I racconti del Premio Energheia Europa

Un caffè latte, Omar Ait Si Mohamed_Slovenia

Racconto finalista Premio Energheia Slovenia 2018

Il cameriere mi vide e mi fece, assonnato, un cenno di saluto con la mano.

Era mattina e nel bar illuminato dalla luce c’erano soltanto pochi clienti, così presi il mio solito posto vicino alla finestra e guardai il giardino dall’alta parte, coperto dal primo sole primaverile. Eravamo a metà settimana, e la gente passava con i cappotti aperti e gli occhiali da sole. Davanti alla recinzione, che separa la strada dal giardino del bar, c’era un gruppo di signore piuttosto anziane che stavano discutendo a voce alta sulla possibilità di prendere un caffè, decidendo evidentemente di farlo per poi iniziare a sistemarsi ai tavoli da giardino. Anch’io mi appoggiai comodamente allo schienale e osservai il bar quasi vuoto. Il mio sguardo si fermò al tavolo vicino alla finestra di fronte alla mia. Lì erano seduti un uomo di mezz’età e una bambina dai capelli chiari, probabilmente padre e figlia in un incontro mattutino. Stavano guardando attentamente ciascuno il proprio menù plastificato, chiacchierando vivacemente l’uno con l’altra.

 

Mentre aspettavo il cameriere, li stavo osservando distrattamente. Mi sembravano familiari e non riuscì a togliermi il pensiero che da qualche parte li avevo già visti. In fondo vivevo in una piccola città, e non sarebbe stato per niente strano se li avessi già incontrati nel mio quartiere diverse volte. Non erano completamente voltati verso di me, perciò stavo aspettando che almeno uno di loro si girasse un po’, forse avrei riconosciuto il volto se l’avessi visto interamente. Dopo un po’, la bambina iniziò veramente a muovere la testa in modo annoiato, battendo a ritmo il cucchiaino contro la tazzina che aveva davanti. All’improvviso si voltò e mi guardò dritto negli occhi. Un brivido mi percorse la schiena, e la fissai incredulo a bocca aperta. Riconobbi il volto, senza alcun dubbio, ma non era un volto appartenente a questo mondo. Almeno sicuramente non per me. La bambina inclinò la testa e mi guardò immobile con un sorriso insolitamente spaventoso. Mi sembrò di non essermi ancora svegliato dal sogno di ieri, e la fissavo con una crescente sensazione di ansia fino a quando il rumore che la tazzina fece colpendo il tavolo mi riportò alla realtà.

 

«Ecco, un caffè lungo come di solito, vero?»

 

Momo andò a prendere ancora la sua tazzina, si guardò intorno al bar e si sedette vicino a me.

 

«Beh, forse ho dieci minuti. Cosa c’è di nuovo?»

 

Dalla tasca tirò un astuccio con il tabacco e tutto l’occorrente e cominciò a rollare la sua sigaretta mattutina.

 

«Stai bene?» mi chiese corrugando la fronte.

 

«Hai bevuto di nuovo e dormito troppo poco? Vuoi un’aspirina?»

 

Scossi la testa. «No, ho fatto dei sogni strani. E mi sento come se non fossero ancora finiti.»

 

Osservai di nascosto la bambina che mi fece allegramente l’occhiolino. Sulle sue labbra c’era ancora quel sorriso terrificante, un po’ crudele.

 

«Oh, i sogni, fantastico. Meglio del solito,» disse Momo.

Lo guardai distratto. «Meglio del solito?»

 

«Mhm. Di solito la mattina parli di qualcosa di deprimente che hai letto o di qualcosa di deprimente che ti è capitato. Preferirei sentire qualche sogno divertente.»

 

Con il filtro in bocca mi guardò birbantesco. «Certo, probabilmente sono deprimenti anche questi, però li preferisco comunque.»

 

Lo conoscevo abbastanza a lungo da non prendere a cuore le sue parole. Inoltre, aveva ragione.

 

«Davvero non vuoi prendere un’aspirina? Non sembri te stesso,» mi chiese un po’ più seriamente.

 

Lo guardai distratto.

 

«No, grazie.» Per un attimo esitai e guardai la bambina che stava giocando con la sua tazzina. «Vorrei però un caffè latte, per favore. E dello zucchero. Quando puoi.»

 

Mi guardò sospettoso. «Per te?» chiese. Sapeva che non bevevo latte e non mettevo lo zucchero nel caffè.

 

«No,» mormorai.

 

«Oh, sei in compagnia? Una compagna di classe? Di nuovo qualche persona immaginaria per le tue storie?» Lecco la cartina e mi guardò con cipiglio.

 

Da quando Momo lavora nel bar, ci vado regolarmente ogni mattina. A volte mi porto del materiale per lo studio, a volte libri, ma raramente compagnia, infatti la sua domanda pungente, anche se fastidiosa, era legittima. Però il solito tono sarcastico di Momo mi riportò lentamente al riparo della normalità.

 

«Non sono pienamente sicuro per chi sarà, ma portamelo lo stesso. Per favore.»

 

Guardò soddisfatto la sigaretta rollata e si alzò.

 

«Certo» disse. «Ma prima faccio due tiri».

 

Andammo all’ingresso del bar. Lanciai uno sguardo verso il padre e sua figlia, ora stavano entrambi leggendo silenziosamente ognuno la propria rivista. L’uomo teneva tra le mani un giornale piegato più volte, la bambina invece stava leggendo qualcosa che mi ricordava una di quelle riviste variopinte giovanili di gossip di quando frequentavo ancora la scuola elementare. Oltre a tutte le sensazioni confuse, in me si risvegliò anche una piccola scintilla di nostalgia. Seguendo Momo e sentendomi leggermente distaccato dalla realtà, mi trascinai verso il giardino soleggiato davanti al bar.

 

Sentii lo schiocco dell’accendino e Momo che fece un profondo respiro, pieno di piacere. Anch’io presi una sigaretta dalla tasca, l’accesi, feci un tiro profondo, e lentamente ritornai alla realtà. Momo rilasciò una lunga nube di fumo tra i denti.

«Bene, dai, parlami ora dei tuoi sogni, prima che il bar si riempia di clienti.»

 

Feci un cenno con la testa, mi appoggiai al muro e iniziai a parlare.

 

Sognai un evento che accadde davvero nella mia prima giovinezza, quindi gli raccontai prima questo. Ero in vacanza al mare, avevo circa cinque anni, forse sei. Con la mia famiglia, come ogni anno, eravamo sulle isole dell’Adriatico. Non ricordo esattamente dove, tutto ciò che mi è rimasto sono soltanto delle vaghe immagini della spiaggia, del faro, dei pini e dei campi da minigolf sottostanti.

 

In uno di quei giorni soleggiati, mia madre ed io facemmo una lunga passeggiata per trovare qualche spiaggia più tranquilla dove poter passare il pomeriggio in pace. Ci fermammo in un’incantevole baia, mia madre aprì la sedia a sdraio e cominciò a leggere un libro, io invece andai a esplorare il mare con una nuova maschera blu brillante. Il problema era che allora ancora non sapevo nuotare. Mia madre si era sempre assicurata che prima di andare in acqua mettessi i braccioli, ma questa volta, immersa nel libro, se ne era evidentemente dimenticata. Poiché il concetto di maschera e braccioli insieme in qualche modo non mi sembrava logico, anch’io me ne dimenticai tutto felice e in fretta, prima che lei se ne accorgesse, mi immersi nell’acqua fino al collo, e cominciai a marciare lungo la riva con il volto nel mare. Per qualche tempo, mi meravigliavo con successo dei segreti marini, ma poi feci un passo di troppo. Evidentemente stavo camminando su una specie di scaffale sul fondo del mare, perché improvvisamente sotto i miei piedi non c’era più niente e finii per cadere tutto dentro l’acqua. Nel panico feci un respiro e, invece dell’aria, inghiottii vari sorsi brucianti di acqua marina. L’acqua mi andò di traverso e ricordo di aver pensato che sarei davvero annegato. Iniziai a dimenarmi nel mare e a urlare, cercando di rimanere sopra la superficie, ma dopo ogni tentativo mi ritrovai sott’acqua. Dopo alcuni istanti che sembravano durare ore, mia madre finalmente mi sentì, lasciò cadere il libro ed entrò in acqua, io invece in quel momento sentii improvvisamente due mani forti che mi afferrarono sotto le ascelle e sollevarono sopra la superficie.

 

Un signore dai capelli scuri, che stava nuotando un po’ più lontano dalla riva, a quanto pare sentì le mie urla. Quando mi raggiunse nuotando, toccava senza problemi il fondo del mare e mi portò facilmente sulla spiaggia tra le braccia di mia madre preoccupata. Quando lei si convinse che stavo bene, scossa esistenziale a parte, con un sospiro di sollievo ringraziò l’uomo che agitò la mano, ci salutò, e se ne andò verso la sua sdraio, accanto alla quale una bambina bionda stava giocando nella sabbia.

 

Ricordo ancora un’adirata lezione di mia madre sulla sicurezza nell’acqua e il divieto di nuoto per i prossimi giorni. Dopodiché la mia memoria si offusca.

 

Sognai questo evento ieri, però con alcune differenze.

 

Ero lì sulla spiaggia, ma stavo in piedi sul campo da minigolf ai margini di una pineta, un po’ più lontano dalla riva. Da qui vidi me stesso, però più giovane, sguazzare indossando una maschera sempre più lontano dalla riva, mia madre, sdraiata al sole con un libro e un uomo che stava nuotando a stile libero nella parte più aperta del golfo. Guardai verso la sdraio vicina, dove una bambina stava giocando con delle palette di plastica e dei secchielli, e mi diressi verso di lei. Vicino c’era un castello alto e dettagliatamente costruito, sembrava gotico. Accanto la bambina scavò un fossato e lo riempì con l’acqua di mare, vicino al fossato c’era anche un patibolo di sabbia. Su un palco rialzato c’erano un paio di figure umane. Guardai di nuovo la bambina, ora indossava un cappotto nero e un cappuccio, invece della paletta in mano teneva una piccola falce. Mise le figure in fila davanti al patibolo. Una di loro mi assomigliava. Mi avvicinai e vidi che in realtà tutte le figure erano simili alle persone sulla spiaggia, che ne era piena, anche se prima non lo avevo notato. Anche il palco di fronte al patibolo era pieno. La bambina prese la mia figura, prima la osservò attentamente e con interesse, poi la prese per le gambe e le infilò la testa nel cappio. Dal mare sentii un urlo. Mi voltai e vidi me stesso scomparire sotto la superficie dell’acqua. Guardai di nuovo la bambina. Non lasciò la figura, però la tolse dal patibolo con un’espressione pensierosa sul volto. Per un attimo la tenne in aria, dopo le affondò la testa nel suo piccolo fossato per poi tirarla subito fuori. Ripeté la stessa cosa un paio di volte mentre guardava verso il mare, dove io, però più giovane, stavo affogando. La bambina affondava la figura nel fossato e io scomparivo sotto la superficie. Sembrava come se si stesse divertendo parecchio a farlo. Io me ne stavo in silenzio a guardare. Non riuscivo a muovermi.

 

La bambina ripeté l’annegamento più volte, poi prese la figura dal fossato e la asciugò nel suo cappotto nero. Vidi che a quel punto io ero già stato portato fuori dall’acqua da un uomo dai capelli scuri.

 

Posò la figura accanto al castello sulla sabbia e improvvisamente mi guardò dritto negli occhi.

 

«Non è come sembra, in realtà ti sto salvando,» disse allegramente, anche se i suoi occhi erano di un rosso scintillante.

 

«Mi devi un caffè. Un caffè latte, per favore.»

 

Poi mi svegliai.

 

Momo spense la sigaretta sulla cornice in pietra della porta del bar.

 

«Che sogno. Però veramente non capisco perché sembri così malmesso. Voglio dire, non era esattamente un incubo. Più un thriller,» mi disse. Attraverso la finestra gli indicai la bambina che ora stava di nuovo felicemente chiacchierando con suo padre. «Perché quella bambina è lei. Beh, la Morte. O qualunque cosa sia.»

 

Mi guardò come si guarda un fratello minore quando dice qualcosa di molto stupido.

 

«Per favore, tu porta questo caffè latte e basta. Se è veramente lei, non voglio correre rischi,» dissi.

 

Momo schiacciò il mozzicone buttato e sorrise. «Andiamo, devo rientrare» disse e si diresse verso il bancone, io invece tornai al mio tavolo vicino alla finestra. In fretta, senza guardarmi attorno. La sensazione di ansia ritornò. Quando mi sedetti di nuovo comodamente, chiusi gli occhi, contai fino a tre e guardai verso il fatidico tavolo.

 

La bambina era sparita. L’uomo stava leggendo da solo il suo giornale. Mi venne in mente che aveva il mio stesso colore di capelli. Guardai anche attraverso la finestra. Niente. Chiusi gli occhi e pensai a quante possano essere le possibilità che io stia ancora sognando. Il bar mi sembrava abbastanza reale, Momo anche. Aprì gli occhi.

 

La bambina era di fronte a me e si stava asciugando le mani con il suo vestitino.

 

«Hanno esaurito i tovaglioli,» disse.

 

La guardavo senza parole.

 

Si arrampicò sulla sedia, che era leggermente troppo grande per lei, e chiese: «Hai ordinato il mio caffè?»

 

Annuii in silenzio.

 

«Fantastico!» Si appoggiò sul tavolo con i gomiti e mi guardò allegramente.

 

«Quindi capisci chi sono?»

 

Borbottai ansioso: «La Morte?» Ora, oltre a tutto, mi sentivo anche stupido.

 

Rise. «È un po’ più complicato, ma qualcosa del genere, sì.»

 

Sentendo le sue risate, la mia angoscia si affievolì un po’.

 

«Ma perché sei una bambina?»

 

Con l’entusiasmo di una persona alla quale chiedi dei dettagli sul suo hobby, rispose: «Ogni persona mi vede in modo diverso. Per lo più rappresento la causa della loro morte.» Mi guardò pensierosa. «Secondo me, avrai una figlia davvero terribile.»

 

Quando mi andò di traverso, lei saltò giù dalla sedia e mi diede una pacca sulla schiena. «Dai, di solito è simbolico.» Quando si sedette di nuovo al tavolo, mi sembrò di sentirla mormorare un altro ‘di solito’.

 

In quel momento Momo si avvicinò al tavolo e le mise il caffè davanti. Tranne un educato ‘ecco’ non disse nulla, però mi guardò sospettoso. Probabilmente pensò che il mio sogno fosse inventato e che qualcosa che non volevo dirgli stesse accadendo con la bambina. Non potevo biasimarlo per la sua diffidenza.

 

La bambina lo ringraziò e mise due bustine di zucchero nel suo caffè.

 

«In poche parole,» disse seriamente e mi guardò dritto negli occhi in un modo insolitamente familiare.

 

«Sai perché sono qui?»

 

Scossi la testa.

 

«Perché rendi il mio lavoro più difficile. Smettila.»

 

«Rendo il tuo…,» iniziai incredulo, ma lei mi interruppe.

 

«Sì, amico. Stai rendendo il mio lavoro più difficile. Smettila, già così siete in troppi.»

 

«In troppi?»

 

Lei si innervosì.

 

«Ieri hai bevuto e hai pensato a qualcosa di stupido. E questa non è la prima volta. Sei stupido.»

 

Si accigliò.

 

«E comunque non ci saresti riuscito, erano troppo poche. Ti avrebbero soltanto fatto una lavanda gastrica, non ha senso.»

 

Stavo zitto.

 

«Che sia chiaro. Mi sono assicurata che tu non ci riesca mai, in alcun modo. Se proverai a fare qualcosa di più grave, continuerai a viverci con le conseguenze. Capisci?» La sua voce ora non era più infantile. Trasmetteva un freddo glaciale.

 

Dopo alcuni secondi di silenzio, ripeté la domanda e questa volta rabbrividii davvero.

 

«Capisco,» dissi piano. «Ma perché? Cosa importa?»

 

Parlare di argomenti esistenziali con la Morte non mi sembrava l’idea migliore, ma non potevo resistere alla domanda.

 

Mi guardò in un modo terribile.

 

«Dipende della prospettiva. Ma la mia qui conta di più, quindi sì, qualcosa importa.»

 

Volevo continuare, ma i suoi occhi cominciavano a diventare di un rosso scintillante, quindi con un ultimo pizzico di coraggio mormorai nervoso: «Allora perché quella volta al mare mi hai quasi ucciso?«

 

La bambina ridacchiò e improvvisamente divenne di nuovo simile a un normale bambino felice.

 

«Quello era solo un sogno, scemotto.« Bevve il caffè in pochi sorsi, si pulì la bocca con la manica e saltò giù dalla sedia.

 

«Voglio dire, la falce, il cappotto e il castello gotico? Troppi cliché per me. Grazie per il caffè!«

 

Sorrise di nuovo maliziosa, mi fece un segno di saluto e corse verso l’uomo dai capelli scuri. «Ci vediamo, e non dimenticare quello che ci siamo accordati!« disse alzando la voce.

Li guardavo senza dire una parola mentre misero a posto le loro riviste, pagarono lasciando Momo un po’ confuso e uscirono.

 

Rimasi seduto per un po’ cercando di tornare a essere me stesso.

 

Mi divenne subito chiaro che questo non avrebbe funzionato, quindi decisi di indossare il cappotto e raggiunsi Momo che si stava già rollando una nuova sigaretta. Uscimmo nel sole splendente e cominciai a convincerlo che quello che gli stavo dicendo era successo davvero.

 

Una mattina, come tutte le altre.

 

Traduzione dallo sloveno di Tereza Hussu