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I racconti "brevissimi di Energheia"

I Brevissimi 2020 – Signore e Signori, stasera AzzurroJazz!, Alberto Albanese_Messina

Anno 2020 – (I colori dell’iride – Azzurro)

Sono vecchio e malato; c’è poco da dire o da fare. La mia vita è questa: dal letto alla sedia a rotelle e poi di nuovo a letto. Eppure non è certo stato sempre così, la mia vita è stata una danza festosa, mediterranea e solare. Le mie giornate sono state traboccanti di note e colori nati dentro di me, perché ho saputo vedere la realtà e la natura stessa più brillanti di quanto già non fossero. Sono il figlio maggiore che ha deluso papà. Lui e mamma hanno lavorato tanto per farmi studiare legge ed erano felici del mio impiego statale. Anche io credevo di essere, se non felice, almeno sereno, finché qualcosa dentro di me mi ha piegato in due. Non era il male di vivere, era appendicite! Stavo mele eppure stavo benissimo, mi sentivo in paradiso, libero di fare ciò che non sapevo di volere fare. Un tuono rumoroso mi è esploso dentro e non potendo più tenerlo, è esploso fuori e la sua onda sonora ha spazzato via tutta la nebbia e la foschia che di tanto in tanto riempivano il mio ufficio di impiegato dove, una volta guarito, non sono tornato più. Ho sempre avuto tanti amici e li ho ancora, mi vengono a trovare spesso. I più giovani se c’è il sole mi esortano ad uscire da casa, ad andare oltre la mia veranda da dove ogni sera mi incanto guardando il cielo stellato fino a sentirmi ebbro e sazio d’azzurro, che non mi stanca mai. Spingono la mia carrozzina e chiacchierano raccontandomi le ultime novità, parlano di musica, di viaggi, di divertimenti. Solo di cose belle, perché io sono sempre stato un uomo felice, sono nato felice e sono certo che morirò felice. Da giovane ho avuto una figlia, Marguerite, da una donna bellissima, una modella che non ho sposato; ho sposato Amelie, quattro anni dopo, ed ho avuto da lei due maschi. I tre ragazzi si sono sempre voluti un gran bene e anche questo è stato per me fonte di gioia. Tutti possono vederli ridere insieme in scene che io ho solo fermato, non ho mai chiesto loro di sorridere a comando. Mi sono espresso in libertà lasciando ai miei suggeritori, forme e colore, di decidere di essere “danza” e “musica” (all’Hermitage mi hanno tanto apprezzato per questo). Istinto e intuizione vanno assecondati, mai frenati, e così i miei amici ed io siamo stati soprannominati “les fauves”, “bestie selvatiche”. Invece di offendermi per un soprannome da teppisti -noi siamo così tranquilli…- la prima volta che l’ho sentito dire ho riso come un matto e mi viene da ridere tutte le volte che ci ripenso e ne vado anche fiero. Sono passati tanti anni e posso fare a meno di gambe buone, ma vorrei ancora avere le mani forti con cui toccavo la roccia per sentirmi almeno un po’ selvatico.

Stasera il cielo è bellissimo e dà il meglio di sé, fa venire voglia, non di mani, ma di ali. Lo guardo e sogno; perché stasera l’“azzurro è jazz”, è sfondo sonoro d’alabastro dove cantare in volo la gioia di vivere nella gratitudine che mi fa ardere il cuore. Ho cuore e mente, non avrò bisogno neanche di ali. Ho quel palpito di eternità, quel desiderio di totalità appagante che alberga nel mio petto. Sono goffo, ma desidero l’infinito. L’uomo DE-SIDERA. Il cuore spinge verso le stelle mentre torno alla forma arcana e primordiale e mi abbandono fiducioso al volo. Lo sguardo viene risucchiato dal nero ebano e per un attimo sono ancora prigioniero della forma.

Poi un lampo cardio-vermiglio esplode. E’ una rivoluzione iconografica: ecco l’idea! Sono io, ma non sono più io, Henri Matisse. Lo chiamerò “Icaro”, sarà l’ottava tavola di “Jazz”, il mio libro d’artista. Per lui escluderò il sole, da sempre considerato elemento di vita, ma per questo figlio, triste dispensatore di morte. L’azzurro intenso e notturno in cui lo farò volare è sicuro, le stelle saranno amabili compagne di viaggio verso un destino di eternità.