Le quattro cose che ti ho tirato addosso, Anna Malta_Roma
_Racconto finalista trentaduesima edizione Premio Energheia 2026. (Sezione giovani under 21 anni)
Il Primo Pennarello Giallo Fluo.
Primo anno di convivenza.
Un giorno ti ho tirato un evidenziatore in fronte. Non pensavo ti colpisse. Tra tutti gli oggetti che avevo in casa era il più accessibile. Il meno pericoloso.
Non potevo tirarti il libro che era sul tavolo. L’Atlante delle Isole Remote, Judith Schalansky. Copertina rigida, edizione antichissima. Ti arrabbiavi con me anche quando provavo a sfogliarlo.
“Giri male le pagine, si fa così”. E prendevi l’angolo del foglio con le tue mani mangiucchiate, e lo giravi leccandoti il dito.
Avrei voluto strappare le pagine del libro e fartele mangiare.
Non potevo tirarti le cuffie. Quelle erano cuffie speciali,su misura. I bassi erano ben calibrati, i padiglioni auricolari erano nuovi, rarissimi. Non ho mai toccato quelle cuffie.
In quattro anni di convivenza, non le ho mai toccate.
Non potevo tirarti il vino che era sul tavolo. E il parquet? Che ne sarebbe stato del parquet? E la tua maglietta, quella di Thom Yorke, si sarebbe sporcata.
Ti avrei tirato la ciotola di patatine, ma le briciole ti fanno venire la nausea.
La nostra prima cena a casa nuova, ti avevo fatto dei crostini con le uova di pesce. Non ne toccasti neanche uno. Le briciole ti fanno vomitare. Mentre li mangiavo da sola, non volevi neanche guardarmi in faccia.
Questi erano gli unici oggetti fuori posto. Quelli ancora più preziosi li avevi nascosti. In modo che io non potessi trovarli e rovinarli.
L’unica cosa mia in quella casa vuota era il pennarello giallo fluo. Ci sottolineavo i libri. Solo i miei libri. Vedermi sottolineare con l’evidenziatore ti faceva venire la pelle d’oca. Mi rimproveravi sempre quando lo lasciavo in giro. “Stona con i colori della casa”. Quella casa bianca che sapeva sempre di pulito. Quella cucina che sembrava una sala operatoria. Ti ho lanciato il pennarello. Mi è schizzato via dalle mani come un proiettile. Ora non saprei dire a cosa stessi mirando. Sapevo solo che ti volevo fare male. Mi hai guardata bieco. Ti era rimasto del giallo sulla guancia. Hai provato a raschiartelo via. Avevi paura degli effetti del colorante sulla pelle.
Non ho tirato quel pennarello perché ero turbata. L’ho tirato perché l’unica cosa che riuscivo a pensare era quale oggetto fosse il più adatto da lanciare. Il più giusto. Stavo diventando pazza anche io. Ci stavi riuscendo. Mi stavi trascinando giù con te.
Il Gatto (Smaug)
Secondo anno di convivenza.
Mentre camminavo, come spesso succede ai megalomani, pensavo alla mia di vita, che sembrava ormai a tutti gli effetti quella di una adulta. Con la mia borsa di tela e la mia spesa in mano, mi sono ricordata del primo appuntamento romantico della mia esistenza. Avevo quindici anni, o forse di più, e un ragazzo molto alto e molto magro di nome Luca mi aveva chiesto di uscire. Era la prima volta che trovavo qualcuno carino, e lui magicamente mi chiedeva di uscire.
E a me piaceva perché era molto alto, molto magro e perché aveva uno sguardo innocuo.
Avevo cancellato tutti gli impegni del mio venerdì ed ero rimasta chiusa a casa ad aspettare le quattro di pomeriggio. L’angoscia si era impossessata della camera e del mio stomaco, e faticavo a stare ferma. E che nessuno mi venga a dire che quella era intrepidezza. Quella era pura angoscia. Avevo provato a meditare come faceva mia madre, lui mi aveva scritto che avrebbe fatto un po’ di ritardo e io gli ho risposto ok. Così, a tempo perso, ho iniziato a scrivere sul mio diario del tempo, un’agenda elegantissima, come mi sentivo: mi sento come se mi stessi mettendo d’accordo con un gigolò per vedersi.
E mentre camminavo per tornare a casa pensavo a quella frase che è ancora scritta così in una pagina del mio diario, sotto al mio letto. Decontestualizzata.
Allora, mentre mi congratulavo con me stessa per aver finalmente trovato una relazione stabile e matura, una relazione senza ansia, con un uomo con cui addirittura convivevo, mi è tornato in mente il primo bacio con Luca. Ricordo che lui mi faceva domande e io non riuscivo nemmeno a sorridere, tanto ero divorata dall’angoscia. Quando mi chiese se poteva baciarmi, non riuscii a rispondere neanche a quello. Così lui, da uomo intelligente, disse: «Se hai qualcosa da dire, dilla. Altrimenti ti bacio». E io, ovviamente, non dissi una parola.
Era proprio al ricordo di quel bacio secco, che sapeva di cannabis e Fanta, che ho sentito un miagolio. E sono tornata nel presente.
Avevo trovato un gatto per strada. In un cassonetto. Era rosso, magro, tremava. Sapevo che non lo avresti mai accettato in casa. Ma era così piccolo, così triste. Soltanto un mostro avrebbe detto di no. L’ho messo in borsa, e l’ho portato a casa. Mi hai aperto la porta. Te l’ho fatto vedere. Lo tenevo in mano come un mazzetto di fiori.
Hai fatto un passo indietro. Mi guardavi in modo strano. Come un padrone guarda il proprio cane quando torna a casa con un ratto in bocca.
Quel giorno mi misi a piangere. In ginocchio. Non potevo abbandonare quel gatto. Non potevo. Piuttosto sarei morta.
Alla fine hai acconsentito perché ti faceva male la testa. Le condizioni erano che vivesse confinato tra il bagno e lo sgabuzzino. Non doveva entrare in cucina, né salire sul divano. Non dovevo tenerlo in braccio, perché avrebbe sporcato i vestiti.
Il gatto l’ho chiamato Smaug. Tu non l’hai mai toccato, non l’hai mai chiamato, non gli hai mai dato da mangiare. L’avresti fatto morire di fame. Mostro.
Era un giovedì quando sei tornato a casa prima. Io avevo Smaug tra le braccia. Sul divano. Avevo infranto due regole in un colpo.
Hai cominciato a tremare. Sei diventato tutto rosso. Eri bruttissimo. Non ti avevo mai visto così brutto prima. Nel mezzo di una crisi isterica, balbettando con aria recriminatoria, per un attimo mi sei sembrato uno sgorbio. Se avessi potuto, Smaug lo avresti impiccato. E lo avresti lasciato penzolare per giorni.
Mentre mi urlavi insulti sconnessi, dal petto ho sentito una vampata di calore, d’odio. Eri davanti a me, io ero seduta, e ti ho lanciato il gatto. Scusami Smaug, sono un mostro anche io. Ma i gatti atterrano sempre sulle zampe. Tu hai incassato il colpo e in silenzio sei uscito di casa.
Quella sera hai dormito dai tuoi. La mattina per farti perdonare, mi hai regalato una pallina per far giocare Smaug.
Io ho ripensato a Luca e alla fortuna di non avere più quindici anni, e all’ansia logorante di esistere davanti a qualcuno: Per questo ho accettato le tue scuse e la pallina. Perché tu prima di essere il mio fidanzato eri l’uomo che mi aveva tirato fuori dall’angoscia esistenziale dei miei quindici anni.
La Sedia a Dondolo di Fiammetta
Terzo anno di convivenza.
A una cena tua madre mi disse che la mia vita aveva poco senso. “A trent’anni non puoi essere confusa, tesoro mio”.
I pranzi con Fiammetta erano un’ottima occasione per riflettere di nuovo su che uomo fossi tu, e sul perché tu fossi fatto come sei fatto.
E Fiammetta a me voleva bene, forse troppo. Si prendeva una confidenza che io ontologicamente non riuscivo a darle. E lei lo sapeva, ma spingeva il limite per sadismo, per vedere fino a che punto mi sarei potuta imbarazzare.
E Fiammetta aveva ragione a prendersela con te per essere andato a convivere con me così presto. Io pure me la prendevo con me stessa, e con i miei che non erano severi come Fiammetta. I miei mi dissero che ero libera e potevo fare quello che volevo.
Ma erano passati tre anni ormai, io ero la tua prima e unica fidanzata della vita. e forse Fiammetta non era così fiduciosa che tu saresti riuscito a trovare qualcun altro.
E io avevo combattuto a lungo la voglia di stare con altre persone, di non essere più quella che ha paura di Luca , che mi vuole dare un bacio sotto casa. Di non essere una “accasata”, di essere liberamente bella come sono, nella mia mediocrità. Di provare altro.
Ma la fame del fuori non vinceva mai contro il profondo affetto e la forte gratitudine che provavo nei tuoi confronti, così ingoiavo il gelato al pistacchio e fissavo la cisti al polso di Fiammetta che si era ingrossata e francamente mi faceva così senso e mi impediva di continuare a mangiare.
Poi Fiammetta mi ha detto che da fuori sembravo una vagabonda, in questo periodo della mia vita, e che non mi capisce. Come si è permessa quella casalinga schifosa? Tu non hai detto niente, io sono andata in bagno.
Mi sono sempre chiesta perché Fiammetta mi odiasse così tanto. Perché le facessi così schifo. Forse perché facevo la cameriera, e il resto del tempo cercavo di scrivere, di trovare un lavoro che mi pagasse per scrivere quello che volevo. Se solo avesse saputo che belle storie che scrivevo. Ma tu non glielo hai mai detto, perché ti vergognavi.
D’altronde io ero molto più bella di te. Tu eri solo molto ordinato, lavoro stabile. Un biologo composto e sbarbato, con la gamma emotiva di un pesce rosso.
Io ho sempre vissuto lasciandomi trascinare dall’onda, affrontandola di pancia. Le tue emozioni erano diluite, sciape. Quasi come fingessi. L’avrei dovuto capire da come facevamo sesso. Era tutto ordinato, tecnico. Lo facevamo sempre alla stessa ora, la sera alle dieci in punto.
Quando siamo tornati a casa, ti ho chiesto perché non avessi detto niente, perché non mi avessi difeso. “Perché è vero”, mi hai risposto. Avrei voluto colpire la tua testa mozzata, e quella di tua madre, giocandoci a cricket. Avrei voluto dirti che eri un uomo noioso, arido. E che ti meritavi la vita di merda che vivevi. Ma non te l’ho detto. Perché la vita che vivevi a te piaceva, ti piaceva davvero.
Ho insultato Fiammetta. Ho detto che era una povera ossessiva, sola e acida, e che tu saresti diventato tale e quale a lei. “Mia madre è una donna forte, a volte sbaglia nei modi ma dovresti solo sperare di diventare come lei”.
A quel punto ricordo poco, perché la rabbia mi faceva vedere doppio. All’angolo del salone c’era la sedia a dondolo che tua madre ci aveva regalato quando ci siamo trasferiti. L’ho sempre odiata. Era vecchia, rotta e scomoda. Proprio come Fiammetta.
Ricordo di averla scaraventata a terra e di aver scheggiato il parquet nuovo. Un attimo dopo eri in ginocchio a controllare che non si fosse rovinato il pavimento. Ti ho osservato in silenzio. Mi sono ricordata di quando tenevi più a me che a quel parquet. Avevi lo stesso sguardo concentrato di quando mi medicasti un ginocchio sbucciato. Era la nostra prima uscita.
Per un attimo ho provato tenerezza. Rabbia. Poi tenerezza di nuovo. Allora ti ho chiesto scusa e tu mi hai perdonato. Erano le dieci in punto, e quindi abbiamo fatto sesso.
Le Ballerine Rosse
Quarto anno di convivenza.
Ultimo giorno. Fuori pioveva e io non me lo aspettavo proprio. Indossavo delle ballerine rosse, con la pioggia erano diventate marroni.
Ero andata a prendere un caffè con la mia amica Giovanna a cui era morto il cane. Povero cane, lo conoscevo da quando era uguale a com’è ora ma più basso. Lei e sua madre erano andate a lanciare le ceneri nella zona di parco preferita del loro cane, e avevano litigato. Giovanna vorticava e faceva piroette lanciando le ceneri dal sacchetto e facendole portare via dal vento. La madre invece le seminava in piccoli mucchietti dietro qualche cespuglio.
“Ma ti pare normale? Dimmi tu!” Mi ha detto lei mentre beveva il quarto caffè della giornata. Si erano messe a urlare, spiegando l’una a l’altra come lanciare le ceneri.
Io le ho detto che era un dolce modo di affrontare un grande lutto in famiglia. E lei, probabilmente insoddisfatta della mia risposta pretenziosa, ha smesso di parlare di sua madre e del cane. Mentre tornavo, qualcosa mi tratteneva dal tornare a casa, e non sapevo bene cosa. Mi ero avvilita pensando al cane della mia amica e a queste ceneri, e alla mia risposta insopportabile e poi mi sono ricordata: Avevo lasciato l’acqua sul fuoco, me ne ero dimenticata, e ora dovevo correre a casa.
Tu hai sentito le mie chiavi entrare nella serratura. “Lascia le scarpe fuori”, mi hai detto. Io l’avrei fatto comunque, ma qualcosa di strano è scattato. Come un click, un osso che scrocchia.
Ho preso le scarpe infangate e le ho gettate al centro del salone. Ho strappato il tuo libro edizione limitata. Ho sputato sul parquet. Non so se pensi ancora che io quel giorno sia impazzita. Io quel giorno sono rinata.
Ho preso Smaug sotto braccio infilandomi un paio di ciabatte troppo grandi, e senza che tu dicessi niente, me ne sono andata. Camminavo sotto la pioggia pensando a quante altre cose avrei potuto tirarti, ma che non ti ho tirato.
Pioveva anche quando ci siamo conosciuti. Avevo perso le chiavi della macchina ad una festa di compleanno. Chiedevo agli invitati, al momento della torta, se per caso le avessero viste. Nessuno mi aiutava. Solo tu, sconosciuto disponibile, mi hai dato una mano a cercarle. Me le hai trovate proprio tu. Tra i cuscini del divano. Mi sono sempre chiesta se le avessi nascoste apposta, per abbordarmi. Il fascino del salvatore mi ha convinto a darti il mio numero. Io ti facevo ridere, tu mi trovavi le cose che perdevo. Avrei dovuto capire che ci saremmo dovuti lasciare quando tu hai smesso di ridere, e quando io ho smesso di perdere le cose.




