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L'angolo dello scrittore

Claudia Mancini – racconto di Giorgio Fontana 2/3

Seconda parte

Il pomeriggio andò dal dottore, come ogni mercoledì e venerdì. Riceveva in una stanza a tre palazzi di distanza dal suo. La madre aveva trovato quello più vicino per non farla camminare troppo. Claudia pensava che quelle sedute non servissero a molto, ma forse erano la parvenza di una via giusta. Un buon proposito, qualcosa da rispettare, prima di scivolare via. Era importante segnare delle tappe.
Nella sala d’attesa, furono solo grani di polvere e la carta patinata della rivista, e il colore del ficus beniamino — meno verde, meno intenso di quanto ricordasse. Poi entrò.
«Claudia», disse l’uomo dietro la scrivania.
«Dottor Fresi», disse lei. Si sedette sulla poltrona.
«Come va oggi?»
«Male.»
«Credi di essere migliorata rispetto a settimana scorsa?»
«No.»
«Peggiorata?»
«No.»
Il dottore annuì.
«Cos’hai fatto questo weekend?»
«Sono stata a casa a guardare la parete. Ogni cinque ore circa ho avuto un attacco, sempre con la stessa sensazione. Quella di non avere più vie d’uscita. Di credere che non potrò mai più sentirmi bene, o felice, o anche solo realizzata.» Strinse le labbra. Voleva essere molto precisa, perché aveva una domanda da fare, ed è sempre bene mostrarsi lucidi prima di fare domande. «Di nuovo, ho seguito il suo metodo. Mi sono imposta di pensare che tutto questo fosse irrazionale. E ho cercato di indagarne le cause. Ma non ho trovato niente. La mia testa è spaccata in due. C’è una parte che mi dice di smetterla con i capricci. E l’altra che… be’, è chiusa in uno sgabuzzino.» Fece una pausa. «Per dormire, ho preso cinque pastiglie a notte.»
Il dottore scrisse una riga sul foglio. Rumore sottile come di un accendino grattato, qualcosa che sfuma, e poi il morbido dei braccioli, e la finestra sul cielo azzurro.
«Come al solito, insomma», aggiunse Claudia con un sorriso.
«Ho capito», disse il dottor Fresi. Annuì un paio di volte fra sé, come a capire che peso dare a quel silenzio, e alle parole successive. «Vedi, io credo che…»
«Dottore?»
«Sì?»
«Le devo fare una domanda.»
«Prego.»
«Anzi, due domande.»
«Certo. Dimmi pure.»
«Ecco… Lei pensa che il suicidio sia moralmente sbagliato?»
Il dottore alzò appena le sopracciglia, come a voler scansare dalla fronte il peso di quelle parole — le solite, sempre le stesse parole, sempre e solo gente che non voleva più vivere.
«Claudia», cominciò.
«Aspetti. Le ho già spiegato che l’idea di morire, al momento, è una cosa che trovo molto attraente. Quando dico che vorrei morire è perché davvero non vedo altre soluzioni disponibili. Non è vigliaccheria, ma eliminazione delle alternative.» Si fermò un istante. «Lo so che è un pensiero stupido e che ne abbiamo parlato a lungo. Ma è così.»
«D’accordo.»
«Ma ora le chiedo solo di rispondermi con sincerità. Non voglio una benedizione. Non si preoccupi. Voglio un’opinione distaccata, ecco tutto.»
Il dottore sospirò.
«In tutta onestà», disse, «credo che il problema sia impostato male. Il suicidio è una cosa terribile, ma non va giudicata moralmente.»
«Quindi non è sbagliato
«Non in quel senso. Ma è sbagliato in un senso molto più importante.»
«E quale?»
«Il rispetto verso se stessi. E il coraggio di vivere.»
«Perché dovrebbe essere coraggioso vivere?»
«Be’, perché —»
«E perché essere vivi è meglio che essere morti?»
«Aspetta un secondo.»
«Sì.»
«Innanzitutto, essere vivi è meglio che essere morti, perché se sei morto non hai più alcuna possibilità. Può sembrare banale, e anzi lo è. È la banalità più assoluta. Ma è così.»
«È un rimprovero?»
«In che senso, un rimprovero?»
«Lasci stare.»
Il dottore fece una smorfia.
«Non capisco», disse. «Cerco solo di capire.»
«Lo so. È il suo mestiere.»
«Il mestiere di tutti.»
Claudia annuì. Finora, era stato come si aspettava. Prese qualche secondo per valutare di che colore era, precisamente, la parete di fronte a lei: panna? bianco latte?
«Vorrei passare alla seconda domanda», disse poi.
«Certo.»
«È una domanda più difficile.»
«Ti ascolto.»
Claudia respirò a fondo col naso. Sentì un tremito lieve partirle dalla caviglia, lo stomaco tendersi ancora di più, la solita nausea amplificarsi in gola. Non doveva crollare ora. Sapeva che stavolta non ci sarebbe stata alcuna risposta, perché la domanda non aveva il minimo senso: ma era necessario porla. Così aveva deciso. Gli eventi non nascono mai dal nulla. Si preparano nel tempo, si sedimentano come strati geologici, finché d’improvviso qualcosa esplode.
Il dottore la guardava.
Claudia aprì la bocca.