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I racconti del Premio letterario Energheia

Lo schermo delle occasioni perdute di Ferruccio Moroni, Bologna.

_ Racconto finalista ventiduesima edizione Premio Energheia 2016

1.La voce dei pensieri

gente2Sono a cena al ristorante con un mio vecchio amico. Lui assaggia il Riesling, fa cenno di sì al cameriere e poi riprende a parlare.
«E’ un sogno che ho fatto in questi ultimi anni. Un sogno ricorrente in cui guido una macchina blu e ho un incidente mortale. Tutto qui».
Io sento che c’è dell’altro e aspetto.
«La quarta volta che faccio lo stesso sogno inizio a preoccuparmi e decido di consultare una veggente. Lei chiude gli occhi e mi dice di raccontarle il sogno. Alla fine li riapre e pronuncia queste parole: Non devi mai salire su una macchina blu».
«E il tuo sogno?».
«Da quel giorno sembra svanito nel nulla».
Alzo il bicchiere e l’avvicino al suo.
«Alla tua veggente», dico.
In quel momento entra nella sala una giovane donna in compagnia di un signore anziano. La seguiamo con gli occhi fino all’unico tavolo rimasto libero. Ha due belle gambe e un viso da bambina.
Guardo l’amico sorridermi e rivedo in lui l’inventore adolescente del gioco dell’invisibile. Il gioco consisteva nell’introdursi in una casa cercando di non essere notati. Vedere e non essere visti: un po’ come essere invisibili. Ninja, così aveva cominciato a farsi chiamare

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il mio amico, una volta riuscì a restare una buona mezz’ora nell’appartamento di un’ amica della sorella maggiore senza dare segni della sua presenza. Si era mosso con disinvoltura per tutta la casa e, tranne che nel bagno, era riuscito a nascondersi in ogni stanza. Sdraiato sotto il letto mentre la ragazza si spogliava davanti allo specchio, l’aveva vista completamente nuda. O almeno così ci aveva raccontato il giorno dopo.
«Questa mattina ho rivisto una ragazza che mi piace molto», dice Ninja. «Lavora in un negozio di arredamenti. E’ la terza volta che entro in quel negozio col pretesto di acquistare qualcosa».
«Le hai parlato?».
«Sì, ma solo di mobili e tappeti».
«Pensi di piacerle?».
«Non so. Quando entro mi sorride sempre».
«Forse sorride a tutti i clienti».
«Credo di no. In ogni modo a me sorride. Lo fa anche dopo, mentre parliamo».
«Perché non hai portato il discorso su voi due?».
«Pensavo di farlo la prossima volta. Dopotutto non ho ancora deciso cosa comprare».
Apparentemente freddo e distaccato, il mio amico nascondeva un’anima inquieta e tormentata dietro le lenti dei suoi occhiali da ingegnere. Decido di stuzzicarla un po’ quell’ anima. Lo faccio mettendo in campo una mia fantasia, nonostante mi fossi imposto di non parlarne a nessuno.
«Riesci a immaginare un aldilà molto laico e altamente tecnologico?», gli dico. «Quando arriva il tuo turno ti fanno sedere di fronte a uno schermo. Poi ti lasciano solo, chiudono la porta a chiave e le immagini cominciano a scorrere».
«Chiudono la porta?».

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«Non puoi uscire dalla stanza finché non sarà tutto finito».
«Ma è come se al cinema ti obbligassero a restare in sala per tutta la durata del film».
«E’ l’unica condizione. La porta resta chiusa».
«E cosa dovrei vedere sullo schermo?».
«Le immagini seguono un ordine cronologico, quello della tua vita. Sono le immagini di tutte le occasioni che hai avuto con figure femminili: dagli incontri fuggevoli fatti solo di qualche sguardo reciproco a quelli più prolungati nel tempo. Davanti agli occhi hai i visi delle donne con cui sei entrato in contatto e con le quali tutto è finito lì, senza un seguito. Naturalmente sto parlando di donne da cui ti sentivi attratto. Come la ragazza del negozio».
«Un riassunto esistenziale».
«Molto di più, amico mio. Molto di più».
A Ninja erano sempre piaciuti i misteri e le situazioni da decifrare. Nel gruppo dei coetanei non aveva rivali. Se qualcuno riusciva a vincere una gara di rebus era solo perché lui si trovava altrove. Magari impegnato a fare l’invisibile da qualche parte.
«In che senso molto di più?», chiede versando dell’altro Riesling.
«Prendiamo come esempio la ragazza del negozio. Oggi l’hai rivista e avete parlato. Lei ti ha sorriso, di certo anche tu le hai sorriso. Avresti voluto dire altre parole, ma non l’hai fatto. Alla fine vi siete salutati e tu sei uscito dal negozio come le volte precedenti, con qualche informazione in più su mobili e tappeti».
«Dove vuoi arrivare?».
«Lo capirai subito. Adesso sei seduto davanti allo schermo e hai di fronte agli occhi il viso di quella ragazza. Senti anche la sua voce.

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Le sue labbra si muovono come tu le vedevi muoversi, ma da quella bocca non esce alcun suono. E’ come se mancasse l’audio. Eppure la voce è la sua, ti dici. Cosa sta succedendo? Tu sei lì davanti a lei e dallo schermo ti arriva la sua voce fuori campo: Mi piace come mi guarda. Ha un bel sorriso. Peccato sia così riservato. Vorrei che mi chiedesse qualcosa di personale. Forse non gli piaccio abbastanza. Ma allora torna qui solo per i mobili?».
«I suoi pensieri», dice subito Ninja. «Sto ascoltando i suoi pensieri».
«La voce dei suoi pensieri», preciso io. «E’ qui che volevo arrivare. Immagini e pensieri. Quello che è accaduto e quello che sarebbe potuto accadere. Molto più di un riassunto esistenziale, non trovi?».
«Non è giusto», dice lui sottovoce. «Se questo tuo schermo potessimo guardarlo ogni tanto anche in vita, allora molte cose cambierebbero».
«Tu, ad esempio, sapresti cosa fare con la ragazza del negozio».
«Certo, sarebbe più facile. Invece il tuo schermo ci sbatte in faccia, una ad una, tutte le nostre occasioni perdute».
«Proprio così, amico mio. Proprio così».

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2.Who’ll Stop The Rain

I giorni d’estate a caccia di lucertole con la fionda. Se ne stavano lì per ore, Ninja, ipnotizzate dal sole. Avvicinarsi senza insospettirle era un’arte.
E i sacchi di caramelle che avevi scoperto nel sottoscala di quella scuola? Eri comparso nel cortile mentre noi giocavamo con le palline di plastica. Io ero Anquetil, quattro Tour de France vinti uno dopo l’altro. Ti ricordi le nostre facce? Mangiavi le tue caramelle, sorridevi e non dicevi niente.
I pop-corn della domenica pomeriggio al cinema parrocchiale. Tu entravi in sala con almeno sei pacchetti. Davanti alle immagini di improbabili eroi romani o di perfide cortigiane francesi, come facevi a finirli tutti? I posti dei maschi erano separati da quelli delle femmine. Noi aspettavamo che entrassero le ragazze, le guardavamo sedersi una alla volta e con la fantasia ci mettevamo vicino a quelle più carine. Che posto hai scelto? Terza fila. La biondina? Certo. Ma non c’eri già stato domenica scorsa? Le do un’altra possibilità. Ricordi? Un’altra possibilità.
Le vacanze in riviera e le trappole preparate scavando buchi nella sabbia? E le corse a inseguire i prodotti omaggio che scendevano dal cielo a centinaia, appesi a piccoli paracadute? Studiavamo il vento in anticipo sull’arrivo degli aeroplani lasciando cadere i granelli di sabbia. I tuffi dai trampolini e le tue “bombe”, Ninja, uniche e insuperabili, precise e devastanti quando sollevavano colonne d’acqua sui mosconi con le ragazze distese al sole. E le donne che si spogliavano nelle stanze dell’hotel di fronte al nostro? Non sono state forse loro a ispirarti il gioco dell’invisibile?
E la canzone dei Creedence che ascoltavamo quando fuori pioveva?

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I birilli che cadevano tutti insieme e venivano inghiottiti dal buio con un suono che ci portavamo dentro per ore. E’ stato giocando al bowling, quello vicino all’aeroporto, che abbiamo conosciuto Beta e Vikingo: i “fratelli di urina”. Li chiamavano così perché in segno di amicizia fraterna avevano incrociato i getti delle loro urine come due spade. L’avevano fatto davanti al mare, in una fredda mattina d’autunno.
Ricordi quanto abbiamo riso mentre tornavamo al nostro hotel? Io ti avevo detto che la parola urina mi evocava un nome di donna russa: Urina. E tu avevi subito tirato fuori un’altra parola e ne avevi fatto un nome, che poteva essere messicano: Escremento. Avevamo costruito una storia un po’ melodrammatica partendo proprio da questi due nomi. La mia Urina, una fanciulla pallida e fragile, fugge dalla Russia come clandestina a bordo di una nave mercantile diretta in America. Durante il viaggio s’innamora di un marinaio latinoamericano, il tuo Escremento, che l’aveva scoperta per caso pulendo la stiva. Lui l’aiuta a nascondersi meglio, le porta cibo e acqua, e alla fine, una volta sbarcati, la sposa. Urina però si ammala di tubercolosi e dopo qualche mese muore. Escremento allora, sopraffatto dal dolore, vaga per il resto della sua vita nell’immensa terra russa alla ricerca della sua Urina, una fanciulla pallida e magra.
Con Beta e Vikingo diventammo subito amici. Tutto cominciò quando ci fecero vedere quel disegno. Era la pianta in scala del perimetro dell’aeroporto civile e militare, quello vicino al luogo delle nostre vacanze. L’avevano fatta loro due dopo alcune mesi passati a prendere le misure, metro per metro, lungo la rete di recinzione. Erano riusciti a eludere la sorveglianza delle torrette, persino nel tratto a poca distanza dagli hangar dove si diceva fossero custodite le armi nucleari. Ce li vedi Beta e Vikingo nascondersi tra i cespugli e

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strisciare per terra fino a raggiungere la rete? In piena guerra fredda, Ninja, la loro non è stata forse un’impresa unica?
Nel periodo in cui tu stavi inventando il gioco dell’invisibile, io e Vikingo mettevamo in pratica un’altra idea. In chiesa, durante la funzione, ci mettevamo dietro alle donne che tenevano in braccio un bimbo e puntavamo gli occhi su quelli della piccola vittima. Lo fissavamo seri per alcuni secondi, finché il piccolo non scoppiava a piangere infrangendo il silenzio della chiesa. C’era chi si voltava verso la madre con aria seccata e magari altri bambini venivano contagiati da quel pianto. Era la nostra vittoria. La donna era costretta a uscire col pargolo in lacrime e dopo pochi minuti anche noi eravamo fuori, diretti verso la chiesa più vicina. Il nostro gioco forse non era che una variante del tuo: eravamo estremamente visibili ma al tempo stesso non lo eravamo.
Tutto cominciò con quel disegno. L’aeroporto diventò la nostra seconda casa. Le mattine al mare e i pomeriggi a fotografare aerei. Dopo tre estati eravamo in possesso di un folto archivio dove erano ordinati e classificati come farfalle o francobolli. Perché tutte quelle fotografie?
La ragazzina dai capelli lunghi e neri con cui avevamo scambiato solo poche parole, per poi correre a fotografare i cacciabombardieri americani provenienti dall’Olanda, la ricordi? Aveva negli occhi qualcosa che ancora non sapevamo. Ma adesso so che la sua immagine sarà una delle prime che vedrò nel mio schermo personale, lo schermo che mi metteranno davanti alla fine di questa vita.
Da cosa fuggivamo, Ninja? Forse troveremo la risposta nei nostri schermi, quando ascolteremo la voce dei pensieri delle nostre prime occasioni perdute, le più importanti. Quando saremo tutti e due davanti a quello schermo, ciascuno nella penombra della propria stanza.

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3.Semine e raccolti

«Così parti da solo?».
Le parole del mio amico fermano la pioggia di ricordi che mi è caduta addosso appena usciti dal ristorante. Stiamo attraversando il centro storico a piedi. L’aria è calda, umida e immobile.
«Io non ce la farei», aggiunge.
Le tue macchine blu non sono scomparse, penso. Hanno solo cambiato faccia.
«In viaggio ho bisogno di una presenza vicino a me. Una presenza che mi aiuti a dare un senso a quello che sto facendo, soprattutto a quello che sto vedendo».
«E’ come se i tuoi occhi non ti bastassero», mi limito a dirgli.
«Forse è così», dice lui. «Da solo mi sentirei perso».
L’unica volta che Ninja aveva deciso di mettersi in viaggio da solo, nei giorni precedenti la partenza aveva fatto un sogno. «Riesco a non perdere l’aereo per pochi minuti» mi aveva raccontato. «Appena l’aereo decolla mi scoppia un forte mal di denti. Qualcuno, forse proprio un dentista, mi dice che sarebbe necessario un intervento d’urgenza. Nel frattempo stiamo sorvolando la città a bassa quota. Vedo dall’alto il mio quartiere e la mia casa». Alla fine l’aereo era atterrato su un lungo viale e si era fermato davanti a una delle porte della città. Al risveglio Ninja aveva telefonato all’agenzia per annullare la prenotazione.
«Ho bisogno di condividere con qualcuno le cose nuove offerte da un viaggio. Qualcuno che mi ascolti e che mi parli».
«Da qualche parte ho letto che viaggiare soli stanca meno», gli dico. «Credo che ciò abbia a che fare con la libertà».
«Da soli c’è troppa libertà», dice lui. «Ecco, forse è questo troppo che mi spaventa. Non so come spiegarlo. E’ come se l’altra persona mi aiutasse a dare un limite a questa troppa libertà».

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Ma non era stato anche un bisogno di libertà quello che aveva spinto Ninja a inventare il gioco dell’invisibile? Essere libero di non esserci, pur essendoci. E al tempo stesso essere libero di esserci, pur non essendoci. La libertà dello sguardo: vedere e non essere visto. E soprattutto vedere quello che nessuno all’infuori della “vittima” può vedere. Cogliere ciò che di più intimo e personale può manifestarsi: un’espressione del viso, un gesto, un pensiero fatto a voce alta. Un pensiero che prende parola. A suo modo, ne sono convinto, Ninja aveva inventato senza saperlo una sorta di schermo privato – uno schermo artigianale se confrontato al mio – in cui veniva allestito il suo piccolo ed esclusivo spettacolo.
Ci sediamo sui gradini di una chiesa. Nella penombra del portico, a pochi passi da noi, un uomo è disteso su un letto di cartoni con il berretto calato sugli occhi.
«Un mio collega quando ne incontra uno per strada si ferma sempre per dargli del denaro», dice Ninja. «Un giorno l’ho visto lasciare un’offerta a tre persone di seguito»
A me capita raramente di dare soldi per strada. Le poche volte che lo faccio è solo a favore di suonatori, giocolieri o mimi. Tutte situazioni in cui avviene uno scambio, un movimento di andata e ritorno. In questi casi mi sento spinto dal desiderio di significare con un’offerta un qualcosa che mi viene a mia volta offerto. L’elemosina invece mi lascia indifferente. Non è cinismo il mio, ma la scomoda consapevolezza che chi ti sta chiedendo denaro senza offrirti niente in cambio, fosse anche una rosa senza profumo, in realtà offre sensi di colpa del valore di qualche moneta.
«Lo fa per il suo karma», aggiunge a proposito del collega. «Mi ha spiegato che è come investire in fondi pensione o in polizze

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assicurative. Solo che in questo caso si tratta di un investimento spirituale».
«Un risparmio mistico in previsione di altre vite», commento io. «Non per niente si parla di buone azioni».
«In sanscrito il termine karma significa azione», dice lui. «Siamo liberi di non crederci, ma ogni nostra azione e ogni nostro pensiero produrranno il loro risultato. Succede come col nostro conto bancario, che varia ogni volta che aggiungiamo o togliamo denaro. Poiché torniamo a rinascere più e più volte, il nostro conto crescerà e decrescerà in ogni vita. Insomma, raccogliamo ciò che seminiamo».
Non aggiunge altro. Io accendo una sigaretta. Penso alle mie semine e ai miei raccolti. Forse l’idea del mio schermo ha qualcosa in comune con le leggi del karma. Dopotutto la voce dei pensieri, quella che ascolteremo seduti davanti alle nostre occasioni perdute, non è lì per darci la misura dei nostri investimenti amorosi?

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4.La solitaria amante di Rubens

I piccioni di Piazza delle Erbe sono fermi sotto il sole. Un cane si bagna nell’acqua della fontana. E’ una domenica di fine maggio. Due turisti stranieri guardano verso l’alto. La donna ha una videocamera puntata nella mia direzione. Sono affacciato a una loggia del Palazzo della Ragione. Nell’obiettivo della mia Canon la coppia si trova all’angolo di sinistra. Il resto è piazza e piccioni. E caldo. Un bambino in bicicletta compare alle spalle dei turisti. Scatto la fotografia quando il bambino sta per uscire dall’inquadratura. Nell’ordine, da sinistra a destra: i due turisti, i piccioni, il bambino in bicicletta.
Anche se ancora lontano dai pensieri che mi avrebbero portato a elaborare il mio concetto di schermo, rimango affacciato alla loggia abbastanza a lungo per rendermi conto di avere mancato un’occasione.
In meno di un’ora avevo esaurito la visita alle opere di Rubens esposte all’interno del Palazzo. La visione dei quadri era stata scorrevole perché nel salone c’erano solo alcune coppie di mezza età e un piccolo gruppo di giapponesi che si muovevano compatti e silenziosi dietro la loro guida. Mi ero incamminato verso l’uscita quando, arrivato a metà percorso, avevo notato una ragazza davanti a un quadro. Era girata di spalle ed era sola. Avevo strategicamente rallentato il passo per poterla guardare in viso. La visitatrice solitaria si era girata, aveva trovato quello sguardo su di sé, si era tolta gli occhiali, mi aveva guardato, poi si era diretta verso l’altro lato del salone. Io avevo preso il suo posto davanti al Giudizio di Paride. Mentre rivedevo le tre giovani donne nude colte nell’istante di una scelta, avevo pensato che a farmi decidere di trattenermi in quel luogo era stato solo uno sguardo. Lo sguardo dell’unica donna

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giovane presente alla mostra, giovane e sola come me. Avevo giudicato quella coincidenza come la seconda affinità tra due sconosciuti, in quanto la prima era rappresentata dal comune interesse per l’arte.
Più tardi l’avevo incrociata di nuovo. Mi era passata vicino, quasi sfiorandomi. Così avevo fatto finta di guardare con rinnovata curiosità le opere di Rubens, senza tuttavia perderla di vista. Lei si era seduta su una delle panchine collocate lungo il percorso della mostra. Quadro dopo quadro mi ero avvicinato a quella panchina e alla fine mi ero seduto di spalle alla ragazza, a pochi centimetri dal suo corpo. Perché avevo deciso di farlo? Lei mi aveva forse dato una più esplicita opportunità di rivolgerle la parola? Io credevo di sì, ma mi ero limitato a sfogliare il catalogo e a sottolineare a matita alcuni passi di un commento critico.
Erano ormai trascorsi cinque lunghi minuti quando lei si era alzata, mi era passata davanti e si era diretta verso il quadro collocato nel pannello di fronte, proprio sotto il mio sguardo. Si trattava delle Tre Grazie. Conoscevo molto bene quell’opera. L’avevo già vista alla Galleria Palatina in compagnia di mia madre. Da lei avevo saputo che le radiografie avevano messo in evidenza profonde differenze tra i disegni iniziali e quello definitivo. «I corpi delle tre donne erano decisamente più allungati, sottili e distaccati fra loro», mi aveva detto. Nessuno dei due poteva sospettare che quello sarebbe stato l’ultimo quadro che avremmo visto insieme. Usciti dalla Galleria lei si era sentita male. A distanza di un anno da quel giorno avrebbe iniziato l’ultimo inutile ciclo di chemioterapia, e nel giro di poche settimane l’avrei persa. Non sapevo che all’interno della mostra di Rubens ci sarebbe stata anche la tavola delle Tre Grazie. Me l’ero trovata davanti ancora assediata dai giapponesi e avevo ascoltato le

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spiegazioni della loro guida con la certezza che nemmeno una parola si sarebbe affiancata o sovrapposta a quelle di mia madre.
La ragazza si era allontanata dal quadro. Così come, anche se per pochi istanti, era uscita dai miei pensieri. Mi ero alzato per accertarmi che lei si trovasse ancora all’interno del Palazzo e l’avevo vista acquistare qualcosa al bookshop. Lei si era girata e mi aveva guardato. Mi stava offrendo un’altra possibilità di contatto? Poco dopo l’avevo vista passeggiare ancora lungo il percorso della mostra come se stesse gettando un’ultima occhiata alle opere. L’avvistamento successivo aveva confermato la mia ipotesi. La ragazza si trovava all’uscita del Palazzo e stava andandosene. L’avevo seguita con gli occhi e l’avevo vista fermarsi, poi accendersi una sigaretta e infine raggiungere la scalinata.
Avrei potuto avvicinarla fin dal primo sguardo che ci eravamo scambiati, raccontandole qualcosa sul Giudizio di Paride che lei aveva appena visto: ad esempio di come quel piccolo quadro anticipasse la composizione delle Tre Grazie. Avrei potuto cogliere l’occasione della panchina, sedendomi non di spalle ma a lato della ragazza. Qualcosa mi sarebbe venuto in mente: chiederle se la mostra le stesse piacendo o sfogliare il catalogo facendomi indicare quale opera l’avesse colpita di più. Avrei potuto raggiungerla al bookshop e commentare insieme la qualità delle riproduzioni fotografiche o chiederle quali mostre avesse visto. Avrei potuto lasciare il Palazzo e tentare un approccio più discreto, al di fuori della mostra,

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utilizzando come primo argomento quello relativo alle affinità tra sconosciuti.
Il bambino sta pedalando intorno alla fontana. Dopo alcuni giri comincia a dirigere la sua corsa verso i piccioni che zampettano sulla piazza. Sceglie sempre un bersaglio isolato e ogni volta la vittima di turno è costretta ad alzarsi in volo quel tanto che basta per evitare la ruota della bicicletta.
Ancora non lo sapevo ma l’avrei rivista la solitaria amante di Rubens. Quando? Quando mi sarei trovato di fronte al mio schermo. Solo allora avrei ascoltato la voce di quei pensieri che una domenica di fine maggio avevo inseguito con la fantasia in un luogo chiamato Palazzo della Ragione.

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