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Kaleidos, racconto fotografico

Sogno per un sorriso

fotoracconto finalista Premio Kaleidos Africa’s Pictures 2012_di Nico Abbatemarco
sezione 18-19 anni

Vittoria. Credeva che si chiamasse così. Quell’enorme specchio d’acqua occupava tutto l’orizzonte, formando col cielo un grande unico quadro blu-azzurro. Stormi di fenicotteri disegnavano grandi macchie rosa sulla sua superficie, facendo increspare le piccole onde lacustri che istante per istante nascevano e morivano infrangendosi dolcemente sulla riva. Tutta l’immagine dava un senso di bellezza, forza, maestosità. Era tutto come se l’era immaginato: l’aria fresca, il vento dolce dietro le spalle, gli uomini che salivano di buona lena sulle loro barche per andare a pescare. Era così perfetto! E…quanta acqua c’era in quel luogo! Non pensava che avrebbe mai visto di nuovo così tanta acqua in un posto solo dopo che se ne fosse andato. Ma poi, perché andarsene? Poteva restare. Avrebbe portato li i suoi genitori e i suoi fratelli, e quel posto avrebbe dissetato loro e i loro figli per generazioni. Sarebbe stato considerato un eroe per averli portati li; sarebbero stati felici. Per sempre.

Si avvicinò alla spiaggia e cercò di bere un sorso d’acqua per dissetarsi dalla calura crescente, ma non ci riuscì. Riprovò, e di nuovo fallì. A poco a poco, l’immagine del lago si dissolse, lasciandolo colmo di una profonda tristezza.

 Pian piano Faraji si svegliò, stropicciandosi gli occhi. Aveva tutta la bocca impastata. Si fermò un momento a guardare il petto di suo fratello Kwame che si alzava e si abbassava ritmicamente. Diede un’occhiata anche ai profili degli altri appena illuminati, poi uscì fuori dal cumulo di macerie e mattoni che chiamavano casa, e vide sua madre illuminata dai raggi del sole appena sorto. Aveva appena svuotato due secchi in una bacinella più ampia e ora si preparava al secondo viaggio della giornata verso il pozzo.

“Lascia stare, vado io.”

“Sicuro?”

“Sicuro. Dammi i secchi. E controlla Kwame. Mi sembra che abbia i brividi quando respira, non vorrei che fosse di nuovo malaria.”

Sua madre fece un cenno con la testa, poi, caricandosi i secchi sulle spalle, Faraji ripensò al sogno-incubo appena fatto e pensò che avrebbe dovuto esaltarsi di meno alla prossima storia di padre Sabia.

Padre Sabia era un missionario italiano giunto nel villaggio qualche settimana prima; aveva preso alloggio nella cappella abbandonata, dove celebrava messa la domenica e raccontava storie dal mondo a tutto il villaggio ogni sera. Quei racconti dovevano essere destinati ai bambini, ma ai lati del fuoco che accendeva la sera nello spiazzale davanti la chiesa si riunivano sempre persone di tutte le età, lui compreso. I racconti aiutavano a sentire meno la fame. Quello della sera prima aveva parlato del lago Vittoria, dei viaggi di Livingstone e di Stanley, della loro ricerca della sorgente del Nilo. Padre Sabia raccontava raramente storie del mondo occidentale da cui proveniva: le sue storie parlavano perlopiù d’Africa, della grande ricchezza che vi era nascosta, passando dai grandiosi avventurieri che l’avevano esplorata in lungo e in largo alle leggende e ai miti che aveva imparato durante le sue peregrinazioni. Aveva un motto: “salvare l’Africa con l’Africa”.

 Faraji però spesso immaginava il mondo di cui padre Sabia gli taceva così tanto. Non ne parlava perché pensava di far loro un dispiacere, o perché voleva dimostrare che tutti erano figli di Dio, quali che fossero le origini? Non lo sapeva. Ma avrebbe voluto ascoltare più spesso storie del mondo dei ricchi, dove i neonati non morivano prima di crescere, dove il cibo era così abbondante che si poteva buttare e le pance erano piene e non d’aria, dove ognuno, nella propria casa, poteva avere tanta acqua quanta ne desiderasse.

 

Alla fine, però, non si crucciava nemmeno troppo a questo pensiero, no, anzi pensava che un giorno realizzando i suoi desideri e le sue speranze avrebbe potuto donare all’Africa altrettanta ricchezza. Avrebbe trasformato il sogno fatto quella notte in realtà, anziché disperarsi affannosamente alla ricerca di vane certezze come facevano gli altri. E così i suoi genitori avrebbero sorriso, ogni giorno. E i suoi fratelli sarebbero cresciuti forti, e nessuno di loro avrebbe patito più la fame, e la sete, e la malattia, e forse…

 

 

 

Forse era solo un sogno. Ma dov’era il problema? Il suo sogno sarebbe stato come acqua che porta vita: avrebbe fatto nascere un sorriso sul volto di tutti quelli che gli stavano accanto.

Continuò a camminare.