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Le parole dei giurati

A Matera le emozioni sono intense, per tutti

_di Chiara Ingrao
Presidente Giuria XVI edizione Premio Energheia_2010

A Matera le emozioni sono intense, per tutti. Il fiato mozzo della prima volta, della scoperta. Il lieve batticuore dei ritorno, incerti tra la curiosità di esplorare qualche angolo nuovo e la voglia di ritrovare i ricordi. Ricordi d’arte, di storia, di bellezza rupestre. Per me, anche ricordo d’incontri: l’ultima volta in questi luoghi, prima del Premio letterario Energheia, è stato con le donne della CGIL, a parlare di un mio romanzo di fabbrica.

Una storia antica, di più di quarant’anni fa, che in una sala affollata di volti e di voci si mescolava alle storie moderne: altre fabbriche, altre operaie, altre scelte difficili, di dignità e di coraggio. “Ho cominciato da sola, a fermarmi per la pausa, quando ho scoperto che per contratto ci spettava”, raccontava Maria Bruna, della sua esperienza in una fabbrica del mobile imbottito nel 1994. una data simbolica, direi oggi: quasi esattamente a metà strada, fra gli anni ’70 dei lavoratori raccontati nel mio libro, e il 2011 di Marchionne, che vuol comprarsi un posto al tavolo della globalizzazione proprio a suon di riduzione delle pause, alla catena di montaggio. “Così da sola, mi fermavo, mi mangiavo il panino e mi fumavo anche la sigaretta affacciata alla finestra”, proseguiva Maria Bruna. “Tutto questo sotto lo sguardo rabbioso delle mie colleghe e nelle orecchie le grida della capo-reparto, che mi contestava il mio comportamento… E’ andata avanti per settimane, finchè visto che non mi aveva licenziata ancora nessuno, anche le mie colleghe hanno cominciato a fermarsi per la pausa…”.

Senti l’eco della vita, ma anche della poesia, quando ascolti parole così. Te le porti dentro: da quel momento, per te, Matera è anche questo. E quando ci torni, per aggirarti da “giurata”, pensa un po’, fra gli esili vicoli di altre narrazioni, inviate quaggiù da ogni angolo d’Italia, ti sembra che tutto torni, in questo luogo.

Luogo misterioso, apparentemente fuori dal mondo: custode di verità abbacinanti e recondite, intrise nella pietra, sepolte sotto la terra e sotto le croste dell’anima. Degli infiniti luoghi d’arte d’Italia, della lista sempre più lunga di “monumenti” che l’UNESCO considera patrimonio dell’umanità, i Sassi di Matera sono uno dei pochissimi casi, se non l’unico, di monumento dei poveri. Intendo dire: non costruito dai poveri, come tutti gli altri. I castelli e le cattedrali, le statue equestri e i palazzi dei principi, i templi e le arene: quelli lo sappiamo da sempre, che sono impastati del sudore dei poveri. E da secoli, fu sudore irriconosciuto,s enza nomi e senza volto. Come scriveva Bertold Brecht: Tebe dalle sette porte, chi la costruì?… Furono i re a trascinare quei blocchi di pietra?

A Matera, i poveri non le hanno solo trascinate, queste pietre splendide e dolenti, oggi patrimonio dell’umanità: ci hanno abitato dentro, con le galline e i maiali, con la malaria e il somaro. Con i monaci, anche loro probabilmente poveri, fra i volti di santi e le volte affrescate. “Una vergogna nazionale”, secondo De Gasperi e Togliatti. Avevano forse torto? Meritano forse la nostra nostalgia, i tempi dei bambini denutriti che assediavano la sorella di Carlo Levi venuta a trovarlo al confino, “con le faccine di cera”, con le richieste “tristi e insistenti? Signorina, dammi u chinì! Dammi u chinì! Dammi il chinino!”.

Ripenso alla voce di Maria Bruna, e anche allo sguardo deciso di Manuela, segretaria della CGIL materna; alla passione di libertà di Carmela e di Angela, alle insegnanti e alle studentesse e alle pensionate che ho incontrato quel giorno. Aiutatemi voi, a non cadere nella trappola del pittoresco. Aiutatemi a ricordarlo, quando guardo i Sassi nel crepuscolo e come tutti attendo l’incanto del primo buio, con le lucine che trasformano il paesaggio in presepio: a ricordare che nel presepio nacque un bambino, e che anche lui fu nudo sulla paglia, “faccino di cera”, scaldato dal fiato di un somaro, non dalle lucine del supermercato.

Ricordiamolo tutti, mi dico: il presepio materano non appartiene ai turisti, e nemmeno ai pochi privilegiati che oggi possono permettersi il lusso di comprare e mantenere una casa nei Sassi. Il presepio è patrimonio dell’umanità proprio perché ci insegna a rispettare l’umanità di ciascuno, a cominciare dai più poveri; perché ci chiede di saper tenere insieme, nella testa e nel cuore, la disperazione e la dignità, la bellezza e la miseria.

Tutto ti interroga e tutto ti inquieta, a Matera. Ma tutto torna: anche il Premio Energheia, è un’opera d’arte dei poveri. Fatta dai poveri: con tanta passione e tanta creatività e pochissimi soldi. Con piccoli premi, non in denaro, ma “in natura: oggetti d’artigianato, commoventi nella loro bellezza, minuscoli nel loro valore commerciale. Piccole grandi emozioni, per gli autori e autrici che partecipano, e che si trovano ascoltati, scrutati nell’anima, accolti: per la prima volta, in molti casi.

Energheia è questo: un premio abitato dai poveri, come i Sassi. Niente grandi editori, niente grandi pressioni e grandi drammi, niente polemiche medianiche. Al loro posto, un gruppo di audaci e allegri innamorati della cultura, che Felice ogni anno riesce a raccogliere e rimotivare, in cerca di autori inediti e sconosciuti. Giovanissimi, a volte: studentesse diciassettenni, come Monica Cillerai e Giulia Zanzarone, le vincitrici del premio al miglior racconto per la realizzazione di un cortometraggio. Esploratrici di terreni impervi, l’una e l’altra: per Monica, il moderno mercato degli schiavi, per Giulia una moderna e insieme antichissima ferita dell’anima. Ferite dell’anima e dei corpi anche nel racconto “Rapina Lebanche”, di Carolina Crespi: un’esploratrice anche lei, soprattutto di parole e di immagini mai scontate, per dire “un paese aguzzo e rude. Ancora senza fate”.

Esplorazioni molteplici, in linguaggi molteplici e spesso lontani, che Energheia ha voluto andare a ricercare anche oltre il mare, verso le radici di un’identità condivisa, da cui tutti siamo plasmati: l’identità mediterranea, intrisa di sale e di ulivi, di conflitti aspri e di appassionate speranze di cambiamento, come nella Tunisia e nell’Egitto di questi giorni inquieti di gennaio 2011. giovani voci, per lo più: come quella di Roula Fadel Naboulsi, vincitrice del Premio Energheia Libano con il suo “Les réves volés”, i sogni rubati. “Non ci rubate i sogni, non ci rubate il futuro”: un’eco che rimbalza, fra Beirut e Matera, fra Tunisi e Roma, in quel Mediterraneo che troppi oggi vorrebbero trasformato in confine feroce, fra chi vive nel mondo del benessere e chi va respinto – e che Energheia, invece, vuole continuare ad abitare come mare del dialogo, dell’incontro.

Un incontro fra diversi, proprio per questo più appassionante, anche fra noi giurati. Come per me l’incontro con Giorgia Wurth, così lontana da me per età ed esperienza di vita, così vicina nelle emozioni. O con Cristina Foti, e il suo coraggio di materna-libanese, di ostinato ponte fra le culture e le persone. E con Laura Durando e Alessandro masi, e Nicola Lagioia, che non ha potuto esserci ma ci ha inviato le sue puntuali osservazioni e proposte. Non tutte coincidenti, a dire la verità. Fra noi impegnati ad assegnare il premio, c’erano soggettività e gusti variegati, a volte divergenti: ci sono racconti che hanno entusiasmato alcuni, scartati senza esitazioni da altri. Ci abbiamo ragionato sopra, nel comune impegno all’ascolto e al rispetto reciproco. E su due cose, ci siamo ritrovati unanimi: la convinzione di avere davanti un insieme di storie di grande qualità, e la scelta del vincitore.

“L’albero capovolto”, in un mondo capovolto. Un mondo dove adulti e bambini si sono scontrati in una guerra feroce, e i bambini hanno perso – tutto e tutti, in questa storia, hanno perso. Ha perso la vita: la natura spenta senza più colori, sotto “un cielo di un marrone slavato”, sotto un “sole opaco”, che invia lampi color nocciola. Ha perso la donna, la voce narrante: ha perso il suo uomo, e ha perso la voce. Eppure ci parla. Ci parla, forse, proprio per questo: perché la voce non ce l’ha più. Perché dice la lacerazione, muta e senza tempo, di un lutto d’amore; e insieme, l’inquietudine che ci attraversa tutti e tutte troppo spesso, quando assistiamo alle lacerazioni di questo nostro mondo ferito e malato, che uccide la natura per avidità, che ossequia il potere e fa la guerra ai bambini.

Cose che succedono tutti i giorni, a casa nostra o in terre lontane. Protestiamo, a volte; ma sempre più spesso, come nel racconto di Giorgio Ricci, sentiamo strozzato nella gola “il mugolio di chi vorrebbe piangere, ma non trova la forza di farlo”.