Caricamento in corso
I racconti del Premio letterario Energheia

Le orecchie di Dio_Claudia Bertolè, Torino

 _Racconto finalista ventunesima edizione Premio Energheia 2015.

escursionePopporoppoppò. Le orecchie di Dio non entrano nei corridoi degli ospedali. Perché nelle notti di dolori, ricordi e sogni, Madonne e Santi vengono malamente scomodati.

Popporoppoppò. La piccola donna ha occhi grigi e la pelle molto chiara. Il suo mondo non ha più contorni definiti, lo spazio è una bolla dalle pareti sottili che muta forma a seconda delle correnti d’aria che la investono. Il tempo è un laccio elastico che si allunga e si accorcia. Io la guardo mentre respira piano. Io e le mie dita insanguinate d’ansia. Lei mi dice tu canti, invece è lei che intona spesso il suo ritornello preferito: popporoppoppò. Lo fa scrutandomi con i suoi luminosi occhi grigi, quasi con sfida. E poi scoppia a ridere, raccontando di giardini e personaggi immaginari, di pietanze succulente, di incontri perduti in un tempo lontano.

La donna-guerriero e la donna-tv. Sono lunghe le ore della notte in ospedale, sembra non passino mai. A volte capita di incontrare la donna-guerriero, alta poco più di un metro e trenta, ingobbita, ma dallo sguardo fiero e dal sorriso aperto. Si muove lenta, aggirandosi nei corridoi, appoggiata ad un trespolo che trascina sempre con sé, così come il sacchetto che ci sta attaccato, quello con il tubo che entra fino nel suo braccio. Me lo spiega lei, una notte: combatto tutto, non smetto mai. Combatto gli infermieri alteri e saccenti e difendo quelli tatuati e rozzi, mi sono più simpatici, combatto il blitz del cambio dei pannoloni, la luce delle torce in faccia di notte per scoprire se siamo ancora vivi, il colore verde del passato di verdura, che è uguale a quello dei broccoli tritati o del budino al presunto pistacchio. Ricordati, dice stringendosi al trespolo, non smettere di combattere. Lei mi prende per mano e mi porta nella stanza della donna-tv, così la chiama: sulle prime riesco solo a intravedere un’enorme pancia, sembra un’isola rosa e morbida, che galleggia in un mare di monitor dalle luci traballanti. Poi l’isola si abbassa e nel buio appare un viso, rotondo e grosso anche lui, ma bellissimo, incorniciato da una chioma bionda. Non parla la gigantesca donna-tv, mi guarda con gli occhi grandi e poi si inabissa di nuovo e l’isola riappare, in mezzo ai bisbiglii e alle luminescenze colorate dei monitor.

Allora ciao. Come in quel film che ho visto tanto tempo fa, L’angelo sterminatore, siamo prigionieri in un mondo parallelo. La piccola donna mi guarda e dice allora ciao, ci vediamo domani. Io non vado da nessuna parte, rimango lì accanto a lei, notte dopo notte. Ma lei ogni nuovo minuto non lo sa, non riesce a trattenere quel minuscolo ricordo. Sorride e dice allora ciao. E io le sorrido dieci, venti, cento volte. Non vado da nessuna parte, rimango qui con te. Mi siedo sulla sedia di plastica e aspetto. Che le ore scivolino lungo i muri dell’ospedale per poi colare negli angoli smussati dei pavimenti della stanza, fatti di un linoleum color salmone. Aspetto di sentire il suo respiro tranquillo. Non dormo quasi mai. Io e le mie dita insanguinate d’ansia. La osservo, la ascolto, la annuso.

Una notte all’improvviso mi accorgo che la donna-guerriero è di fianco alla mia sedia e mi fa cenno di seguirla. Il corridoio è malamente illuminato da luci fioche, cerchiamo di appiattirci contro le pareti, per evitare che le torce degli infermieri ci scoprano. Voltiamo un angolo e allora lo vedo. Un uomo in piedi, appoggiato alla parete. Ha i capelli lunghi, raccolti in una coda che gli scende sulla nuca. Indossa un informe giaccone invernale. Deve sentire il fruscio dei nostri passi, perché si volta verso di noi: mi accorgo che delle pesanti catene gli stringono i polsi.

Un prigioniero vero, sussurra di fianco a me la donna-trespolo. L’uomo forse la sente, o forse no, ci rivolge uno sguardo privo di qualsiasi intenzione. Ma è solo il bagliore di un attimo, perché due figure nere con le divise escono dalla stanza di fronte e lo trascinano dentro, chiudendo la porta alle loro spalle.

Luci sul soffitto. Quella notte, uguale a tante altre, torno alla mia sedia di plastica. La stanza è buia e le luci della città, fuori, compongono disegni geometrici sul soffitto. Ogni ora che passa il “fuori”, quello al di là delle grate di luce, diviene meno definito e reale. Quella notte, uguale a tante altre – e come mi hanno raccontato sembra facciano tutti gli umani reclusi – scompongo la mia vita in frazioni di pensiero, ed ogni segmento ha colori brillanti.

Bugie 1. Eri il mio maestro, il mio mentore. Volevo che lo fossi, solo tu potevi incarnare quel ruolo, e io ne avevo bisogno. Seguivo i tuoi movimenti sulla pedana della cattedra, in aula. Elegantemente casuali. La camicia un po’ fuori dai pantaloni. Sexy e distratto. Incurante delle decine di sguardi su di te, forse solo apparentemente incurante, mentre si compiva la “creazione” e tu stesso, rinascevi proprio da quegli occhi, che come mani adoranti e attente forgiavano la creta. Il nuovo essere. E poi le parole, le tue, quei fili brillanti di ragionamento che imbrigliavano la mia mente. Ero giovane. Senza esperienza di esseri capaci di produrre reti di bellissime idee per catturare pesci ingenui, nascondendo loro il riflesso cattivo di un ego meschino e centrato su se stesso. Ai tempi dell’università tu mi guardavi dall’alto di quel piedistallo sul quale ti avevo posto e io volevo solo un briciolo della tua attenzione. Perché per quanto a volte fossi sprezzante, e normalmente indifferente, ti riconoscevo come uno dei rari esseri superiori che nella vita ci è dato di incontrare, e non distinguevo il riflesso della meschinità nel tuo sguardo profondo e scuro.

Volontari di parole. A volte nei corridoi foderati di linoleum appaiono uomini o donne, normalmente di una certa età, vestiti in modo sobrio, con un cartellino che indica il loro nome: Luciana, Franco, Roberta. Sono volontari. È facile riconoscerli perché portano stampato in viso quel sorriso vacuo un po’ impersonale di chi è convinto, in generale, di fare qualcosa di buono. Per sé, per gli altri, poco importa. Quando entrano nelle stanze, normalmente a gruppi di due, la donna-guerriero mi rivolge uno dei suoi sguardi ammiccanti come a dire: vedi? Anche loro sono da combattere, stessa solfa del passato di verdura e dei pannoloni. Non possono fare nulla e ci impongono questa tiritera, come sta oggi, come ha dormito, vuole che le porti un bicchiere d’acqua, gli infermieri stanno facendo il possibile, adesso li chiamo. Un mantra, che vorrebbe essere consolatorio, per lo meno sospensivo dell’ansia, lo si intuisce. Sono volontari di parole, ogni giorno calano come uno stormo di uccelli per intonare il loro canto che, per quanto praticamente forse inutile, mi sembra avere una sua estetica, una sua poesia. Sorrido alla donna-guerriero, che intanto sta allontanando con fare sussiegoso una signora bionda, come se fosse una scodella di pastina fredda.

Tra loro c’è il volontario Giacomo, innamorato della signora senza denti del letto di fianco alla mia piccola donna bionda. Una bellezza quasi letteraria, Giacomo.  Mentre cerco di convincere la mia paziente dagli occhi grigi a ingurgitare un cibo poco simpatico e mentre lei raccoglie fiori immaginari dalla sua coperta e me li offre canticchiando, li spio. Giacomo si avvicina sempre al letto di lei molleggiando sulle ginocchia, come se stesse camminando sul pontile di una nave in balia delle onde. Lei allora piega il viso da un lato, lisciandosi i lunghi capelli grigi e offrendogli un raro sorriso luminoso e privo di denti. Ma Giacomo non sembra farci caso, alla mancanza dei denti intendo, anzi, si fa guidare dagli occhi di lei fino alle sponde metalliche del letto, come da un faro. E lì giunto, in acque sicure, inizia a bisbigliarle parole che nessuno di noi d’attorno può cogliere, perché sono solo per loro due. La scena si ripete quasi ogni giorno e mentre raccolgo i fiori che non esistono e li metto in un vaso invisibile, per la gioia della mia raccoglitrice canterina, mi si scioglie il cuore.

Bugie 2. Ti avevo incontrato di nuovo dopo tanto tempo. Due adulti. Tu mi avevi trovata così interessante. Io avevo incassato malamente le lusinghe, avevo declinato le intenzioni così umane. Avevo fatto finta di niente anche se erano gli stessi approcci dai quali ero fuggita anni prima. E tu neppure lo ricordavi. Di nuovo il rumore sordo della statua che si infrangeva al suolo mi aveva frastornata. Ma non mi ero arresa. La tua figura rattoppata era tornata al suo posto, ancora, in alto, a segnare la via. Possiamo lavorare insieme. Lo dicevi guardandomi con quel tuo sguardo obliquo, che io interpretavo come il segno di un rigore intellettuale, non rendendomi conto che era l’espressione cattiva di una diva rifiutata. Ma a volte si è ciechi, si ha bisogno di esserlo. Avevo aperto gli occhi mesi dopo. Per trovarmi davanti soltanto quel piedistallo vuoto, ed un lavoro enorme che avevo dovuto affrontare da sola.

Allora ciao (il senso).  Rientro dopo neanche un’ora in ospedale e un medico mi ferma e mi dice che la piccola donna ha avuto una crisi. Ecco. Si agita, vuole andarsene, non si riesce a farla ragionare, non ci riconosce. Perché non dovrebbe voler scappare, perché dovrebbe riconoscervi…? mi chiedo mentre sto già correndo. Il medico insiste. Corre di fianco a me. Se non darà segni di riconoscere neppure lei dobbiamo fare qualcosa, è necessario calmarla, agita gli altri pazienti. So cosa intende per calmarla e non voglio che lo faccia. L’ultima volta che non sono arrivata in tempo per evitarlo è rimasta in uno stato di dormiveglia incosciente per due giorni e pensavo non si svegliasse più. Non succederà di nuovo. Mi riconoscerà.

È l’ora delle visite, la stanza è affollata di figli in apprensione, di nipoti che vorrebbero andarsene, ci sono anche i volontari. Dalla porta intravedo il volto contratto, la bocca aperta in un grido che non produce nessun rumore. Corro, che altro posso fare?

La donna-guerriero mi vede entrare come una furia e mi rivolge uno sguardo di cameratesca comprensione. Arrivo in un balzo al bordo del letto. La piccola donna bionda sta tirando nervosamente un lembo della coperta mentre un’infermiera tenta di trattenerla. Si volta verso di me. Non respiro più. Le sue mani mollano la presa. Le rughe ai bordi degli occhi si distendono. Il riflesso chiaro del suo sguardo si fa luminoso. E la bocca si apre in un sorriso bellissimo, riconoscente: il sorriso di mia madre.

Segmenti di vita. Nelle notti trascorse sulla sedia di plastica, a spiare il respiro della piccola donna che dorme, certi segmenti della mia vita mi appaiono ben poco brillanti. Una di quelle notti, dopo il raid degli infermieri con le loro pile, la donna-guerriero mi sfila davanti con il suo trespolo e allora io le chiedo: cosa mi è sfuggito? Quale è stato il momento in cui avrei dovuto accorgermi di qualcosa e invece ero distratta? Lei sorride. Non pensarci, bambina. Continua a combattere. È la battaglia in sé che conta, tanto, comunque vada, la vita finisce a pannoloni e papette o, se ti va alla grande, con qualcuno che apprezza il tuo sorriso sdentato.

Le orecchie di Dio. Forse tutto questo non l’hanno voluto sentire. Le imprecazioni. La disperazione bisbigliata dei parenti. Spero abbiano almeno colto il mio ringraziamento, che era solo un sussurro, un accenno di vento che lambiva i muri vecchi dell’ospedale.

Mia madre che mi sorride e mi stringe le mani tra le sue.

È tutto per sempre dentro di me mentre ancora combatto, come diceva la donna-guerriero.

Che altro potrei, potremmo, fare?