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L'angolo dello scrittore

Risorgimento

Oggi è una bella giornata, vien voglia di fare due passi. Ogni occasione è buona per uscire. Prendo il cane e con una fretta smodata, scendo le scale per portarlo nel parco, giù, in fondo alla via. Per strada l’aria frizzante di primavera, porta le persone che si incontrano ad un sorriso, ad un voler stare bene con sé stessi e con gli altri. Percorro Via Ciro Menotti e poi raggiungo Piazza Pastrengo, dopo aver regolarmente preso da un’edicola il giornale di Via Solferino. Che strano, tutti questi nomi che riportano ad un’epoca della nostra storia, penso tra me e me, mentre libero il mio amico a quattro zampe per farlo scorrazzare nel verde.

Ad un viaggiatore distratto può capitare di passeggiare o passare distrattamente in vie o piazze della nostre grandi o piccole città della Penisola, dove ci si immerge con nomi legati alla storia: Piazza Cinque giornate, Via Calatafimi, Piazza Cavour, Piazza Mazzini. O ancora luoghi dove statue equestri, busti marmorei di eroi, che hanno fatto la storia, sono oggi usati come rotatorie o punti di sosta per pennuti. A questi nomi altisonanti se ne aggiungono altri, con episodi lasciati a futura memoria con stele marmoree che, nascoste o consumate dagli agenti atmosferici, ci riportano, per un fugace attimo a quella epopea storica. In questa casa ha vissuto…

Ecco il primo momento in cui mi ritrovo a pensare, mentre seduto su di una panchina leggo un titolo “Obbedisco.”. Sono passati tanti anni, ma forse i loro pensieri sono tra di noi, in modo silente, nel nostro modo di vivere e di relazionarci. La mia mente comincia ad arrovellarsi su come potessero aggirarsi, vivere, nascondersi in quei vicoli o in quelle case, pensando ad un’idea fissa: l’Italia. L’idealità, lo sturm und drang prima di tutto. Li si immagina in pose austere, soli o in compagnia di altri uomini,  magari con armi in pugno e bandiere sventolanti, o mentre discutono animatamente intorno ad un tavolo. Nulla di più diverso da noi, abituati come siamo a foto di famiglia in un interno o sorpresi in qualche momento della nostra vita.

Ma ciò che fa il botto, il classico Quarantotto (i moti del 1848)  – che strano un altro della pervasività del Risorgimento nel nostro tempo –, è l’andare a ritroso a caccia di questi rivoluzionari, sobillatori delle masse, in una Italia umile e priva di alcuna istruzione. E cosa scopro? Scopro che si tratta di giovani ventenni. Ma allora le idee camminavano su giovani gambe. Una cosa inverosimile agli occhi di chi legge la storia odierna, fatta di persone anziane che, difficilmente lasciano i centri di potere. È questa, forse l’eredità che il Risorgimento intende lasciare con la sua scia di sofferenza e di sangue. Un periodo fatto di idee e di autocoscienza dei diritti civili. Ecco, valori che oggi sbiadiscono alla luce del sole e lasciano un sorriso smaliziato a chi ascolta storie o riporta alla luce un episodio dell’epoca. Un oggi dove prevale il senso del farsi strada a scapito della collettività e dove molto spesso, ci si dimentica di chi ha dato ciò che aveva di più importante, la propria vita, per favorire qualcun altro, le generazioni future, affinché custodissero con il loro senso civico ciò che loro avevano lottato per avere. Questi eroi, loro malgrado, pensi, rabbrividirebbero se potessero rivivere nella società odierna.

Mi riprendo da questi pensieri appena l’amico a quattro zampe mi strattona il pantalone. È ora di andare, mi dico, non prima di aver richiuso il giornale e dire a me stesso: Non abbiamo capito nulla di quanto ci hanno suggerito e forse il grido di Viva l’Italia, diventa il solo, se non l’unico, modo per rendere loro omaggio dal nostro piccolo mondo.