I racconti del Premio letterario Energheia

L’erosione dell’infinito, Alice Maria De Monte_Nardò (LE)

_Racconto finalista trentaduesima edizione Premio Energheia 2026. (Sezione giovani under 21 anni)

Le parole hanno un peso specifico, ma il “per sempre” è fatto di elio. Vola altissimo finché sei giovane, ti trascina verso l’alto, poi arrivato nell’atmosfera, ti molla, e tu non puoi far altro che cadere.

Non è stata una di quelle storie che leggi nei libri, con l’incontro folle, i colpi di fulmine cinematografici o i fuochi d’artificio che illuminano il cielo a comando: la nostra è stata una storia di lentezza, un accumulo silenzioso di istanti che non sapevamo ancora di chiamare destino.

Lui c’è sempre stato.

Se guardo indietro alle mie vecchie foto da bambina, quelle con i bordi consumati e i colori che tendono verso il marroncino, lui è lì: una macchia sfocata sullo sfondo di ogni compleanno, una presenza costante in ogni pomeriggio passato in cortile, il testimone muto di ogni ginocchio sbucciato sull’asfalto rovente.

Eravamo due ragazzini che si spingevano sull’altalena cercando di toccare le foglie più alte degli alberi e si rubavano le merende sotto il portico, convinti che il mondo finisse esattamente lì, oltre il muretto del quartiere, dove la strada diventava ignota.

Sapevo come respirava prima ancora di sapere come baciava. Sapevo che quando era nervoso si mangiava le unghie fino a farsi male e che se era felice fischiava una canzone stonata, una melodia senza nome che conoscevamo solo noi.

Ma eravamo ciechi.

O forse eravamo solo piccoli, troppo impegnati a rincorrere palloni per accorgerci che stavamo costruendo un abisso. Per anni ci siamo guardati senza vederci, ci siamo toccati senza sentirci, come se l’amore fosse un gioco da grandi a cui non eravamo ancora stati invitati.

Poi, la crescita ci ha travolti: io sono diventata una donna con i capelli troppo lunghi e troppi pensieri in testa; lui è diventato quell’uomo che improvvisamente mi faceva mancare l’aria solo entrando in una stanza, cambiando la pressione atmosferica intorno a me. È successo tutto in un attimo, eppure ci aveva messo vent’anni a prepararsi. È stato come accendere la luce in una stanza dove eri rimasta al buio per tutta la vita: gli oggetti erano gli stessi, ma ora finalmente ne vedevo i colori, l’essenza.

Innamorarsi di lui è stato facile come cadere. Non c’erano barriere, non c’erano presentazioni da fare. Sapevamo già tutto.

Ed è stata proprio questa familiarità a fregarmi.

Mi sentivo al sicuro, protetta da una storia che aveva radici nell’albero dell’infanzia. Pensavo che un legame così antico non potesse spezzarsi. Pensavo che, siccome eravamo stati bambini insieme, saremmo stati vecchi insieme.

Quella scogliera, quella mattina di giugno, era il posto dove tutto doveva diventare ufficiale. Il mare era così azzurro che faceva quasi male agli occhi, una distesa infinita che sembrava respirare con noi. L’odore della salsedine si mischiava a quello della sua pelle, un profumo così familiare.

Eravamo lì, in piedi davanti all’immenso, e io mi sentivo gigante perché avevo lui accanto. Quando mi ha preso le mani, mi ha guardato con un’espressione in volto che non gli avevo mai visto, uno sguardo che non ammetteva dubbi, con quella certezza che hanno solo gli ignoranti o i sognatori: «Io ti amerò per sempre» disse.

Per sempre.

Non “finché staremo bene” o “finché la vita non dividerà le nostre strade” ma, semplicemente, per sempre. In quel momento, quella parola sembrò l’unica unità di misura sensata. Non sapevo ancora che l’eternità è un concetto matematico che mal si addice a esseri fatti di carne, dubbi e cellule che si rinnovano completamente ogni sette anni. Se ogni sette anni siamo persone biologicamente diverse, con atomi nuovi e nuovi sogni, come può la promessa di un estraneo vincolare la donna che sarò diventata?

Il “per sempre” è un prestito che chiediamo al futuro senza avere garanzie da offrire. Quando lo diciamo, siamo in uno stato di ebbrezza temporale. Crediamo che il sentimento sia una roccia, mentre è più simile a un ghiacciaio: sembra immobile, ma scorre, si spacca, si scioglie sotto il sole dei giorni qualunque.

Nelle prime settimane, il nostro “per sempre” era un amuleto. Lo usavamo per concludere i messaggi della buonanotte, per chiudere le telefonate, come se fosse un punto fermo alla fine di una frase che non volevamo finisse mai. Ci dava un potere che non si può spiegare a parole. Promettere l’eternità significa, dopotutto, sfidare la morte. È un modo per dire: “Io sono più forte del tempo che passa”. Ma il tempo si limita ad aspettare.

Il primo segno di usura non fu un litigio. Pioveva; una di quelle piogge sottili che non sembrano bagnare, ma ti entrano nelle ossa. Era seduto al tavolo della cucina, intento a fissare il vuoto sopra la tazza del caffè ormai freddo. Io ero lì, a due metri da lui, e per la prima volta percepii la distanza che può esserci tra due persone che condividono lo stesso tetto, lo stesso respiro.

«A che cosa pensi?» chiesi.

«A niente», rispose lui.

In quel “niente” c’era la prima crepa. Perché se il “per sempre” è un dialogo continuo, il silenzio è il suo primo nemico. Non era un silenzio complice, di quelli dove ci si capisce senza parlare. Era un silenzio di nebbia. In quel momento l’eternità mi sembrò improvvisamente stancante. Mi chiesi se avrei dovuto fare quella stessa domanda, in quella stessa cucina, per i prossimi quarant’anni. L’infinito, visto da vicino, assomigliava terribilmente alla monotonia.

La società ci insegna che “per sempre” è l’unico esito accettabile di un amore. Se finisce, diciamo che “è fallito”. Ma come può fallire qualcosa che ha dato luce per anni? Eppure, ci sentiamo in colpa. Ci sentiamo dei traditori se la mattina ci svegliamo e scopriamo che quel sentimento, che credevamo un diamante inscalfibile, è diventato polvere. Il passaggio dal “per sempre” al “mai più” è un processo chimico lento. Non succede dall’oggi al domani, anche se così sembra a chi guarda da fuori. È un’erosione quotidiana. È il dimenticare di chiedere “come stai?”, è il dare per scontato che l’altro sarà lì, immobile, ad aspettarci.

C’è un paradosso crudele nel modo in cui riusciamo a dimenticare le promesse. Un giorno sei convinto che senza quella persona la tua vita cesserebbe di avere un senso logico; il giorno dopo, o forse un anno dopo, ti ritrovi a pensare a “chissà come sarebbe stato se” e ti rendi conto che quella promessa non era poi così rigida, e che è evaporata con il tempo, come rugiada al mattino. Com’è possibile dimenticare una promessa del genere? La verità è che il cervello umano ha un sistema di autodifesa: la compartimentazione, attraverso cui la mente separa pensieri, emozioni o ricordi per permetterci di continuare a camminare. Mettiamo il “per sempre” in un cassetto polveroso e speriamo di non doverlo mai più riaprire.

Dopotutto mi è rimasta solo la consapevolezza che la parola che avevamo scelto era troppo grande per noi. Eravamo come bambini che provano a indossare le armature dei giganti: ci inciampavamo dentro. Lui me l’aveva poggiata sulle spalle, convinto che potesse farmi da scudo contro le incertezze del mondo, contro la paura che tutto svanisse. Ma quell’armatura era troppo grande, troppo rigida, troppo pesante per noi che eravamo fatti solo di pelle e battiti accelerati.

Ci inciampavamo dentro. Ogni passo che provavamo a fare verso il futuro era condizionato dal peso di quel metallo lucente. Invece di farci sentire invincibili, viverci dentro ci faceva sentire piccoli, minuscoli, in un mondo pieno di cose che non si possono prevedere. Quella stessa corazza non ci permetteva di cadere, ma nemmeno di correre. Eravamo prigionieri di una protezione eccessiva. Eravamo schiacciati dal dovere di corrispondere a una grandezza che non ci apparteneva. Lui ha smesso di portarla quando ha capito che lo stava soffocando, lasciando a me il compito di capire come sfilarmi di dosso tutto quel ferro ormai arrugginito.

Dopo che lui se n’era andato, l’armatura del “per sempre” non era svanita con lui. Era rimasta lì, saldata alla mia pelle, un esoscheletro di dolore. È questa la maledizione di chi riceve una promessa totale: chi la fa può dimenticarla e uscirne illeso, ma chi ci ha creduto resta prigioniero di un involucro che non serve più a niente. Ogni giorno, per mesi, ho provato a sfilarmela. Ma non c’erano ganci facili da slacciare, non c’erano cerniere. Quel ferro era diventato parte del mio corpo. Era un’armatura fatta di abitudini, di aspettative, di frasi non dette che rimbombavano nel metallo. Provare a toglierla significava strappare via pezzi di me a cui ero troppo legata per lasciarli andare.

Ogni volta che tentavo di liberare un braccio, una gamba, il metallo resisteva. I bordi di quel “per sempre” si erano fatti affilati come lame di coltello. Ogni movimento verso la libertà lasciava un segno. Mi tagliavo con i ricordi, mi ferivo con la nostalgia di una sicurezza che non era mai stata reale. Il ferro mi graffiava i fianchi mentre cercavo di voltarmi nel letto, mi stringeva la gola ogni volta che provavo a pronunciare un nome nuovo. Ero un soldato senza guerra, che vagava per la città con una corazza pesante che nessuno poteva vedere, ma che mi impediva di correre, di ballare, persino di respirare a pieni polmoni. Mi sentivo ridicola: una donna ferita da una parola che non esisteva più, intrappolata in un monumento alla coerenza che lui aveva abbattuto con un semplice “non è più come prima”.

Quei tagli non erano solo metaforici. Erano solchi profondi nell’anima. Ogni volta che riuscivo a staccare un pezzo dell’armatura, scoprivo che sotto c’era una parte della mia pelle, pallida perché non vedeva la luce da troppo tempo. Il “per sempre” mi aveva protetta dal mondo, è vero, ma mi aveva anche impedito di sentirne il calore. Mi chiedevo spesso se anche lui stesse sanguinando da qualche parte o se la sua armatura fosse stata fatta di carta, pronta a sciogliersi alla prima pioggia. La crudeltà stava tutta lì: io sanguinavo per un giuramento che non avevo nemmeno pronunciato, ma che avevo accettato come una verità assoluta. Ero diventata la custode di un tempio vuoto.

Passavo le giornate a misurare il peso del mio dolore. Tentavo di razionalizzare. Mi dicevo che la vita è un susseguirsi di stati transitori, che nulla è destinato a durare, che le stelle stesse collassano dopo miliardi di anni.

Ma la logica non serve a nulla quando senti il freddo del ferro contro la pelle. Dovevo passare attraverso quei tagli. Dovevo accettare che la liberazione avrebbe richiesto dolore.

Poi, un bel giorno, è successo. Non è stato un evento eclatante. Non ci sono state trombe o terremoti. Mi sono svegliata e ho sentito che il metallo era diventato più sottile, quasi fragile, corroso dalla mia stessa volontà. Forse era stato il tempo, quella strana medicina che non guarisce ma consuma; forse era stata la mia stessa stanchezza a corrodere le legature di quella prigione. L’ultimo pezzo dell’armatura — quello che proteggeva il cuore, o forse lo soffocava — è caduto sul pavimento con un rumore sordo.

Sono rimasta lì, immobile, nel centro della stanza. Ero finalmente libera. Per la prima volta dopo anni, non c’era più nulla tra me e l’aria. Mi sono avvicinata alla finestra e ho tirato su la serranda con un gesto deciso. Il sole non ha chiesto permesso. È entrato prepotente, con una forza che mi ha quasi accecata. E poi, finalmente, mi ha toccata. Ho sentito il calore sulla pelle — un calore vero —non quello finto e soffocante dell’armatura. Il sole passava sui miei tagli, sulle mie cicatrici, sulle mie debolezze, e invece di farmi male, sembrava volerle guarire. Mi sono sentita leggera, così leggera che per un attimo ho avuto paura di volare via, come se la gravità non avesse più presa su di me.

Ho ricominciato a camminare nel mondo senza il rumore del ferro che sbatte contro le ginocchia. Ho scoperto che la pelle è molto più resistente del metallo, perché la pelle si rigenera, impara dalle ferite, si adatta alle stagioni. Il ferro, invece, si limita ad arrugginirsi e a spezzarsi. Tutto ha ripreso il suo verso giusto, ma con una consapevolezza nuova. La vita non è tornata a essere quella di prima, perché “prima” ero convinta che la felicità dipendesse dalla durata di una promessa. Ora so che la felicità è l’esatto opposto: è la capacità di stare nel presente senza chiedere garanzie al domani.

Ho imparato a guardare il cielo senza cercarvi dei segni del destino. Il “per sempre” è rimasto lì, in quell’angolo della stanza, un cumulo di rottami arrugginiti che ora guardo con una strana tenerezza.

È stato il mio nido e la mia prigione, ma ora è solo un oggetto che non mi appartiene più. La mia pelle era tornata a respirare. Il sole iniziava a sfiorarmi ogni mattina, e io non avevo più paura delle ombre. Perché le ombre esistono solo dove c’è la luce, e io, finalmente, avevo deciso di restare sotto il sole, accettando che ogni giorno fosse un’eternità che basta a se stessa.

Proprio mentre sentivo il calore del sole guarire le mie ferite, proprio mentre le dita sfioravano quelle cicatrici che credevo reali, ecco che, improvvisamente, la luce ha iniziato a vibrare in modo strano, quasi elettrico. Il calore non era un abbraccio, era un’ustione gelida. Il rumore del ferro che cadeva non era un suono metallico, ma un cortocircuito della coscienza che mi scuoteva fin dentro le ossa.

Mi sono fermata. Ho guardato le mie braccia, quelle che credevo segnate dai tagli dei “coltelli” del per sempre. Non c’era nulla. La pelle era liscia, intatta, spaventosamente pulita, priva di ogni ferita. Non c’erano croste, non c’erano segni di lotte notturne contro corazze di giganti. Non c’era nemmeno la stanza, per come la ricordavo. Le pareti hanno iniziato a sbiadire, i contorni dei mobili a sciogliersi come cera.

In un istante, come se un proiettore si fosse spento bruscamente lasciando la sala nel buio totale, ho capito. Tutto quello che avevo vissuto — l’estate della promessa, il peso dell’armatura, il tormento della sua assenza, la fatica sovrumana di sfilare il metallo dalla carne — non era mai accaduto. Non fuori di me, almeno. Non c’era stato nessun “lui” che aveva giurato l’eterno su una scogliera, perché non c’era mai stata una scogliera. Era stata una costruzione architettonica della mia mente, un delirio perfetto eretto per proteggermi da una verità molto più atroce: il nulla.

Ho inventato un carnefice perché non potevo accettare l’assenza di un complice. Ho inventato una promessa tradita perché il silenzio assoluto dell’universo era insopportabile. Il “per sempre” non era stata una frase detta da qualcuno, ma un’ossessione che avevo coltivato in solitudine, una fiaba nera che avevo scritto per dare una trama a giorni che altrimenti non avrebbero avuto un nome, né un senso.

L’armatura di ferro non era il ricordo di un amore finito, ma la forma della mia stessa ansia, la struttura rigida della mia paura. Mi ero rinchiusa da sola in quel castello di metallo, mi ero inflitta da sola quelle ferite con i coltelli dell’immaginazione, solo per poter dire a me stessa: “Soffro perché ho amato”. È infinitamente più facile sentirsi una vittima del destino che un atomo che vaga nel vuoto senza che nessuno lo guardi.

Il colpo di scena non è stato scoprire che lui non mi amava più. Il colpo di scena è stato capire che lui non era mai esistito, se non come proiezione di un desiderio così violento da farsi carne e metallo. Ho creato un intero universo di dolore, di ricordi falsi dall’infanzia a oggi, di tramonti mai visti e di promesse mai ricevute, solo per non ammettere che il “per sempre” è un’invenzione di chi ha troppa paura di restare solo nel presente.

Ora sono qui. Non ci sono più giganti, non ci sono armature, non ci sono scogliere. C’è solo una stanza bianca, e la consapevolezza che ogni singola parola è stata un’allucinazione necessaria, un ponte gettato sul vuoto. La vita non è ricominciata perché ho sfilato l’armatura; è ricominciata perché ho smesso di scriverla. Ho guardato il vuoto e, per la prima volta, non ho provato a riempirlo con una bugia eterna. Non c’è nessun verso giusto in cui le cose devono andare. C’è solo il respiro, questo sì reale, che entra ed esce dai polmoni senza bisogno di giuramenti.

Il “per sempre” è tornato a essere quello che è sempre stato: una parola vuota, un guscio di noce che galleggia su un oceano senza fondo. E io, finalmente sveglia, ho smesso di provare a salirci sopra per salvarmi.

Eppure, nonostante il metallo mi abbia tagliato la carne immaginaria, nonostante io sappia ora che quel guscio di noce è fragile e destinato ad affondare nell’oceano, io voglio ancora salirci sopra. Voglio ancora credere, con una follia che non chiede scusa, che esista un “per sempre” che non sia una prigione, ma un orizzonte aperto. Voglio chiudere gli occhi e aspettare che qualcuno, un giorno, mi porga di nuovo una mano reale, non per caricarmi di un’armatura, ma per camminare con me verso quel limite dove il tempo smette di contare i secondi e comincia a contare i respiri.

Forse il “per sempre” non è una destinazione, ma l’atto di continuare a cercarlo nonostante la verità, nonostante il nulla. E in questo istante, mentre il sole vero scalda la mia stanza vuota e silenziosa, io chiudo gli occhi. E ricomincio a sognare la mia prossima, bellissima, eterna caduta.