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L'angolo dello scrittore

Chi è il muzungu?

Amani – 29 Aprile 2001 di Stefano Marras

 

Chi non ha la pelle color ebano, da queste parti (in Africa), viene chiamato muzungu. Non vuol dire “uomo bianco”, come vorrebbe il vocabolario cinematografico, né tanto meno occidentale, categoria tutta nostra.

Per scoprire l’interessante significato del termine con cui un non africano in gita turistica, da queste parti, viene continuamente additato  per la strada, è necessario addentrarsi – almeno fino alle caviglie – nella struttura della lingua swahili, ufficiale in Kenya, oltre che in Uganda e Tanzania e complessivamente parlata da circa 80 milioni di persone in Africa.

Dalla radice swahili, che indica il popolo della costa, deriva il termine kiswahili, composto usando il prefisso “ki”, che denota la lingua. Il kiswahili ha un vocabolario misto, arricchito soprattutto dall’arabo, ma ha radici grammaticali bantu. Così presenta classi di sostantivi (in kiswahili sono 14), con tratti semantici in comune. Alle classi 1 e 2 corrispondono (al singolare e plurale), nomi di esseri animati: la prima classe si caratterizza dal prefisso m-(esempio: mtu, uomo); la seconda dal prefisso wa-(es. watu, uomini).

Torniamo al nostro muzungu iniziale, notando come lo spelling corretto sia mzungu, che diventa wazungu al plurale. Togliendo il prefisso, rimaniamo con la radice zungu. Un aggettivo tradotto con “strano o meraviglioso”.

Traslare il significato da strano a straniero, rischia di far perdere quella sfumatura cruciale che rivela lo stupore che gli indigeni hanno probabilmente provato, di fronte ai primi europei, percepiti, non tanto come stranieri (in senso politico), ma come esseri strani, appunto; con quella pelle così diversa, ricoperta di peluria, magari con gli occhi color del mare e i capelli lisci, come il crine della zebra e rossi come la sabbia del deserto, padroni di tecniche e tecnologie (buone e cattive, capaci di guarire e di uccidere), incomprensibili e per questo meravigliose.

Il mio collega mappatore (Benson), mi ha narrato una storia che rivelerebbe la reale etimologia di muzungu, ambientando la scena a Zanzibar (il nome Zanzibar deriva, molto probabilmente, dal persiano Zang-i bar, Terra dei neri); un gruppo di indigeni, un giorno, parte dal villaggio e si dirige verso il mare, sul lato orientale dell’isola, per la quotidiana attività di pesca, (le donne a casa ad allattare e cucinare; gli uomini a cacciare e pescare). I pescatori non fanno in tempo a salire sulla canoa a remi che una lunga ombra si stende su di loro, coprendo il sole e minacciando di inghiottirli.  Pochi metri dalla spiaggia, un enorme mostro dalla forma panciuta vomita piccoli esseri dalle sembianze umane, albini e vestiti stranamente. Il gruppo di pescatori fugge terrorizzato e torna al villaggio; dopo l’allarme tutto il clan fugge verso il lato opposto dell’isola. Una volta raggiunta la spiaggia, la popolazione si trova di fronte la stessa scena, stavolta con due grandi mostri a fronteggiarli! La fuga riprende, questa volta verso la costa settentrionale, dove si ripresenta, però, la stessa scena! Anche l’ultimo tentativo di fuga a sud, non ha dato scampo ai nostri, che si sono trovati letteralmente accerchiati!

Accerchiare… sfoglio ancora una volta il dizionario e mi trovo a leggere che, aggiungendo il suffisso –ka a zungu (creando così zunguka), si ottiene il verbo accerchiare, assediare… la radice è il verbo zungua, che parimenti significa “accerchiare”. Benson ride e conclude: mzungu  = colui che assedia.