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I racconti del Premio letterario Energheia

Le note_Gianluca Grimaldi, Frattamaggiore(NA)

_Racconto finalista sedicesima edizione Premio Energheia 2010.

 

Il vuoto. Un’esasperazione sospesa tra i rintocchi del Big Ben, il grigiore del fiume, mosso dai rumori del centro, la sua vita sospesa tra i moti di una città in fermento: era questa Londra, o almeno così si presentava a Vanessa, mentre camminava alla ricerca di una libreria aperta.

Il rumore dei passi era attutito, di tanto in tanto, dalla modernità delle auto in corsa, i motori rumorosi che divoravano il mistero tanto decantato della città. Sui volti dei passanti Vanessa osservava il tremore crescente della paura, quel sintomo lieve che nasce dalla guerra e fa dell’uomo una costante, unica, sola. L’uomo era la costante di ogni cosa in quel mondo che cambiava rapidamente, quel susseguirsi annaspante di anni che portavano la morte in ogni dove.

Era il 1940. L’Inghilterra era in guerra.

Vanessa, sapeva bene che tenersi fuori casa era pericoloso.

La visione di un incubo le attraversò la mente, si fece realtà apparente sui turbinii del fiume agitato, le bombe che avvolgevano quell’elemento di fuoco, il colore del sangue che intingeva le strade di un inutile sacrificio.

Eppure era solo un incubo, lo sapeva. E se fosse stato un presagio? E se fosse realmente accaduto?

Immaginava Jerry a casa, ad aspettare una sorella che non sarebbe più tornata, il suo corpo sottile appoggiato alla finestra della sua camera, gli occhi che scrutavano Bond Street, mentre un uomo attraversava la strada e lo salutava con un cenno, il suo ruolo nella vita ancora intatto, ancora inconsapevole della perdita di un affetto. Non avrebbe potuto sopportarlo, non ce l’avrebbe fatta.

Vanessa tornò alla realtà. Era quello il suo presente adesso, doveva scrutarlo con attenzione per non finire nella morsa di una fantasia troppo “fervida”, come la definiva la madre.

Tutte quelle paure, le angosce dei cittadini, i sogni di Jerry di diventare pianista: per la madre era tutto “fervido”.

Finalmente trovò la libreria: una bottega dall’aspetto vittoriano, con le assi di legno perfettamente intagliate intorno alla sua porta bianca. Vanessa indugiò sulla soglia. Sentì l’odore dei libri arrivare al suo olfatto, circondarle i vestiti leggeri, le mani che reggevano una piccola borsa.

Aveva sempre apprezzato il profumo della carta stampata: il suo penetrante odore non le ricordava il progresso, né le macchine che, libro dopo libro, gettavano inchiostro sulla carta, era un odore più profondo, sapeva di brughiere, di boschi, della tenuta della nonna a nord, dove passava le estati a sentire il fratello suonare il pianoforte. Il commesso, un uomo smilzo, dalla pelle diafana, le venne gentilmente incontro. Vanessa ci mise un pò a ricordare quale spartito di Wagner doveva prendere per il fratello, poi attese pazientemente, appoggiata a una parete, mentre il commesso si addentrava in quell’inesauribile fonte di natura (così aveva deciso di battezzare quell’odore) che proveniva dal retrobottega.

Il sole si snodava luminoso attraverso il vetro della porta bianca. Filamenti di inaudito biancore andavano trascinandosi sulle copertine di centinaia di tomi.

No, non ci sarebbero stati bombardamenti, né vittime urlanti nella città, come una catastrofe biblica. Lei sarebbe tornata a casa, avrebbe dato lo spartito al fratello e poi lo avrebbe ascoltato mentre tracciava, per lei, una trama evanescente, qualcosa che non raccontava ciò che voleva Wagner, ma il terrore della guerra, i lineamenti del suo viso, il sogno di un futuro da pianista.

I margini dell’errore sulla pelle, note sbagliate nella sua mente. Era raro, ma a volte capitava. Avveniva senza preavviso, la mente gli diceva una cosa e il corpo immergeva quel pensiero in un suono sbagliato, premeva un altro tasto.

Lo sbaglio arrivò veloce, quasi indolore, trafisse la sua mano destra e gli entrò dentro. Jerry si fermò, entrando in quella delusione e vergogna che credeva essere l’unico a poter provare. Scese dallo sgabello e misurò a passi lenti la stanza, senza piangere, senza pensare. Decise che l’avrebbe dimenticato: avrebbe prosciugato la sua mente di quel respiro volgare del pianoforte, quell’unico e insulso errore. Solo lui l’avrebbe conosciuto, solo lui e quell’infinito silenzio.

Si avvicinò alla finestra e guardò fuori. Presto sarebbe ritornata sua sorella con un nuovo spartito. L’avrebbe vista camminare ai margini di Bond Street, il sole sulla sua fronte, le paure nel tremore della mano che reggeva lo spartito, la voglia di parlargli incisa nell’increspatura delle labbra.

Lui era il suo mondo fino a quando non avrebbe trovato un marito, fino a quando avrebbe continuato a stare a casa a sentirlo suonare. Sapeva che sarebbe avvenuto, lo prefigurava come un destino ineluttabile, una tela già dipinta che si scopriva man mano nel corso degli anni: tra i colori consunti e le pieghe della spessa fibra vedeva il suo corpo adulto appoggiato a uno sgabello, le note impercettibili che straripavano nell’oblio di un paesaggio sbiadito, la sorella in prima fila, gli occhi semichiusi, l’espressione celata da una foschia ombrosa.

Non era inutile tutto ciò? Tutto questo trasparire di futuro in acque evaporate?

Poggiò la fronte sul vetro umido. Sentì che vibrava. Doveva vibrare allo stesso modo quando suonava il pianoforte. Forse le note erano così forti da superare quella vetrata, da arrivare in strada dove un cane randagio poteva ascoltarle inconsapevole, come una forza primordiale che scaturisce dalla natura e ritorna alla natura stessa.

Spingeva più forte la fronte contro il vetro, la barriera di quella debole melodia, il solco che ingoiava quella speranza.

Poi il boato e il vetro andò in frantumi.

La morte è un graffio nel vetro, una sottile linea che stravolge i lineamenti di un mondo che è appena oltre una lastra trasparente.

Un fuoco improvviso, un grido soffocato, sapore di sangue, odore di bruciato.

La gente che accoglie un sobrio feretro. Note nell’aria, pianti che soffocano il grido lugubre del sangue; il viso di lui, il viso di lei, la morte che ha assecondato i lineamenti, che ha reso il corpo un gioco della guerra.

Sopra Londra un’onda morente travolge il respiro.

I tetti diroccano sotto la pesante portata dell’acqua, cime isolate ricordano l’avvento dell’uomo, il progresso, la scomparsa.

Un turbinio di uccelli che fugge, la quarantena dei popoli, il ricordo impaurito di ciò che resta, di ciò che sarà.

Voci mescolate a odore di chiuso, aria viziata che straziava i suoi polmoni. Tutto accorreva, come sostenuto da una necessità incombente, alle eleganti quinte del teatro.

Poggiò la fronte allo specchio che aveva di fronte a sé, sentì la propria immagine fondersi alla fedele costanza del vetro.

Era un modo per calmarsi, per svuotare la mente, riempirla solo di note: quelle che aveva in testa, quelle che, di lì a poco, avrebbe suonato.

Immaginò la sua persona, le mani intente a tessere una volontà avversa a quella del silenzio che scaturiva a fiotti dagli sguardi attenti, dalla compostezza di chi scrutava, dal potere innato di fare dell’arte uno specchio, come quello che aveva davanti, come quello contro cui poggiava la fronte.

Si alzò sulle gambe per entrare in scena. Non aveva nessuno al suo fianco, una forza incorporea premeva sul suo addome con un insolito vigore.

Mentre entrava in scena, riuscì a cogliere un battito sfocato che coronava il suono dei suoi passi. Sentiva già distintamente la melodia che doveva suonare e questa volta sarebbe stato diverso, lo sapeva, lo percepiva. A produrre le note non sarebbe stato solo il tremito che si propagava nel suo corpo, come acqua piovana nelle fenditure dell’asfalto, né parto del genio e la filosofia del suo pensiero dolorante. Ad accompagnarla ci sarebbe stato qualcos’altro.

Il sipario a mezz’altezza, ogni dove la versatilità di un volto estraneo, la consapevolezza di essere sola e non esserlo.

Vanessa era atea. Nella sua vita non era riuscita a cogliere quel disegno provvidenziale di cui aveva tanto sentito parlare.

Tutta la sua famiglia era morta quel terribile giorno estivo del 1940 per i bombardamenti dell’aviazione tedesca: era forse questo che l’aveva distolta da ogni dottrina metafisica. Il senso di morte l’aveva seguita poi negli anni, ogni volta che ritornava col pensiero alla luce bianca che colpiva gli scaffali della libreria, alle macerie della sua casa, indistinguibili nell’oceano di pietra della sua città semidistrutta, ma soprattutto alle note, a quelle terribili verità spesso celate a molti, quei momenti veloci in cui una bomba può cadere, una lacrima scorrere, una vita spezzarsi. Per questo aveva deciso di diventare pianista, di realizzare il sogno di Jerry, di entrare in un pensiero che era scomparso anni prima nell’odore di polvere da sparo. Ora, a 50 anni, entrava in scena come faceva da tanto tempo ormai, scandendo con le note quei ricordi. Sapeva di dover portare in scena le sue composizioni, ma quella sera, in particolare, decise di aprire il concerto con un’opera di Wagner.

Quella sera, anche se atea, Vanessa comprese il significato della parola “immortalità”.