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L'angolo dello scrittore

Le tue idee sono fatte di parole, di concetti, di immagini?

– di Roberto Vacca

Le tue idee sono fatte di parole, di concetti, di immagini?

Quando sto per presentare mie proposte ad altri professionisti, immagino in anticipo il luogo in cui ci incontreremo. Mi chiedo, anche, come reagiranno, ma la fuggevole visione mentale dei loro volti (interessati? critici?) è irrilevante. Invece ripeto a me stesso l’elenco (numerato) dei miei argomenti espressi in parole e, se è il caso, in numeri e formule. Le immagini mentali rilevanti e quelle (ricordate) di oggetti, persone, situazioni, sono utili. Costituiscono il primo stimolo per riconoscere e poi meditare configurazioni e regolarità. Associandone alcune fra loro – e con quelle che stiamo vedendo, generiamo idee nuove. Per trasmetterle ad altri, serve a poco descrivere le immagini che hanno condotto a produrle. Conviene esprimerle usando simboli, il che si può fare in 10 modi principali, con: parole dette – parole scritte – aritmetica – geometria – algebra – calcolo differenziale – calcolo integrale – logica sillogistica – algebra booleana – coding [programmi di computer, che specificano chiaramente come elaboriamo dati che ci arriveranno anche in avvenire].

Gli psicologi hanno studiato come comunichiamo per mezzo di simboli. Invece per analizzare le nostre immagini mentali ricorriamo all’introspezione (anni fa rifiutata da molti psicologi). È arduo comunicarle ad altri. Pure taluno ha sostenuto che il linguaggio non sia il prototipo formale della conoscenza. Le conoscenze sensoriali sarebbero la base di ogni esperienza creando la formazione dei concetti [1] e la stessa possibilità del linguaggio. Più sensata l’opinione classica di J.B. Watson: ”E’ la scrittura il modo corretto di esprimere i nostri pensieri.”

La maggioranza di noi pensa sia in parole e numeri, sia in immagini, sia con i sentimenti che, di nuovo, esprimiamo con parole, con espressioni, con gesti, con atteggiamenti.

Chi ha certi disturbi mentali (afasia, agrafia) non può usare alcuni di questi mezzi. Pochi percento di noi pare soffrano di “afantasia”: l’incapacità di formare immagini mentali. Chi non conosce alcune delle discipline, strumenti o procedure citate è soggetto a ovvie menomazioni.

La tradizione suggeriva che l’onere di rendere comprensibile un messaggio ricade sull’autore, non sui destinatari. È un punto di vista ragionevole, purchè i destinatari abbiano facoltà fisiche e mentali adeguate e conoscano il linguaggio usato. Invece sappiamo bene che una parte notevole della popolazione, anche in Paesi avanzati, è in grado di comprendere solo comunicazioni brevi, che contengano non più di poche centinaia di parole usuali e che trattino cose concrete e banali.

L’analfabetismo funzionale è l’incapacità di usare in modo efficace le proprie abilità di lettura, scrittura, calcolo e di capire, valutare, usare le informazioni oggi generate nella società (UNESCO). Gli analfabeti funzionali

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[1] “Nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu”, Tommaso d’Aquino, De Veritate.

sono meno del 18% in Nord Europa, USA, Cina, Giappone, Canada, Australia, Nuova Zelanda. In Italia, Grecia e Spagna sono il 28%. I valori sono più alti nei Paesi in via di sviluppo. Ragionare sulle idee – intangibili – è vitale per modificare in meglio oggetti, situazioni, persone.