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I racconti del Premio letterario Energheia

La triade divina_Giulia Balzano, Tortolì(NU)

_Miglior racconto da sceneggiare sesta edizione Premio Energheia 2000.

 

Mi chiamo Quirino.

Un nome ingombrante, se dovessi scegliere un aggettivo per definirlo.

Certi nomi lo sono, e quando te li mettono addosso, il giorno a caso dell’anno in cui decidi o decidono di farti venire al mondo, non pensano al fatto che dovrai portarteli dietro una vita intera.

Inizia da qui tutto quanto, in un certo senso. Inizia da questo punto, che è quasi un punto preciso, una cosa definita a cui mi posso riferire come all’origine di tutto. Questo è un vantaggio, lo penso con una specie di sollievo, ché non è da tutti intuire il punto d’origine delle cose che accadono. Ed è da qui che voglio partire, perché è dai punti precisi e dalle cose definite che bisogna partire se si vogliono capire le cose. Se le si vuole comprendere realmente. Io penso che lei voglia comprenderle, non è così? Mi viene quasi da ridere, a questo punto. Mi viene da ridere a vedere qualcuno che siede davanti a me con una mano sotto il mento e che aspetta che io parli per poter capire. Mi viene da ridere, tuttavia non riderò. Dunque.

Dunque, mio padre era capostazione di una stazione ferroviaria ai limiti dell’esistenza. Non passavano che due treni al giorno, o meglio un unico treno che transitava due volte nella stessa giornata. Lui non faceva che aspettarlo tutto il santo giorno, seduto su una sdraio in plastica che l’estate gli faceva sudare la schiena. Guardava l’orizzonte con un’ostinazione da animale ottuso, quasi che la sagoma del treno potesse spuntare da un momento all’altro e non alla solita ora, quella di sempre. Rimaneva fermo ad assistere al lento passaggio del tempo in attesa del passaggio di un unico treno. Lo stesso che otto ore più tardi sarebbe ripassato, in senso di marcia opposto. Quando il profilo della locomotiva si disegnava finalmente in lontananza, mio padre saltava su dalla sdraio, aggiustava il berretto sulla testa e passava il palmo delle mani sulla giacca dell’uniforme. Controllava che i bottoni fossero tutti al loro posto. Il treno avanzava lento e lui deglutiva emozionato. Si emozionava in quel modo ogni volta. Gli occhi gli brillavano di eccitazione.

Infine il treno era a pochi metri da lui, si fermava di fianco al marciapiede, lui si accostava allo sportello dell’unico vagone passeggeri, lo apriva con un gesto di cui era perfettamente padrone, sicuro dentro ogni suo più piccolo fotogramma. Dava un’occhiata dentro, alla porzione di corridoio inquadrato dalla luce che entrava dallo sportello spalancato, esaminava il vuoto consueto di presenze e poi richiudeva con una spinta decisa del braccio. Lo scatto di chiusura risuonava secco e ogni volta sembrava essere definitivo. Mio padre sollevava la bandierina verde, la sventolava compiendo un ampio arco col braccio, ripeteva il gesto due volte esatte. Il treno si rimetteva in movimento, senza segni di urgenza la locomotiva riprendeva ad andare e si trascinava dietro il suo unico vagone vuoto. Mio padre si aggiustava di nuovo l’uniforme sul petto, poggiava la bandierina a terra accanto alla sdraio e si rimetteva seduto. Ricominciava ad aspettare, otto ore in quel modo. Fino a che il treno fosse rispuntato in lontananza, dalla parte opposta dell’orizzonte.

Mi sembra di vederlo ancora. Sono rimasto ad osservarlo per così tanto tempo, per così tanti anni l’uno dietro l’altro, che se chiudo gli occhi posso rivedere la scena senza sbagliare un gesto né un tempo.

Tutto preciso a com’era. Mi chiedo solo quando tutto questo abbia smesso di accadere. Se abbia smesso di accadere.

Durante le lunghe otto ore di attesa tra un passaggio di treno ed il successivo, mio padre sedeva sulla sdraio con lo schienale inclinato, scrutava l’orizzonte e leggeva un grosso manuale di storia dell’antica Roma. Era un libro dalla copertina amaranto in cartone rigido, unta per l’uso, probabilmente una sopravvivenza dei suoi primi anni di liceo mai concluso. Lo teneva in mano e lo sfogliava di continuo, mentre aspettava. Aveva già finito di leggerlo per intero decine e decine di volte, per questo a giorni si limitava soltanto a scorrerlo con gli occhi, come ad assicurarsi che le vicende narrate fossero sempre al loro posto e nessun particolare fosse cambiato o gli fosse sfuggito.

Conosceva la storia dell’antica Roma alla perfezione, come una poesia imparata a memoria a furia di ripetersela, senza aver programmato di imprimerla nel cervello. Avrebbe potuto raccontarla con le stesse parole del manuale, precisa e chiara come un avvenimento a cui avesse assistito di persona. Mentre leggeva sollevava a scadenze regolari lo sguardo sulla campagna, la scrutava qualche secondo con attenzione, poi riabbassava gli occhi sulle pagine e si immergeva di nuovo nella lettura. Le labbra si muovevano senza voce, le pupille a tratti si dilatavano e la bocca si piegava irresistibilmente ad un sorriso. Sollevava il mento dal libro con un’aria deliziata sulla faccia.

Mio padre chiese a mia madre tre figli maschi. Glieli domandò il giorno in cui, finalmente, prese coraggio e le chiese anche di sposarlo.

Le disse dammi tre figli e che siano maschi e diventino uomini, e mia madre rise e voleva dire va bene. Si sposarono dopo poco tempo, il tempo necessario a che mia madre trasferisse le sue cose in quella stazione minuscola in mezzo alla campagna, ed ebbero tre figli, e furono tre figli maschi che sono diventati uomini. O qualcosa del genere.

Mio padre sedeva sulla sdraio all’ombra della pensilina e ci guardava giocare vicini per terra. Per lunghi momenti dimenticava il libro in grembo, dimenticava la remota possibilità che la sagoma della locomotiva si disegnasse in lontananza e rimaneva incantato a seguire i nostri movimenti infantili. Mia madre osservava la scena dalla finestra della cucina.

Mio padre battezzò i suoi tre figli senza esitare. Il primo lo chiamò Giovanni, e Giovanni nacque scuro e robusto come era scuro e robusto lui, un meraviglioso riflesso di sé stesso uscito bagnato dal corpo di sua moglie. Il secondo fu Martino, e Martino prese i capelli e la pelle chiara di mia madre. Mio padre dovette guardarlo con un’aria commossa ma appena perplessa. Poi nacqui io, Quirino, pallido e senza capelli sulla testa. Mia madre mi tenne con sé più a lungo di quanto fece con gli altri. Fu conseguente che mio padre mi ebbe vicino meno tempo, e che io lo ebbi vicino meno tempo.

Risale forse ai miei quattro anni il primo ricordo che ho di lui. Il primo e tra i più precisi in assoluto. Era un giorno di primavera non ancora caldo e mio padre mi portò con i miei due fratelli nel bosco. Ci fece sedere sulla sua bicicletta, tutti e tre, mentre mia madre ci guardava dalle finestra. Pedalò senza fermarsi fino ai limiti del bosco che si estendeva qualche chilometro a sud della stazione, lasciò la bicicletta poggiata contro il tronco di un leccio e ci inoltrammo per diversi minuti in mezzo all’ombra scura degli alberi. Mio padre camminava di fretta, a lunghi passi decisi. Io arrancavo dietro di lui e dietro i miei due fratelli più grandi. Quando lui se ne accorse, mi sollevò da terra e mi sistemò sulle sue spalle, continuando a camminare svelto.

All’altezza di una radura, mi depositò a terra e iniziò a spogliarmi con mani frettolose. Invitò i miei due fratelli a fare altrettanto da soli. Ci trovammo nudi come animali in mezzo alle foglie e alla terra smossa.

Mio padre tirò fuori dalla borsa che aveva a tracolla la sua macchina fotografica. Scelse come sfondo un gruppo ravvicinato di tronchi. Uno aveva la corteccia spaccata nel mezzo, come una ferita aperta. Fece segno di avvicinarci, si chinò su un ginocchio e rapido scattò la fotografia.

Si alzò di nuovo in piedi, raccolse da terra i miei indumenti e mi raggiunse per rivestirmi. I miei fratelli lo imitarono, rivestendosi senza una parola, con un sorriso leggero sulle labbra e gli occhi che si cercavano, quasi fossero vagamente divertiti senza avere la certezza di cosa realmente li divertisse. Risalimmo in bicicletta, in quell’equilibrio precario di quattro persone su due ruote, e mio padre pedalò di nuovo verso la stazione. Ebbi la febbre per i tre giorni successivi. Mia madre si informò inutilmente su cosa avessimo fatto durante quella passeggiata in bicicletta in direzione del bosco. Mio padre mi guardò negli occhi e io compresi che sarebbe dovuto rimanere una specie di segreto. Suppongo che i miei fratelli abbiano rispettato il medesimo silenzio in risposta al medesimo sguardo. Lo suppongo senza averne la certezza, ché non si parlò mai fra noi di quel pomeriggio nel bosco.

Mia madre era arrivata sul treno una mattina imprecisa di un giorno a caso della sua vita. Di un giorno, creduto a caso, della sua vita.

Bisogna impararlo però che i giorni a caso sono quelli che ti fregano, quelli che si svestono d’un tratto della loro casualità e ti sorprendono senza che tu faccia in tempo a accennare un movimento di difesa. Mia madre scese dal treno con passo esitante, sotto gli occhi socchiusi e sorpresi di mio padre che le teneva lo sportello spalancato. Si fermò sotto la pensilina, poggiò la valigia a terra, si guardò attorno con aria spersa e si tolse il fazzoletto dalla testa. Così dovettero andare le cose, ne sono quasi certo. Si tolse il fazzoletto dalla testa, scoprì i suoi lunghi capelli chiari e mio padre decise all’istante che quella donna gli avrebbe dato tre figli, tre meravigliosi maschi che sarebbero divenuti uomini, un giorno. O qualcosa del genere. Così si fece avanti, quell’uomo con l’uniforme tirata sul petto, le offrì un bicchiere d’acqua, ché era estate che avanzava impietosa e che bruciava la campagna piatta. Con quel bicchiere d’acqua fresca si guadagnò la vita. La vita intera, intendo. E’ diabolico quanto basti poco. Come tutto sia questione di tempi giusti, di momenti da calibrare e da dosare come gocce di anestetico in un bicchiere.

Mia madre era arrivata col treno. Mio padre aveva aperto lo sportello di quell’unico vagone e nel cono di luce disegnato sul corridoio era comparsa una donna. Aveva un fazzoletto sui capelli e una valigia di cartone in mano. Mio padre aveva socchiuso gli occhi, si era chinato leggermente in avanti, quasi come in un inchino, aveva guardato i suoi piedi toccare terra e aveva chiuso lo sportello dietro di lei. Il tonfo era suonato duro e musicale come uno schiaffo. Una donna ora era ferma sotto la pensilina della stazione. Mio padre aveva agitato la bandierina di stoffa verde, due archi che non si erano mai disegnati tanto perfettamente nell’aria. Il treno aveva ripreso lento il suo movimento di separazione, la donna aveva deposto la valigia a terra e aveva liberato i capelli all’aria calda dell’estate.

Ecco come vanno le cose. Ecco in che storia mi sono trovato, a metà strada tra una pensilina ombreggiata e un vagone in movimento.

Tra un cenno di saluto e un sorriso di benvenuto. Ecco come vanno le cose, ed ecco come le cose vanno spiegate. Non è tutto assolutamente chiaro? Se mia madre avesse dimenticato di essere scesa da quel lento treno inutile che fa spola da una vita tra due punti collocati come ad arte fuori dal mondo. Se mio padre avesse dimenticato di avere un’uniforme sul petto e che quell’uniforme era la sua gabbia di custode di ciò che non necessitava di custodia, per la semplice ragione che era privo di esistenza. Se io avessi dimenticato che l’esistenza ha due colori, e due consistenze, e due temperature, e i capelli scuri di Giovanni e la pelle chiara di Martino, e i loro occhi febbrili quando si abbracciavano e si rotolavano nella polvere. Se quel che è stato fosse stato differente, o se tutti insieme, ed ognuno per sé, avessimo fatto deliberatamente finta che ogni cosa avesse avuto un’altra origine e un altro percorso. Se così fossero andate realmente le cose, sarei stato sepolto nel campo dietro la stazione. Sarei morto con un sorriso stupido ma beato appiccicato alla faccia magra che ho.

Invece un giorno ho visto mio padre togliersi i vestiti e spingere mio fratello Martino contro il tronco di un albero, ho visto gli occhi di Giovanni scomparire inghiottiti dal vuoto, i suoi muscoli gonfiarsi e la bocca spalancarsi. Ho visto lo sguardo sbarrato di mio padre, i suoi denti macchiarsi di sangue. Ho frugato nelle tasche della sua giacca, abbandonata sulla sdraio, ho trovato ciò che cercavo nella tasca interna della sua uniforme, quella vicina al cuore, mio Dio. Sono andato a guardare gli occhi di mia madre. Proprio così, come voi dite che andrete a vedere un film, o uno spettacolo di giocolieri in piazza, o un’alba che sorge dal mare, io sono andato a vedere gli occhi di mia madre.

L’ho trovata seduta in cucina, vicino alla finestra. Sempre vicina a quella finestra, come a guardare il mondo ancora da un treno. Mi sono fermato davanti alla sua faccia, l’ho scrutata scavando sulla sua pelle come un aratro dissoda la terra di un campo. E la sua pelle era argilla indurita.

Non puoi spiegare a tua madre che non è così che si rispetta il regalo della vita. Che non è così che si insegna a rispettarlo. Che una madre almeno questo dovrebbe farlo, insegnare il rispetto per ciò che non ti sarà mai dato una seconda volta. Puoi disperarti e urlare o ridere come un pazzo per la realtà della realtà, ma non c’è vita che ti verrà messa in mano due volte, non c’è possibilità di sbagliare. Ti rendi conto di ciò che questo significa?

Significa che ti ho guardata negli occhi fisso come un idiota, che sarebbe voluta essere una pugnalata al tuo cuore fermo e una mano che ti stringeva i capelli e che ti sollevava finalmente da terra per farti volare. Io lo so che prima volavi, lo so anche se hai evitato con cura di raccontarmelo, anche se hai visto bene di far finta che non fosse mai

successo. Lo so perché sei salita e poi sei scesa da un treno che non andava da nessuna parte. Ti ho guardata negli occhi e tu hai capito ciò che potevi capire, hai capito che stavo andando via. Non che fosse sbagliato, stavo andando via. Ma non era tutto lì. Hai capito ciò che potevi capire.

Dalla finestra ho visto la sagoma del treno che si avvicinava, la sdraio vuota sotto la pensilina. Mia madre si è girata con me a guardare, poi ha fatto una specie di sorriso e così mi salutava. Ho preso quel treno con tutta la calma del mondo, senza accennare la minima fretta, la minima impazienza. Ho aperto lo sportello del vagone passeggeri, ho sentito la maniglia scattare col suo solito rumore secco, richiudersi dietro le mie spalle. Ho stretto le palpebre cercando di mettere a fuoco un sedile nella penombra del treno. Non sapevo neanche come fosse fatto un treno, dentro. Ho scelto un posto lontano dai finestrini. Che straordinaria lucidità avevo. Il treno è partito e così sono andato via.

Da anni, ormai, vivo in questa città, distesa come una crema sulla pianura. Non esistono punti di fuga all’orizzonte, e questo evidentemente disorienta. La mia vita, del resto, ha sempre difettato di punti di fuga. Anche quella lontanissima stazione dei treni sorgeva come un fungo in mezzo alla campagna. Era un’altra pianura, è vero, ma in fondo le pianure si assomigliano tutte. Le accomuna l’assenza complessiva di prospettive. Ad ogni modo l’orizzonte è pulito, in questa città. Pulito quando scende la nebbia – o la nebbia sale piuttosto? – e quando l’aria ritorna ad essere tersa, trasparente come vetro lavato.

Allora posso spingere lo sguardo fino in fondo, fino a dove la vista lo consente, e posso vedere la linea nitida che separa la pianura dal cielo.

E’ uno spettacolo, davvero, perché capisci che rispetto al punto in cui sei, quella è la fine. Non una fine vera e propria, s’intende. Lo sanno anche i bambini che se muovi un passo, uno soltanto, in avanti o indietro, poco importa, l’orizzonte lo muove con te. E si sposta, non c’è verso di impedirlo, nonostante la cautela e la lentezza estenuante con cui sposti il tuo corpo nello spazio. Ti avvicini e lui si ritrae, ogni volta, non c’è modo di raggiungerlo. Tuttavia esiste la possibilità di fermarlo. Di inchiodarlo a sé stesso, come succede quando scatti una fotografia. Di immobilizzarlo per sempre, in un certo senso. E’ sufficiente fissare i piedi a terra, non muoverli di un centimetro in nessuna direzione, e l’orizzonte così è preso in trappola, è costretto a fermarsi.

Certo non lo puoi toccare, ma puoi immobilizzarlo e questo comporta un certo potere. Hai come la sensazione di averlo tra le mani.

Allora è una bellezza, allora vedi la fine. Quella è la fine, rispetto all’esatto punto in cui hai deciso di fermarti. La puoi vedere, ce l’hai davanti che non si muove da dov’è, che si lascia contemplare senza pudore. Se ti metti a sedere, ma questo te lo sconsiglio di tutto cuore, puoi ritrovarti a fissarla per delle ore intere. Mi capita talvolta, di vedere la nebbia scendere – o salire piuttosto? – e di uscire di casa apposta per guardare l’orizzonte. Scelgo con cura un punto in cui fermarmi, insomma scelgo esattamente il punto di cui voglio vedere la fine. Mi metto a sedere e inizio a guardare. Passano le ore e non mi accorgo. E’ naturale, in questo modo perdo un sacco di tempo. Insomma, non so se si possa dire davvero che lo perda, di fatto rinuncio inevitabilmente a qualsiasi alternativa a quel guardare. Tuttavia se il tempo non mi attraversasse in quel modo, perché in quel modo il tempo mi attraversa, non c’è dubbio, esso mi passerebbe accanto senza neanche sfiorare i lembi della giacca che indosso. Dunque meglio che in qualche maniera io diventi un filtro e il tempo un liquido che passa tra le maglie, meglio questo penetrarmi e uscire di nuovo fuori, piuttosto che la desolante assenza di ingressi. Come una diga e alle sue spalle un bacino vuoto. Che gran tristezza le dighe, e i bacini vuoti alle loro spalle. Quante volte lei ha visto un simile spettacolo?

Certe volte, mentre siedo a guardare, e l’aria della campagna fuori città assorbe ogni rumore e si sente l’odore della terra finalmente, penso a mio padre. Non un pensiero generico su di lui, penso a mio padre seduto sulla sua sdraio che guarda la campagna e che aspetta che il tempo passi. Mi sembra di vederlo, quel fiume denso e lento del tempo che scorre e che non lo tocca. Mio padre con la sua uniforme, lontano. E’ l’unico momento in cui mi succede di rivederlo. Come nella scena di un film, lui sta seduto di spalle e i binari si disegnano accanto alla sua sagoma, si perdono all’orizzonte e spariscono in un puntino distante e sfocato. Se si voltasse, forse rivedrei i suoi denti macchiati di sangue. Ma mio padre non si volta, ed io passo una mano sugli occhi e cancello l’immagine. Mi alzo, a quel punto, torno a casa e mi porto dentro una specie di rabbia, o di desolazione, senza vie di uscita. Quali vie di uscite vuoi trovare del resto, in una città come questa, con la nebbia che di certo domani tornerà a coprire la campagna, e i muri delle case e gli sguardi delle persone, e gli alberi sembreranno braccia di disgraziati rivolte al cielo, nere e come carbonizzate, con le dita spalancate a cercare un aiuto che, puoi scommetterci, non verrà.

Nel mezzo di questa città, tuttavia, esiste un fiume che scorre. E’ una specie di consolazione, o di risarcimento danni. L’acqua si muove in un’unica direzione, coi fiumi non c’è da confondersi, e quando la osservo andare penso con sollievo che non sbaglierà un colpo e giungerà al mare. Pensarlo mi riempie di soddisfazione. Non so spiegare perché succeda. Talvolta mi costringo a registrare con precisione il colore scuro dell’acqua, l’odore spiacevole che sale dalla riva, i detriti che galleggiano a tratti in superficie e attorno l’acqua che schiuma.

Dico che non è affatto un bel fiume, ma penso che sia una vera benedizione il fatto che esista e che scorra proprio in mezzo a questo posto.

Dico che e penso che non.

Quel fiume porta via ogni cosa, questa è la realtà. La prende e la trascina via con sé. Non conosce pensieri di selezione, raccoglie e fa un mucchio indistinto di tutto, e lo porta via nella corrente. Se sei rapido ad affacciarti dal parapetto, puoi fare in tempo a vedere il tuo fagotto inzuppato d’acqua che scorre oltre. È uno spettacolo. E va tutto al mare, tutto quanto, prima o poi. Che senso di liberazione questo comporta… Ci crede che il mare io non l’ho visto mai? Mai, in tutta la mia vita. I miei pensieri ci sguazzano invece, e anche alcuni miei ricordi, e alcune immagini. Mentre parlo loro nuotano o galleggiano o vanno a fondo, non so, ma stanno lì, in quella libertà liquida che non assomiglia a nient’altro. Sta lì anche Martino, lui di certo poggiato sul fondo. I morti fanno così, dopo un po’ di tempo, quando si gonfiano d’acqua.

Quella lettera è arrivata in un giorno di sole. Potrei pensare che non sia stato un caso, ma queste sono questioni su cui mi soffermo di rado e per troppo poco tempo per avere opinioni in merito. C’era il sole, lo ricordo bene ad ogni modo. Era una busta rovinata, la portiera del condominio me l’ha consegnata in punta di dita come se le facesse ribrezzo. Io l’ho messa in tasca e sapevo che veniva da lì. Lo sapevo con precisione, e l’ho lasciata sul tavolo di cucina due giorni interi prima di aprirla. Era coperta quasi interamente di timbri illeggibili.

Ancora mi chiedo che giri abbia fatto prima di trovarmi. Come abbia fatto ad arrivare. E’ la prima lettera che ricevo in questa città, la prima lettera che ricevo in assoluto nella mia vita. Forse la precisione del sapere derivava da quello, non saprei dire. Da quale altro posto poteva arrivare, del resto? Non esiste nessun altro posto al mondo da cui io possa ricevere qualcosa. Solo quel posto, e solo cose del genere, come questa storia di Martino appeso ad un ramo di leccio che si scuote all’aria come un aquilone impigliato. Era la grafia di mia madre, ferma e femminile come la sua figura seduta accanto alla finestra della cucina. Diceva di Martino. In fretta, e in ritardo di non so quanti mesi. Più i mesi di viaggio a vuoto di quella busta. Troppo tempo per piangerne. Non ne ho pianto, infatti. Forse ne avrei pianto, se mi avessero detto ieri, due giorni fa, da una settimana. Ma in questo modo, col suo corpo che andava a fondo veloce nel mare…

La busta l’ho buttata nel fiume. La carta si è allontanata velocemente trascinata dalla corrente ed è stato un sollievo immediato, come non averla mai ricevuta, come ad averlo saputo per caso, passando per strada e ascoltando la notizia che si scambiavano due sconosciuti.

Senza la grafia ferma e femminile delle mani di mia madre.

Le mani di mia madre. Mi accarezzavano talvolta, quando ero piccolo.

Le passava sulla mia testa come a volerne proteggere i pensieri da venire. Come a volerne impedire il formularsi. Come a modellarmi figlio idiota. Le mani di mia madre. Hanno srotolato il filo di quell’aquilone, lo hanno deposto a terra per rammendarne la tela strappata e per provare a farlo volare ancora. Hanno lavorato di infinita pazienza, ma un aquilone che interrompe il volo in quel modo è un aquilone che non sa volare. E cosa è un aquilone che non sa volare? Cosa è. Le mani di mia madre. Hanno trattenuto le sue braccia furiose, hanno salvato il petto di quell’uomo che gli appartiene ormai. Non c’è verso, lei ha disimparato a volare, e lo ha salvato. Giovanni è chiuso in una cella, un altro aquilone che ha smesso di volare, se mai realmente lo ha fatto. Giovanni ha le braccia grosse, lo avrebbe ammazzato di sicuro, se lo avesse raggiunto al petto. Ma lei lo ha salvato, perché tanto non saprebbe più che farsene delle ali, non saprebbe più come aprirle e come usarle per sollevarsi da terra. Ha rifiutato un regalo. La chiave per aprire la porta, o la finestra. Si è messa davanti e si è fatta rompere lo sterno. Stupida madre. Con quello stupido volo negli occhi. Avrebbe dovuto coprirli, o strapparseli via, prima di poggiarli su di noi. Ora non c’è più niente da fare. Non c’è più modo di rammendare tele e fili.

Lei vuole sapere cosa è successo. Cosa ho fatto, dopo. Dunque. Dunque. L’ho incontrata sul pianerottolo. Io entravo in casa e lei usciva. Aveva ancora le chiavi in mano, e i tacchi alti e quella solita gonna corta che fa ondeggiare davanti ai miei occhi quando sale le scale e io la seguo quattro gradini più sotto. Muove le gambe come una gatta. Lei certo conosce le donne meglio di me. Immagini quel passo da gatta, quelle gambe che escono dalla gonna come un insulto. E la bocca col rossetto. La bocca non è altro che una bocca. La giri in due secondi e torni indietro, ed è tutta lì, un ripostiglio bagnato. Certo dipende dalle bocche. La sua bocca mi è sembrata un salone infinito, non riuscivo a vederne le pareti in fondo, ed era piena di oggetti e di persone e aveva un lampadario enorme che pendeva dal soffitto. Ma quella era la sua bocca, vale a dire un’altra storia completamente. Una storia speciale, Dio mio. Per il resto le bocche sono bocche e basta, con quel rossetto che le sporca come fango. Lei aveva una bocca del genere, insopportabile a vederla così sporca. E mi ha fermato, ha detto lei deve tenere il pianerottolo pulito, e c’è cattivo odore, e l’ho già avvertita che prenderò provvedimenti. Aveva gli occhi dilatati. C’era davvero cattivo odore. E’ che il tappeto davanti alla porta del mio appartamento era zuppo di piscio di gatto, l’ho messo lì apposta perché lei sentisse quell’odore acre che le faceva gonfiare le vene del collo. E’ stato quell’odore di piscio che ad un tratto l’ha fatta sragionare a quel modo. Lei lo sente più forte, lo sente ovunque, se lo porta dentro casa e dentro il letto. Lo so per certo che funziona così, perché lei è una gatta. Gli occhi le si sono allargati furiosi, perché io non dicevo niente, stavo lì che neanche l’ascoltavo.

Ero appena tornato dal fiume. La storia della lettera buttata nella corrente. Stavo lì che le guardavo le labbra gonfiarsi come papaveri sulla faccia. Ad un certo momento mi è venuto il pensiero di lei accovacciata di fronte alla mia porta, sul tappeto, con la gonna sollevata sulle cosce e un rigagnolo di piscio in mezzo alle gambe. Mi è venuto da sorridere.

E’ stato allora che lei ha alzato il braccio e mi ha dato uno schiaffo, in pieno viso. Ha fatto un suono pulito, uno schiocco duro e musicale, come lo scatto dello sportello del vagone che mio padre chiudeva con tanta arte. Stoc. Preciso. Poi ha fatto un passo indietro, sembrava che tremasse. Io ho solo mosso il pugno. E’ stato un gesto senza pensieri in sottofondo. Ho mosso il pugno e gliel’ho piantato al centro del petto. Stump. Preciso anche questo. Stump.

Lei è indietreggiata come se avesse sbattuto contro un vetro, ha spalancato la bocca ma non ne è uscito nessun suono. Mi ha guardato come se non si fosse aspettata niente di simile. Neanche io mi ero aspettato niente di simile, a dire la verità. È solo successo. Aveva quella faccia bianca che si scomponeva come la superficie di una pozzanghera quando ci butti dentro un sasso. Quegli occhi assottigliati dallo sconcerto. Poi è andata giù dalle scale, in un attimo è rotolata fino al pianerottolo di sotto. Si è fermata contro il muro di fronte. Ho visto subito che aveva il collo spezzato. Mi sono seduto e ho aspettato.

Ho aspettato, senza che ci fosse in realtà niente da aspettare e nessun motivo per farlo. Di questo mi rendo conto, in effetti. Ho poggiato la schiena alla ringhiera e mi sono guardato le mani per qualche tempo. Un’ora? Forse, non so. Forse un’ora. Ho pensato che le mani che rammendano la tela di un aquilone strappato devono essere mani sottili. L’ho pensato per un’ora.

Nella tasca della mia giacca, quella interna sul cuore, mio Dio, hanno trovato una fotografia stropicciata. In bianco e nero. Mi hanno chiesto di quella fotografia, lì al commissariato. Hanno insistito come se fosse stata una questione di estrema importanza. Ci sono tre bambini nudi in un bosco, dentro quella fotografia invecchiata, come una triade divina. Una triade divina.

Lei non ha interrotto mai le mie parole. Lo faccia ora, di grazia.

Questo è l’orizzonte. La fine di questa storia.