I racconti "brevissimi di Energheia"

I brevissimi 2026 – Transumanza, Angelo Serpetti_L’Aquila

Anno 2026 (Stagioni – Autunno) – Sezione giovani under 21

Vigilia di Ferragosto. Banco macelleria di un alimentari poco distante dal paese. Affondo le dita e tasto la carne: un’esperienza erotica, sensuale. La lucentezza plasticea, pulita, sobria; il rosso prepotente, igienico, di quelle “fette di costato” (leggo sull’etichetta): delitto senza castigo. Un affare! Me lo ricorda un video sul telefono: domani è Ferragosto; tra un mese la scuola… Sabato uscirò con quei quattro insopportabili e quella che mi piace: forse mi farò uno shottino, o tirerò una canna…

Pensieri mesti, invero, mentre corre la routine… Non feci in tempo a distoglierli che incappai in un masso sulla carreggiata. Eccoli: ettari di aperta campagna, incolta e abbandonata da anni, che l’asfalto taglia in maniera timida e bieca, accogliendo inerme i massi che sfuggono alle rade manutenzioni… Accosto; percorro un sentiero appena battuto: intanto si impone minaccioso un pastore abruzzese, fiero guardiano di quattro pecoracce sporche che spuntavano dalle fratte.

“Via!”, gli urlo invano.

“Poschh” ruggisce un vecchio da lontano, avvicinandosi pian piano.

Il cane, come avesse parlato Giove stesso, mugugnò mesto sotto il bastone di leggero sambuco, eppure autoritario, ricurvo, sporco, provato, come la canizie caliginosa di quell’omuncolo basso, claudicante, la cui pelle, scura come lo stabbio e solcata come la terra fruttifera, annunciava gli occhi azzurri, pieni, fieri, penetranti.

Il cielo era appena pomeridiano, tardo-estivo: l’afa cedeva dinanzi al sospirare del monte Omo, che tutto guarda, da sempre; quei campi, sempre ignorati nel correr cieco sull’asfalto, annunciavano la fine della stagione.

Il vecchio, in tale idillio banale, così borbottò: ” ‘Ssi giovani de oji, que non fau aru che scapicollasse colle motociclette o annasse a ‘mbriaca’! Aji tempi me, tutti toccheano le pecore loco a monte; oji stau tutti a tocca’ gli telefoni!”

Parole furtive, non richieste, fastidiose, come scagliate dall’alto di un Olimpo tradito, “ju monte Ome”: mi sentivo “forastiero a casa me”! “Toccare ji telefoni”, nobile arcaicismo dialettale vagamente traducibile: che immagine poetica, che condensa pagine e pagine di sociologia!

“De chi sci fiju?” chiese disinteressato; mentre, curiosando con l’occhio perspicace, notava il “castrato” che avevo comprato: “Bonu ‘ssu crastatu deju màrket, ve’? Tutti locodi jete, e eccodi neanche c’appizzete cchiù! Ve piace pigliagliu begliu che fattu gl’abbacchiu…”.

Sputò a terra.

“Lo saccio ji, che tengo la quinta: e vu’ che jete alla scola non lo sapete come fau gl’abbacchiu oji? Mo’ te lo dico ji! Guarda loco, ‘mmezzu alle fratte. Quiju fu nu tratturu. Quannu venneru gli cami, vennero le fratte pe’ ji tratturi, e ji dolori me’!”

“I camion non vi risparmiarono la fatica della transumanza?” chiesi.

“Quannu vennero gli cami, venne gl’asfarto; vennero le machine, e se ne jirono ji giovani alle città; a lavora’ e a fa’ la spesa alle città; a cincischia’ e ‘mbriacasse alle città. Beata la gioventù che tocchea le pecore pe’ ji tratturi: oji brontolano pe’niente tra ji palazzi”.

Si voltò, richiamò le poche e sporche pecoracce del gregge, e mi ignorava nel mentre, preso da quel costume antico, desueto, ma vivo del blu di quegli occhi. Il sole scendeva ad abbracciare i ruderi di Amiterno: la piccola e fiera compagnia di lana sporca volgeva agli stazzi notturni, strappando dispettosa gli ultimi fili d’erba della stagione.

“Di estati ne so’ passate; di autunni ancor di più! Ma non c’è cchiù la nèe de ‘na ‘ote: è gl’autunno; è gl’autunno degli tempi me’; è gl’autunno degliu munnu intero. Stemo pe’ ji tra ji libri de storia, come quiji che fecero ‘sti ruderi eterni”.

Continuavano a fluire le macchine sul tratturo d’asfalto; greggi di metallo belavano banali in frustrazioni delle marmitte; spezzavano quel requiem ieratico preparandosi ritualmente al nuovo anno di svago e lavoro.

Il vecchio si dileguò verso il crepuscolo che abbracciava Amiterno.

Sull’asfalto ho visto un gregge senza pastore: noi.