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I racconti "brevissimi di Energheia"

I brevissimi 2006 – La temperanza di Marialucia Riccioli_Siracusa

anno 2006 (Le quattro virtù cardinali – La temperanza)

Giunse a conoscere l’innocenza attraverso il peccato.
JAMES JOYCE

Troppe donne, troppe zuffe, troppo vino.
Sangue. Troppo. Sangue. Tra le gambe delle sue puttane, nelle ferite di chi

l’aveva provocato, a colare giù le assi marcite delle botti di miserabili

bettole dove giocava i soldi dei suoi quadri.
E quel rosso ora orlava colli squarciati di martiri, imporporava stole e

mantelli di vescovi, sanguigno e cupo, brillante e mortifero a dare vita a

una tela, sangue del suo stesso sangue, sangue essa stessa.
Merisi era stanco. In quella Sicilia dai colori così violenti e rabbiosi anche

nel pallore dell’inverno non aveva trovato pace nella salvezza. A Siracusa

aveva dipinto una Santa Lucia piccola e smorta, lampada spenta con

pagana violenza. Una luce disperata prometteva, anche a lui che s era

dipinto voltato a guardarla, una livida salvezza. Lucia. La luce. La sola

cosa necessaria, che dava sapore ai colori, che se mancava gli accecava i

polpastrelli stretti intorno alla disperata sapienza di un pennello.

Risparmiò i gesti finti dell’amore alla prostituta che gli aveva fatto da

modella. Gli era bastato scannarla sulla tela.
Non volle aggiungere altro scempio alla figura pallida e smunta che si era

ostinata a seguirlo fino al porto, da lontano. Caso mai la scacciasse, lui

che non si sapeva mai come prendere. Lui che quando lavorava era capace

di scordarsi di mangiare e di bere, lui che se faceva la brava e stava ferma

le carezzava, rapido, ruvido, il nodo sfatto sulla nuca dolente. Lui che se

era scuro e non poteva dipingere si ubriacava ridendo ala salute dei frati

che volevano veramente? un Caravaggio, un quadro grandissimo e folle

come il suo pittore per la loro chiesa.

Michelangelo Merisi era giù sul ponte quando la vide. Le monete che le

aveva dato e che aveva messo subito via, come se bruciassero, in un

sacchetto sdrucito e già sotto le gonne che ora spazzavano inquiete la

banchina. Le mani di bambina a chiudere sul collo magro un misero

scialle. Ma quello, il freddo che aveva dentro, lo scialle no, non lo copriva.

Gli occhi dilatati a cogliere l’ultima luce della marina, l’ultimo sguardo

dell’unico uomo che le era entrato dentro senza spogliarla.
Caravaggio non alzò il braccio per salutarla.

Chiuse gli occhi. Lei era lì dietro le palpebre, forse l’ultima visione di bene,

dopo una vita di fughe colore sangue tele lenzuola pagliericci di galera

panche d osteria, prima della morte oscura su una spiaggia buia.