I brevissimi 2026 – Vita di una foglia, Massimo Terzini_Veroli (FR)
Anno 2026 (Stagioni – Autunno)
Sembra ieri quando, da poco aperti gli occhi, mi ritrovai quassù insieme a centinaia di altre come me, appena spuntata da un germoglio dentro il quale ero stata trattenuta per mesi. Erano i primi giorni di un aprile particolarmente mite e l’inverno stesso non era stato così rigido. Era una sensazione bellissima stare qua in cima circondata da tanto verde e accarezzata da un sole ogni giorno più caldo. Da quest’altezza si ha la sensazione di vivere un privilegio, la possibilità di guardare le cose dall’alto in basso, senza esserne coinvolti. Assistere senza partecipare alle vite delle persone ti aiuta ad accettare il fatto che prima o poi avverrà il distacco tra la loro e la tua.
Sappiamo prima di nascere che la nostra non sarà lunga e che il vantaggio di vivere quassù, verrà scontato dalla condanna ad un’esistenza breve.
I giorni che passano sotto un sole sempre più caldo ti aiutano a crescere, a diventare più robusta, a contribuire ad aumentare la bellezza del ramo sul quale sei attaccata. Intanto la vita delle persone si svolge sotto di te: donne e uomini che passeggiando si scambiano segreti, baci furtivi, parole minacciose, frasi gentili; approfittando dell’ombra che tu regali loro nei pomeriggi estivi, le persone ti mettono a parte dei loro segreti.
Mi piace il mio verde. Se dovessi trovare un aggettivo per descriverlo direi che è un verde “tenero”. Non un verde cupo, impenetrabile, come quello dell’acero o del cipresso: noi siamo tigli, foglie di un albero di città, sistemato in file lungo i viali ad ingentilire e profumare le giornate di chi ci passa sotto. Tutto è gentile di noi: la nostra forma a cuore, il tono chiaro del nostro verde, l’effluvio intenso dei nostri fiori.
Mi piace pensare di essere nata per questo, per regalare un’utilità effimera, della durata di poche stagioni. Nascere, crescere, cambiare lentamente colore, infine, attendere una folata un poco più forte delle altre e morire, dopo essere planata a terra su un tappeto formato da tutte le altre, cadute prima di me. Abbiamo sentito di foglie che resistono all’inverno, che restano sull’albero e a volte si coprono di neve. Non so se mi piacerebbe tutto quel freddo. Finché si tratta di sopportare un acquazzone estivo che ci rinfranca dal caldo di un sole eccessivo, stare qua in cima è gradevole. Sai che in quella stagione nessuna pioggia e nessun vento ti strapperà via. Ti senti forte, indistruttibile; passata la pioggia ti asciugherai in fretta ed il tuo verde sarà diventato ancora più bello.
Siamo una specie dal fogliame a tempo. Non ci resta che accettare questa fragilità e conviverci. La bellezza passeggera che tutte assieme regaliamo al nostro albero ci aiuta ad accettare l’idea che le cose belle vivono per un periodo limitato.
Le persone hanno tempo per invecchiare, noi consumiamo tutta la nostra vita in meno di un anno. Forse è per questo che anche le piccole cose ci emozionano: assistere alla costruzione di un nido, sentire il solletico di una coccinella sulla pelle, trattenere tra i rami il palloncino scappato via dalle mani di un bimbo, durante la sagra del paese.
Noi, che non ci possiamo muovere se non per cadere, aspettiamo quell’attimo con una trepidazione crescente, sapendo che quando accadrà, non avremo nemmeno il tempo di finire di pronunciare la parola che in quel momento vorremmo dire. Siamo qui in attesa e a mano a mano che il tempo passa e le giornate si fanno più corte, cresce la consapevolezza che di dodici mesi non vedremo mai la stagione più fredda, quella che di notte ti fa tremare, che di giorno avrà scacciato da tempo le rondini dal cielo, quella in cui vedresti passare di sotto la gente con sciarpe e cappotti e che nemmeno riconosceresti, per averle viste d’estate con addosso abiti leggeri passeggiare accanto a giovani mamme attente a proteggere dal sole i loro piccoli portati a spalla quasi nudi. Da quassù partecipiamo così poco alla vita del mondo, eppure questo poco ci piace che quasi finiamo per affezionarcene: cosa darei per vedere ancora domani quei due giovani che passano qui sotto mano nella mano; riempirsi ancora di fiori quel balcone nel palazzo di fronte.
Ma sento che ci siamo: le ore che si avvicinano alla sera si fanno più fredde, la luna si è spostata un po’ più in alto nel cielo, dicembre è un mese che non vedrò.
Mi lascio prendere da un sentimento che assomiglia a quello che voi uomini chiamate nostalgia e sentendo le energie scivolare lentamente via dal mio gambo, ho appena il tempo per un ultimo pensiero:
“Oh, com’è passato in fretta quest’anno l’autun…”




