Energheia Europa, I racconti del Premio Energheia Europa

Smarrita, Stanislava Kolesnikova

Finalista Premio Energheia Slovenia 2023

Traduzione a cura di Leonardo Ungarini

 

24 dicembre ore 11.00

Grace aprì gli occhi. La testa le formicolava e le dita dei piedi erano intorpidite e strette negli stivali di pelle. Da qualche parte, dietro la schiena sentiva dolore. Le ci vollero alcuni istanti per riprendersi e capire dove fosse. Era seduta su una panchina. Era scossa dal dolore al collo. A quanto pare aveva dormito seduta sulla panchina. Si guardò lentamente intorno.

Una folla di persone sconosciute, che aveva fretta di arrivare da qualche parte, le passò davanti, quasi tutti portavano borse e zaini capienti o trascinavano dietro di loro valigie. Quando vide un enorme tabellone elettronico con le scritte “Partenze” e “Arrivi” e sentì una fredda voce metallica echeggiare nell’enorme sala, capì finalmente dove si trovava. Era in un aeroporto. Dopo pochi istanti si rese conto di trovarsi nell’aeroporto più famoso d’America; l’aeroporto internazionale John F. Kennedy di New York.

“Ma che diavolo…” pensò Grace. Non ricordava assolutamente nulla. Come ci era finita all’aeroporto di New York se viveva a Boston? Quali circostanze misteriose l’avevano portata a trascorrere le notti in questo luogo?

Cercò di alzarsi, ma le vertigini facevano sembrare affrettati anche i movimenti più lenti. Quando finalmente si rimise saldamente in piedi, i suoi pensieri iniziarono a correre freneticamente alla ricerca di una soluzione. Innanzitutto doveva controllarsi le tasche: sicuramente avrebbe scoperto qualche indizio. Iniziò con le tasche posteriori dei suoi jeans, dalle quali tirò fuori una patente di guida con i suoi dati personali – Grace Jenson, nata il 17 giugno 1988 – e uno scontrino con una sequenza incomprensibile di numeri e cifre – FI 614 – scritta sul retro. Nella tasca interna della giacca trovò invece una gomma da masticare alla menta e il suo tesserino identificativo da poliziotta, apparentemente rilasciato dal dipartimento di polizia della città di Boston in Massachusetts. Non aveva soldi, né un biglietto aereo, né il passaporto. Si toccò poi la parte indolenzita della schiena e trovò qualcos’altro. Aveva una pistola alla cintura.

Era completamente sola, all’aeroporto di una città a lei sconosciuta, senza effetti personali e, peggio ancora, senza memoria.

In mezzo a una folla urlante, tra la moltitudine di echi nella sua testa e la voce stridula di una vecchietta, poté distinguere uno strano suono, una melodia che le era dolorosamente famigliare.

Grace balzò in piedi e senza salutare si allontanò. Non era in vena di convenevoli in quel momento.

Quella melodia era la suoneria di un cellulare che le era nota. Il telefono che suonava doveva essere lì da qualche parte, nelle vicinanze.

Si guardò intorno per trovare la fonte di quel suono. All’altra estremità della panchina dove si era svegliata, il cellulare squillò di nuovo. Mentre si avvicinava, vide un uomo addormentato con un cellulare che suonava nella tasca interna della giacca. L’uomo sembrava essere sulla quarantina, di bell’aspetto, con capelli castano chiaro e nella parte inferiore del viso i segni di una barba di tre giorni. La poliziotta gli si avvicinò silenziosamente.

All’improvviso, il cellulare squillò di nuovo e Grace gridò dalla sorpresa. Lo sconosciuto addormentato scrollò le spalle. L’uomo faticosamente aprì gli occhi e con stupore fissò la donna di fronte a lui. Tutto sembrò inusuale.

“Chi è lei?” chiese sorpreso lo sconosciuto.

“Mi scusi signore. Sono l’agente Grace Jenson. Non volevo svegliarla”, Grace iniziò a scusarsi, rendendosi conto di quanto tutto ciò fosse ridicolo. “Il suo cellulare, per amor del cielo, mi scusi ma, sa, ha squillato”.

L’uomo era chiaramente confuso.

“Ma quale telefono? Non ho un telefono, si sbaglia”.

Ma poi la tasca interna della giacca squillò di nuovo facendo così sobbalzare lo sconosciuto.

“Ma che diamine… Che scherzo è questo?” esclamò.

Con cautela prese dalla tasca il cellulare che vibrava e lo fissò stupito, poi tornò a guardare Grace.

Lei stava quasi per esplodere dall’impazienza di scoprire di chi fosse quella melodia famigliare.

L’uomo fissò per qualche secondo il cellulare prima di riattaccare.

“Cosa sta facendo?” esclamò indignata Grace.

“Non rispondo ai numeri che non conosco, da telefoni non miei” rispose. “Ma cosa sta succedendo? Dove mi trovo esattamente?” Si alzò improvvisamente, afferrandosi la testa e gemendo dal dolore.

“Dannazione!”

“Si sente bene?” domandò cautamente Grace. “Perché stava dormendo sulla panchina?”

“Non sto sognando. Non ricordo niente! Devo avere i postumi di una brutta sbronza, altrimenti non riesco proprio a spiegarmi come sia finito qui!” affermò il tizio.

Grace si contorse per il fastidio.

“Quindi, sta dicendo che non ha idea di come sia finito all’aeroporto di New York?”

“New York?” “Cosa, New York?”, gridò l’uomo. “Siamo a Houston!”

“Non direi”, replicò Grace. “Al momento ci troviamo in un terminal dell’aeroporto internazionale John F. Kennedy di New York”.

L’uomo scosse la testa in preda al panico e si precipitò verso un pannello informativo. Grace non aveva altra scelta che seguirlo.

Completamente smarrito, l’uomo si fermò sotto il pannello e cominciò a esaminarlo con la bocca leggermente aperta. Grace lo raggiunse e cercò di calmarlo.

“Ascolti, si calmi! Anche io mi sono appena svegliata in questo dannato aeroporto e neanche io ricordo nulla. Questa non può essere una coincidenza. È successo qualcosa. Ora si calmi e mi aiuti a capire cosa!”

“Mi sta prendendo in giro? Anche lei non ricorda niente?” lo sconosciuto iniziò a irritarsi.

“Giuro che non ho idea di come sia arrivata qui. Il mio nome è Grace Jenson, sono un agente di polizia di Boston e non sono mai stata a New York in tutta la mia vita. Si è controllato le tasche?”

“Perché diavolo dovrei controllarmi le tasche?” L’uomo era sempre più confuso.

“Ah, non saprei, forse perché un telefono, che dice non essere il suo, ha squillato proprio un minuto fa nella sua giacca” spiegò Grace infastidita.

La guardò incredulo per qualche istante, poi si arrese e iniziò a frugarsi nelle tasche e a esaminarne il contenuto.

“Il portafoglio, il passaporto, un taccuino, una penna”, elencò “e questo dannato telefono!”

“Almeno lei ha il passaporto con sé. Dei documenti, io ho solo la patente di guida”, aggiunse Grace a bassa voce.

Il tizio, confuso, tentennò e si chiese cosa si sarebbe dovuto fare normalmente in una situazione del genere; sempre se ovviamente in una situazione del genere si possa fare qualcosa di normale.

“Come si chiama?” domandò Grace.

“Dill Adams. Professor Dill Adams. Insegno filosofia all’università di Houston”.

“Ascolti Dill – posso chiamarla Dill? Siamo entrambi nei guai. È imbarazzante ma non ho trovato soldi con me”. Grace sembrava arrossire dall’imbarazzo. “Propongo di andare al bar più vicino e provare a scoprire cosa è successo, e offra la colazione in onore di questa nostra conoscenza”.

24 dicembre ore 11.45

Si sedettero al tavolo libero più vicino.

“A cosa sta pensando Grace?” domandò cautamente il professore.

“Voglio dire, ma cosa diavolo sta succedendo qui?” iniziò. “Ovviamente qualcuno sta giocando con noi, professore. Ha qualche suggerimento su chi potrebbe essere e cosa vuole da noi?”

“Non ne ho idea”, disse con nonchalance. “E non conto nemmeno che lo scopriremo”.

“E perché?” Grace rimase un po’ allibita.

“Non ricordiamo niente, no? Cosa possiamo fare se entrambi abbiamo la mente offuscata?” rispose Dill.

“Almeno dobbiamo provarci, dobbiamo pur cominciare da qualche parte!” Grace fremeva.

Il professore sospirò e cedette. “Bene, proviamo”, disse. “Qual è l’ultima cosa che ricorda di ieri?”

Grace ci ragionò su. Cosa ricordava?

“Ho lavorato fino a notte fonda, ero in stazione, come al solito. Il mio partner, Rowan Mitchel, può confermarlo. Anche se in autunno c’è poca criminalità in città, il lavoro non ci manca”.

“Grace?” la interruppe Adams. Sembrava confuso. “Sa che giorno è?”

“Dovrebbe essere il diciassette ottobre”, rispose lentamente la polizotta.

Dill la guardò in preda al panico e alzò lo sguardo verso il cartellone alle sue spalle.

Grace si voltò e fissò con terrore il cartellone pubblicitario. L’aeroporto JFK augura a tutti gli ospiti buone feste! Buon Natale e a presto! 24 dicembre 2015.

“Che Cosa?? Oggi è la vigilia di Natale?!” esclamò sconcertata. “Ma questo è impossibile Dill. Non posso aver perso la memoria per due mesi!”

“Anche io ero sicuro che fosse ottobre, Grace” Adams rimase un attimo in silenzio. “Possono esserci soltanto due spiegazioni”. Abbassò lo sguardo. “La prima è che ieri è successo qualcosa che ci ha fatto dimenticare tutto quello che è accaduto negli ultimi due mesi”.

“E la seconda spiegazione?” Grace lo guardò con sguardo interrogativo.

“È accaduto qualcosa due mesi fa”. Concluse lentamene il professore.

“Ma questo è impossibile! Ci avrebbero messo nel database delle persone scomparse. Qualcuno si sarebbe accorto che siamo spariti, no? Rowan si sarebbe reso conto subito se non fossi andata al lavoro. E lei? Qualcuno dovrà pur aver fatto caso che non c’era? Una moglie, un collega?”

“Non sono sposato”, commentò seccato Dill. E aggiunse: “Sì, i miei studenti avrebbero notato certamente la mia lunga assenza”.

Gli occhi di Grace si incupirono. Niente aveva senso. Ieri sera, 17 ottobre, ha staccato dal lavoro, è salita sulla sua vecchia Ford Focus e si è diretta a casa, a Boston, dove si è versata un bicchiere di vino ed è andata a dormire. E questa mattina, 24 dicembre, si è svegliata all’aeroporto di New York.

Squillò il telefono. Entrambi sobbalzarono.

“Maledizione!” strillò Dill. “Sta suonando di nuovo!”

“Presto, risponda!” Grace era impaziente.

“Crede sia matto? Non so nemmeno chi sta chiamando!”

“Per amor di Dio, Dill! Questa è la nostra ultima possibilità. La prego, risponda!” insistette Grace.

Il professore guardò incerto lo schermo del telefono, poi con riluttanza premette il tasto verde.

“Pronto”.

Pochi istanti dopo, fissò Grace con ancora più stupore.

“È per lei”.

“Come prego?”

“La cercano. Vogliono parlare con l’agente Grace Jenson”.

Grace era pietrificata. Cosa significava tutto questo? Perché qualcuno la stava chiamando sul telefono di qualcun altro?

Adams le porse lentamente il telefono.

“Sì, Chi parla?”

“Signorina Jenson?” rispose una voce maschile infastidita dall’altro capo del telefono. “Eravamo sicuri che avesse la situazione sotto controllo! Ma la signorina Bryant, la segretaria dell’ambasciatore, ha appena annunciato l’evacuazione dell’edificio, il che significa, che la sua operazione è fallita. Ma guardi le notizie, detective! È in gioco il destino del governo britannico, signorina Jenson, la terza guerra mondiale potrebbe essere alle porte! Mi dispiace doverglielo dire per telefono e in queste circostanze, ma lei è licenziata, Grace. Lunedì si presenti in ufficio per riconsegnare il distintivo”.

Gli occhi di Grace si incupirono. Operazione, guerra, governo britannico. Cosa poteva significare tutto ciò? La testa le girava e si sentiva male. Pensava di stare per avere un attacco di panico.

“Ecco il suo hot dog con patatine fritte e caffè”, la graziosa cameriera interruppe bruscamente i suoi pensieri.

“Chi era?” chiese Dill preoccupato. Ma Grace non trovava la forza di parlare.

“Devo preoccuparmi? Dannazione, mi dica cosa è successo?”

Grace cercò di riprendersi. “Non lo so. Ha parlato di una certa operazione segreta e del governo britannico”, disse Grace confusa.

Adam la guardò incredulo. “È sotto shock, deve calmarsi e mangiare, Grace. Aspetti qui, d’accordo? Torno subito”.

Si alzò dal tavolo e si diresse verso il bancone del bar.

Grace, completamente disorientata, tentò di ripercorrere mentalmente la conversazione telefonica, cercando di ricordare letteralmente ciò che aveva appena sentito. All’improvviso il suo sguardo fu catturato da qualcosa di luccicante che spuntava dalla tasca interna della giacca di Dill, che aveva lasciato appesa sullo schienale della sedia di fronte a lei. Si alzò e infilò la mano nella tasca della giacca. Sentì allora la voce di Adams dietro di sé, allontanò la mano in un lampo e tornò a sedersi sulla sedia.

Grace sentì le gocce di sudore lungo la schiena.

“Va tutto bene?” Adams aveva l’aria preoccupata.

“Da quanto tempo insegna filosofia, professore?” Cercò di far finta di nulla.

Si mise a pensare. “Sette anni”, rispose con calma.

“Pensa sia possibile che siamo stati rapiti?” l’agente lo guardò attentamente.

“Cosa vuole insinuare?”

“Perché qualcuno dovrebbe voler rapire un professore di filosofia, Dill? Ma soprattutto, cosa ci fa con in tasca il distintivo di un agente dei servizi segreti?

Adams si bloccò.

“Ascolti Grace, le posso spiegare…”, ma Grace lo interruppe.

“Ho una pistola, Dill. Sono una poliziotta. Non ha accennato minimamente al ritrovamento di un distintivo dei servizi segreti quando ti sei perquisito le tasche. Non voleva che lo sapessi. Quindi non ha realmente perso la memoria, giusto? Perché mentire? Chi è lei?” esclamò Grace, quasi gridando.

Adams alzò lentamente le mani davanti a sé in un gesto rassicurante.

“Si deve calmare. Per noi è molto importante che lei mantenga la calma”, tentò con cautela. “Ha ragione, non sono davvero chi dico di essere. La mia memoria è a posto e voglio soltanto aiutarla”.

A Grace girava sempre più la testa. Cosa avrebbe dovuto fare? Avrebbe dovuto urlare? Avrebbe dovuto alzarsi e correre?

“Dill Adams è il mio vero nome”, continuò Dill. “Ma ha ragione, non sono un professore, sono un agente della CIA”. Lentamente tirò fuori dalla giacca il distintivo che lei aveva scoperto prima e glielo mostrò. “Io la conosco, ma molto probabilmente non si ricorda di me, ecco perché è estremamente importante in questo momento conoscersi più a fondo. La vedo molto stressata e una preoccupazione inutile non farà altro che peggiorare le cose”.

Grace si sentiva una pazza.

“È la prima volta che la vedo in vita mia e non capisco cosa significhi tutto questo. Andrò subito dalla polizia, se prova ad avvicinarsi” gridò.

“La polizia siamo io e lei, Grace”. Continuò Adams con calma.

“La smetta di giocare! L’unico motivo per cui non sono ancora corsa ad avvisare la sicurezza, è che non so cosa potrebbero pensare, non avendo né soldi, né documenti, né memoria. Non mi metta alla prova, la mia pazienza è al limite. Mi spieghi subito cosa sta accadendo”.

“Ha ragione, scusi”, convenne Dill. “Grace, lei è stata esposta all’OZ 378, meglio noto come il gas dell’oblio”.

“È impazzito? Quale gas dell’oblio?” domandò furiosa.

“Le dice qualcosa il nome PowerInterMed?”

Strane immagini apparvero davanti agli occhi di Grace. Un magazzino grigio scuro, degli spari, una serie di numeri famigliari e un nome, che aveva già sentito da qualche parte – Jonathan Williams.

“Jonathan Williams”, bisbigliò.

“Jonathan Williams esatto!” Cerchi di ricordare, Grace! Esclamò Adams con entusiasmo.

Era impossibile capire dal suo viso se veramente ricordava qualcosa.

“Ora guardi questo”. Dill si alzò e fece cenno al cameriere di alzare il volume del televisore posizionato sulla parete alle spalle di Grace.

Lei si voltò, ancora completamente confusa.

Al telegiornale un giornalista, con alle spalle Buckingham Palace, stava animatamente leggendo una notizia: “Nel frattempo Scotland Yard ha tentato di entrare, senza successo, nell’edificio dove Jonathan Williams, primo ministro del Regno Unito, è in ostaggio da 14 ore”.

“Non capisco cosa diavolo vuole che intenda? Cosa ho a che fare io con il primo ministro del Regno Unito? Sono americana, per amor di Dio!”

“Signorina Jenson, lei è il detective capo di un caso che coinvolge un’organizzazione criminale conosciuta come società commerciale PowerInterMed. Solo che questa non è una società commerciale, ma un’organizzazione terroristica che è dietro i principali scontri politici e attacchi terroristici degli ultimi quattro anni. Sappiamo che tutti gli affari criminali da loro conclusi hanno avuto successo grazie alla nuova arma biologica OZ 378, ovvero il gas dell’oblio. In poche parole, spacciandosi per una società commerciale internazionale, questa organizzazione stipula segretamente accordi con personalità politiche influenti, le costringe a firmare documenti ed estorce loro informazioni e codici riservati. A causa del gas OZ 378 però, le vittime in seguito non ricordano nulla. Ecco perché non siamo riusciti a trovarli per molto tempo; la banda è semplicemente imbattibile. Ieri siamo venuti a conoscenza di un imminente attacco al primo ministro inglese, con lo scopo di ottenere codici per delle armi nucleari. Ce lo ha rivelato lei, Grace. Aveva praticamente risolto il caso, era così vicina. La scorsa notte ha partecipato a un’operazione per catturare i principali sospettati, ma non c’è riuscita. L’unica persona ad essere stata in grado di intrufolarsi nel magazzino dove si stavano incontrando, è stata lei. L’avviso di un attacco imminente le è stato inoltrato dall’altra parte del mondo solo pochi minuti prima che accadesse realmente. Ma la connessione è saltata e abbiamo supposto che fosse stata catturata, o peggio, uccisa. Non abbiamo ricevuto notizie da lei per 10 ore, finché il personale dell’aeroporto non l’ha trovata a dormire sulla panchina. Le telecamere sono state disattivate, qualcuno dell’aeroporto era ovviamente coinvolto, quindi non abbiamo idea di come sia arrivata qui. La mia squadra si è subito mossa verso di lei. Il gas con cui è stata avvelenata contiene una sostanza radioattiva, tanto che i miei ragazzi sono stati in grado di rilevare delle radiazioni sprigionate da lei. Allo Studio Ovale è stata indetta una riunione dei servizi segreti americani e inglesi. Non comprendiamo ancora appieno l’impatto che l’OZ 378 ha sul cervello umano e sulla parte cognitiva, quindi non eravamo sicuri di come agire per non compromettere ulteriormente la sua memoria dal momento che lei è la nostra unica fonte di informazioni”.

Grace ascoltò incredula e quasi smise di respirare. La sua mente vagava.

“Abbiamo pensato che sarebbe stato meglio per lei, se al suo risveglio, avesse incontrato qualcuno in una situazione simile alla sua. Questo avrebbe dovuto rassicurarla un po’ e tranquillizzarla, ma vedo che ci siamo sbagliati”.

Si fermò un attimo per vedere la sua reazione. Poiché non disse nulla, continuò.

“Senta, circa un mese fa sono stato inviato a unirmi alla sua indagine. Andavamo d’accordo. Abbiamo indagato, fatto ricerche, chiesto, osservato notte e giorno. Eravamo davvero vicini. Il primo ministro del Regno Unito è in ostaggio da 14 ore, ma non abbiamo ricevuto alcun tipo di richiesta o istruzione dai terroristi. Ogni minuto potrebbe essere l’ultimo, ma non sappiamo cosa stanno aspettando. Abbiamo ragione di credere che lei lo sappia. Da collega, anche se lei non ricorda, perché ci siamo effettivamente incontrati all’inizio dell’operazione, le dico che non mi aspetto che le torni in mente che il primo ministro Williams sia stato preso in ostaggio. Nessuno tranne lei Grace, sa esattamente come PowerInterMed intendeva ottenere i codici. Non è difficile indovinare il perché, ma non sappiamo come. C’era lì lei, Grace. Solo lei è riuscita a portare l’indagine fino a questo punto. Lei è la chiave della risoluzione, solo che non se lo ricorda. Ha contribuito molto alle relazioni diplomatiche tra i due paesi e ha rischiato molte volte la sua vita per salvare quella di migliaia di persone e prevenire una guerra”.

Grace era in completa confusione. Le immagini descritte da Adams le si ripresentavano dolorosamente in testa.

“Ho bisogno di un bicchiere di Whiskey, Dill. Meglio se doppio”.

“Certamente.” Fece cenno alla cameriera. “Capisco che per lei non deve essere facile” tentò esitante.

“No, lei non capisce. Svegliarsi dall’altra parte del paese in un enorme aeroporto internazionale, non è facile. Scoprire di aver perso la memoria, non è facile, Dannazione. Anche essere licenziata per un motivo che non capisco, non è facile. Anche quello di cui sta parlando adesso… è tutt’altro che facile! Diamo per buono, anche solo per un attimo, che lei non sia un pazzo o un ubriaco e che stia dicendo la verità; concorderà che il “non è facile” non è certamente la frase che userei per descrivere come mi sento quando scopro di essere responsabile per la vita del primo ministro inglese e scopro di dover impedire la terza guerra mondiale”.

Grace riprese fiato. Non credeva a tutto quello che le stava dicendo, semplicemente non poteva essere vero.

“Capisco, agente”. Continuò Dill con calma. “Ha tutte le ragioni per essere arrabbiata. Ma la prego, non è questo il momento. Adesso, per quanto sia difficile, deve cercare di ricordare cosa è successo ieri sera dopo che è entrata nel magazzino. Se i terroristi ottengono i codici, tutto andrà perduto”.

Grace fece un respiro profondo. Se tutto questo è vero, da lei dipende la vita di una delle persone più influenti al mondo.

“Ma la vita del primo ministro è a rischio in questo momento?”, chiese.

“Non finché i nostri uomini non cercheranno di liberarlo. Per quanto ne sappiamo il loro obiettivo non è Williams, ma i codici nucleari. Ma qualcosa impedisce loro di ottenerli”, chiarì Adams.

“Mi prenda immediatamente tutti i fascicoli sul caso. Tutto quello che sono riuscita a scoprire sulla società. La mia intera indagine, insomma”. Dill si alzò e la lasciò sola.

14 ore. Sono 14 ore che Williams è tenuto in ostaggio. Adams ha detto che hanno perso i contatti con lei alle 22.00. Adesso erano le 12.30, il che significa che l’unità speciale l’ha trovata alle 08.00 del mattino. La testa le girava.

Dieci minuti dopo, Dill tornò con un computer portatile e diversi fascicoli; posò tutto sul tavolo davanti all’agente.

“Ah giusto, quasi dimenticavo”. Le diede un cellulare famigliare.

“Cosa sta facendo?” iniziò, poi capì. “Il telefono è il mio, giusto?”

“Esatto, agente”.

“È un miracolo che abbia riconosciuto la suoneria. Significa che ricomincia a ricordare”. Le estremità del suo labbro superiore si sollevarono in un sorriso.

Si gettò al lavoro. Era immersa in annebbiati ricordi del giorno precedente, o meglio in sbiaditi frammenti di memoria che le riecheggiavano cupi nella testa.

 

24 dicembre ore 12.30

Setacciarono senza successo verbali e rapporti delle udienze, esaminarono centinaia di estratti conto a nome della società PowerInterMed. Nulla, non ricordava niente.

“Ma degli identikit dei terroristi?” domandò Grace disperata.

“Abbiamo fascicoli su diversi sospettati, ma è impossibile che questo ci aiuti in qualche modo, poiché non ci sono prove che qualcuno di loro sia realmente coinvolto”. Le diede una cartellina grigia.

Grace iniziò a esaminare le foto, scorrendo di sfuggita gli elenchi, Dill intanto continuò: “Sei di loro hanno dei precedenti. Questo tipo, David Garcia, è stato in galera per frode processuale.

“Seriamente?” lo interruppe Grace. “Stiamo dando forse la caccia a degli evasori senza scrupoli?”

“Praticamente sì. Ha guadagnato quattrocento milioni contrabbandando cocaina attraverso il confine messicano”, chiarì Dill.

“Un maestro nel suo campo, questo è sicuro”, sorrise Grace.

“Esattamente. Eccone un altro”. Adams indicò un nome sulla cartellina. “Roy Nowak, un polacco. Ha fatto saltare in aria una moschea in Pakistan durante una funzione religiosa alla presenza dell’ambasciatore indiano”.

“Ah, stiamo dando la caccia a dei veri professionisti, Dill. Dei veri squali diabolici.

“Non si dimentichi che anche lei è una professionista”. Adams girò il foglio.

“Sean Walsh, tiratore scelto americano, una razza rara di delinquenti. A discapito di tutta l’élite dell’alta società uccisa a San Francisco nell’ultimo anno e mezzo è…”.

“Dill”, lo interruppe bruscamente Grace. Fissò la foto del giovane ragazzo americano abbronzato. “Mi ricordo di lui. Conosco quest’uomo!” Era lì ieri, quando noi…,” balbettò, mentre delle immagini insolitamente vivide le invadevano la mente.

“Con calma”, disse Dill. “Cerchi di ricordare più chiaramente possibile ciò che sa di questa persona”.

Grace si riprese.

La porta di uno stabile grigio. Delle attrezzature. Delle provette. Un laboratorio. Molte persone. La faccia di Walsh. La voce di Walsh. Lo consegnerò. Inclinò la testa di lato.

“Grace?” chiamò pacatamente Dill. “Ricorda qualcosa?”

Lei lo guardò. “Walsh è coinvolto, non ci sono dubbi. Era lì. Ieri sera. La sera prima, nel magazzino dove si svolgeva la nostra operazione. Stava per consegnare qualcosa”, rispose.

“Consegnare? Che stranezza… Ricorda altro?” continuò Adams.

“No. … non ne sono sicura. Suppongo fosse una specie di carico… Oddio!”

“Cosa?” esclamò impaurito l’agente.

“Ha detto che il gas contiene del materiale radioattivo?”

“Sì”

“Quanto ne possono ottenere?”

“Poco. Il plutonio da reattori nucleari è difficile da ottenere. Stando ai nostri calcoli, ne hanno circa 0,01 metri cubi, che corrisponderebbero a circa a una bombola di gas da 10 litri”.

“Una bombola. Una bombola di gas”, bisbigliò Grace.

“Grace?” Dill era preoccupato.

“L’hanno usata su di me 14 ore fa. Una bombola di gas. Questo è ciò che ha consegnato Walsh. Questo è ciò che i terroristi stanno aspettando. Non possono iniziare l’operazione, finché non hanno… Oh Dio”.

Balzò in piedi e iniziò freneticamente a frugarsi le tasche.

“Cosa sta succedendo?” Adams continuava a non capire.

“I numeri”, sussurrò Grace. “Questo è il numero del volo. Ieri sera le ho parlato di un attentato pianificato alla vita del primo ministro, ma c’è di più. Ho saputo che non ci sarebbe stato soltanto un attentato, ma anche quando, come e chi lo avrebbe messo in atto. Sono riuscita a origliare la conversazione in cui Walsh dava il numero del volo che avrebbe dovuto trasportare il gas fino a Londra!”

Tirò fuori quindi dalla tasca posteriore dei pantaloni uno scontrino spiegazzato con “FI 614” scarabocchiato sul retro.

In un attimo entrambi balzarono in piedi e corsero al tabellone degli arrivi e delle partenze degli aerei.

“Parigi, Lisbona, Berlino, eccolo!” urlò Grace. “FI 614, orario di partenza 12:55”.

“Madonna Santa…” mormorò Dill.

I due si guardarono.

“È ancora a New York!” concluse Grace.

Ora ricordava tutto. Sapeva esattamente cosa fare.

Un attimo dopo, lei e Dill corsero verso la porta. Adams chiamò la squadra speciale tramite walkie talkie. Si fecero strada attraverso l’area dei controlli di sicurezza gridando “Toglietevi di mezzo, polizia!” e richiamando l’attenzione tutti gli agenti di sicurezza aeroportuale. Il volo FI 614 per Londra stava per partire.

“Fermate l’aereo!” gridò Dill, mentre si scontrarono con l’impiegato dell’aeroporto che stava chiudendo il portellone. Pochi secondi prima che la hostess chiudesse il portellone dell’aereo, i due saltarono a bordo con le armi in pugno.

“A terra!” ordinò Dill agli attoniti membri dell’equipaggio.

“Lo vede?” chiese Grace a basa voce.

“Non ancora”. Percorsero insieme il corridoio, quando Grace si lanciò improvvisamente in avanti.

“È qui! Walsh!” urlò e corse velocemente verso il retro dell’aereo.

Il giovane americano della foto iniziò a correre davanti a lei gettando indietro, sul pavimento, i bagagli a mano dalla cappelliera. Questo rallentò Grace ma non la fermò.

Quando Walsh arrivò al portale posteriore dell’aereo, sentì dietro di sé il suono della ricarica di una pistola.

“Mani dietro la testa, bastardo” urlò l’agente.

“Sean Walsh, lei è accusato di trasporto di merci vietate e concorso nel reato di tentato omicidio del primo ministro del Regno Unito. Ha il diritto di rimanere in silenzio”. Dill gli elencò i suoi diritti mentre veniva ammanettato dal personale di sicurezza.

24 dicembre ore 14:30

“Abbiamo finito”, disse a Grace il commissario di polizia della città d New York Mason chiudendo di colpo il portatile dopo l’interrogatorio di un’ora.

“Grazie signore”, sorrise Dill. I due rimasero soli.

“Come si sente?” chiese Adams.

“Come dopo un brutto sogno. I dottori dicono che starò bene. La memoria dovrebbe tornare col tempo, anche se non completamente”. Scrollò le spalle. “Ho preso i biglietti per Boston. Entro sera sarò nel mio letto.”

“Fantastico. Abbiamo ancora molto lavoro da fare, ma l’importante è che il primo ministro Williams ora sia al sicuro. La mia squadra si occuperà di tutto il resto.” La guardò.

Grace sorrise. “Se non fosse stato per lei il primo ministro non sarebbe al sicuro”.

“O se non fosse stato per lei”, Dill le sorrise di rimando.

“Bene, penso che sia ora di salutarci. Alla prossima operazione di salvataggio. Mi scusi Dill, ma continuo a non ricordarmi di lei”.

“Non si preoccupi, lo capisco. Ottimo lavoro agente”.

“Buon Natale, agente Adams”.

Si strinsero la mano e Grace si diresse verso l’uscita.

“Grace!” la chiamò Dill. “Ci prendiamo un caffè uno di questi giorni?”

Lei sorrise e se ne andò.