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L'angolo dello scrittore

Morte di ferragosto _ Un omaggio al poeta Giuliano Mesa

      
Un palpitante componimento in memoria del poeta deceduto la scorsa estate. Figura appartata e tormentata, programmaticamente ‘irregolare’, era tra i migliori autori in versi italiani. Nato a Salvaterra (Reggio Emilia) negli ultimi anni è vissuto in Campania, a Pozzuoli. Presso La Camera Verde era uscito un anno fa il volume “Poesie 1973-2008” che racchiude il suo intero percorso letterario, incominciato da giovanissimo con il libro “Schedario” pubblicato nel 1978 dalle Edizioni Geiger di Adriano Spatola. In coda un suo testo.
      

       di Marzio Pieri _ tratto da Retididedalus

  1. muore giuliano mesa, poeta, nei giorni neutri di un ferragosto
  2. morte annunciata, morte segretamente covata; da dieci, da venti anni
  3. quasi tutti lo abbiamo pianto, veridicamente – quasi tutti ci siamo confessati il disagio in cui sapeva metterci
  4. era il sopravvissuto improbabile di una generazione suicida, pallida giostra di ragazzi suicidi, fra droga e vini cattivi, troppo di troppo
  5. in nome della morte; che del resto ebbero anche troppo poco: un nulla di quei piccoli beni che la vita ‘normale’ riserva; un computer che non si inceppi, due risme di carta, una stanza che non ti levino di sotto i piedi, qualche libro, qualche pasto; le sigarette oh quelle sì
  6. mesa ne accendeva una via l’altra, quando il ‘brutto male’ lo artigliò ai polmoni ci teneva a dire che non era colpa del fumo; e anche se fosse? solo mio padre avevo visto fumare quanto lui: se non lo avesse fatto, moriva prima, se uno è capace di pensare a quello che il fumo significa
  7. amavo la sua anarchia, m’irritava in lui un certo pauperismo rassegnatamente ricattatorio, che non era, ma assomigliava, a un cattosocialismo da cui rifuggo, scivolando sull’olio ricotto
  8. ma anche mi costringeva a guardare al mio diverso stato, certo pagato con una diminuzione di libertà (tanto a parole rivendicata), di ‘purezza’; mi scrisse una volta: “questa società ci ha ormai costretti al punto che uno arriva a vergognarsi di averci uno stipendio”
  9. era vero; barcollai – imparai a tenerne conto
  10. l’abbiamo pianto, ora sarà il caso che ci mettiamo a leggerlo
  11. lo avevamo letto anche prima; i suoi versi accampavano il diritto di essere letti, non era una concessione che gli si rendesse ma una occasione di ribellarci alla mediocrità delle parole confuse
  12. ognuno di noi, se appena si sappia in giro che è uomo di qualche letteruccia, è come una vasca da giardino che quotidianamente riceve troppe acque poetiche inquinate; ci vorrebbe la pena della morte per i cattivi poeti; per lapidazione; sarei disposto, allora, a cimarmi la punta dell’uccello
  13. non guardano mai alto
  14. guardava alto mesa? i suoi occhi erano come rapiti dal profondo, oltre (scendendo) il livello in cui tutte le acque si fanno nere
  15. mesa; non era il suo nome di nascita. veniva da gente semplice, campagnuola, che si era procurata qualche agio. si favoleggia di una sorella arpìa. ma… ‘famiglie, io vi odio’
  16. mesa; troppo ‘alto’ per riuscire a coprirsi con un suo gruzzoletto acchiappaloche
  17. basta ad essere ritenuto un fallito, un giullare, un mangiapane a tradimento; il poeta pensoso di ogni sillaba (ma non per bellettrismo) era un lettore di aree vaste ed acri, nutrito di filosofi, critico sapiente e generoso
  18. della sua generosità profittai, senza essergli grato a bastanza; me ne faccio rimprovero; ma poi si credeva che avremmo camminato ancora insieme
  19. mesa; un nome finto, all’anagrafe. non c’è verità, lo sappiamo, che non passi dalla finzione, come gli eroi delle favole da una boccia di fuoco
  20. finora, un rodìo; ora mi sta davanti con la irrefutabilità di un classico e l’inafferrabilità di uno scomparso.
  21. va ripulito il giardino, fatto silenzio

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Giuliano Mesa (ph. 2002)

GIULIANO MESA

quarto passaggio (e dopo)

e dopo questo suono, dopo,

dopo torna

come se nulla fosse, suona,

suona ancora

(e fa le bizze, scalcia,

muove l’aria)

[non siamo nati ieri –

imparando, abbiamo imparato a trattenere

poiché tutto muta e muterà: tatà]

e dentro questo tempo, dentro,

dentro trema

come se nulla fosse, trema,

trema ancora

(e perde tempo, trema,

per tremare)

[domani moriremo, amore mio –

avremo ancora caldo e sete

e freddo e fame e tutto il resto: resta]

Da: quattro quaderni – improvvisi 1995-1998, Editrice Zona, 2000