Caricamento in corso
Appunti di viaggio

Macchie di colore, Agnese Ferri

Il premio letterario Energheia ed io siamo nati nello stesso anno: il 1989. Lui però ha ventisette anni; io, nel momento in cui scrivo, sto per compierne trentadue. È un coetaneo invecchiato meglio di me. Non so perché abbia saltato qualche anno, lui – sicuramente avrà avuto dei validi motivi. Se mi metto a pensarci bene, però, ultimamente qualche anno l’ho saltato anch’io. L’immobilità dell’anno scorso, causata dalla deflagrazione della pandemia, non mi ha permesso di sfruttare il numero trentuno. Anche il trenta, in effetti – essendo nata a fine ottobre – ha goduto giusto di qualche mese di libertà prima di ritrovarsi rinchiuso. Altri anni poi li ho persi in altri modi e in altri mondi. Così alla fine il Premio ed io ci siamo raggiunti, entrambi tenuti in vita – a ben pensarci – dalla lettura e dalla scrittura.

Della sera della premiazione, un bellissimo undici settembre, ho alcune immagini nitide. Le altre sono sfocate, nel vapore dell’emozione, credo. La curiosità di scoprire chi fossero i vincitori era un po’ come il vapore sullo
specchio quando esci dalla doccia. Qualcuno ci ha passato la mano sopra e sotto c’era, in maniera per me del tutto inaspettata, il mio viso.

Quello che ricordo bene è un bambino straordinario – quasi un ragazzo, in effetti – che suona al basso Sultans of Swing dei Dire Straits. “Una delle canzoni preferite di mio padre”, ho detto a chi mi stava affianco e abbiamo sorriso tutti e due.

Poi ricordo la treccia castano chiaro di Jo: si confondeva con la fantasia giapponese della sua camicia. Ricordo il suo sorriso e il suo discorso che ho amato moltissimo – gliel’ho detto, infatti, e sono felice di averlo fatto perché ho trovato una splendida amica che sono certa farà molta strada, poiché la scrittura è il suo talento.

Il vestito verde acqua di Cristina; i capelli biondi di Corinna.

Macchie di colore in mezzo al vapore.

Non avevo nessun presentimento. Niente.

“Serra Marina”, il mio racconto, era nato un anno prima. Eravamo in pieno lockdown. Ricordo ancora che al di là della finestra di casa mia il silenzio era soffocante, era come essere sott’acqua, seduti sul fondo di una piscina. Io picchiettavo sui tasti del computer cercando una via d’uscita, di silenzio ne avevo troppo anche dentro. Via d’uscita che il racconto ha trovato da solo, alla fine, e sono infinitamente felice che l’abbia fatto perché mi ha portato con sé.

Cristina al microfono ha detto “Serra Marina” e ho sentito un tuffo al cuore.

I tuffi sono stati due, credo, perché quando mi sono voltata verso chi era con me ho trovato il mio stesso sguardo e la mia stessa felicità, come se avessimo vinto in due. In un certo modo è stato così, in effetti.
Un’altra cosa che l’anno scorso non sarebbe mai potuta accadere.

Non ricordo lo spazio tra la mia sedia e la giuria, non ricordo di aver mosso le gambe. Mi sono ritrovata lì con il microfono in mano, felice e grata. Spero di aver detto cose sensate, anche se non ci metterei la mano sul fuoco.

Nei giorni seguenti mi sono sentita galleggiare. Quando ci ripenso – anche ora che ne scrivo; soprattutto ora che ne scrivo -, galleggio ancora. La scrittura ha a volte bisogno di rassicurazioni. Questo premio e le persone
meravigliose che mi ha dato l’opportunità di conoscere (e riconoscere) sono stati la carezza che mancava in un momento di grande incertezza e per questo proverò sempre un’enorme gratitudine.

Mi ha fatto sorridere che i giurati abbiano pensato che il racconto fosse stato scritto da un uomo: l’ho pensato dal punto di vista di un uomo, in effetti; e molte volte negli ultimi anni mi sono ritrovata in situazioni che mi hanno fatto riflettere sul fatto che essere un uomo ha a volte degli effetti “riposanti” rispetto all’essere donna. La cosa di cui ho sorriso maggiormente, comunque, è stato rendermi conto che tutto ciò che mi aveva creato maggior sofferenza era quello che mi aveva portato a scrivere quei racconti, tra i quali quello che troverete in questa raccolta, e dunque a quell’undici settembre felice.

Da tutto quel silenzio è nata una luminosa risata.

Bello, no?