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I racconti del Premio letterario Energheia

Diario_Onofrio Arpino, Santeramo(BA)

_Racconto finalista Seconda edizione Premio Energheia_1994.

Ancora adesso ho una culla in camera da letto. E’sempre stata lì, è mezzo secolo, e non saprei vederci altro al suo posto. E’ una culla in vimini, a forma di barchetta tondeggiante, con sotto quattro rotelle che permettono solo il movimento avanti/indietro, esattamente in contrario dell’alternanza sui lati. Quello laterale è impossibile: pur mettendo le rotelle per traverso alla lunghezza, farebbe solo il movimento sinistra-destra. Il dondolio, lialtalena non ci sarebbe comunque. Non so perché continui a chiamarla culla, dal momento che non ha mai cullato nessuno, ma io sono stato cullato lì, avanti/indietro, e non so che influenza abbia avuto su questa storia.

Vista dall’esterno, la culla sembra un nido di uccelli, magari con un intreccio un poi elaborato. Dentro c’è un materassino di gommapiuma e un cuscino di teli di spugna. Mia madre, durante l’inverno, ci metteva una coperta di lana tutt’intorno. Serviva, diceva, a non far emigrare gli uccellini. Di estate l’avvolgeva con il tulle, come per le zanzare, naturalmente. Ci ho dormito fino a sei anni.

Mio padre non faceva niente per la culla, lui non aveva tempo. Conduceva un’officina di meccanico-tornitore e quando stava a casa, la mattina presto o la sera tardi, teneva in ordine un’agenda in cui riportava la situazione economica dell’officina. Mio padre aveva studiato da ingegnere, ma si sa come vanno certe cose. A lungo, dalla culla, finché ci ho dormito dentro, ho ascoltato i suoi progetti sull’officina e la famiglia: l’andamento del lavoro, le crisi e le ripercussione su di noi, le decisioni. <<Voglio dare a mio figlio tutto quello che io non ho potuto avere >>, diceva di me. <<Deve essere preparato alle difficoltà, e forte.>> E lo stesso avrebbe sentito mio fratello se fosse vissuto.

Ho dovuto imparare presto a leggere quell’agenda. Far di conto è importante per il bilancio di un’officina e di una famiglia in ascesa. Scoprii tempo dopo che sull’agenda ciera dell’altro: le idee, i progetti, le aspettative. Con emozione, scoprii anche dei pensieri. <<Non so dirti cos’è la felicità, ma so da cosa dipende: non da quello che gli altri fanno per te, ma da quello che tu fai per gli altri.>> <<Se l’uomo avesse dovuto aspettare di essere sapiente per cominciare a fare, oggi sarebbe molto indietro nella storia del progresso.>> E altre cose così. Da quei pensieri ricevevo come un’ingiunzione ad agire, a non tirarmi indietro.

Man mano che l’officina perdeva lavoro per la crisi del settore, l’agenda diventava sempre piùun diario. Non più sotto gli occhi di tutti ma riposto e chiuso con una striscia elastica, di quelle che ci tieni dentro i libri per la scuola. La striscia era mia, mio padre l’aveva chiesta a me. Lui allora parlava poco. Un saluto, uno sguardo, un richiamo al dovere, una richiesta. Il resto, quello che non diceva, lo metteva nel diario, ed io lo leggevo, regolarmente, quando i miei erano via. <<La felicità non sta nella continuità, stà nella ripresa.>> Aspettava, per essere felice, una ripresa del lavoro che non venne mai. <<Perché i miei timori si realizzano tutti e le mie certezze si trasformano in delusioni?>> Sentivo una caduta della speranza in quella domanda e lo osservavo per casa dare occhiate distratte alle cose familiari. Anche a me guardava meno, si sentiva colpevole. <<Mio figlio deve essere il primo.>> <<Lorenzo lo voglio forte e deciso.>> Nei brevi attimi che incrociavo il suo sguardo leggevo la colpa di non poter realizzare i progetti su di me. Poi, improvvisamente, prima ancora di notare il pancione di mia madre e di vederla sferruzzare, lessi che avrei avuto un fratellino. Mi si schiuse un altro mondo. Il fratellino lo avevo sentito concepire, in quelle notti in cui facevamo da custodi alla casa di mio zio, al mare. Dopo il parlare silenzioso, fitto fitto, li avevo sentiti lamentarsi per le molle del letto. Dovevano essere in condizioni pessime. Posso dire adesso che il fratellino lo aveva voluto soprattutto mio padre. Doveva essere una specie di investimento affettivo, in grado di riempire un futuro di scarse aspettative, ma anche un contrapporsi, una sfida alle batoste della vita.

Lo attesi con gioia, mio fratello, sapendo cosa significava per mio padre. Neanche per un momento pensai che potesse sostituirmi nelliaffetto. Quel fatidico giorno, dopo il taglio cesareo subito da mia madre, dovemmo spostare il fratellino in un ospedale provvisto di incubatrici. La sirena dell’autoambulanza ci corse davanti fino al Policlinico con un urlo disperato e straziante. Un lamentatore prezzolato che moltiplicò le mie paure. <<Vi è stata una sofferenza intrauterina, faremo il possibile>>, sentii dire dal neonatologo. <<Pregate, il Signore vi aiuta>>, aveva aggiunto la suora. Trisomia e mosaicismo, parole oscure. Nessuno ebbe delle spiegazioni per me ed io non le chiesi; il giorno dopo le cercai nel diario.

Ho visto mio figlio in una specie di baule munito di bombola, una piccola bara con del vetro allialtezza della testa. Mi ha guardato con occhi assenti, forse disperati, un battito di ciglia che mi ha rivelato terribili presagi.

<<Vi è stata una sofferenza intrauterina>>, ha detto il neonatologo, gettandomi in un abisso di impotenza. <<Pregate, il Signore vi aiuta>>, ha aggiunto la suora, inconsapevolmente sibillina, senza precisare se si trattava della vita o della morte. Qualcosa fluttua in me con una pressione dolorosa ovunque si soffermi. La parola più vicina è angoscia, ma è lontana come un’immagine sfocata. Non mi dà conforto che uniistituzione lavori per rimediare agli incidenti della vita, non mi dà fiducia la capacità della scienza né sollievo la presenza di altri malati, semmai esaspera la sofferenza. Mi sento mortificato come per qualcosa che non mi è riuscita, smarrito come per una colpa da nascondere.

Pur non essendoci nulla sul significato di sospetta trisomia, seppi che era una cosa grave. Mio fratello era lì, nell’incubatrice, ma a differenza degli altri immaturi non dava segni di vita. Ho creduto molte volte di vedere un suo movimento, un tremito, o di sentire un gemito che scavalcasse le incubatrici e mi raggiungesse nel corridoio, oltre la finestrella del muro. Il gemito me lo figuravo di paura, e mi chiedevo come potesse aver paura un bambino appena nato. Neanche per un momento mi posi la domanda di cosa aver paura, quasi che la paura fosse un fatto ineluttabile che prima o poi avrei letto nel diario.

Ho impiegato molto tempo per fare mio figlio. Ho scelto una sera di luglio, quando il respiro del mondo è poco più di un alito. Ho raccolto liacqua marina per i suoi occhi e aspirato il profumo del timo per la sua pelle . Anche i sonagli ho messo alle ali perché ogni svolazzo mi fosse noto, e quante affettuose cure ho dato al ventre che lo custodiva. Cos’è mio figlio ora? A chi somiglia? Mille tessere di mosaico ha sul volto, mille tubi di plastica ha per arterie. Giace, con la linfa secca, senza coscienza. Ho letto compassione sulle facce degli altri genitori. Mi ritengono uno sfortunato, capiscono il mio dolore. Mi sussurrano con gli sguardi pietosi che è meglio che il Signore lo prenda. Sanno: se vive, non farà niente da solo; se vive, vivrà come morto.

Tutte le volte esco dall’ospedale sgusciando da tutto e da tutti, come per una colpa da nascondere. Dai parenti, da mio figlio Lorenzo che non vede l’ora di portare Gianni a casa, dagli amici, dall’officina, dai negozi, e se incontro qualcuno che mi chiede di lui sguscio dalla risposta indugiando nella falsa cortesia. Non voglio valutazioni, compassione, tanto meno consigli, ma indifferenza. Del mio problema voglio essere l’unico risolutore. Per quanto ancora potrò mentire a mia moglie?

Ed io quanto ancora avrei potuto mentire a mia madre, quando, rimessasi dall’operazione, mi avrebbe chiesto se avessi comprato un giocattolo per lui? “Se vive, vivrà come morto”. Non mi occorreva alcuno sforzo per immaginare quella realtà: bastava guardare la sua vita immobile nell’incubatrice.

Il battesimo, qualche giorno dopo, lo ricordo senza emozione. Fu deciso da un momento all’altro dalla suora degli immaturi, e mai avrei supposto quanto fosse importante per un padre viverlo secondo il rito normale. Lo seguimmo, invece, dal di quà della finestrella – nessuno aveva accesso alla sala delle incubatrici. Mio padre pianse, forse per il desiderio di sentirlo fra le braccia (neanche una carezza aveva potuto fargli), e mi chiesi cos’era quel rapido susseguirsi di lampi nei suoi occhi. La sera dormimmo insieme nel letto matrimoniale. Mio padre mi strinse a sé e non parlò, e io immaginai di sentirgli pronunciare alcune frasi: <<I figli sono un capitale.>> <<Se vive, vivrà come morto.>> L’indomani nel diario c’era scritto:

Mi sono accorto con spavento di essermi chiesto “perché proprio a me?” E’ la prima avvisaglia, lo so. Ho sempre pensato che il destino si forgia con le proprie mani, si costruisce, si risparmia, e adesso l’odiosa domanda batte allo zoccolo colpi demolitori, diventando un pestello che frantuma le fibre del cuore. Se il giorno, con l’incessante succedersi delle cose, non lascia il tempo di vivere angosce e speranze, la notte monta profonda e avviluppante con la disponibilità del burocrate che accoglie una domanda di annientamento. Mi precipito in essa, testimone di me stesso, di come mi torturi di alleggerire l’infelicità liberandomi della zavorra, e perda, al cambio del giorno, ogni nozione di equilibrio. Tutto è pronto: un movente e un padre snaturato. Ma la lucidità! Questo strumento che mi corrisponde nelliesigenza d’interpretazione, ora assolve alla funzione di difendere mio figlio. Oh, come vorrei rifiutarlo solo per mancanza di affetto, e la lucidità riconoscerlo! Ma non potrei essere meno tranquillo, meno allarmato, perché se essa è l’ultimo baluardo alla condanna, può essere il più implacabile degli accusatori.

Una civiltà si misura da quello che riesce a dare ai propri figli, elevandone la qualità della vita, tantè che uccide un figlio non ancora nato se è compromessa la qualità della sua vita. E a nessuna morale, escludendo quella cristiana, verrebbe in mente una crociata. Ma mio figlio E nato e la civiltà ora si riconosce nel comportamento opposto: il fascino di vincere la morte, anche se è compromessa la qualità della sua vita e porta un futuro di tribolazioni. E se l’affetto muove stati di animo e di speranze di uscita dalla condizione di vita-morte, la lucidità nel mentre difende mio figlio nel suo diritto a vivere in qualsiasi modo, a essere persona comunque formata, pone allo stesso tempo in rilievo che il vincere la morte, in mancanza di un tribunale etico, è solo un accanimento terapeutico.

Ormai eravamo all’ospedale tutte le volte che era possibile. Mio padre portava sempre dei fiori, ma io sapevo che aveva cominciato a non volerlo quel figlio. Stavamo lì per poco, ma era come aspettare che accadesse qualcosa. Osservavo le sue lacrime, l’affanno e la sofferenza del torace di mio fratello, “robotizzato” nella trama di tubi rilucenti, e mi chiedevo come si potesse vivere così. La sera, a cena, solo noi due, si mangiava in fretta uno spuntino. Mi diceva, forse per accostarmi all’ineluttabile, che poteva contare solo su di me. Mia madre ne aveva ancora per qualche giorno e si avvicinava il momento in cui avrebbe saputo la verità. Anche lei aveva impiegato molto tempo per fare un altro figlio e la gravidanza non era stata priva di problemi. Ora aspettava di tenerlo in braccio, di vederlo sgambettare e dimenticare tutto. Mio padre aveva il sonno agitato ma pesante. Mi alzavo per andare al bagno e furtivamente andavo a leggere le ultime cose che aveva scritto.

La suora! Medici e infermieri sono lì per lavoro, lei no! E’ la più vulnerabile per un coinvolgimento, perfetta come alleata. La vocazione ne fa un essere forte e debole allo stesso tempo, la pietà cristiana la coinvolge nel problema. Vado facendo in modo che ella abbandoni per un attimo la sua fede e, da semplice donna, mi confessi che è meglio che il Signore lo prenda con sé. L’ho colmata di attenzioni, di piccoli regali perché abbia un occhio di riguardo per mio figlio, e con i pianti, la muta disperazione, mi sono imposto bisognoso fra i bisognosi. Sì, è un capolavoro di bravura portato avanti con determinazione.

Per professione di fede lei non può volere la morte di un immaturo; per concretezza umana non può volerne la vita, ma non può decidere chi è degno di viverla. Ed io sento che per lei la qualità della vita è più importante della vita stessa se glorifica il Signore… Ho usato tutte le mie virtù per fondere in lei queste tendenze, per impormi, con pianti e disperazione, padre modello che supplica per la vita del figlio. E quando lei, affidandosi a Dio per risolvere il problema, serenamente mi ha detto: <<Pregate che il Signore lo prenda>>, allora le mie resistenze sono crollate. <<Muori, figlio>>, ho gridato: <<Non accontentarti di una sola frazione di questa vita amara. Non provare le angosce che io provo. Sappi che la morte è già dentro di te e che sei solo una sfida tecnologica.>>

Mio padre non voleva che mio fratello vivesse e questo pensiero lo faceva stare tanto male da cercare comprensione con espedienti. Il giorno dopo andammo all’altro ospedale dov’era ancora ricoverata mia madre. Mio padre l’abbracciò silenzioso e le disse che Gianni stava bene, che presto lo avrebbero dimesso. Mia madre mi si rivolse sorridendo. <<Aspetta ancora un poi, poi potrai giocare con lui>>, mi disse.

C’era una muta complicità tra me e mio padre, ciera sempre stata. Non avevamo bisogno di parlarci per intenderci. A casa ci tenne a dirmi che erano bugie necessarie e che non sapeva come avrebbe affrontato la disperazione di mia madre quando lei avesse saputo. Contava su di me.

La morte, continuo a invocarla mentre sono in macchina, a casa, al lavoro, se mento a mia moglie, se parlo con Lorenzo. Nessuno può udirmi perché io grido dentro di me, e le invocazioni trapanano i muri come fossero veli. Non la invoco per follia, ma per amore, per tenerezza, per il dovere che ho di non lasciarlo in ostaggio al futuro. Prego Iddio che mi aiuti, ma in fondo non vedo come possa farlo tranne che prendendolo con sé. Questo pensiero, martellante, istiga la speranza del caso risolutore, dell’errore umano o tecnologico: un tubo rotto, un cortocircuito, la sostituzione di liquidi, uno scambio di bombola che dissolva tutto in un sol colpo… Dio onnipotente, come posso!

La mattina del sesto giorno mio padre dovette passare dall’officina. Spettò a me andare all’ospedale a portare la tutina che la suora aveva chiesto. Prima di salire al reparto mi fermai a comprare un giocattolo, una farfalla che batteva le ali al suono di un carillon. Sfidando il regolamento, la suora mi portò all’incubatrice a porre la farfalla sulla cassa trasparente. Una scampanellata la chiamò, poi, alla porta e lei andò a parlottare con qualcuno. Mio fratello non si muoveva, riverso come una foglia secca. La sua vita, se ciera, era una “vita tecnologica” e circolava solo in quei tubi rilucenti. Altre lancette, come quelle dell’officina, si mantenevano ritte. Cosa misurassero non sapevo, ma sapevo che ero l’unico su cui mio padre potesse contare. Provai a ruotare qualche manopola e a rimetterla a posto prima che mi raggiungesse la suora, poi tornai a casa. Dopo il breve e intimo funerale – mia madre era ancora ricoverata – lessi il diario per liultima volta. Mio padre è vissuto credendo di essere il colpevole, e ancora adesso, quando guardo la culla, io non so se sono stato lo strumento di mio padre o di quel piccolo angelo rifiutato.