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Le parole dei giurati

Oggi un anno dopo. Piccolo non esaustivo memoriale della serata di premiazione di Energheia 2020 di Valerio Millefoglie

Giuria Premio letterario Energheia 2020_XXVI edizione.

Mi appresto a scrivere questa prefazione in contrapposizione, in un certo senso, al termine “apprestarsi”, perché mi sono attardato. L’edizione del Premio Energheia 2020 a cui ho partecipato in qualità di giurato, e a cui fanno riferimento i racconti che qui di seguito leggerete, è avvenuta ormai un anno fa.

Sto scrivendo infatti queste parole il 29 giugno 2021, a Roma, a cavallo di un trasloco. La casa nuova si trova a tre vie parallele di distanza dalla vecchia, quindi sto traghettando in automobile scatoloni contenenti soprattutto libri, giacché i mobili arrivano invece da una casa di Milano, insieme a scatoloni contenenti altri libri. Le scatole con la dicitura “Libri” attualmente, non avendo ancora la libreria e non essendoci ancora i mobili della camera da letto di nostro figlio, occupano l’intera sua stanza. A pochi passi dalla porta c’è una muraglia che custodisce letterature da ogni dove e da ogni epoca. E il discorso delle epoche si lega, penso, al discorso dell’atto della scrittura, che per me coincide spesso con l’atto del riportare alla memoria. Mi chiedo cosa sia rimasto del Premio Energheia dell’anno scorso fra i miei ricordi. Ecco un piccolo e non esaustivo memoriale: nel pomeriggio della premiazione ho incontrato gli altri giurati per discutere dei racconti che ognuno di noi aveva selezionato, fra questi me ne ero appuntato uno a cui però, ricordo, non avevo dato il giusto peso. Si intitolava “Hugh”, che per un meccanismo mentale a cui non riuscivo ad oppormi, mi rimandava di continuo all’attore Hugh Grant; la qual cosa mi distraeva perché il personaggio del racconto mio malgrado aveva il volto dell’attore. Si trattava di un racconto molto cinematografico, in cui io leggevo anche una trama della serie di telefilm paranormali “Ai confini della realtà”; materia anni ’50, ideata da Rod Serling che riversava i traumi della seconda guerra mondiale – vissuta da soldato – in storie in cui il sovrannaturale era un lato del mondo sempre paradossalmente visibile e presente. Molte sceneggiature degli episodi erano scritte da autori come Ray Bradbury e Charles Beaumont. Il racconto “Hugh” mi riportava ad una puntata in cui un uomo telefonava a casa sua e dall’altra parte del telefono trovava la sua stessa voce. Chi dei due era quello vero? Anche in Hugh c’è un protagonista che di vite ne ha più di una. Dunque, tornando alla mia memoria del festival, ricordo che a riportare l’attenzione su questo racconto, e a farlo salire di classifica, è stata un’altra giurata, Irene Gianeselli. Durante la serata di premiazione abbiamo scoperto che il racconto era stato scritto da Eleonora Ghiotto, (nella fase di lettura e valutazione i nomi degli autori e autrici erano secretati).

Quando venivano pronunciati al microfono i nomi dei vincitori delle varie categorie, vagavo sempre con lo sguardo tra le facce dei presenti per capire chi da pubblico si sarebbe trasformato in partecipante. Erano mossi però, il mio sguardo, il mio collo, anche dalla curiosità di vedere in che modo il racconto combaciasse all’idea che mi ero fatto di chi l’aveva scritto. Così quando è stato fatto il nome di Eleonora Ghiotto ho alzato lo sguardo e ho visto una ragazza seduta in terza o quarta fila, sulla sedia più laterale, che si portava le mani al volto e puntava i piedi per terra come a volersi tirare su, eppure rimaneva seduta per qualche secondo; e mi pareva troppo alta per tutta quella sedia. Eleonora aveva sedici anni, (chissà in quest’anno in più cosa ha scritto) ed era arrivata a Matera da Genova, accompagnata dai genitori. A fine premiazione ci siamo fermati a parlare velocemente, le ho chiesto se conoscesse la bellissima libreria falso Demetrio di Genova, mi ha detto che il racconto aveva iniziato a scriverlo un pomeriggio in autobus, di ritorno da scuola, sulle note del cellulare (spero di ricordare bene e di non averle trasferito una biografia altrui). Ci siamo scritti via Instagram qualche settimana dopo. Quando le ho chiesto perché avesse ambientato il racconto a Londra mi ha risposto «Un paio di anni fa ci sono stata e me ne sono completamente innamorata, mentre giravo c’era sempre un angolino che, da eterna entusiasta quale sono colpiva la mia attenzione e mi “riempiva” in qualche modo… così l’ho ambientato lì, perché nella mia testa faceva capire quanto Hugh non si sforzasse in nessun modo di uscire dal suo letargo. Ma se devo essere sincera è stata una cosa automatica, non ho pensato subito a “la ambienterò qua perché…” mi sembra di capire le mie scelte dopo aver effettivamente scritto. Ha senso?».

Dopo la premiazione non sono riuscito a prender parte alla cena con gli organizzatori perché a Matera mi aveva raggiunto Mario, il mio miglior amico (ci siamo conosciuti come in un racconto dell’Ottocento: io ero in una crociera di lavoro – dovevo intervistare l’equipaggio e i turisti della nave – e mi perdevo nei sotto-strati della nave che nascondeva sale giochi, cappelle, bare e un dopolavoro crocieristico fumoso e liquido, dove i lavoratori della nave perdevano il controllo, lo perdevano anche le loro cravatte e bottoni che si allentavano, le giacche-poltiglie sui divani, la mimica facciale più smagliata e smerigliata. In una pausa al porto di Napoli, Mario – che aveva letto un mio racconto e mi aveva inviato un suo disco a firma “il cantore biondo” – era venuto a conoscermi di persona. Così io ero sceso dalla nave per mezz’ora, avevamo parlato su un muretto con vista mare, poi lui era tornato a Somma Vesuviana e io ero salpato per non ricordo dove).
Dunque, tornando a quella sera dopo la premiazione, parte della mia attenzione era per Mario e per Pamela, la sua compagna, e così siamo finiti in una pizzeria dove faceva caldissimo. Questo il mio ultimo ricordo del Premio Energheia, faceva caldissimo. Alla domanda di Eleonora “Ha senso?”, vedo, dalla cronologia Instagram, che non ho mai risposto. Mi sembra giusto lasciarla in sospeso anche ora. Ad un anno di distanza, magari, Eleonora ha trovato il senso – senza bisogno di aiuto.