I brevissimi 2026 – L’ultima foglia rossa, Paolo Marco Aloi_Reggio Calabria
Anno 2026 (Stagioni – Autunno)
L’odore del terriccio bagnato dal temporale della notte saliva acre dal suolo, mescolandosi al picchiettio leggero di una pioggerellina sottile che accarezzava i faggi. Federico camminava a testa bassa, con le dita macchiate di tannino. Non guardava le chiome, ma lo spettacolo cromatico ai suoi piedi: un tappeto di sfumature ambrate, ocra e ruggine che copriva i binari morti della vecchia stazione. Per il paese era solo il vecchio eccentrico; nessuno sapeva che ogni foglia tratteneva l’ultimo respiro di chi se n’era andato.
Si fermò davanti al grande acero monumentale. Sotto la luce obliqua di un tramonto che tingeva il cielo di violetto, un unico ramo si era acceso di un rosso violento, quasi sanguigno. Federico tese la mano tremante. Quella tonalità gli strinse il cuore: era lo stesso identico rosso ramato dei capelli di Martina, lo stesso calore del suo sorriso che un tempo illuminava le stanze. Lei era sempre stata così, imprevedibile e fiera, con dei modi aggraziati che ricordava la malinconia dolce di ottobre. Accarezzò la pagina ruvida della foglia. Una scossa fredda gli risalì il polso: era la memoria di Martina, che l’albero aveva assorbito per proteggerla. Impresso nella linfa, lesse un segreto mai rivelato: la paura profonda, taciuta per cinquant’anni, di non essere stata abbastanza per lui. Una lacrima se ne andò con la pioggia sul volto di Federico. Avrebbe voluto intascarla, stringerla, conservare quel dolore pur di non perderla.
Un fischio acuto e metallico squarciò il sussurro della pioggia. Dal binario cieco, quello invaso dai rovi che non portava da nessuna parte, si alzò un fumo denso, carico di vapore e carbone. Un treno luminescente, con i finestrini appannati di nostalgia, frenò stridendo sulle foglie bagnate. Federico si avvicinò alla banchina di pietra, mentre i riflessi dorati del tramonto rimbalzavano sul metallo bagnato del convoglio. Attraverso i vetri vide sagome familiari: sé stesso a vent’anni che stringeva un biglietto per l’America mai usato, le lettere di scuse che non aveva mai spedito, i sogni che aveva sacrificato per paura di fallire. Era il convoglio dei rimpianti, che passava solo quando l’aria profumava di muschio e castagne. La porta del vagone si aprì con un sospiro pneumatico. Il capostazione, un’ombra senza volto, indicò il sedile vuoto. Era il momento di salire, di farsi portare via dal peso di tutto ciò che avrebbe potuto essere e non era stato. Le foglie rosse e gialle vorticarono nell’aria, risucchiate dal vento del motore, come lettere mai lette.
Federico fece un passo indietro. Si sedette sulla panchina di legno della stazione, mentre gli ultimi raggi di sole incendiavano l’orizzonte prima del crepuscolo. Stringeva ancora la foglia rossa nel pugno, così forte da rischiare di frantumarla. In quel momento, osservando un faggio liberarsi del suo oro senza opporre alcuna resistenza: «Quando la mia estate era nel pieno del suo splendore, possedevo la libertà, ma non ne conoscevo il valore. Avevo giorni lunghi e luminosi… li credevo infiniti. Avevo l’amore tra le mani, ma lo lasciavo scorrere come acqua tra le dita. Solo ora, mentre l’autunno veste il mondo di rame e d’oro, comprendo ciò che allora mi era invisibile. E in questa dolce malinconia trovo finalmente pace.». Pensava che l’autunno fosse la stagione delle foglie che cadono. Quel giorno comprese che era la stagione delle cose che lasciamo andare.
Allentò la presa. Le dita si aprirono come rami spogli. La foglia rossa non cadde, ma fu sollevata dall’ultimo soffio del tramonto, il segreto di Martina volò via unendosi al turbine d’oro che il treno risucchiava nella sua scia. Il convoglio partì svanendo nella nebbia d’ottobre portando via con sé le ferrovie dei suoi rimpianti e i binari mai scelti. Federico non si mosse. Rimase sulla panchina con il palmo aperto rivolto al cielo, leggero come un albero che ha appena smesso di trattenere il proprio passato. Pronto, finalmente, per il suo primo, vero inverno.




