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I racconti "brevissimi di Energheia"

I brevissimi 2017 – Gomitolo d’amore di Rachele Falcone_Celano(AQ)

 

anno 2017 (I colori dell’iride – rosso)

Il freddo punge tutti gli spigoli del corpo, in questo periodo dell’anno, e anche i rapporti umani sono ripiegati su se stessi, avvolti e infagottati in strati di solitudine misto lana; a gennaio si cammina soli, senza darsi la mano, pensando ai propositi, agli impegni, alle aspettative e alle speranze, come in un eterno grigio lunedì mattina. Ma non tutti i bagliori sono estinti, non tutti i fuochi sono ormai solo cenere. Da qualche parte, senza guanti, sciarpa o cappello, suona un ragazzo che crede ancora nell’ingenuità e, leggerissimi, i capelli rosso fuoco gli cadono sul viso. Battono il tempo in levare, in sintonia con il pedale sfrontato che colpisce la grancassa. Accarezzano anche gli angoli superiori degli zigomi, come fanno le spazzole con il rullante nel pezzo che preferisce di più. Cadono di nuovo sul naso lungo e pallido e ricominciano in un infinito loop di suoni e ombre. La folta chioma cremisi lo scherma dal mondo intero che è ancora troppo acerbo, che non è pronto per la genuina tenerezza della sua spontaneità. E allora quei lunghi fili di rame che gli pendono sulla fronte, ricordano le armature con cui gli eroi combattevano valorosamente per la gloria immortale. Lui non cerca fama ma comprensione, accettazione della sua soffice e vibrante, rossa diversità in un mondo di grigi e gialli. Ma non si sofferma su questi pensieri. Il pezzo intanto scorre, come il tempo o la vita, e lui si fa tutt’uno con le bacchette. La precisione dei gesti ripetitivi con cui fa vibrare i tamburi emanano un’aura di passione fulgida e sincera. Tramuta i pensieri mai fatti in suoni quando le braccia si levano al cielo e sembra un vegliardo biblico terribile che invoca il suo dio per un miracolo o una maledizione; ricadono dopo labili secondi come se contenessero la pesantezza di tutto l’universo. E anche i capelli tornano al loro posto, sistemati dietro le orecchie, composti. E anche lui poi torna in sé, come vergognandosi di quella sfacciata performance d’amore; si volta e vede le sue gote arrossate riflesse nel vetro del locale. Per un istante solo mentre suonava pensava a un colore, il suo, in relazione alla leggenda cinese secondo cui tutti nasciamo con un filo rosso legato al mignolo sinistro: il filo del destino ci lega alla nostra anima complementare, alla persona a cui siamo destinati. Gli era sempre piaciuta questa piccola illusione in cui cullarsi, come con la musica, nella convinzione che sarebbe arrivata la fine del suo filo rosso ed era curiosissimo di scoprire chi si celava al di là di esso. Doveva sicuramente anche lei essere rossa, quantomeno spiritualmente, come lui, che era un falò scoppiettante su una spiaggia. Fantasticava spesso su una lei ipotetica, soprattutto mentre suonava e la batteria gli rispondeva assecondando ogni movimento, come una nonna che ascolta i progetti fantastici e impossibili del nipotino turbolento. Aspettava così, pazientemente, la rossa della sua vita. Nel frattempo continuava a suonare e ad imprimere nella musica le emozioni che non riusciva ad esternare in altro modo. Nessuno vi prestava molta attenzione, nessuno si accorgeva di una sensibilità celata sotto una coltre di timidezza artificiale e capelli troppo lunghi. Eppure, in una sera di un maggio odoroso qualcuno capì i misteri che nascondeva dentro di sé, senza fare domande, senza parlare. Si erano scontrati distrattamente più volte, non si erano mai guardati veramente ma avevano l’impressione di conoscersi già. Ballarono in un groviglio di fili emozionati, tanto da non sapere più di che colore fossero. Da quel giorno rimasero, letteralmente, l’uno impigliato nell’altra e tralasciarono il fatto che lei stonasse sul rosso di lui con la sua anima blu e continuarono a tentare di sbrogliare la loro matassa del destino insieme, giorno dopo giorno, sperando nel profondo che in realtà si trattasse di un unico, indivisibile, forte e potente fil rouge.