridoi e pur nascondendomi, indovinate chi c’è? Non ve

lo dico. Ma succede sempre quando sono inguardabile, c’è tutta la scuola

in giro giustamente. Mentre quando sono vestita decentemente… un

deserto. Ammettilo anche tu che un altro motivo per cui vai a scuola è

per sfoggiare i tuoi outfit, non posso essere l’unica.

In bagno cerco di non fare cadere il mio cellulare dentro il water, come è

successo la prima volta che ci sono andata. Consiglio: se ti porti dietro il

telefono non metterlo nella tasca posteriore dei pantaloni, sai già che

fine farà e per esperienza non è affatto piacevole. Per fortuna il mio

funziona ancora, è indistruttibile. Da quando l’ho comprato mi è caduto

dal quarto piano e gliene sono capitate di belle e di brutte. Ma non molla

mai.

Uscita dal bagno non posso nemmeno specchiarmi per vedere in che

condizioni sono ridotta. Controllo sempre che non ci sia qualcuno ma

ecco che da dietro compare una figura e ti osserva immobile.

Nei corridoi incontro altra gente che preferirei non vedere, l’unica cosa

che faccio dopo aver fatto contatto visivo con qualcuno è scappare.

La corsetta tattica mi salva e allo stesso tempo mi fa sembrare stupida

anche se già lo sono. In questi istanti mi dico: “Voglio morì” ma anche se

mi viene da piangere ridiamoci su che “la vita è bella”. Ad essere sincera

questa frase fatta questi quattordici lunghi anni di esistenza e

permanenza sulla Terra è stata molto d’aiuto, moltissimo!

Terza e quarta ora sono più o meno tranquille, tra gente che balla e canta

al ritmo di metal o rock o comunque di canzoni a mia opinione

orecchiabili.

La gente che si lamenta 24/7 è sempre presente: ti stressa con i suoi

problemi non sapendo che in quel momento tu sei completamente

assente. Non mi ricordo nemmeno il mio nome figurati quello di tua zia

Pasqualina e di tuo cugino di terzo grado Calogero Antonello che abita

in Uganda. Ma bisogna sopportare tutto questo, mancano solamente due

ore e si finisce, unica gioia della mia vita. Nel mentre inizia a piovere e

pur essendo un’amante della pioggia sto per buttarmi dal terzo piano e

fare la fine della mia ricerca di storia volata dalla finestra.

La sensazione più brutta è quando ho lavato i capelli la sera prima e poi

il tempo tra pioggia e vento mi fa diventare un leone. A scuola

dovrebbero chiamarmi “Mufasa 2.0”.

Un’altra ricreazione significa gossip ovviamente. Stento a credere alle

voci che circolano riguardo alle nuove coppie. Felicissima per loro,

alcuni sono persino la fotocopia dell’altro. Li soprannominano “la coppia

più bella del liceo” ma parliamoci chiaro, Shrek e Fiona sono imbattibili,

nessuno può competere con loro.

Passa il tempo e finisce anche la quinta ora. Durante quest’ultima

lezione la mia testa mi ha salutato con un “Adios!” ed è volata alle

Hawaii o alle Maldive, come me è indecisa e non sa scegliere.

Se abbiamo una verifica l’unica speranza o meglio rassicurazione oltre

ad aver studiato, sono interagire ed usare gli audio di tiktok o i santini

appesi sulla porta. Meno male che Zendaya e Tom ci salvano, è tutto

merito loro se prendiamo buoni voti.

Pur cercando di concentrarmi fallisco miseramente, soprattutto se la

materia in questione è matematica. Per carità, mi piace, ma il mio

cervello ha staccato la spina, stanco. Penso di essere nata stanca.

Qualcuno alza la mano: il 70% è per andare in bagno, il 28% è gente che

si stira e il restante 2% sta salutando qualcuno dalla finestra.

Gli ultimi dieci minuti non passano mai, il tempo sembra congelarsi. La

campanella una cosa deve fare, ma perchè non si sbriga a suonare? E poi

quella lenta sarei io. Non nascondo che sono quel tipo di persona che

arriva sempre in ritardo ma quando si tratta di un concerto mi presento

con otto ore di anticipo.

La campanella che suona è una liberazione. Nella mia vita da studentessa

quello che ho imparato è che la scuola è un continuo ripetersi di “devo

riuscire a superare questa settimana” ogni settimana. L’unica cosa bella

di questo luogo è stare con i tuoi compagni di classe, sfogliare un libro

indicando le immagini brutte e aggiungere:”Questo sei tu!”.

Un’ultima considerazione che voglio fare è che dire “Ti amo” o “Ti

voglio bene” è difficile ma hai mai provato a dire: “Adesso inizio a

studiare seriamente senza distrazioni”. È tutto un altro livello di

difficoltà.

Infine vorrei concludere analizzando il termine studiare: verbo; atto di

mangiare, messaggiare, navigare su internet, postare sui social e

guardare la Tv con un libro aperto vicino.