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I racconti del Premio letterario Energheia

Solo per te…_Simone Ciufolini, Rieti

_Racconto finalista nona edizione Premio Energheia 2003.

 

Qualche volta in circostanze strane, quasi magiche, certamente fuori dell’ordinario, può succedere che nel mezzo di un rapporto un fatto o una frase riesca a cambiare i contorni di ogni cosa, facendo in modo che anche gesti usuali si riempiano di un significato diverso.

E così è successo a noi, in una sera di fine estate, incerta ed indefinita come eravamo.

Una manciata di anni fa, tornavamo da Roma, ti ricordi?

In un autobus affollato di pendolari e di alcuni ragazzi andati, come noi, a godere di un pomeriggio di libertà lontano dalle solite cose, sedevamo in modo da conservare un minimo di intimità isolandoci da tutto il resto e lasciandoci proteggere dai sedili che ci circondavano, stanchi per il girovagare, le chiacchiere, la calca, il caldo e gli spuntini da Mcdonald’s.

Tra noi c’era un’atmosfera piacevolmente rilassata; continuavamo a parlare senza un filo logico ben preciso, accavallando ricordi, progetti, battute e sensazioni, con te che ogni tanto mettevi un dito sulle mie labbra visto che alzavo troppo la voce, e così ti sente tutto l’auto.

Poi lentamente la conversazione si è sopita, anche per la sera che pian piano avanzava; tu, poggiata la testa sulla mia spalla, hai chiuso gli occhi cercando di dormire ed io, dopo aver sperato che la maglietta non lasciasse traspirare l’odore di una giornata sopra i trenta gradi, mi sono lasciato cullare dalla successione di luci ed ombre con cui i lampioni chiaroscuravano la strada.

Ad un certo punto, spalancati gli occhi, fissando il sedile davanti a te, hai cominciato. “Lo sai che questa mattina non sapevo se dovessi poggiarmi o meno, non sapevo che avresti pensato…”. Sorriso da parte mia senza trovare nessuna battuta, colpito dalla tenerezza della dichiarazione”… Poi ti devo dire una cosa, ma ho paura che ti possa sembrare scontato, quindi mi devi promettere che mi dirai quello che pensi… qualsiasi cosa… va bene?” “Promesso”. ”Sicuro?”. “Sì dai!”. “Beh… sai… volevo dirti che ti voglio bene…”. Silenzio. “Allora?”. “Allora niente”. “Come niente?”. “Sì… cioè… sono contento… ma tu volevi sapere soltanto reazioni negative”, risata semi soffocata, schiaffo che mi arriva sul ginocchio ”… “Scemo…”, sorrisi e poi silenzio, occhi chiusi, lentamente.

Sai, di quel momento ciò che custodisco gelosamente nella memoria è la sorpresa, la sensazione di assoluta sorpresa che procura il sentirsi rivolgere con semplicità tre piccole parole, lo stupore che nasce dal vedere come una singola frase possa racchiudere in sé l’intesa di dialoghi e sorrisi che avvince due persone, la meraviglia che si genera nel mettere lentamente a fuoco i contorni e capire che no, non ti sei sbagliato, quella ragazza che ti è vicino, prova qualcosa di simile a te, e farsi invadere lentamente dalla gioia.

Fosse dipeso da me, non sarebbe mai successo, non ne sentivo il bisogno, davo per certo il nostro legame e non vedevo il perché o il modo di dirti una cosa del genere, immaginavo solamente un’altra di quelle scenette da romanzi Harmony o da cartoni animati giapponesi con cuoricini che sprizzano e rosa a fiumi, e non capivo come fosse un momento in cui ci si apre completamente senza gli schemi, le barriere e le paure che ci proteggono di solito, ed ho condiviso il tuo timore ed ammirato il tuo coraggio.

Poi anch’io ti ho fatto sapere ciò che provavo per te.

Quando ti ho dato quella lettera era di sabato ed avremmo dovuto essere a scuola, fortunatamente però, il governo voleva approvare una finanziaria inaccettabile ed in qualche forma si doveva pur protestare, così, dopo una mattinata passata girovagando per la città stipata di manifestanti, ci siamo ritrovati poco prima di pranzo sul lungo fiume, vicino a quella piccola insenatura che ci piaceva tanto.

L’acqua che ci frusciava ad un passo mentre ti consegnavo la busta sigillata con la promessa di leggerla dopo, quando ci saremmo lasciati, quando non avrei potuto interpretare le sfumature del tuo sorriso, quando non avrei potuto correre sorprese.

Sì, forse, un messaggio top secret (come tu l’hai chiamato tra l’ironico ed il compiaciuto) può apparire un modo asettico e quasi distaccato di esprimersi, ma io in quelle frasi, in quelle parole ho cercato di rappresentarmi senza alcun tipo di filtro, rincorrendo i diversi stati d’animo di un pomeriggio passato insieme, colpito da un’espressione che mi ha fatto capire quanto tu fossi unica, quanto con te non valessero le schermaglie, le consuetudini, le convenzioni dei rapporti di tutti i giorni, di come si potesse essere sinceri senza la necessità di apparire divertenti o profondi, senza l’obbligo di distinguersi ed impressionare, senza mostrare di essere qualcosa di più di ciò che si è.

(Le tue reazioni mi sono arrivate anch’esse per iscritto e di nascosto da equazioni ed Euclide, mi hanno rinfrancato da un week-end d’incertezza, e dato la conferma di come anche per te tutto fosse nuovo e strano, di come anche tu ti equilibrassi tra la necessità di avere conferme ed il dubbio di scoprirsi troppo).

Al capolinea dell’autobus, mentre i rispettivi genitori si parlavano con formalità, ci siamo salutati guardandoci in maniera diversa, rincuorati dall’essere di nuovo nella nostra minuta e rassicurante cittadina, eravamo soddisfatti, senza curare che di lì a poco avremmo scoperto il disegno tecnico.

Avremmo scoperto che di fronte ad un foglio F4 Fabriano bianco, immacolato, con l’opportuna dotazione di squadre, matite, portamine, temperini e gomma pane riuscivamo a parlare per tutto un pomeriggio anche meglio che per le vie di Roma, avremmo scoperto il piacere di confrontarci, di spettegolare, di sconsigliarci libri o persone, di vedere il mondo dal punto di vista di qualcuno che ha le tue stesse esigenze ma che le avverte e le vive in maniera diversa, interrotti solamente dalla mamma di turno che ci forniva la dose giornaliera di tè ed esortazioni allo studio.

Quando poi non c’erano scuse che ci facessero incontrare, ci telefonavamo, saltuariamente, facendo, però, la felicità, discreta, va detto, della compagnia dei telefoni.

Qualche volta siamo anche usciti, nonostante non sia successo spesso me ne viene in mente solamente una, il sabato di Italia-Russia, spareggio per l’accesso alla fase finale della coppa del mondo di Francia, quando con alto patriottismo e senso del dovere ti ho preferita alla partita.

Ricordo che siamo andati in un pub senza televisore, e che ci hanno servito i piatti in tempo da record, ricordo che a metà delle mie pennette alla vodka mi hai tormentato con una mitragliata di domande sul terribile segreto che non avevo voluto svelarti la mattina a scuola, e ricordo anche che ho cominciato a raccontarti di Stefano, del risultato delle analisi del sangue, della trafila che si doveva fare per un trapianto, di come mi era sembrato strano giocarci a pallone e mi era riuscito difficile sforzarmi di contrastarlo, di sfotterlo e stenderlo come facevo con tutti gli altri, di come non potessi fare a meno di sentirmi in colpa, visto che ero lì con te, e di come non potessi non considerarmi un bastardo visto che una piccola vocina mi girava nella testa contenta che non fosse capitato a me.

Mi sembra quasi di avvertire ancora il tuo sorriso spegnersi, ed il silenzio mentre continuavo a girare la pasta nel piatto; se mi concentro sento il tremolìo nel fondo della tua voce che mi dice: “ Mi accompagni al bagno che qui non posso abbracciarti” e vedo distintamente gli sgabelli che sposto per alzarmi, le tre scale da salire, la tua mano che prende la mia nell’antibagno, la porta che si chiude alle tue spalle, e mi sento quasi come allora, quando mi sono lasciato stringere forte ed ero concentrato solo su quello che mi sussurravi all’orecchio.

Mentre tornavamo al tavolo, mi hai confidato come quello fosse stato uno dei pochi abbracci che avevi sentito il bisogno di dare, senza nessun tipo di costrizione o pressione esterna.

E così andava avanti il nostro rapporto, senza alcun obbligo, senza rifarsi ad alcun tipo di rapporto già codificato, parlando o stando insieme quando lo volevamo, senza essere in nessun modo costretti, volendoci bene e basta. (Ogni volta che lo penso, mi sembra di sminuire tutto, quasi che nel nominare un prodigio gli si possa togliere la sua aura fatata).

Penso di non averti mai detto che la mia cuginetta quando era più piccola spesso mi disegnava vestito di giallo e rosso, e me lo spiegava dicendo che il rosso c’era, visto che mi voleva bene ed il giallo perché con me si divertiva sempre. Così posso dirti che ogni volta che ripenso ai momenti passati insieme, li vedo avvolti da una luce verde e rossa, verde per come era facile stare insieme, e della rossa il perché lo sai.

Poi, anche a causa di piccoli malintesi e di lunghe separazioni estive, il nostro rapporto si è allentato, ed è diventato più rigido; io, pian piano, non sono riuscito più a trattarti con spontaneità quando eravamo in mezzo agli altri, avevo paura di espormi troppo, spaventato dalla possibilità che qualcuno potesse guardarmi e capire, e ferirmi, mentre tu mi cercavi sempre meno, e sempre meno spesso mi parlavi di te.

Così non mi sentivo più sicuro di “noi” ed a volte anche quando eravamo soli non ero in grado di comunicare e tutto si riduceva in una specie di interpretazione, trincerato dietro battutine e risposte simil-scherzose.

Ripensando a quel periodo, misto alla rabbia e all’insoddisfazione per come si sono indirizzate le cose, e per il rischio che stiamo correndo di far sbiadire qualcosa di bello che ci è capitato, risale da qualche gualcitura della memoria il ricordo di una gita, o meglio del ritorno da una gita.

E’ stato durante il terzo liceo, mi sembra, quando tu e la tua classe siete andati a visitare Milano.

Con alcuni amici mi ero confuso tra i genitori in impaziente attesa dell’arrivo dei pullman, per accogliervi, voi che avevate la fortuna di essere ancora lontani dai banchi della scuola.

Quando tra i consueti sbuffi le porte si sono aperte, è cominciata fra urti e spintoni, la solita rincorsa dei genitori verso i figli e dei figli nei confronti delle valige, ed in questo bailamme mi aggiravo io, elargendo saluti e sorrisi.

Non appena mi hai visto, mi sei corsa vicino nella straripante gioia del vedermi lì inaspettatamente ad accoglierti, e cercavi di condensare in pochi minuti tutto quello che ti era successo negli ultimi tre giorni, accavallando situazioni e commenti, sovrapponendo episodi, accumulando correzioni e rettifiche, ed io ero in imbarazzo.

In imbarazzo visto che non potevo assecondarti, visto che non potevo domandarti e pungolarti e ridere con te senza correre il rischio che qualcuno notasse come mi accendessi in tua presenza, e sono stato contento quando sei andata via con tuo padre.

(La colpa va anche ricercata nello sbocciare di tuoi nuovi interessi e nella mia difficoltà di incontrarti in pubblico visto che si erano diffuse voci su “noi” che non mi mettevano in un ruolo facilmente sopportabile.

Penso che in fondo il proliferare di quelle lungimiranti intuizioni fosse in qualche modo prevedibile e giustificabile quando gli eventi non seguono il loro corso naturale, quando, cioè, due persone che passano molto del tempo insieme, che si cercano spesso e non nascondono il piacere che provoca loro l’incontrarsi, si ostinino a non volersi mettere insieme professandosi incessantemente amici.

Penso che il suddetto stato di cose, che viola così apertamente la consuetudine, sia stato faticosamente sopportato solo stimando di avere a che fare con una coppia di “fidanzatini” eccessivamente eccentrici che credono di provare solo loro sentimenti del genere.

Fortunatamente per il senso comune c’è stato l’avvicinarsi di un altro ragazzo che ha saputo – lui sì – fidanzarsi con lei, e si è potuto così stabilire che certamente non era stato il “caro amico” a non aver voluto spingere le cose più avanti).

Finché qualche giorno fa mi hai telefonato.

Era molto che non andavamo oltre qualche sguardo di sfuggita, così la tua chiamata mi ha completamente sorpreso, non ci siamo detti niente di particolare, abbiamo scherzato un po’ come richiedevano le circostanze (eri rimasta chiusa fuori casa e non sapevi come ingannare l’attesa se non telefonando con le uniche duecento lire) ma con una naturalezza che negli ultimi tempi ci era sconosciuta e con la curiosità di sapere se tutto andava bene.

La conversazione è durata poco (come si consumano in fretta duecento stupide lire) ma è stata un dolcissimo cioccolatino, che ti lascia sedotto dal piacere, temperato appena dal rammarico di esser stato troppo fugace, e con il presentimento che se non lo fosse stato non sarebbe apparso poi così dolce.

E così siamo arrivati a questa mattina, a quando ti ho incontrata, tu che uscivi in anticipo ed io che rientravo in classe dopo una passeggiatina per i corridoi della scuola.

Ci siamo salutati ed abbiamo snocciolato i soliti convenevoli, le solite battutine sui furbi che escono prima per non farsi interrogare e gli imbroglioni che fingono di andare in bagno pur di non seguire le lezioni, le solite giustificazioni e le solite smorfie di scherno o di incredulità e poi la tua richiesta di fare ancora un po’ di strada insieme, di accompagnarti fino alle scale.

Abbiamo ripreso a parlare, scherzato soprattutto, ma una volta esaurite tutte le genericità, rimaneva ad impacciarci l’assoluta necessità di essere diversi, di essere al di là di tutti gli altri, di sentirci capiti come non ci succedeva più da tanto tempo.

Giunti alla soglia della separazione siamo rimasti un po’ a guardarci, con la conversazione che miseramente languiva, avrebbe dovuto succedere qualcos’altro, si percepiva la confidenza, l’affetto, insieme ad una lontananza fatta di esperienze diverse, e mancava il coraggio di provare, di mettersi di nuovo in gioco, di cercare un nuovo tipo di equilibrio, perché c’era anche la paura, la paura di essere cambiati e di non volere più le stesse cose, di non fare più la stessa strada.

Appena prima di andartene, però, il tuo sguardo è stato di un attimo troppo lungo ed ho capito.

Io penso che ci siano delle illuminazioni, delle folgorazioni momentanee, delle impressioni che solo il corpo con il suo linguaggio può trasmettere, così credo nei brividi che ti percorrono, nel ritmo di un cuore sconvolto, negli sguardi che ti attraversano e ti inchiodano con la loro magia ed ho l’assoluta fiducia in tutte quelle sensazioni che sfuggono al vaglio della ragione e che le parole non riescono a spiegare; così come accadde con te.

Ed allora ti ho trattenuto leggermente per il polso e tu ti sei girata subito, fluida, senza alcun segno di fastidio o costrizione (non volevi che ti fosse permesso di andar via così, mi sembrava) quasi senza guardarti ti ho detto “Lo sai sono stato molto contento quando ieri mi hai telefonato” (era come lasciarsi andare, chiudere gli occhi, mettersi in punta di piedi, sporgersi leggermente, percepire una piccola vertigine ed abbandonarsi, senza sapere se si sarà ripresi o meno, anche se si spera sempre) e quasi fosse un sospiro sentii pronunciare

“Anch’io” la tensione che lentamente svapora, guardarci senza sentire il peso del silenzio. “Me lo dai un bacino prima di andare?”. Le labbra che disegnano un sorriso strano che si riempie di tenerezza “Sì, piccolo…”.

E le scale risalite a tre a tre.

Ed ora sono qui, che aspetto a prepararmi per bilanciare almeno un po’ il ritardo con cui arriverai al nostro appuntamento, e ti scrivo.

Questa lettera te la darò quando ci lasceremo, in qualunque modo accadrà; te la darò per fissare i momenti che abbiamo passato insieme, quelle sensazioni di cui forse ti ho parlato troppo poco o che forse si percepiscono solamente quando ormai non le viviamo più, te la darò perché pensando a noi tu abbia anche qualcosa di bello da ricordare e scrivendo mi è sembrato di riscoprire un sacco di bellissimi momenti, te la darò perché mi piacerebbe ricominciare o, se non è possibile, salutarti senza malintesi e senza recriminazioni, e te la darò perché, se è proprio la fine, vorrei augurarti buona fortuna avvolgendoti con il più profondo abbraccio che ti abbia mai dato.