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I racconti del Premio letterario Energheia

Tullio_Federica Ferri, Pietrasanta(LU)

_Racconto finalista sedicesima edizione Premio Energheia 2010.

 

Tullio guardò il suo volto riflesso nel finestrino opaco del treno regionale per Firenze. Non era bello, ma aveva un fascino particolare. Una massa di capelli castani, lunghi fino al collo, incorniciava un volto dai lineamenti un pò naif. Ancora una volta, Tullio, notò quanto era dimagrito negli ultimi dieci mesi. Non aveva mai avuto un viso florido, ma adesso gli occhi erano incavati ai lati del naso e il mento sfuggente, si era fatto più appuntito. “Il volto è lo specchio dell’anima”, pensò Tullio. Chiunque fosse lo sfigato (perché i filosofi sono tutti un pò sfigati), che aveva avuto ‘sta pensata, c’aveva colto in pieno! E in effetti erano molti mesi che Tullio soffriva. Si logorava. Sua madre, forse, era l’unica che un pò riusciva a capire la sua sofferenza, anche se a lui, come quasi tutti i ventenni, non riusciva confidarsi con lei. Aveva provato ad andare da uno psicologo, ma era stato tutto inutile. Quelle sedute dallo psicologo lo facevano incazzare più di prima. Il dottor Baroni, infatti, non si sforzava minimamente di capire il suo dolore. Era buono solo a dire “Sei giovane! Devi andare avanti, rifarti una vita”.. Stronzate. Dopo le prime tre sedute, Tullio aveva abbandonato lo studio infuriato e col portafoglio notevolmente più leggero. Duecento euro buttati al vento per sentirsi dire la frasetta del cazzo, che ti può benissimo dire la prima donnetta analfabeta che incontri a fare la spesa alla Conad di Via Battisti! Basta pensare, basta! S’impose Tullio.

Era inutile. Tutto inutile. Il treno concilia la riflessione. Lo diceva anche Rachele. Amava i treni. Ironia della Sorte. La Sorte bastarda! La bastarda Sorte. Sì, lei amava i treni! E non le dava fastidio neppure lo sferragliare che si sentiva da casa sua, in Via Ponchielli, quando i treni sfrecciavano a tutta velocità presso Viareggio Scalo. Poi, contrariamente al pensiero comune, pensava che le Ferrovie dello Stato offrissero un ottimo servizio! Le domeniche di bel tempo organizzava sempre delle gite fuori porta con le sue amiche. Alessandra e Giordana. E spesso si univa anche Tullio, insieme a Fran cesco. La meta preferita era la Liguria. Le Cinque Terre. San Fruttuoso. D’inverno Firenze, Siena, Parma, La Spezia o Genova. Quante risate si erano fatti! Quanti ricordi! Ma l’ultima gitarella che si erano fatti erano da soli. Proprio il 27 giugno dell’anno precedente. Una parola solo per descriverla. Indimenticabile. Nonostante abitassero a Viareggio e il mare non mancasse, erano andati a farsi un tuffo agli scogli a San Fruttuoso. Ancora una volta Tullio s’impose di non pensare.

Gli rimaneva difficile. Troppo difficile. Pensava a quella canzone dei NegroAmaro. Come diceva? Ah, sì! Potessi far tornare indietro il mondo, farei tornare poi senz’altro teee…

Tullio aveva sempre impressa nella mente la prima volta che aveva visto Rachele. Tullio aveva tre anni, era il suo primo giorno d’Asilo ed era molto triste. Rachele era in un angolo del cortile e mangiucchiava una Camilla del Mulino Bianco, il viso impiastricciato di lacrime e muco. Anche se aveva quattro anni ed era il suo secondo anno di Asilo, non aveva ancora superato il trauma del distacco. Anche se conosceva Rachele da tanto tempo, aveva capito che le piaceva soltanto nell’estate del 2007, quasi due anni prima. Era luglio. Rachele e la sua amica Alessandra si erano diplomate da pochi giorni al liceo linguistico e volevano festeggiare il traguardo conseguito, ma soprattutto la liberazione dall’incubo dello studio. Poi, l’inizio di una nuova vita! Alessandra, con le sue manie no-global, si era iscritta all’università di scienze per la Pace di Pisa, mentre Rachele avrebbe iniziato a lavorare in un noto hotel della Riviera versiliese. Era elettrizzata. L’idea era provenuta da Alessandra: radunare gli amici più stretti e fare un giro di bevute nei locali più carini della Riviera. Così fu. La serata fu carina e all’insegna del divertimento, ma ciò che turbò di più Tullio fu il ritorno a casa. A bordo del Liberty di Rachele, stretto al suo corpo, provò una strana sensazione. Saranno state le bevute di troppo, sarà stata Rachele che cantava a squarciagola Shane, la musica dei Take That un pò stonata… Qualcosa era successo. Cazzo se era successo! Ed evidentemente non solo a lui. Di fatti, giunti in Via Vespucci, di fronte a casa di Tullio, Rachele aveva salutato l’amico stampandogli un bacio sulla bocca. Senz’altro era stata l’eccessiva dose di alcool a dirigere la bocca di Rachele verso quella di Tullio. Sta di fatto che comunque, il giovane, sentì dentro ogni singola cellula del suo corpo una scarica elettrica da 100 watt. Probabilmente, se Tullio fosse stato un pò più espansivo, l’avrebbe subito invitata a salire in casa e questa storia avrebbe preso un’altra piega.

Ma, forse, il finale sarebbe stato lo stesso. Ad ogni modo, è uno spreco di energia inutile pensare continuamente cosa sarebbe stato. Bisogna attenersi ai fatti. Ed in questo caso Tullio, timido e un pò imbranato, rispose allo slancio di affetto dell’amica con un sorrisetto un pò ebete, e rimase impalato sulla porta a guardare Rachele ripartire nella notte. Di quell’episodio non ne riparlarono più. Rimasero amici come prima. Tullio, in silenzio, continuava ad ammirare Rachele. Poi, in fondo in fondo, sperava di essere contraccambiato. Ben presto, però, ogni sua illusione svanì. La primavera successiva Rachele cominciò ad uscire con Claudio, ventiquattro anni, un Adone con gli addominali scolpiti e i capelli castani lunghi fino alle spalle, perennemente raccolti in una coda di cavallo. Il tipico ragazzo viareggino. D’estate faceva il bagnino e d’inverno l’imbianchino, con suo padre. Tullio, malgrado dentro bruciasse come se avesse bevuto un litro di acido cloridrico, doveva riconoscere che Claudio era simpatico. Nonostante l’aspetto da bad boy, con Rachele si comportava sempre in maniera dolce. Così Tullio dovette sorbirsi tutte le confidenze amorose dell’amica sui suoi dubbi, le sue incertezze, ma soprattutto le sue gioie. Rachele, le raccontò anche della sua prima volta, ma nonostante tutto, Tullio cercava di rimanere impassibile.

Di più. Sapeva ascoltare e accogliere i sentimenti di Rachele proprio come pochi amici sanno fare.

L’estate del 2008 toccò a Tullio conseguire il diploma di maturità. Cento centesimi. Fece una festa tranquilla, in una pizzeria a Viareggio, con gli amici più intimi. Rachele aveva chiesto se poteva portare con sé Claudio. Chiaramente Tullio aveva acconsentito. Perché lui si riteneva un buon amico.

Voleva solo il bene per Rachele. E, oggettivamente, forse

Claudio era il bene. Osservandoli durante la cena, Tullio capì che la coppia sarebbe durata a lungo. Lui sarebbe rimasto l’eterno migliore amico. L’amico zittello, per giunta, perché non batteva chiodo. L’amico migliore apprezzato da Rachele non per quello che è, ma per tutto quello che fa per lei. Il migliore amico per sempre. Per sempre. Sì, forse questa poteva essere una consolazione.

Così Tullio cercò di andare avanti con la sua vita. A ottobre cominciò a frequentare la facoltà di Media e Giornalismo presso l’Università di Firenze. Tullio conosce nuova gente.

Partecipa alle assemblee studentesche. È attivo, quasi come un neo-sessantottino. Cerca di costruire qualcosa che sia suo, solo suo. Indipendente dal pensiero di Rachele. Lei è sempre la sua amica, chiaro. Ma lui, finalmente, ha anche una vita sua. Sua.

Poi, pochi mesi dopo, la notizia. La bella notizia. Sì nella vita bisogna essere un pò egoisti. È sera. Sono le 18.30, ma a dicembre, fuori è buio, come se fossero le 22! Tullio è immerso nello studio di un manuale di saggistica. A gennaio cominciano gli esami, e Tullio ci tiene a far bella figura. Ad impegnarsi.

Come sempre. Poi, sente il campanello suonare. Risponde al citofono e sente la voce di Rachele. La riconosce, perché la distinguerebbe tra mille. C’è, però, una vena gutturale nel suo timbro, altrimenti cristallino. Qualcosa di stonato. Qualcosa che non va. Tullio apre la porta. Rachele è lì, in lacrime. Ha capito che con Claudio è finita. E soffre per tutto il tempo che ha trascorso insieme con lui. Soffre per l’importanza che gli ha dato. Soffre perché la spaventa il modo repentino con cui possono cambiare le cose. Però è consapevole della sua scelta.

Ha capito che il loro rapporto non può più funzionare. Perché lui ama solo possederla. Come possiede l’auto, o l’ I-Phone.

Rachele era solo parte del suo corredo. Era il burattino che recitava la parte della sua fidanzata. Perché così deve essere.

Perché per alcuni (purtroppo per molti), ad un certo punto ci si deve fidanzare e vivere in simbiosi con una persona, tanto per passare il tempo. Anche a scapito di soffocare se stessi.

E Tullio tutto questo l’ha sempre saputo. Nonostante una punta d’amarezza nel vedere la sua migliore amica così triste, Tullio è pieno di gioia. Sì, perché così Rachele è libera. Libera come il vento. Libera come una farfalla. Libera come Rachele.

Lei non è nata per i fidanzamenti con i belloni da copertina di Max. Lei non è nata per gli aperitivi in posti chic. A lei non piace ballare in locali esclusivi. A lei piace uscire con Alessandra. E con me. Pensa Tullio. Uscire liberi di ridere.

Uscire a passeggiare il pomeriggio, vagabondando per le vie del centro. Oppure di sera. A vedere un bel tramonto sul mare, con una birra dozzinale comprata al volo al Free Shop. E le girate in motorino…

Tullio si comporta da buon amico. Come sempre. E consola Rachele, come solo lui sa fare. La aiuta a riappropriarsi della sua vita. Non ci prova. Lui giustifica il suo atteggiamento, sostenendo fermamente di volerla rispettare, ma in realtà è bloccato dalla timidezza. Maledetta timidezza. Lo dicono anche i Neri per caso. Maledetta timidezza e la voce se ne va… ma in silenzio si può amare, in silenzio siamo qua. E Tullio, infatti, faceva proprio così: metteva a tacere i suoi istinti. Finché, poi, non poté più farne a meno.

Tutto iniziò a maggio. Il tre di maggio. Il compleanno di Tullio. Vent’anni. Rachele va da lui per portargli il suo regalo.

Una maglietta con la stampa della birra Duff. Tullio adora la Duff. In casa. Non c’è nessuno. Sua madre è a lavoro. Tullio apre il frigo. C’è una bottiglia di vino bianco. È un vino di seconda scelta, ma buono. Sua madre lo compra al Carrefour di Massa, durante i piacevoli pomeriggi dedicati alle compere nel centro commerciale, in compagnia delle amiche.

È fresco. Tullio lo versa in due bicchieri da vino. Quelli per le grandi occasioni. Poi si aprono una bustina di Bretzel. Si mettono a parlare e a ridere. Come sempre. Come due vecchi amici d’infanzia cresciuti. Così… Come Tullio e Rachele. Si scambiano gli ultimi pettegolezzi. E giù con le risate. È un altro goccetto. Rachele canta Tanti Auguri. Ridono. E ancora vino. “Questo è l’ultimo!”. E ancora risate. E poi il silenzio.

Quel silenzio carico d’attese. Quel silenzio che, detto banalmente, vale più di mille parole. Quel silenzio che ti mozza il respiro. Quel silenzio carico di significato. O forse è meglio dire di senso. Il silenzio di cui tutti hanno bisogno, anche se non ce ne rendiamo conto, troppo presi dal rumore del nostro tran-tran quotidiano. Il silenzio a cui noi tutti, intimamente, aneliamo. Quel silenzio talmente potente da risuonarti nelle orecchie, come un orologio insistente. Quello stesso silenzio che, in questa storia, infonde il coraggio a Tullio di avvicinarsi a Rachele e stringerla forte, tra le sue braccia. Un abbraccio forte. Vero. Carico d’affetto al punto da toglierti il respiro.

E poi sul letto. Delicatamente. Dischiudere la bocca. Tullio non ha mai baciato, ma l’istinto è un ottimo maestro. E così iniziano a baciarsi. Egoisti. Senza pensare più a niente. Solo a se stessi. E poi sul letto. Con un pò d’imbarazzo. Ma ancora una volta è l’istinto a guidarli. Strana cosa l’istinto. Quella pulsione naturale, indipendente dall’intelligenza, che rende l’uomo simile alla bestia. Il minimo comune denominatore tra l’uomo e l’animale. E l’istinto spesso prevale sulla ragione.

E così Rachele è sopra di lui. E finalmente si uniscono.

Con voglia e bisogno d’affetto. Respiri che si confondono e poi il culmine del piacere. Un piacere che Tullio attende da troppi anni. Un piacere che Tullio non ha mai provato. La sua prima volta. Con la sua migliore amica. In questo momento l’amicizia non ha importanza. Adesso pensa soltanto che non ci sia niente di più bello. Anche lui adesso è diventato uomo.

Il mese di maggio passa così, tra passeggiate sul mare, serate divertenti, sesso e anche un pò di amore. Forse. Sì, perché l’amore è come l’araba fenice “… che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa…”. Ma soprattutto SE ci sia. Ma Tullio e Rachele non si fanno troppe domande. Non vogliono vivere come in un romanzo Harmony. Vogliono essere liberi e felici. Così, vivono il loro rapporto semplicemente, come una nuova amicizia. Un’amicizia carica di complicità e di molta intimità. Come coppia trovarono l’approvazione da parte degli amici e non disdegnarono mai la loro compagnia.

Così anche giugno passò all’insegna della spensieratezza annaffiata dal sole. Fino a quel giorno. Quel maledetto giorno.

Era martedì. San Paolo. Pietro e Paolo. Ma lui lo ricordava meglio come San Paolo. L’onomastico di sua madre. Paola.

Ogni particolare di quella giornata era impresso dentro di lui.

Quasi come se fosse stato marchiato a fuoco. La mattina aveva cercato, assieme a Rachele, un regalo per sua madre. Alla fine avevano scelto per un pull-over di cotone beige, comprato alla Benetton Outlet di Via San Martino. Intorno a Mezzogiorno erano andati al mare, bagno Alfea, dalla madre di Tullio e le avevano dato il regalo. Poco dopo li aveva raggiunti in spiaggia anche Francesco, il migliore amico di Tullio, e avevano fatto tutti insieme un torneo di briscola. Poi avevano mangiato.

Rachele si era fatta una doccia a gettoni ed era andata al lavoro.

Si erano dati appuntamento all’indomani. E Tullio non l’aveva più vista. Aveva trascorso tutto il pomeriggio al mare, assieme alla madre e a Francesco. Era tornato a casa, aveva ripassato per gli esami dell’appello di luglio, aveva cenato e poi si era chiuso in camera a fare zapping. Poi aveva deciso di mettere un dvd. Harry Potter ed il Calice di Fuoco. Film semplice, così il sonno era assicurato.

Intorno a Mezzanotte Tullio sente un boato. Si sveglia di soprassalto. Cazzo, una bomba. Scende dal letto. Anche sua madre si è alzata. In preda al panico. Scendono in strada. Un sacco di gente. Poi la notizia. La terribile notizia. Un treno merci carico di GPL è scoppiato in prossimità di Viareggio Scalo. Viareggio Scalo? Sono bruciate le palazzine in Via Ponchielli. Via Ponchielli? La casa di Rachele. Un brivido percorre il corpo di Tullio. Un brivido ghiacciato, freddo come la morte. Poi inizia a sudare freddo. Sua madre lo guarda e capisce. Tullio, tutt’ora, non ricorda precisamente la sequenza degli eventi. Ricorda solo il giorno dopo, all’obitorio, a dare l’ultimo saluto alla sua Rachele. Un tronco carbonizzato. C’è anche sua madre lì, accanto a lei. Giacciono insieme. Le hanno ritrovate abbracciate. Per le scale. Tentavano di scappare.

Al capezzale di Rachele ci sono tutti. I suoi zii, la nonna, straziata. Ha dovuto fare il riconoscimento dei corpi. E poi gli amici. Gli amici di sempre. Quelli che non saranno più gli stessi. Francesco, Alessandra, Giordana. E poi c’è Tullio. O meglio l’ombra di Tullio. Perché il Tullio, nato il 3 maggio 1989, non esiste più. Parte della sua anima è carbonizzata con Rachele. E vola fluttuante nel cielo viareggino. Sopra il mare. Con i gabbiani.

Tullio guarda il suo volto riflesso nel finestrino opaco del treno regionale per Firenze. Ancora una volta si chiede come fare ad andare avanti con questa spina nel petto. È passato un anno, ma i giorni continuano a susseguirsi come un macabro orologio a pendolo. I giorni continuano a passare, inesorabilmente. Tutti uguali, tutti dominati da dolore, rabbia e frustrazione. Il tempo di Tullio, adesso, è scandito dai diversi bidoni dell’immondizia che ogni sera mette fuori per la raccolta differenziata. Spazzatura.