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I racconti del Premio letterario Energheia

Messaggi_Francesco Fasani, Roma

Messaggi

 

Ricordo bene quando comprammo la prima segreteria telefonica, o, per meglio dire, ricordo esattamente cosa successe quando entrò nella nostra casa.

Erano i primi di gennaio dei miei diciannove anni e, finalmente, lei arrivò.

L’avevo desiderata per cinque lunghi anni di liceo, avevo pregato e scongiurato i miei genitori perché ne prendessero una: non è che mi servisse perché ero sempre fuori casa o in viaggio, anzi, ma in certi giorni, che erano poi sempre quelli esattamente prima dei compiti in classe, la desideravo e la volevo più intensamente che mai. In quei pomeriggi, infatti, il mio telefono diveniva rovente come quello di un telequiz. Squillava di continuo, non mi lasciava tregua, non mi permetteva di concentrarmi e di ripassare quegli ultimi importantissimi punti che mi avrebbero portato ad un totale successo il giorno seguente.

E non era tanto l’essere disturbato a farmi rabbia. E nemmeno che a telefonarmi fossero compagni di classe che non mi rivolgevano la parola in altre occasioni che quelle. Del resto, anch’io non parlavo mai con loro… certo, non perché non lo volessi, ma mi mancavano sempre le occasioni e, soprattutto, le cose da dire. E questo, pensavo, valeva probabilmente anche per loro.

Quello che mi faceva davvero rabbia, dicevo, era che mi disturbassero quei compagni che, a scuola, venivano da me solo ed esclusivamente per chiedermi un pezzo del mio panino o per scroccarmi mille lire per una focaccia. Ma più di tutto, quello che mi rendeva pazzo e furioso, in quei pomeriggi che avrebbero dovuto essere di studio e che invece erano un tormento, era sentire la voce, simpatica e sempre allegra, di Silvia. Di quella Silvia, che non solo era così carina da disarmare ogni mio tentativo di essere scortese e che, come tutti gli altri, non mi rivolgeva mai la parola, ma che per di più non capiva assolutamente nulla di matematica e di fisica e che mi impegnava in chilometriche, quanto inutili, conversazioni telefoniche prima di ogni compito. Quella stessa Silvia che veniva a sedersi nel banco vicino al mio (generalmente vuoto, visto che nessuno, oltre a me, voleva stare in prima fila) e dopo essersi accoccolata, con quel suo modo aggraziato di compiere ogni gesto, appoggiandomi una mano sulla spalla, come fosse la mia migliore amica, mi chiedeva immancabilmente i soldi per fare il regalo a qualcuno dei nostri compagni.

Non era affatto un problema di soldi, non ero, e non sono, avaro, e non sarebbero certo state quelle cinquemila lire a mandarmi in rovina, eppure, ogni volta, le allungavo quei soldi quasi piangendo.

Mi addolorava profondamente, e provavo dolore perché rabbia con lei era impossibile, quella sua diabolica capacità di chiedermi i soldi sempre prima che io avessi nemmeno saputo di una festa a venire e che, naturalmente, vi fossi stato invitato. Così non seppi mai, in cinque lunghi anni di liceo, se venivo invitato soltanto perché avevo pagato o se invece mi avrebbero voluto lo stesso.

Inoltre, avevo anche un altro motivo di rancore nei suoi confronti, anche se a quei tempi non era ancora maturato del tutto. Il fatto era che Silvia faceva un regalo, o meglio, ci faceva fare il regalo a tutti i nostri compagni, proprio a tutti, e preparava persino un piccolo rinfresco in classe per chi non avrebbe fatto una festa da qualche parte quel sabato sera.

L’unico però, esclusi quei due nati tra luglio ed agosto (che erano giustamente fuori discussione) l’unico a non aver mai ricevuto per il suo compleanno un regalo, una torta o, almeno, una telefonata da lei, quell’unico, naturalmente, ero io. Lei si giustificava con il fatto che non era colpa sua se io ero nato il ventitré giugno, quando metà dei nostri compagni erano già partiti per le vacanze e l’altra metà, lei compresa, si apprestavano a farlo. Nonostante pensassi a quella bastarda di Valentina, nata il 29 dicembre, che veniva festeggiata senza fallo l’ultimo giorno prima delle vacanze natalizie, quando Silvia mi rispondeva a quel modo, non riuscivo a non credere alla sua buona fede, a scusarla e a confidare nel fatto che, almeno in quinta, avrei ricevuto qualcosa, visto che tutti saremmo stati a Milano a studiare per l’esame. Invece fu proprio in occasione di quel compleanno che maturai pienamente il mio odio nei suoi confronti. Ci incontrammo, infatti, insieme ad altri compagni, a ripassare matematica con la professoressa e ricordo benissimo che non appena mi vide mi disse tutto d’un fiato “…un-sacchisssimo-di-auguri-per-iltuo- compleanno-e-scusa-se-non-ti-ho-fatto-un-regalo-ma-sono-davverotutti- troppo-impegnati-per-’sto-cazzo-di-esame” e scappò via e mi sembrò di notare che si sentiva un po’ in colpa.

E sicuramente l’avrei perdonata anche quella volta, se non mi fossi ricordato che esattamente quattro giorni prima mi aveva strappato le ennesime, ed ultime, cinquemila lire per comprare qualcosa a Martina, che compiva gli anni esattamente il giorno prima di me, il ventidue giugno.

Insomma, ritornando al discorso iniziale, io volevo una segreteria telefonica da lasciare accesa in quei pomeriggi, per poter non rispondere al telefono e non dover sentire la maledettissima voce di Silvia e le domande di quelle immense carogne dei miei compagni di classe che sfruttavano senza ritegno la mia intelligenza in quei momenti, mentre mi

ghettizzavano, in quanto schifoso secchione, per tutto il resto dell’anno. Avrei picchiato anche mia madre in quei pomeriggi. Quando le urlavo di dire che non ero in casa, e lei mi rispondeva che non le sembrava gentile farlo e che, in fondo, era bello che mi rendessi utile agli altri. L’avrei presa a calci soprattutto perché si vedeva che non credeva nemmeno lei in quello che stava dicendo.

Comunque, dopo appena una settimana che la nuova segreteria giaceva lustra e lampeggiante sul mobiletto dell’ingresso, io realizzai come essa fosse divenuta assolutamente inutile per la mia vita, ora che avevo finito il liceo, e come invece costituisse una terribile minaccia per la mia sempre precaria serenità.

In effetti, quella dannata segreteria telefonica non faceva altro che aumentare profondamente il mio senso di solitudine estrema.

Voglio dire, prima che lei arrivasse, rientrando a casa, mi toglievo appena le scarpe e già correvo da mia madre o da mia sorella per domani dare se per caso qualcuno mi avesse cercato. In verità la risposta era generalmente negativa, il che vuol dire al novantanove virgola nove per cento dei casi. Perciò seguiva sempre la stessa domanda, e cioè se per caso fossero uscite anche loro. Una risposta affermativa, qui, mi riempiva letteralmente di gioia, perché allora immaginavo che tutti mi avessero telefonato proprio in quelle due ore che mia sorella aveva passato fuori con un’amica o in quei dieci minuti che mia madre era andata a chiedere una cosa alla vicina del quarto piano.

Questo insomma bastava a non farmi sentire del tutto solo e derelitto.

Mentre adesso… Adesso qualcosa era cambiato.

I primi giorni dall’arrivo della segreteria tutto sembrava essere come prima. Aprivo la porta di casa, toglievo le scarpe e correvo a guardare se la luce rossa stesse lampeggiando.

E stava proprio lampeggiando: c’erano dei messaggi!

Allora mi inginocchiavo davanti al mobiletto, schiacciavo il tasto di ascolto-messaggi e restavo lì, ansioso di sentire chi avrebbe parlato.

Purtroppo una sottile tristezza e senso di depressione saliva dentro di me, messaggio dopo messaggio, come una lenta marea, o come il mal d’auto che viene sulle curve in montagna. Il primo a parlare era quasi sempre mio padre, che in quegli anni lavorava a Venezia, e ci chiamava due o tre volte al giorno per sapere come stavamo e per sentire la voce della mamma. E per chiedermi sempre, con quell’affettuosa crudeltà che solo i genitori sanno avere, di raccontargli se c’erano novità nella mia vita e se avevo adocchiato e conosciuto qualche bella fanciulla all’università. Sarà stato perché non mi succedeva mai nulla di nuovo o di particolarmente esaltante o perché non ero assolutamente capace di avvicinare una ragazza, o forse perché non amavo mio padre come avrebbe meritato, fatto sta che non ero mai felice di sentirlo e, soprattutto, lo ero ancor meno dopo averci parlato. I suoi messaggi poi… non è che mi dessero fastidio, ma, insomma, un padre è tenuto a telefonare, e ti vuole bene comunque perché sei suo figlio e tutti quei discorsi lì. Per farla breve, non era certo la sua voce quella che speravo di sentire, visto che, in quei giorni, riponevo su quei messaggi delle aspettative piuttosto elevate.

Sembra un po’ una pubblicità, ma, in effetti, speravo sinceramente che una telefonata potesse cambiarmi totalmente la vita. Ogni tanto anche a me sembrava di vedermi davanti uno strano plotone di esecuzione, il quale, del tutto privo di armi, non faceva altro che contare a voce alta i giorni che avrei ancora retto disperato e solo a quel modo. Mentre io, piccolo davanti a loro, stringevo spasmodicamente quella cornetta sperando che proprio da lì potesse uscire una mano e un aiuto.

Invece, dopo il messaggio di mio padre, era la volta di qualche amica di mia madre o di mia sorella o di quella prozia logorroica e arteriosclerotica, per neutralizzare la quale, la mamma si era unita a me nel richiedere una segreteria telefonica. Veniva poi un altro messaggio di papà, meravigliato di non trovare mai nessuno in casa, poi un’altra amica e quindi i tre striduli beep che segnalavano la fine dei messaggi.

“Strano, oggi non mi ha cercato nessuno”, pensai il primo giorno.

“Strano che non mi abbiano cercato”, mormorai fra me il secondo e terzo giorno.

“Strano”, dissi il quarto e quelli seguenti.

E continuai a ripeterlo fino a quando non iniziai a pensare che, forse, la verità era che non mi cercava mai nessuno.

Ma non poteva essere così, e mi difendevo strenuamente da questa ipotesi, cercando di scacciarla in ogni modo.

“Probabilmente hanno trovato occupato”. Ma non potevo credere che avessero avuto la sfortuna di chiamare proprio mentre stava telefonando mio padre.

“Allora forse si sono vergognati di parlare alla segreteria”. E, effettivamente, questa debole ipotesi era avvalorata da qualche raro messaggio non lasciato, da quel rumore di telefono riagganciato e dal seguente rapido TU-TU-TU che rimaneva impresso nella memoria della segreteria. E su questo debole sostegno, quella pallida ipotesi divenne una ferma e radicata convinzione.

 

Una sera, però, prima di addormentarmi, realizzai tutto ad un tratto che per quanto fondata fosse quell’ipotesi, un problema restava in ogni caso. Nonostante il fatto che la gente mi cercasse, infatti, non ci si riusciva a mettere in contatto, e uscire il sabato sera con gli amici di mia sorella e non sapere mai con chi andare al cinema stava diventando piuttosto insopportabile.

“Devo rendermi più reperibile”, pensai. In effetti, passavo tutte le mie giornate tra l’università e la biblioteca, e questo intaccava senza dubbio la ricchezza delle mie relazioni sociali.

“Devo rendermi reperibile, devo rendermi più reperibile”, mi ripetei a voce alta.

La soluzione venne da sé, semplice e immediata come solo a un giovane degli anni Novanta può arrivare. Un bel cellulare. Non dovevo far altro che comprarmi un telefono cellulare e molte cose nella mia vita sarebbero cambiate.

Mi addormentai felice su quell’idea, come sul più comodo dei cuscini, pensando che l’avrei subito chiesto a mio padre, non appena fosse arrivato da Venezia la sera dopo.

Ma fu proprio lui, con quel cieco sadismo di cui ho già parlato, a gettarmi nel più profondo abisso di disperazione nel quale fossi caduto in tutta la mia vita.

“Vuoi un cellulare?!?”, mi rispose, “ma che diavolo te ne fai? I telefonini servono alla gente che lavora, che ha un sacco di relazioni…”, e aggiunse ridendo, “ma quante persone vuoi che ti chiamino a te!”.

Non riuscii a rispondere. Pensai “Cazzo!!! Nessuna, papà, proprio nessuna!!!”, e corsi nella mia stanza.

Restai chiuso là dentro per quattro giorni, uscendo solo per andare al bagno o in cucina, quando era pronto da mangiare, a prendermi il piatto e l’acqua per poi portarmeli dritti in camera senza dire una parola.

 

Quando la mamma era ormai disperata e invecchiata di un paio d’anni, aprii la porta e ripresi a parlare e a condurre la mia solita vita come se nulla fosse accaduto.

Ma non mi ero affatto arreso alla solitudine. Avevo fatto molto di più: avevo trovato una soluzione.

La mamma fu letteralmente entusiasta di vedere quanti amici ero riuscito a trovarmi in così poco tempo.

“Lo sapevo, lo sapevo”, ripeteva gongolante accarezzandomi il viso, “ero sicura che all’università avresti conosciuto della gente migliore di quella in cui sei incappato finora…”.

Era talmente felice per me che, non appena rincasava, era lei a correre alla segreteria per ascoltare i messaggi della giornata. Sembrava che non potesse credere che fossero così tanti: li faceva andare una, due, tre volte, per convincersene. Poi veniva in camera a chiedermi notizie: e chi è quello là, e che bella voce ha quell’altro, e chi è questa Lucia che ti chiama tutti i giorni, e così via.

Era quasi bello vederla così contenta.

L’intera famiglia festeggiò lo sbocciare della mia vita sociale e il mio ingresso nella normalità delle felici e solide amicizie. Neppure la lode all’esame di maturità li aveva resi così orgogliosi del loro figlio: mio padre, addirittura, si congratulò ufficialmente.

“Cosa ti ho sempre ripetuto, bello mio?”, mi chiese.

“Non saprei”, borbottai imbarazzato, intuendo già cosa avrebbe detto.

“Ma, come non lo sai! Te lo dico sempre: che nella vita basta sorridere e tutti ti diventano amici… o no?”

“Hai proprio ragione, pa’ ”, dovetti ammettere sorridendo.

Sorrisi ugualmente a mia sorella quando mi disse che a questo punto non era più necessario che uscissi con lei il sabato sera. E, infatti, non mi invitò mai più.

Soltanto mia madre, passata la prima settimana di euforia, notò qualcosa di strano. Sarà stato, il fatto che, nonostante tutti quei messaggi, continuavo a passare le mie serate chiuso in camera e a non andare al cinema perché trovavo troppo deprimente il guardare un film circondato da sconosciuti. Oppure aveva notato che non sembravo così felice come avrei dovuto essere…

Non credo sospettasse alcunché: semplicemente notò qualcosa di insolito e quindi, una sera, venne in camera mia e si raccomandò caldamente che io richiamassi sempre tutte le persone che mi avevano cercato.

“Non fare il prezioso”, mi ripeté più volte “gli amici bisogna coltivarseli. Te li sei appena trovati, non vorrai mica già perderli…”

 

Quando se ne andò chiusi il libro che stavo leggendo, spensi la luce e cercai di dormire.

Mi rigirai per ore, pensando alle cose belle, contando le pecore e cantandomi la mia ninnananna prediletta. Ma, fu tutto inutile. Non mi calmava neppure il pensiero, che mi aveva invece sollevato un po’ in quei giorni, che se avessi continuato così, sarei di sicuro diventato un imitatore ricco e famoso, e allora sì che avrei avuto un sacco di amici e, soprattutto, un mucchio di donne.

Stavo diventando sempre più agitato e nervoso. Sentivo che la mia fantasia, compagna inseparabile di quei momenti, era lì lì per esaurirsi e per abbandonarmi, lasciandomi incapace di creare un nuovo personaggio e di sostenere i vecchi.

“Era tanto che la mamma non rideva così” mi ripetevo. Ma questo non faceva che rendermi più infelice, stavo ingannando anche lei e la falsità e lo squallore della situazione mi divenne a un tratto insostenibile. Se fossi stato in casa da solo, probabilmente mi sarei alzato e avrei fatto a pezzi quella fottutissima segreteria telefonica o l’avrei strappata dalla presa, trascinata fino alla terrazza dell’ultimo piano del nostro condominio e l’avrei scagliata, insieme a me, giù sulla strada sottostante.

Ma ero stanco, troppo stanco.

Ero stanco di telefonarmi ogni giorno, di lasciarmi messaggi in falsetto e di mostrarmi felice nel riceverli, se qualcuno della famiglia era presente.

Ero troppo stanco persino per dormire.

E non avrei preso sonno finché non avessi trovato una soluzione.

E sono ancora sveglio, stanco ma sveglio.