Sottovoce, Morena Terenzi_Roma
Vincitore Premio Energheia Cinema 2026, un soggetto per un cortometraggio.
Giulia ha trentacinque anni e ogni mattina attraversa la stessa piazza per andare al lavoro. Passa dal bar per un caffè, scambia due parole con il fioraio all’angolo. Tutto sembra ripetersi in un ritmo rassicurante: il profumo del pane appena sfornato, i bambini che corrono verso la scuola, il sole che filtra tra i palazzi. Il suo compagno, Marco, la accompagna spesso: la saluta con un bacio rapido, poi la segue con lo sguardo finché scompare dietro la curva. Sembra un gesto d’amore, ma c’è qualcosa di trattenuto, un’ombra che non si vede ma si avverte.
Durante la giornata Giulia sorride alle colleghe, risponde gentile ai clienti, ma ogni tanto il suo telefono vibra. Messaggi brevi, ossessivi. «Con chi sei?» – «Perché non rispondi?» – «Ti guardo». Lei abbassa lo sguardo, cancella, respira. L’aria nell’ufficio sembra più densa. Gli altri parlano, ridono, ma le voci arrivano ovattate, come da dietro un vetro.
A casa, la luce è fredda. Marco la accoglie con un sorriso stanco. Il suo tono è dolce, ma le parole pesano: “Hai tardato.” “Con chi eri?”. Giulia si scusa, anche se non serve. Ogni sera una crepa si apre nella loro normalità. Una mano sulla schiena, una carezza che sfiora e trattiene. Il tempo si ferma in quegli attimi sospesi, dove anche un bicchiere che cade può diventare un colpo.
Il profumo del detersivo, le tende chiuse, i tulipani gialli sul tavolo… tutto sembra immobile. Giulia si muove con gesti leggeri, controllati, come chi teme di far rumore. Nella notte, il silenzio è così fitto che pare gridare. Lei ascolta il respiro accanto, regolare, e resta sveglia a guardare il soffitto, mentre l’ombra della lampada disegna una gabbia sul muro.
Un mattino decide di scrivere a un’amica: “Ci vediamo?”. Poi cancella il messaggio. Si osserva allo specchio: gli occhi stanchi, il sorriso fragile. Si copre il braccio con la manica, come per proteggersi da uno sguardo invisibile. Esce di casa e il mondo è lo stesso: la piazza, il bar, il fioraio. Tutto uguale, ma dentro di lei qualcosa si è spezzato.
Il barista le porge il caffè: «Il solito, Giulia?» Lei accenna un sorriso, ma la voce non esce. Marco la aspetta in macchina, motore acceso, finestrino abbassato. La osserva, impaziente. Il cielo è chiaro, eppure nell’aria c’è un presagio che nessuno riconosce.
La sera, la piazza è avvolta da sirene e luci blu che rimbalzano sui vetri. Il fioraio fissa la strada, immobile. Tra le mani tiene un biglietto: “Giulia – tulipani gialli. Portano luce.”
L’inquadratura stringe sul mazzo rimasto lì, i petali che tremano nel vento. Poi, lentamente, il rumore del mondo si spegne.
Solo silenzio. Un silenzio che riempie tutto, più forte di qualsiasi urlo.













